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FEDERSANITÀ, ARIS e AIOP PRESENTANO I VINCITORI ITALIANI DEL CONCORSO RISK MANAGEMENT SHAM

Alla presentazione del 17 settembre in diretta con Francia, Spagna e Germania si è tenuta la premiazione delle best practice che rendono le cure più sicure

Sono stati presentati il 17 settembre alla Fondazione Feltrinelli, in occasione del World Patient Safety Day, i vincitori italiani della 5° edizione del Concorso Risk Management Sham, che premia innovative best practice nella gestione e prevenzione dei rischi in campo sanitario. Tre i premi assegnati ad altrettanti progetti ancora in fase di realizzazione, selezionati tra enti, strutture e servizi sanitari e socio-sanitari, associati o meno a Sham.

La premiazione è avvenuta in contemporanea e in diretta in Francia, Italia, Spagna e Germania, i quattro Paesi nei quali opera Sham in qualità di mutua assicurativa e risk manager del comparto sanitario.

Il concorso, promosso in collaborazione con importanti partner del panorama sanitario nazionale, quali Federsanità, ARIS e AIOP, ha raccolto in Italia l’adesione di più di 80 progetti afferenti alle tipologie Riduzione del rischio sanitario, Sicurezza e qualità della vita degli operatori, Cyber risk.

Per la categoria ISTITUTI PUBBLICI è stata premiata l’Azienda ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma che ha concorso per la tipologia Prendersi cura di chi si prende cura di noi con il progetto “Stress lavoro correlato: il pannello di controllo del rischio”.

“La pandemia ha dimostrato ulteriormente la centralità della sicurezza delle cure e dei luoghi di cura. Fondamentale è, quindi, avere cura delle emozioni dei pazienti che soffrono e dei sanitari che sono chiamati a essere argine di questa sofferenza. Il bisogno di considerare il benessere di utenti e operatori e di valorizzare le aspirazioni personali di questi ultimi è indiscutibile e improcrastinabile”, ha detto il dott. Giuseppe Napoli, vice presidente vicario nazionale – Presidente Federsanità ANCI Friuli Venezia Giulia, introducendo il vincitore della categoria ISTITUTI PUBBLICI.

La Fondazione Poliambulanza, con il progetto “Sustainable enterprise RM” nella tipologia Riduzione del rischio sanitario, si è aggiudicata invece la vittoria della categoria ISTITUTI PRIVATI SENZA SCOPO DI LUCRO.

“Il rischio zero non esiste nel digitale e in sanità, ma l’emergenza Covid-19 ha insegnato quanto siano fondamentali i dati, la loro qualità e l’infrastruttura che li raccoglie e analizza, segnando l’ingresso a pieno titolo della cybersecurity nel Risk management sanitario – ha commentato il dott. Nevio Boscariol, responsabile economico servizi e gestionale – UESG di ARIS, nell’annunciare il vincitore della categoria ISTITUTI PRIVATI SENZA SCOPO DI LUCRO -. Se non si usano gli strumenti digitali adeguati e se non si controllano nel modo corretto i dati, inefficienza e inefficacia sono dietro l’angolo, così come il rischio di supportare le decisioni con informazioni di qualità inferiore al necessario. È tempo, quindi, che il Risk management e la digitalizzazione coinvolgano, non solo le singole realtà, ma l’intero Sistema sanitario italiano per essere davvero efficaci”.

Infine, per la categoria ISTITUTI PRIVATI è risultata vincitrice la Casa di Cura Villa Maria, candidatasi nella tipologia Riduzione del rischio sanitario con il progetto: Usami 2.0 

È stata la dott.ssa Fabiana Rinaldi, responsabile comunicazione di AIOP, a proclamarne la vittoria. “Le best practice per la sicurezza delle cure e la riduzione del rischio sanitario sono un tema di cui anche gli attori del panorama privato stanno prendendo sempre più consapevolezza: è, infatti, solo con il desiderio di continuare a innovarsi che si possono proporre soluzioni efficaci e puntuali ai crescenti bisogni sanitari – ha dichiarato -. La partecipazione al Concorso Risk Management di Sham stimola a sviluppare e condividere buone pratiche. Siamo convinti che la componente di diritto pubblico e di diritto privato debbano divenire intercambiabili in sanità: i pazienti sono gli stessi, la qualità delle cure deve essere la stessa”.

