UN’OCCASIONE UNICA PER LA CREAZIONE DI UNA TELEMEDICINA SECURE BY DESIGN 

Il Ministero della Salute ha pubblicato le nuove linee guida organizzative per la telemedicina. È un’occasione unica per strutturare l’assistenza a distanza in un’ottica di security by design afferma Pasquale Draicchio, Cyber Risk Manager di Sham in Italia, ma è solo il primo passo: bisogna valutare i prerequisiti tecnologici, la possibilità di accesso dei pazienti e predisporre una formazione improntata alla cyber sicurezza sia per gli utenti che per gli operatori. 

“Le linee guida organizzative si propongono di definire un modello di riferimento, per l’attuazione dei servizi di telemedicina nell’ambiente domiciliare. È un grande cambiamento che spinge le Regioni ad attuare passaggi normativi per riconoscere le prestazioni di telemedicina come prestazioni assistenziali a pari livello con quelle erogate in presenza” afferma Pasquale Draicchio, Cyber Risk Manager di Sham in Italia. 

Questo però è solo il primo passo poiché ci sono diversi requisiti da soddisfare. 

Dal punto di vista tecnologico occorrerà stabilire se ci sono i prerequisiti fondamentali per attuare questi servizi: non tutti i pazienti, per esempio, sono provvisti di una connessione stabile a internet o sono in grado di utilizzare gli strumenti tecnologici necessari. 

Inoltre, bisogna predisporre un’infrastruttura tecnologica sicura che risponda alle esigenze della singola prestazione.  Nelle visite online, per esempio sarà necessaria una piattaforma web securizzata, in modo tale da garantire un accesso facile e sicuro.  Nel caso del telemonitoraggio, invece, la complessità aumenta perché sono più numerosi i dati scambiati e da proteggere. 

C’è, infine, il tema della sicurezza dei singoli device: “La gestione del rischio cyber è complessa, molto spesso i produttori di elettromedicali non prevedono di default delle misure di sicurezza cyber, perché concentrati sugli aspetti di riduzione del rischio sanitario. In questa fase è necessario instaurare un dialogo con tutti i produttori per capire come monitorare il rischio e rendere queste infrastrutture tecnologiche sicure – continua Draicchio – Ampliando il perimetro della sfera informatica fino a includere le case dei pazienti, aumentano le possibilità di attacco informatico e le vulnerabilità degli ospedali”. 

Il rischio, nei suoi diversi gradi, è che un cyber criminale possa accedere al sistema informatico dell’ospedale sfruttando il paziente come punto di accesso per poi connettersi alla rete ospedaliera. 

Questo può avere conseguenze gravemente dannose sia per l’ospedale – le informazioni potrebbero, infatti, essere rese inaccessibili con un impatto sull’erogazione delle prestazioni sanitarie dell’intera struttura – che per i pazienti, la cui sicurezza e salute sono sempre più legate al buon funzionamento degli elettromedicali e alla sicurezza dei dati sanitari. 

Quindi, di fronte a questo scenario cosa dovrebbero fare le Regioni per iniziare a costruire un framework di infrastrutture e di formazione per la sicurezza? 

“Partendo dai prerequisiti bisogna comprendere quale sia l’infrastruttura adatta per ogni tipologia di servizio, considerando la sicurezza informatica come punto di partenza per lo sviluppo dei servizi web e dei device medicali. Tutto ciò – conclude Draicchio - valutando per ogni singolo paziente se vi sia effettivamente la possibilità di adottare queste nuove tecnologie. Inoltre prima di avviare qualsiasi prestazione in telemedicina, occorre formare gli operatori e i pazienti sul rischio cyber e su come riconoscere e gestire un attacco informatico prima che si diffonda all’interno dell’ospedale”. 

“C’è molto da fare ma c’è, anche, un’importante opportunità da cogliere. La rete di telemedicina va costruita dalle fondamenta: un’occasione unica per costruirla, fin dall’inizio sicura by design”. 

Di seguito il link per visualizzare le Linee guida organizzative contenenti il modello digitale per l’attuazione dell’assistenza domiciliare: https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_5874_0_file.pdf  

IL COLLOQUIO CON IL PAZIENTE È TEMPO DI CURA

“Il passaggio da una medicina incentrata sulla malattia a una incentrata sul paziente richiede che alle priorità del medico si affianchino quelle della persona. Non si rinuncia a nulla ma si aggiunge qualcosa, aiutando a curare meglio e rafforzando comprensione e aderenza alla terapia”. Giansaverio Friolo, Risk Manager di Sham – Gruppo Relyens offre una panoramica che attinge dalle linee guida internazionali e dalle tecniche di comunicazione auspicate dal Ministero della Salute. 

La medicina occidentale è una medicina che si focalizza sulla malattia e non sulla persona. Questa impostazione rappresenta un pilastro dell’approccio scientifico al quale si devono così tanti progressi nell’ambito delle cure. Ma non è, per questo, scevra da limiti e “controindicazioni”. Una tra queste è l’effetto esercitato sulla comunicazione Medico-Paziente che, in una medicina disease-centered, tende ad essere anche molto influenzata dal punto di vista del dottore. Molti dei colloqui tra medici e pazienti, infatti, sono condotti dal medico con l’obiettivo di delineare una diagnosi a partire da sintomi, storia clinica ed esami al fine di scegliere una terapia. Ma le informazioni cliniche non sono tutto. Paure, emozioni, aspettative del paziente non sono generalmente incluse nel colloquio e questo, afferma Giansaverio Friolo, Risk Manager sanitario di Sham, “va a detrimento sia del benessere della persona che, in ultima analisi, della chiarezza ed efficacia delle cure. Fortunatamente, il rapporto tra il paziente e il medico non deve ridursi necessariamente ad una indagine clinica. Se il medico dedica più attenzione anche ai lati umani ed emotivi della relazione al ‘vissuto del paziente’ al il suo bisogno di sapere, allora anche il tempo dei colloqui può diventare tempo di cura”. 

In che modo la comunicazione impatta sull’efficacia delle cure? 

La comunicazione influenza la comprensione della prognosi e l’aderenza alla terapia. Il paziente fatica a concentrarsi su quello che viene detto dal medico in situazioni di stress. I dati raccolti dal Professor Wolf Langewitz, Direttore medico del dipartimento di malattie psicosomatiche all’Ospedale Universitario di Basilea nel 2002, mostrano, per esempio, che il 36% dei pazienti non ricorda la maggior parte delle informazioni ricevute. Inoltre, per comunicare la propria problematica, una persona impiega mediamente dai 22 secondi ai 2 minuti, esponendo non più del 75% dei sintomi. Diversi studi in materia confermano che molti pazienti possono alzarsi dal colloquio spaventati, pieni di domande e incomprensioni, anche se il medico ha raccolto le informazioni cliniche delle quali aveva bisogno. Qui sta la differenza tra un dialogo medico-centrico e uno paziente-centrico. Il primo cura la malattia, il secondo ha cura anche del lato umano ed emotivo del paziente e, così facendo, migliora la comprensione e capacità di azione del paziente nel suo percorso di cura. In una parola: il suo empowerment.

Cosa dicono linee guida in materia?

Il Ministero della Sanità ha pubblicato, già nel 2016, un modulo didattico dedicato alla Comunicazione Medico-Paziente*. In questa lunga trattazione, nella quale diversi esempi di dialogo permettono di capire la differenza tra diverse tecniche di comunicazione, emergono con forza i tre pilastri del colloquio per il sanitario: accogliere informazioni, dare informazioni, creare una relazione.  

Anche una review del Medical Journal of Australia** che ha analizzato oltre 123 documenti scientifici (dopo una iniziale scrematura di oltre 4mila) ha sviluppato delle linee guida che, sebbene previste per il colloquio con pazienti con prognosi infausta, possono essere una traccia utile da seguire in ogni contesto medico-paziente.

Le linee guida elaborate per gli operatori sanitari in questa pubblicazione possono essere facilmente sintetizzate con l’acronimo P R E P A R E D

  • Il primo aspetto rilevante è la preparazione al colloquio, momento in cui, ove possibile, sarebbe opportuno precisare la diagnosi e i risultati delle indagini prima di instaurare un dialogo con il paziente. Questo garantendo la privacy del paziente e assicurandosi che i tempi del colloquio siano adeguati senza interruzioni. 
  • Il secondo fattore riguarda la relazione con il paziente: occorre instaurare un rapporto di fiducia, mostrando empatia, attenzione e comprensione. 
  • È importante far esprimere direttamente al paziente e/o al suo caregiver le proprie preferenze, incoraggiandoli a manifestare le aspettative, verificando che abbiano compreso quanto comunicato e tenendo in considerazione fattori culturali e di contesto che possono influenzare il dialogo. 
  • Il quarto aspetto riguarda la predisposizione delle informazioni adeguate ai bisogni specifici dei pazienti e delle loro famiglie, offrendo disponibilità e delicatezza. È importante utilizzare un linguaggio chiaro e comprensibile, privo di espressioni gergali, evitando di essere troppo precisi nel fornire informazioni prognostiche di tipo temporale. Occorre assicurarsi che l’approccio e le informazioni fornite ai vari membri della famiglia e alla persona in cura siano sempre coerenti. 
  • Il quinto fattore è l’accettazione delle emozioni e delle preoccupazioni, indagando e riconoscendo le paure del paziente e del caregiver e dando risposta, ove necessario, all’angoscia della persona durante il colloquio. 
  • Importante è anche il realismo nel dare speranze. È doveroso non dare informazioni false o fuorvianti per cercare di incoraggiare aspettative positive da parte del paziente. 
  • Il settimo aspetto riguarda l’incoraggiamento a fare domande, assicurandosi che ciò che è stato detto sia stato compreso, e ribadendo la disponibilità a ripetere le spiegazioni più volte. 
  • Infine, una linea guida rilevante è la documentazione: riassumere per iscritto gli argomenti di discussione nella cartella clinica, comunicando l’esito del dialogo al personale di assistenza maggiormente coinvolto nella cura del paziente. 

Cosa deve fare il medico per stabilire contatto umano?

Una tecnica è sfruttare quelle che in molti articoli scientifici vengono definiti cues and prompts: degli accenni più o meno espliciti alla preoccupazione e alle emozioni dei pazienti. Questi “indizi” il medico può seguirli o lasciarli cadere (Cut Off) concentrandosi solo sui sintomi e sui dati clinici. 

Come visto, però, quello sul quale il medico si concentra non è necessariamente quello che al paziente si trasmette o contribuisce al suo benessere emotivo come persona.  

Lasciare domande aperte (es. “come sta?” invece di “allora, la terapia ha funzionato, giusto?”) fa sentire a proprio agio e aiuta a raccogliere risposte più veritiere. 

Qual è il principale limite alla comunicazione Medico-Paziente? 

Ci sono oggettive difficoltà per i medici nel trovare il tempo e lo spazio adatto alla comunicazione. Un esempio particolarmente emblematico è il tempo massimo fissato per le prestazioni ambulatoriali in alcune strutture sanitarie. Sarebbe opportuno considerare la parola come parte del processo di guarigione, in una certa misura parte della prestazione sanitaria. È una tematica organizzativa che riguarda anche i dirigenti: se il colloquio deve diventare momento di cura, bisogna prevedere tempi e spazi adeguati. 

Un altro tema è quello delle capacità comunicative. Spesso, e soprattutto nel passato, si è dato per scontato che i medici sapessero parlare al paziente. Oggi sappiamo che è un’arte che può e dovrebbe essere inserita nel percorso formativo.   