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5° CONCORDO RISK MANAGEMENT SHAM: IL VINCITORE EUROPEO È L’IRCCS FONDAZIONE DON CARLO GNOCCHI ONLUS

Una piattaforma tecnologica che permette di misurare i parametri psico-fisici dei lavoratori sanitari in azione: una maglietta in e-textile che registra dati indici di stress in situazioni di lavoro attivo e che potrebbe diventare un tool fondamentale per la prevenzione del rischio. 

Venerdì 17 settembre alle 09:00 in diretta online e in presenza dalla Fondazione Feltrinelli, Sham celebra il World Patient Safety Day in diretta da 4 Paesi assegnando i premi per il 5° Concorso di Risk Management che ha come obiettivo la condivisione delle azioni di prevenzione e miglioramento del settore sanitario.  

In un periodo storico che ha messo in forte difficoltà gli ambienti sanitari e tutti coloro che prestano cure e servizi il focus si è spostato anche sul “prendersi cura di chi si prende cura di noi”.  

L’IRCSS Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus è il vincitore europeo del 5° Concorso Sham – la prima edizione che ha permesso di confrontare assieme i progetti di miglioramento di Francia, Italia, Spagna e Germania. Il progetto è “Wellness@Work – Sistema personalizzabile per la tutela del benessere negli ambienti lavorativi”. Si tratta di una piattaforma tecnologica, costituita da una maglietta e-textile capace di monitorare le condizioni psico-fisiche dei lavoratori connessa ad una app su smartphone e da un cloud per l’elaborazione e la gestione dei dati.  

Ad esser stati intervistati: la Dottoressa Laura Dimunno, Direttore del Dipartimento di prevenzione, salute, sicurezza e ambiente della Fondazione Don Carlo Gnocchi e la dr.ssa Federica Vannetti, Bioingegnere, ricercatrice e referente per il Grant Office dell’IRCCS Fondazione Don Carlo Gnocchi   

  • Come avete iniziato il progetto? Quali sono i numeri ad esso correlati?  

Vannetti – Il progetto è nato attraverso l’interazione tra il mondo della ricerca e dell’industria, con un finanziamento della Regione Toscana, guidati dall’azienda SMARTEX srl in collaborazione con altri partner (ERAM Srl, Shinteck srl, Orthokey s.r.l., Università di Firenze). L’obiettivo del progetto è stato cercare una risposta ai bisogni emersi all’interno della Fondazione Don Carlo Gnocchi sulla spinta di una importante necessità di miglioramento della sicurezza dei nostri dipendenti. È stato marcatamente un lavoro multidisciplinare. Il progetto ha l’obiettivo di implementare una piattaforma di monitoraggio dei lavoratori mediante l’uso di sistemi di acquisizione in remoto, basati su piattaforme sensoriali tessili e flessibili in grado di misurare l’attività cardiopolmonare, la postura, l’attività fisica e eventuali movimenti ciclici e ripetuti.  Il device, una maglietta realizzata in e-textile, è stata indossata da quindici nostri collaboratori fisioterapisti nel secondo semestre del 2019. Ognuno di loro ha indossato il sistema, dopo aver ricevuto un’adeguata formazione, per circa due settimane, dopodiché è cominciata l’elaborazione e l’analisi dei dati raccolti, adesso in fase di pubblicazione. 

  • Pur attendendo la pubblicazione ufficiale, cosa potete anticipare dei dati emersi? 

Vannetti – Lo studio attraverso l’uso della piattaforma in condizioni reali ha permesso di oggettivare l’impegno del lavoratore impegnato in determinate tipologie di interventi riabilitativi su diverse tipologie di pazienti. Dai risultati ottenuti emerge che in generale ogni fisioterapista assume posture incongrue, e quindi potenzialmente pericolose, durante la maggior parte delle sedute di lavoro analizzate, specialmente a carico del rachide. L’indice di Stress medio, ricavato dall’analisi del segnale ECG, risulta elevato per il 55,35% delle sedute. Confrontando i dati soggettivi con quelli oggettivi, notiamo che l’impegno fisico e mentale percepito è molto più basso di quello misurato dal sistema di monitoraggio. Considerando i parametri inerenti le misure di stress si può ipotizzare che la componente che incide maggiormente sull’indice di stress sia mentale. Da un questionario relativo all’usabilità del sistema, invece, si riscontra che i soggetti hanno imparato ad utilizzarlo molto velocemente, considerandolo di facile utilizzo, e con funzioni ben integrate tra loro. 

In definitiva, grazie ai dati possiamo prefissarci il traguardo di misurare, per diverse categorie di lavoro in sanità, lo stress lavorativo in maniera molto più precisa di quanto permettessero, finora, i tradizionali strumenti di indagine basati su questionari. 

Prima dell’implementazione del device, con quale strumento si cercava di valutare il lavoro dei vostri operatori?  

Dimunno – La valutazione del rischio stress lavoro correlato che utilizziamo tutt’oggi utilizza il metodo reso disponibile dall’INAIL, applicabile a qualunque tipologia aziendale e che analizza gli aspetti organizzativi. A questo metodo manca la possibilità di rilevare la fatica degli operatori dell’assistenza, sia quella fisica che quella mentale.   Il progetto W@W ha un’enorme rilevanza in questo senso: l’analisi oggettiva degli indicatori di rischio di stress lavoro correlato porta delle ripercussioni positive nella valutazione del rischio specifico, che è molto difficile da approcciare per i tecnici e verso la quale i lavoratori ripongono grosse aspettative. Il settore sanitario è considerato da chi lavora al proprio interno un ambiente stressante per definizione ed il coinvolgimento del lavoratore nella gestione della sicurezza è un elemento molto importante. Durante l’assistenza ci sono delle difficoltà a cui è giusto prestare la dovuta attenzione partendo per esempio dalla differenza di genere dei lavoratori e dal loro invecchiamento.  

  • Che significato assume questa nuova tecnica dopo il Covid?  

Dimunno: con il nostro progetto, attraverso l’utilizzo da parte dei nostri operatori della maglietta in e-textile, andiamo a rilevare quei parametri fisici fondamentali per la salute riferiti all’attività cardiaca e respiratoria. Segnali di stress saranno oggettivamente evidenti e messi in relazione con l’attività che il lavoratore svolge durante la rilevazione riconducendoli all’impegno fisico e/o emotivo. Si potranno dunque promuovere attività preventive per le persone che prestano cure in relazione alla loro situazione personale e migliorare l’organizzazione delle loro attività. Il Covid-19 ha portato sicuramente tutti noi a fare delle considerazioni serie. Non siamo più quelli di prima e non lo sono più neanche i lavoratori sanitari. Le persone sono cambiate, reagiscono in modo diverso alle medesime situazioni pre- covid e prenderne coscienza dovrà essere il primo impegno di una organizzazione. Saranno necessari dei ragionamenti più approfonditi e condivisi per migliorare le strutture dal punto di vista organizzativo e, conseguentemente, la salute e la sicurezza di chi lavora, specialmente laddove il lavoro è a stretto contatto con la sofferenza.  

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PREPARARSI AL RISCHIO CHE NON SI PUÒ PREVEDERE

L’incertezza è il punto di partenza dell’anticipazione nell’intervento di Antonio Furlanetto durante la presentazione del white paper “Capire il rischio cyber” 

Non si può basare tutta la previsione del rischio sulla base dei dati del passato. Anticipare il futuro significa pensare anche in termini di incertezza: eventi che non possono essere previsti, ma per i quali ci si può preparare in tempo. Ecco il cuore dell’anticipazione nel risk management, raccontato nell’intervento del Dottor Antonio Furlanetto, Docente di Risk Management Anticipante presso l’Università di Trento e AD di -Skopìa S.r.l. Anticipation Services, durante la presentazione del white paper Sham-Università di Torino “Conoscere il rischio cyber – il nuovo orizzonte in sanità” 

LINK conferenza 

Scarica il white paper “Capire il rischio Cyber” realizzato da Sham con la collaborazione del Dipartimento di Management Università di Torino. 