Infine, quando parliamo di emozioni dei pazienti non dobbiamo dimenticare quelle dei sanitari. La recente pandemia ha richiesto grandi sacrifici al personale che si riflettono in crescenti livelli di burn-out. L’entrare in contatto con i sentimenti dei pazienti richiede uno sforzo maggiore di empatia e condivisione. Uno sforzo che è giusto chiedere a medici e sanitari solo se forniamo loro anche gli strumenti e l’assistenza necessari a sostenerlo.  

*Direzione Generale della programmazione Sanitaria, Ufficio III, “Comunicazione e performance professionale: metodi e strumenti – II Modulo – La comunicazione medico-paziente e tra operatori sanitari” 

** MJA – Linee guida per La comunicazione della prognosi e di argomenti connessi alla fine della vita con adulti affetti da patologie in fase avanzata e a limitata aspettativa di vita e con i Loro familiari di Josephine Clayton, Karen M Hancock, Phyllis N Butow, Martin HN Tattersall, David C Currow (traduzione italiana della Fondazione Maruzza LeFebvre d’Ovidio onlus) 

CHI È IL LEADER IN SANITÀ 

100 professionisti sanitari tratteggiano il ruolo, il riconoscimento e le qualità necessari per guidare il cambiamento a tutti i livelli del SSN.  

Leader è colui che porta il cambiamento in sanità. Che corre il rischio di scegliere sapendo che la soluzione ad un problema va trovata al di fuori del contesto che ha generato il problema stesso.  

“Il coraggio è la prima qualità di chi prende decisioni così determinanti come quelle che riguardano la salute delle persone. Non si può, però, parlare di quel tipo di coraggio se non si parla anche della missione che lo anima e della competenza che lo sostiene”.  

Arabella Fontana è Direttore Medico del Presidio Ospedaliero Borgomanero ASL “NO” di Novara e responsabile scientifico del convegno The Changes We Need, organizzato dalla sezione piemontese della Società italiana di Leadership e Management in Medicina (SIMM). Durante il convegno, tenutosi ad Orta San Giulio (NO) il 1° aprile, si sono riuniti oltre 100 professionisti della Sanità e dell’Università per tratteggiare il profilo dei leader che servono alla Sanità italiana.  

“Sono emersi – dice Fontana – tre pilastri della leadership sanitaria. Il primo è il riconoscimento del ruolo. Dal Direttore Generale di una ASL al Coordinatore infermieristico di un reparto, chi sceglie ha un impatto e un merito. È una missione ‘politica’, intesa come servizio alla Polis, e porta con sé la dignità di chi offre un beneficio alla comunità. Questo ruolo e questa dignità la società deve tornare a riconoscerli ai professionisti sanitari, ma è importante che i professionisti sanitari per primi non dimentichino l’importanza del loro ruolo e ne traggano la forza per agire, anche a fronte dalle tante difficoltà aperte”. Ha aggiunto Gianluca Collo, direttore Ortopedia dell’Ospedale Maria Vittoria – Torino: “Se non torneremo a dare Dignità e il giusto Riconoscimento Sociale ai Professionisti della Sanità, la Sanità stessa non avrà un vero Futuro.”  

La cultura è il secondo elemento portante, sia a livello individuale che di organizzazione. “La Salute – dice Antonino Trimarchi, Centro Studi Nazionale CARD – non è una prestazione in vendita.  La Cura è Relazione amorevole”. Dobbiamo evitare Arroganza, Autoreferenzialità, Ansia da prestazione specie in questo momento storico nel quale il PNRR rappresenta un’occasione da non sprecare (Carlo Favaretti, Centro di Ricerca e Studi sulla Leadership in Medicina Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma).   E promuovere la costruzione di Partnership attraverso un uso strategico della comunicazione (Patrizia Lemma, Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche, Università di Torino). Questo, necessariamente, spinge il leader ad uscire dalla comfort-zone (Francesco Di Stanislao – Dipartimento di Scienze Biomediche e Sanità Pubblica – Università Politecnica delle Marche) e caricare su di sé il peso dell’inerzia che ostacola il cambiamento ( Walter Ricciardi, consulente del Ministro Speranza per emergenza COVID), animato da un perché o da un ideale profondo che sa comunicare agli altri con metodo e disciplina (Mattia Altini, Direttore Sanitario AUSL Romagna, Presidente Nazionale SIMM). 

A sostegno di questa impostazione non deve orientarsi solo l’organizzazione sanitaria, ma la formazione universitaria – terzo pilastro – che come sottolineato nei loro interventi da Roberta Siliquini e Carla Zotti (Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche – Università di Torino) e da Fabrizio Faggiano (Dipartimento sviluppo sostenibile e transizione ecologica – UPO) deve formare i manager sanitari competenti, sicuri di sé e decisi ad avere un impatto sul presente e sul futuro in ciascun ambito in cui si trovino impegnati, tra Promozione e Prevenzione, Cura e Riabilitazione. Capaci di promuovere l’adozione di nuove tecnologie a supporto del cambiamento con un patto generazionale tra Università e Reti Ospedaliera e Territoriale (Giuseppe Massazza, Direttore Dipartimento Ortopedia Traumatologia e Riabilitazione, AOU Torino) 

“Questo – interviene Fontana – è il contesto all’interno del quale assumono significato le qualità personali dei leader in sanità”  

Leader, elenca Ricciardi, che: “Ispirano standard elevati; sono intolleranti alla mediocrità; combinano l’umiltà personale con una volontà di ferro”. Persone che “scelgono la direzione da prendere, sono disposti a fare sacrifici, scelgono i loro collaboratori e ne promuovono le idee senza paura che facciano loro ombra” (Di Stanislao). Mission impossible? Il carisma del Prof Giovanni Renga, leader per tanti dei suoi allievi presenti in aula, fatto rivivere attraverso i ricordi di Francesco Di Stanislao e dell’amico Claudio Maria Maffei, ci dimostra che questa sfida si può vincere. 