Guarda le Slide del Dottor Furlanetto 

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SANITÀ E RISCHIO INFORMATICO

SHAM – GRUPPO RELYENS E UNIVERSITÀ DI TORINO PUBBLICANO I RISULTATI DELLA PRIMA RICERCA ITALIANA SULLO STATO DELL’ARTE DEL RISCHIO CYBER NEL COMPARTO SALUTE 

· Il 24% delle strutture sanitarie afferma di aver riportato attacchi informatici

· 68 i professionisti sanitari – provenienti da strutture distribuite su 14 regioni italiane – che hanno risposto allo studio

· Il whitepaper “Capire il rischio cyber- Il nuovo orizzonte in sanità”, realizzato da Sham – gruppo Relyens in collaborazione con il Dipartimento Università di Torino, analizza la preparazione e la consapevolezza della sanità italiana per far fronte alla minaccia cyber

· Infrastrutture e normativa sono all’altezza della sfida ma gli operatori non conoscono i rischi del digitale: la formazione del personale è il vulnus degli attacchi hacker

· La ricerca ha ricevuto il patrocinio di: Federsanità; Assolombarda; Centro Gestione del rischio Regione Lombardia; Associazione Nazionale dei Medici delle Direzioni Ospedaliere (ANMDO); Associazione Religiosa Istituti Socio Sanitari (ARIS); Consorzio universitario per l’ingegneria nelle assicurazioni (CINEAS) e Società Italiana del Rischio Clinico (SIRiC)

Torino, 7 luglio – Pubblicata oggi la prima ricerca scientifica sulla preparazione e consapevolezza del rischio informatico nella sanità italiana. Un’analisi nata dalla collaborazione tra Sham – gruppo Relyens, società mutua specializzata in assicurazione e gestione del rischio presso gli operatori del settore sanitario e socio-sanitario, e il Dipartimento di Management dell’Università di Torino. Il sondaggio, i cui risultati sono approfonditi nel whitepaper “Capire il rischio Cyber: il nuovo orizzonte in sanità”, raccoglie e analizza le risposte di 68 professionisti sanitari operanti in strutture distribuite su 14 Regioni italiane. I professionisti intervistati sono Risk Manager, Responsabili Qualità, Data Protection Officer (DPO), Responsabili della sicurezza informatica (CISO) e dell’Ingegneria Clinica, nonché Referenti della Direzione Sanitaria e Generale. Il 70% delle strutture è appartenente alla sanità pubblica, il 30% al comparto privato, con dimensioni che variano da meno di 250 posti letto a più di 750, rappresentando in maniera omogenea la composizione del sistema sanitario nazionale.

Tra i contributori del paper figurano alcuni tra i più importanti esponenti dell’ambito sanitario e della sicurezza delle cure del nostro Paese: Andrea Piccioli, Direttore Generale dell’Istituto Superiore di Sanità; Enrico Burato, Coordinatore regionale gestione rischio sanitario e sicurezza del paziente della Regione Lombardia e Direttore SC qualità, accreditamento e appropriatezza e dell’Unità di crisi anti-Covid dell’ASST Mantova; Amerigo Cicchetti, Professore ordinario di Organizzazione Aziendale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore di ALTEMS.

È un’analisi circoscritta ma rappresentativa, che fotografa lo stato dell’arte della preparazione dei nostri operatori sanitari rispetto alla minaccia cyber e i cui risultati possono contribuire concretamente alla ricerca sulla sicurezza del comparto Salute – ha annunciato in conferenza stampa Roberto Ravinale, direttore esecutivo della società mutua leader nella Responsabilità Civile Sanitaria nel Nord Italia.

La ricerca ci ha consentito di individuare criticità e aree di miglioramento con l’obiettivo ultimo di potenziare le azioni di risk management sanitario anche in campo informatico” aggiungono gli autori Anna Guerrieri, Risk Manager di Sham in Italia e Enrico Sorano, Professore aggregato di Economia aziendale presso il Dipartimento di Management dell’Università di Torino.

L’esito della ricerca: il 24% delle strutture ha dichiarato di aver subìto attacchi informatici, dei quali l’11% è costituito daransomware e il 33% da accessi abusivi ai dati. La minaccia hacker però non è sottostimata: il 59% delle strutture percepisce il tema cyber risk in sanità come una priorità che impatta su prestazioni erogate e modelli organizzativi interni. Un ulteriore 31% ha valutato il tema come parzialmente prioritario. Ciononostante sono ancora poco frequenti le misure adottate dalle strutture per prevenire e gestire il rischio cyber: mappature, analisi dei rischi e test di vulnerabilità figurano solo in un terzo del totale. “Complessivamente – spiegano Guerrieri e Sorano – l’ambito normativo, il livello di priorità all’interno della gestione aziendale e la dotazione hardware risultano all’altezza della sfida crescente. Ma il livello di guardia e di competenza tecnica tra il personale che quotidianamente utilizza i dispositivi non è sufficiente. Molto spesso si aprono porte agli hacker in modo del tutto inconsapevole. È essenziale alzare il livello di allerta introducendo percorsi di formazione continuativa e nuove competenze.