“Questi sopra riportati sono solo alcuni degli spunti nati dal Convegno – conclude Fontana -. La discussione è destinata a crescere in futuro perché il tema della leadership in sanità e al centro di tre sfide fondamentali che ci troviamo ad affrontare: la Salute della persona, la Salute dei Sistemi sanitari; la Salute del pianeta. Per questo va affrontata senza esitazioni, con umiltà ma, anche, con il giusto orgoglio di chi, a qualsiasi livello, è parte del cambiamento in meglio della sanità”.   

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IL SALTO QUANTICO DELL’AI GIURIDICA 

Una galassia di progetti presso il LIDER- LAB della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa allena l’intelligenza artificiale ad annotare e interrogare le sentenze per raggiungere la nuova frontiera della predizione giuridica. Il rapporto tra tribunali, assicurazioni, avvocati e cittadini potrebbe cambiare come mai prima d’ora

È un fronte di progetti distinti ma coordinati quello condotto dal Laboratorio Interdisciplinare Diritti e Regole della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (LIDER-LAB) spiega il Direttore, il Professore di Diritto Privato Comparato Giovanni Comandé:  “Si tratta di progetti paralleli gestiti da equipe multidisciplinari indipendenti che, però, si confrontano e si arricchiscono vicendevolmente”.  

“La Scuola Superiore Sant’Anna segue la sua intuizione originale di allenare i programmi di intelligenza artificiale per annotare autonomamente le sentenze. Le banche dati giuridiche, attualmente, vengono interrogate su parole chiave principalmente, e l’arricchimento semantico è direzionato a tale livello soprattutto. Noi stiamo sviluppando AI capaci di riconoscere le tipologie di frasi – che stabilisce una regola giuridica operazionale per esempio – in modo tale che riconoscano il principio o la regola giuridica in atto al di là del testo legislativo”.   

Come cambierebbe l’analisi giuridica con l’introduzione dell’AI?  

Assisteremo ad un cambiamento radicale, ancora più incisivo dello storico passaggio dalla carta al digitale. Già all’epoca, trent’anni fa, sperimentammo una forte fase di disintermediazione: l’accesso alle fonti e alla dottrina divenne, esponenzialmente, più facile.   

Ma con l’avvento dell’AI nel campo dell’analisi giuridica il cambiamento sarà ancora più profondo perché, per la prima volta, si potrà visualizzare l’evoluzione della giurisprudenza e la sua direzione in tempo reale. Inoltre, si potrà misurare l’impatto dei singoli ‘parametri’, come una particolare forma di danno alla salute (o un fattore metagiuridico) nel dare origine ad un pattern riconoscibile nella giurisprudenza e, quindi, nel cambiamento operazionale della regola effettivamente applicata. Ad esempio, potremmo rilevare che determinate condizioni di partenza portino, la maggior parte delle volte, alla stessa sentenza. Questo aprirebbe le porte al secondo livello del nostro ‘fronte’ – esplorare le potenzialità predittive dell’analisi giuridica – e al terzo: calcolare con quanta probabilità, dati certi parametri iniziali, la sentenza possa orientarsi in un senso piuttosto che in un altro. Metaforicamente, al momento, l’analisi giuridica è monodimensionale. Alla fine di questo processo, sarà multidimensionale. È un salto che possiamo definire “quantico”.   
 

Un salto che può estendersi dall’analisi giuridica alla Giustizia stessa? 

“In minima parte è così, ma non è il cambiamento più significativo. Mi spiego: già la digitalizzazione della dottrina ha cambiato la prassi della ricerca giuridica e, di conseguenza, anche il modo di scrivere le sentenze. L’accesso alle fonti e la possibilità di richiamare la conoscenza giuridica ha allargato l’orizzonte. L’analisi AI-mediata della dottrina stessa porterebbe ad una conoscenza infinitamente più profonda e puntuale, influenzando ulteriormente l’impatto della tecnologia sulla giustizia”.   

“Ma il cambiamento più importante è nel rapporto con la giustizia stessa. I dati annotati e analizzati dalle AI saranno interrogati da magistrati, avvocati, cittadini e assicurazioni con obiettivi e ‘domande’ diverse. Già questa diversità di soggetti porterà alla declinazione di interfacce specializzate.  Intanto, il processo di intermediazione avrà fatto un altro salto in avanti perché, per calcolare la probabilità di ‘vittoria’ in tribunale, la convenienza di una negoziazione o l’opportunità di adire per vie legali, a volte non sarà più necessaria l’intermediazione di un esperto giuridico come un avvocato.  Altre volte, sarà, invece, proprio la presenza di questi strumenti ad avvicinare cliente all’avvocato, giacché, in assenza di questi strumenti, il cliente non avrebbe neppure la consapevolezza di avere bisogno di un esperto legale. Sarà la piattaforma AI di analisi giuridica a dare indicazioni sul potenziale esito di un eventuale giudizio. A queste piattaforme potranno affidarsi – in via ‘predittiva’ – assicurazioni, cittadini e attori della legge”.   
 

“Quando si parla di giudice-robot, perciò, non si deve pensare ad un robot che giudica, ma ad un programma che determinerà, in molti casi, se convenga adire in giudizio o meno; meglio ancora: a strumenti che allargano la conoscenza giuridica e, quindi, espandono un effettivo accesso alla giustizia”.  

Per approfondire:  

https://www.lider-lab.it/

 www.predictivejustice.eu

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22 ANNI DI TELEMEDICINA: PERCHÉ È EQUIVALENTE ALLE VISITE IN OSPEDALE E DI COSA HA BISOGNO PER DECOLLARE IN ITALIA

“La Telemedicina non supera il rapporto tra medico/infermiere e paziente ma lo ricostruisce; è equivalente alle visite in ospedale, ma costa la metà; è legata allo sviluppo dell’assistenza domiciliare con un grande beneficio per la prevenzione e il benessere del paziente. Bisogna cambiare la mentalità dei medici e, soprattutto, i DRG regionali”. L’intervista a tutto tondo al Prof. Gianluca Polvani che, dal Centro Cardiologico Monzino, gestisce una tra le prime e più grandi centrali operative di telemedicina in Europa

Un tempo, le persone venivano ricoverate in cardiologia e cardiochirurgia, ricevevano le cure e, poi tornavano a casa. Con il rientro a domicilio o con l’invio al centro di riabilitazione l’Istituto perdeva completamente la possibilità di poter mantenere una continuità assistenziale dei pazienti da noi trattati e che conoscevamo. Poi è arrivata la Telemedicina”.  

“Presa in carico globale del paziente, oggi, è una frase comune. Ma, nel gennaio del 2000, 22 anni fa, quando aprimmo la prima Centrale di Telemedicina Cardiovascolare del Centro Cardiologico Monzino, era l’inizio di una nuova fase per la medicina italiana”.  

Gianluca Polvani, Direttore della Cardiochirurgia del Centro Cardiologico Monzino, Professore di Chirurgia Cardiaca presso l’Università Statale di Milano e Responsabile della Centrale, è stato uno dei protagonisti di questo cambiamento. 

Professore, la vostra è una delle più importanti esperienze di Telemedicina in Europa. Qual è il bilancio di questi 20 anni di lavoro? 

Il bilancio è che la Telemedicina cardiologica e post-cardiochirurgica è equivalente all’assistenza in ospedale, se non migliore, costa la metà e migliora sia la qualità della vita che la possibilità di prevenzione di recidive. Questi sono fatti, non opinioni. Abbiamo assistito a casa oltre 2500 pazienti. Prima ci siamo occupati della riabilitazione post-chirurgica, successivamente integrata con il monitoraggio di pacemaker, aritmie complesse e scompensi cardiaci. Sono pazienti delicati, eppure abbiamo gestito a casa l’80 per cento delle complicanze post-chirurgiche, come versamenti e infezioni. Nel restante dei casi il ritorno in ospedale era dovuto a eventi non correlati agli interventi, ma causati da elementi ‘esterni’, come le cadute. Quando parliamo di monitoraggio non stiamo parlando di dati e parametri: parliamo di relazione di cura con il paziente e a tutto tondo. La Telemedicina è Medicina; è un’attività clinica a tutti gli effetti. Chi vorrebbe relegarla ai meri device o ai numeri dei parametri vitali, non ha capito la sua essenza. Nella nostra Centrale lavorano 2 cardiologi e 6 infermieri a tempo pieno: chiamiamo i nostri pazienti ogni giorno, li visitiamo, ci confrontiamo con loro. Questo è Telemedicina: ricostruire il rapporto diretto tra persona e personale sanitario.  Il nostro ‘marchio di fabbrica’ è una valigetta a due strati: nel primo ci sono le medicine per il paziente, nel secondo tutti i presidi medici che possono servire all’operatore sanitario che effettua l’assistenza domiciliare. Questo è il secondo punto focale e oggetto di un profondo equivoco: “La Telemedicina non è ‘virtuale’; ma è un rapporto personale e fisico: sono medici e infermieri che vanno al domicilio del paziente”. 

Cosa serve per avere un sistema di Telemedicina che funziona?  

“La tecnologia sembrerebbe il requisito fondamentale, mentre in realtà è l’ultimo dei problemi. Prima di tutto occorre cambiare la mentalità dei medici perché non è più vero che, per visitare una persona, è sempre necessaria la presenza fisica. Abbiamo a disposizione così tanti esami strumentali che non c’è più bisogno di ‘auscultare’ con il fonendoscopio. Ovviamente esistono situazioni in cui la visita in presenza è imprescindibile. In questi casi la Telemedicina permette di fare una scrematura; in modo tale da visitare di persona solo chi effettivamente ne ha bisogno. Questo approccio non riduce il servizio ai pazienti, perché purtroppo i medici – e soprattutto i medici di famiglia oppressi da burocrazia e incombenze di ogni tipo, -hanno sempre meno tempo da dedicare alle visite. La Telemedicina è uno strumento per recuperare tempo da dedicare ai pazienti.  

La Regione Lombardia per prima e finora unica, ha capito, sulla base di dati e studi scientifici incontrovertibili, che la Telemedicina cardiologica è equivalente alle visite ospedaliere e conviene sotto tutti i punti di vista. Lo ha capito 15 anni fa quando ha preparato il primo DRG per le prestazioni in Telemedicina, ma finché le altre non ne seguiranno l’esempio, le prestazioni in Telemedicina saranno irrealizzabili e si continueranno a privilegiare ospedali, piccoli e grandi, e visite in presenza, che generano più costi e richiedono più tempo e fatica per gli spostamenti. Al Centro Cardiologico Monzino, per esempio, seguiamo sul territorio circa 3/400 pazienti all’anno su 700 interventi chirurgici, perché i rimanenti vengono da Regioni che non prevedono un DRG per l’assistenza a casa. 

Terzo e ultimo punto: l’assistenza domiciliare è la ‘gemella’ della Telemedicina, è la sua naturale compagna. Se abbiamo dimostrato che la visita in Telemedicina equivale alla visita in ospedale, allora è evidente che abbiamo bisogno di meno strutture ospedaliere e di più team di medici e paramedici che vanno a casa delle persone”.  

La Telemedicina non cambia la Medicina, bensì cambia l’organizzazione della sanità. È questo un messaggio che sta passando?  

“Non in maniera sufficiente. C’è bisogno di una forte opera di informazione, comunicazione e, in senso positivo, anche di lobbying presso le Istituzioni. I pazienti sono quelli che, forse, hanno capito meglio di tutti il passaggio epocale. Per loro sta diventando naturale inviare gli esami online al medico e chiedergli: “Cosa devo fare?”. Per vent’anni le persone hanno cercato informazioni online e, ora, possiamo far sì che questa abitudine diventi uno strumento di controllo della salute e prevenzione, non di disinformazione. Le persone devono poter chiamare medici e infermieri nelle centrali operative di Telemedicina e chiedere esattamente le informazioni delle quali hanno bisogno e alle quali hanno diritto. Pensiamo solo a quello che è successo con il COVID: chi era più informato, in media, ha subito meno ospedalizzazioni e conseguenze negative di chi ha aspettato direttive dall’alto. Non possiamo cambiare la società e arginare il bisogno di consulti o l’abitudine all’immediatezza delle risposte online. Possiamo, però, instituire i meccanismi sanitari per far sì che le risposte siano quelle giuste e non fake news. 