L’occasione da cogliere è adesso – ha confermato in conferenza Arabella Fontana Direttore Medico del Presidio Ospedaliero di Borgomanero – ASL Novara -. Servizi e informazioni digitali verranno scambiati in volumi sempre maggiori. Dobbiamo applicare anche all’ambito cybe, un approccio proattivo: la sicurezza informatica deve essere prevista e considerata in ogni processo. Sensibilizzazione e consapevolezza sono il cuore del miglioramento: capire il valore della sicurezza dei dati e i danni enormi che la sua mancanza può causare”.C’è bisogno di un altro paradigma – ha detto Antonio Furlanetto, futurista e risk manager esperto in responsabilità civile; Docente di Risk Management Anticipante presso l’Università di Trento; AD di -Skopìa S.r.l. Anticipation Services -.

“Tutti i dati in nostro possesso confermano che la chiave della sicurezza e della sostenibilità sanitaria passano attraverso una cultura della prevenzione a 360° – ha concluso Roberto Ravinale-. Più sicuro è l’ecosistema, più sicuro diventa ogni singolo attore, più diventano sicure le cure. E, in questo nuovo contesto di rivoluzione tecnologica, la sicurezza assurge a conditio sine qua non per l’innovazione e la digitalizzazione: solo una sanità pienamente sicura potrà essere pienamente digitale e quindi in grado di assicurare cure più performanti. Sham è in prima linea nell’accompagnare i propri clienti-associati lungo questo percorso e continuerà nel contribuire alla diffusione delle buone pratiche e nel condividerle con l’ecosistema sanitario con l’obiettivo ultimo di una messa in sicurezza dell’intero comparto”.

Per il White Paper completo cliccare qui

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I VINCITORI DEL CONCORSO RISK MANAGEMENT SHAM 2019 SI RACCONTANO

L’esperienza del Concorso Sham del 2019 vista dai vincitori dell’AOU di Novara

Con il progetto Gestione del sovrappopolamento ospedaliero: dall’analisi sul bed management ai modelli predittivi e prescrittivi nella prevenzione del rischio clinico correlato l’Azienda Ospedaliera Universitaria Maggiore della Carità di Novara si è aggiudicata il primo premio dell’edizione del 2019 del Concorso Risk Management di Sham.

“Il progetto presentato dalla nostra struttura all’edizione del 2019 del Concorso Sham consiste nella realizzazione di strumenti predittivi sull’iperaflusso ospedaliero. Pensato in origine per affrontare i picchi della stagione influenzale, ha permesso di sviluppare uno strumento prezioso per prevedere l’accesso al pronto soccorso e alle terapie intensive durante la pandemia di Covid-19” spiega Roberto Sacco, Direttore Sanitario della struttura.

“Con lo scoppiare della pandemia i metodi previsionali da noi sviluppati sono stati messi alla prova.  Fin dall’ inizio della prima ondata il gruppo di ricerca dell’AOU ha applicato i modelli previsionali sviluppati per modulare opportunamente le attività e le risorse di ricovero, di allocazione, di dimissione e la conversione e la riconversione dei  posti letti da puliti a Covid e viceversa, nonché l’organizzazione del piano pandemico aziendale” aggiunge Sacco.

“Lo strumento si è rivelato efficace sia per l’analisi di dati locali che per quella di dati Regionali e Nazionali. Questo ha significato un grande coinvolgimento della nostra struttura durante la prima ondata del virus- dichiara Philippe Caimmi, medico della direzione sanitaria dell’AOU coinvolto nella realizzazione del progetto. – Siamo stati tra le esperienze di riferimento a livello regionale per la capacità di risposta all’andamento della pandemia sul territorio, in particolare durante i primi mesi. Visto il successo del nostro strumento, la Regione si è successivamente attrezzata con una più potente struttura centralizzata per servire al meglio tutta l’area di competenza. Questo ha permesso di distribuire in modo più capillare sul territorio le buone pratiche che avevamo contribuito a sviluppare, migliorando notevolmente la gestione dell’emergenza in tutti i comuni coinvolti e creando un sistema condiviso che ha sicuramente alzato la media della capacità di risposta alla pandemia, se pur limitando la possibilità delle singole strutture di realizzare progetti autonomi”.