Il COVID ha dimostrato – senza ombra di dubbio – che la risposta sanitaria a qualsiasi problema debba essere territoriale e domiciliare, prima, e ospedaliera poi (e solo se proprio è necessario).  

Quando sento che vogliamo fare le Case della Salute dove ricoverare i pazienti post-acuzia, mi chiedo se abbiamo capito davvero la lezione della pandemia. Abbiamo davvero bisogno di altri, piccoli, ospedali? Personalmente, preferirei che le persone non entrassero nelle strutture sanitarie, ma fossero, invece, gli operatori sanitari ad uscirne per raggiungerle a casa sia fisicamente che grazie alla Telemedicina.

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CYBER SICUREZZA: COSA È ACCADUTO NEGLI ULTIMI ANNI?

La crescente digitalizzazione ha causato un aumento esponenziale degli attacchi cyber alle aziende, mettendo in risalto la necessità di un rinnovato investimento in cultura e formazione della sicurezza cyber. A parlarne è Pasquale Draicchio – Cyber Risk Manager di Sham in Italia

Negli ultimi due anni l’Osservatorio del Politecnico di Milano ha calcolato un aumento degli attacchi informatici nelle grandi imprese pari al 40%.

La digitalizzazione repentina del lavoro a causa della pandemia non ha permesso alle aziende di anticipare le nuove sfide della sicurezza informatica e predisporre budget consoni.

“L’ultimo report Yarix ha registrato oltre 57mila attacchi da parte di cybercriminali ad aziende italiane e, di questi, 16mila hanno pregiudicato l’utilizzo degli asset aziendali ed hanno causato un enorme perdita di dati tenendo conto che il 28% degli hackeraggi ha interessato il settore del manufacturing e del fashion, il 9% il settore della salute – esordisce Pasquale Draicchio, Cyber Risk Manager di Sham in Italia -. Per ovviare a tale problema il PNRR- Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza- ha previsto uno stanziamento di circa 623 milioni di euro da investire nella sicurezza cyber per lo sviluppo delle capacità di prevenzione, monitoraggio, rilevamento e mitigazione del rischio informatico, supportando in questo modo lo sviluppo di competenze in materia”.

“Ci si augura perciò, come riportato recentemente sul Magazine Business People, che il 2022 sarà l’anno del ritorno ai trend pre-pandemia in termini di investimenti nel campo digitale e della sicurezza informatica; la spesa digitale della PA sarà guidata dalla cybersecurity, dal cloud e dai big data”.

Per la protezione delle imprese italiane è fondamentale un salto di qualità sia nelle risorse umane che strumentali. La prevenzione passa attraverso strumenti di sicurezza come i software per la rilevazione dei malware su tutti i dispositivi digitali connessi alle aziende, l’utilizzo di firewall, VPN, l’effettuare periodicamente backup sicuri e crittografati al fine di poter recuperare i dati quando necessario.

Per farlo, però servono competenze.

L’Agenzia Nazionale per la cybersecurity ammette chiaramente la necessità di 100mila esperti di sicurezza informatica.

“Per rafforzare la sicurezza – conclude Draicchio – dobbiamo partire dalle persone coinvolgendo i dipendenti con la formazione e mettendoli nella posizione di poter attuare misure di sicurezza semplici che, però, possono già ridurre significativamente il rischio cyber al quale tutte le realtà connesse in rete sono crescentemente esposte”.

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UNA SONDA PER LE RETI OSPEDALIERE: COME FUNZIONA CYBER MDX

Controllare i flussi dati ospedalieri per proteggerli e migliorarli: la piattaforma partner di SHAM è sia uno strumento per sicurezza IT che di miglioramento dell’ingegneria clinica 

di Pasquale Draicchio 

Le reti ospedaliere contengono ormai migliaia di singoli device medicali interconnessi che sono diventati uno snodo imprescindibile per la sicurezza: dal buon funzionamento di questi device dipende la salute dei pazienti mentre dalla loro sicurezza informatica dipende la continuità delle cure stesse che erogano. 

Gli elettromedicali, infatti, sono sia strumenti di cura che possibili obiettivi di un cyber attacco. 

Due anime che richiedono un doppio approccio: cyber security ed ingegneria clinica. 

Da questo assunto, nel 2017 nasce la piattaforma Cyber MDX, azienda americana partner SHAM per la sicurezza dei dati sanitari. 

Cos’è e come funziona Cyber MDX 

Cyber MDX è una dashboard sulla quale vengono analizzati i flussi informativi con l’interno e l’esterno dell’ospedale di ogni device connesso in rete: Dispositivi medici, IT, OT, IoT, IoMT. 

Le informazioni vengono lette da una sonda – un congegno hardware – che viene collegato alla rete ospedaliera dopo essere stato specificatamente programmato per le esigenze della singola struttura. Questa sonda non interferisce con i dati, ma li legge e li spedisce in un server in cloud protetto – uno per cliente – dove le informazioni vengono analizzate e rese visibili. 

Cosa vedono gli operatori 

L’intera panoramica della flotta dei device, con informazioni dettagliate sull’attività, lo stato di funzionamento di ogni singolo strumento e la loro iterazione. Cyber MDX è una grande finestra sulla rete ospedaliera: non interferisce ma segnala e consiglia gli interventi per la sicurezza e per la razionalizzazione delle risorse. 

Qual è il vantaggio per gli ingegneri clinici  

Verificano la performance della rete e la disponibilità degli hardware. Uno strumento di miglioramento delle prestazioni e di risparmio / efficienza nell’uso dei device disponibili.  

Qual è il vantaggio per la sicurezza IT 

Cyber MDX consente di vedere le vulnerabilità dei singoli dispositivi e l’intero flusso dei dati, in ingresso, in uscita e all’interno della rete, identificando qualsiasi movimento sospetto, comprese le tracce lasciate da un sondaggio delle difese da parte di un gruppo hacker in previsione di un attacco. 

Cosa avviene in caso di attacco 

Cyber MDX legge la minaccia; non può intervenire sulla rete, ma segnala gli interventi da fare ai responsabili della sicurezza e alle eventuali aziende partner incaricate dall’ospedale. 

Un programma che impara grazie all’AI  

Il software di Cyber MDX viene continuamente aggiornato e le performance vengono continuamente analizzate in modo da anticipare e saper leggere con sempre maggiore precisione le situazioni reali all’interno della rete ospedaliera, rispondendo con velocità e sensibilità alle esigenze di miglioramento funzionale e alla crescente richiesta di sicurezza informatica.

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GESTIONE DEI SINISTRI NELLE STRUTTURE SANITARIE: IL NUOVO CORSO CINEAS

Ancora 8 giorni per iscriversi al corso di formazione in collaborazione con Sham e dedicato alla gestione dei sinistri nelle strutture sanitarie

Il risk management sta attraversando una forte evoluzione verso un approccio proattivo nei confronti dei possibili rischi: la conoscenza dei sinistri e la loro prevenzione è alla base di tutte le moderne organizzazioni.

È necessario che la cultura della prevenzione diventi parte integrante della prassi operativa e per far sì che ciò avvenga è necessaria la formazione.

Sviluppare competenze specifiche per la valutazione e la gestione dei sinistri in ambito sanitario, ottenere una composizione del conflitto ed avere un focus sulle opportunità offerte dalla mediazione conciliativa, questi gli obiettivi del percorso formativo del nuovo corso CINEAS in collaborazione con Sham.

Dal’8 al 29 novembre 2021, per un totale di 17 ore erogate in 5 giornate, verranno trattati i seguenti argomenti: quantificazione del danno, responsabilità penale, responsabilità civile, responsabilità amministrativa-contabile, profili medico legali, processi di risk management per il miglioramento del sistema.

I corsi si svolgeranno in online smart learning ed è previsto un test a conclusione del percorso formativo.

Per conseguire l’attestato di partecipazione è richiesta una frequenza dell’80% e il superamento del test sopracitato.

È possibile iscriversi entro il 29 ottobre 2021. Per maggiori informazioni: clicca qui

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TRE AZIONI PER METTERE IN PRATICA LA DURA LEZIONE DELLA PANDEMIA

Investire per estendere le cure sul territorio e farlo, questa volta, per davvero; rafforzare la sicurezza nelle residenze per anziani; considerare le emozioni di pazienti e sanitari come parte del percorso di cura. Né le persone né le prestazioni saranno le stesse dopo la pandemia. 

Intervento di Giuseppe Napoli, presidente Friuli Venezia Giulia e Vicepresidente Nazionale Federsanità durante la premiazione del 5° Concorso Risk Management Sham. 

Questo è un anno particolare. Il Covid-19 ha dimostrato ulteriormente la centralità della sicurezza e l’impegno della sanità italiana nel continuare a garantire la sicurezza delle cure e dei luoghi di cura e continuare a investire per migliorare entrambe nonostante l’emergenza e nel pieno dei momenti più duri. La pandemia ci ha anche permesso di capire le nostre debolezze e le aree dove indirizzare gli sforzi: un risultato positivo che è alla base del risk management. Emergiamo da questa prova con tre messaggi forti. Il primo è la necessità di estendere la sicurezza al territorio e alle residenze per anziani nelle quali si sovrappongono, non sempre con chiarezza, servizi sanitari e servizi sociali. Il risk management deve presidiare qualsiasi struttura dedicata all’assistenza. Il secondo è promuovere, con uno sforzo enorme, i servizi sul territorio, dei quali si parla molto, ma che non sono neppure lontanamente sufficienti rispetto al bisogno di filtri sia in ingresso che in uscita dalle strutture specialistiche. Terzo è aver cura anche delle emozioni dei pazienti che soffrono e dei sanitari che sono chiamati a essere argine di questa sofferenza. Dopo la pandemia le persone non saranno più le stesse. Il bisogno di considerare il benessere di utenti e operatori e di valorizzare le aspirazioni personali di questi ultimi è indiscutibile e improcrastinabile. Il grande valore del Concorso Sham, la sua attualità, è la capacità di far emergere questi e tanti altri spunti importanti nell’orizzonte della sicurezza e della prevenzione. Per questo Federsanità è presente ogni anno e convintamente al fianco di Sham, in un’iniziativa unica nel suo genere per la costruzione di una sanità sempre più sicura e di qualità. 

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5° CONCORDO RISK MANAGEMENT SHAM: IL VINCITORE EUROPEO È L’IRCCS FONDAZIONE DON CARLO GNOCCHI ONLUS

Una piattaforma tecnologica che permette di misurare i parametri psico-fisici dei lavoratori sanitari in azione: una maglietta in e-textile che registra dati indici di stress in situazioni di lavoro attivo e che potrebbe diventare un tool fondamentale per la prevenzione del rischio. 

Venerdì 17 settembre alle 09:00 in diretta online e in presenza dalla Fondazione Feltrinelli, Sham celebra il World Patient Safety Day in diretta da 4 Paesi assegnando i premi per il 5° Concorso di Risk Management che ha come obiettivo la condivisione delle azioni di prevenzione e miglioramento del settore sanitario.  

In un periodo storico che ha messo in forte difficoltà gli ambienti sanitari e tutti coloro che prestano cure e servizi il focus si è spostato anche sul “prendersi cura di chi si prende cura di noi”.  

L’IRCSS Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus è il vincitore europeo del 5° Concorso Sham – la prima edizione che ha permesso di confrontare assieme i progetti di miglioramento di Francia, Italia, Spagna e Germania. Il progetto è “Wellness@Work – Sistema personalizzabile per la tutela del benessere negli ambienti lavorativi”. Si tratta di una piattaforma tecnologica, costituita da una maglietta e-textile capace di monitorare le condizioni psico-fisiche dei lavoratori connessa ad una app su smartphone e da un cloud per l’elaborazione e la gestione dei dati.  

Ad esser stati intervistati: la Dottoressa Laura Dimunno, Direttore del Dipartimento di prevenzione, salute, sicurezza e ambiente della Fondazione Don Carlo Gnocchi e la dr.ssa Federica Vannetti, Bioingegnere, ricercatrice e referente per il Grant Office dell’IRCCS Fondazione Don Carlo Gnocchi   

  • Come avete iniziato il progetto? Quali sono i numeri ad esso correlati?  

Vannetti – Il progetto è nato attraverso l’interazione tra il mondo della ricerca e dell’industria, con un finanziamento della Regione Toscana, guidati dall’azienda SMARTEX srl in collaborazione con altri partner (ERAM Srl, Shinteck srl, Orthokey s.r.l., Università di Firenze). L’obiettivo del progetto è stato cercare una risposta ai bisogni emersi all’interno della Fondazione Don Carlo Gnocchi sulla spinta di una importante necessità di miglioramento della sicurezza dei nostri dipendenti. È stato marcatamente un lavoro multidisciplinare. Il progetto ha l’obiettivo di implementare una piattaforma di monitoraggio dei lavoratori mediante l’uso di sistemi di acquisizione in remoto, basati su piattaforme sensoriali tessili e flessibili in grado di misurare l’attività cardiopolmonare, la postura, l’attività fisica e eventuali movimenti ciclici e ripetuti.  Il device, una maglietta realizzata in e-textile, è stata indossata da quindici nostri collaboratori fisioterapisti nel secondo semestre del 2019. Ognuno di loro ha indossato il sistema, dopo aver ricevuto un’adeguata formazione, per circa due settimane, dopodiché è cominciata l’elaborazione e l’analisi dei dati raccolti, adesso in fase di pubblicazione. 

  • Pur attendendo la pubblicazione ufficiale, cosa potete anticipare dei dati emersi? 

Vannetti – Lo studio attraverso l’uso della piattaforma in condizioni reali ha permesso di oggettivare l’impegno del lavoratore impegnato in determinate tipologie di interventi riabilitativi su diverse tipologie di pazienti. Dai risultati ottenuti emerge che in generale ogni fisioterapista assume posture incongrue, e quindi potenzialmente pericolose, durante la maggior parte delle sedute di lavoro analizzate, specialmente a carico del rachide. L’indice di Stress medio, ricavato dall’analisi del segnale ECG, risulta elevato per il 55,35% delle sedute. Confrontando i dati soggettivi con quelli oggettivi, notiamo che l’impegno fisico e mentale percepito è molto più basso di quello misurato dal sistema di monitoraggio. Considerando i parametri inerenti le misure di stress si può ipotizzare che la componente che incide maggiormente sull’indice di stress sia mentale. Da un questionario relativo all’usabilità del sistema, invece, si riscontra che i soggetti hanno imparato ad utilizzarlo molto velocemente, considerandolo di facile utilizzo, e con funzioni ben integrate tra loro. 

In definitiva, grazie ai dati possiamo prefissarci il traguardo di misurare, per diverse categorie di lavoro in sanità, lo stress lavorativo in maniera molto più precisa di quanto permettessero, finora, i tradizionali strumenti di indagine basati su questionari. 

Prima dell’implementazione del device, con quale strumento si cercava di valutare il lavoro dei vostri operatori?  

Dimunno – La valutazione del rischio stress lavoro correlato che utilizziamo tutt’oggi utilizza il metodo reso disponibile dall’INAIL, applicabile a qualunque tipologia aziendale e che analizza gli aspetti organizzativi. A questo metodo manca la possibilità di rilevare la fatica degli operatori dell’assistenza, sia quella fisica che quella mentale.   Il progetto W@W ha un’enorme rilevanza in questo senso: l’analisi oggettiva degli indicatori di rischio di stress lavoro correlato porta delle ripercussioni positive nella valutazione del rischio specifico, che è molto difficile da approcciare per i tecnici e verso la quale i lavoratori ripongono grosse aspettative. Il settore sanitario è considerato da chi lavora al proprio interno un ambiente stressante per definizione ed il coinvolgimento del lavoratore nella gestione della sicurezza è un elemento molto importante. Durante l’assistenza ci sono delle difficoltà a cui è giusto prestare la dovuta attenzione partendo per esempio dalla differenza di genere dei lavoratori e dal loro invecchiamento.  

  • Che significato assume questa nuova tecnica dopo il Covid?  

Dimunno: con il nostro progetto, attraverso l’utilizzo da parte dei nostri operatori della maglietta in e-textile, andiamo a rilevare quei parametri fisici fondamentali per la salute riferiti all’attività cardiaca e respiratoria. Segnali di stress saranno oggettivamente evidenti e messi in relazione con l’attività che il lavoratore svolge durante la rilevazione riconducendoli all’impegno fisico e/o emotivo. Si potranno dunque promuovere attività preventive per le persone che prestano cure in relazione alla loro situazione personale e migliorare l’organizzazione delle loro attività. Il Covid-19 ha portato sicuramente tutti noi a fare delle considerazioni serie. Non siamo più quelli di prima e non lo sono più neanche i lavoratori sanitari. Le persone sono cambiate, reagiscono in modo diverso alle medesime situazioni pre- covid e prenderne coscienza dovrà essere il primo impegno di una organizzazione. Saranno necessari dei ragionamenti più approfonditi e condivisi per migliorare le strutture dal punto di vista organizzativo e, conseguentemente, la salute e la sicurezza di chi lavora, specialmente laddove il lavoro è a stretto contatto con la sofferenza.