La messa in pratica del progetto ha fatto sì che si sviluppassero ulteriori osservazioni, spunti in grado di spingere, in futuro, verso ancora nuovi progetti per migliorare sempre di più l’efficacia e l’efficienza delle cure.

“La notevole attività di revisione dei dati Nazionali e Regionali, ci ha permesso di identificare i fattori più significativi per spiegare e anticipare lo sviluppo delle criticità dovute alla pandemia nel Sistema Sanitario Nazionale. Queste attività di revisione hanno successivamente portato alla pubblicazione di un articolo scientifico dal titolo: The Hard Lessons Learned by the Covid-19 Epidemic in Italy: Rethinking the Role of the National Health Care Service che sarà a breve pubblicato sul Journal of Epidemiology and Global Health, un tassello nel percorso per l’individuazione di meccanismi virtuosi che possono essere dedotti da questa pandemia che stiamo ancora vivendo” conclude Caimmi.


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IL FUTURO DELLE RSA NELL’ERA POST-COVID19

L’esperienza della pandemia non può restare vana: le criticità emerse devono essere il punto di partenza per immaginare il futuro delle strutture, a partire dalla formazione del personale 

 

Si è svolto nella giornata del 5 marzo il webinar internazionale “Covid-19 nelle RSA, un momento importante per riflettere sul ruolo che hanno svolto le strutture assistenziali durante la pandemia e soprattutto focalizzarsi sui punti deboli emersi, in modo da ripensare il futuro di queste strutture nella maniera più funzionale ed efficiente possibile.  

 Si è trattato di un incontro diviso in diverse sessioni che hanno visto l’intervento dei maggiori professionisti del settore sia nazionali che internazionali, tra clinici, manager di strutture sanitarie per anziani ed epidemiologi, come ad esempio Adelina Herrera e Eugenio Paci, i quali hanno evidenziato comedurante la prima ondata del Covid-19, il 40% dei decessi registrati per il virus sia avvenuto proprio all’interno delle RSA. A spiegare questa alta percentuale, oltre all’evidente stato di fragilità e vulnerabilità dei pazienti, anche la conformazione delle strutture stesse. Come evidenziato Virginia SerraniArchitetto, PhD e Direttore tecnico Dsp Srl, il ripensamento degli spazi avrà un ruolo importante nell’era post Covid. Non solo per quanto concerne l’abbassamento delle possibilità di contagi e infezioni, creando ad esempio percorsi dedicati e specializzati per contenere infezioni anche in piccola scala e ampliando le parte di comunione degli spazi, ma anche per l’aspetto emotivo: le stanze e le sale comuni spesso somigliano più a degli ospedali che a delle residenze, influenzando in negativo il benessere psico-fisico degli anziani. 

 Fattori che sono andati a combinarsi tragicamente con un importante ritardo non solo nell’individuazione dei sintomi e dei contagi, ma soprattutto nell’intervento su di essi 

“Le lacune di formazione emerse in questa fase devono essere un monito per il futuro” ci ha confermato il Presidente di INSH Riccardo Tartaglia, intervenuto durante il webinar insieme agli altri esperti di qualità dell’assistenza Gail Nielsen, Shin Usciro 

 In particolare in Italia, mettendola a confronto con le testimonianze internazionali portate al webinarè emersa una criticità legata alla formazione del personale. Nel nostro Paese esistono, senza generalizzare, evidenti carenze formative nella preparazione del personale infermieristico e degli operatori sanitari che opera in queste strutture, su cui è fondamentale riflettere ed intervenire” continua Tartaglia, evidenziando come da ripensare è anche la formazione all’interno dei team che lavorano nelle RSA: il lavoro di squadra è fondamentale nella gestione di questi pazienti che presentano varie necessità e patologie complesse. Non è possibile quindi sottovalutare le loro condizioni di vulnerabilità/fragilità, perché una diagnosi tardiva, date le ridotte possibilità di recupero di questi pazienti, può portare ad un esito infausto, come abbiamo visto nel caso della gestione del Covid-19, oltre ovviamente a ritardare l’adozione delle misure di prevenzione. 

 “L’Italia già di per sé purtroppo non brilla per quanto concerne il settore delle infezioni correlate all’assistenza, tanto che siamo uno dei paesi europei con i tassi più alti– continua Tartaglia – Quindi esisteva già una scarsa sensibilità su questo problema che, nel caso di una infezione estremamente contagiosa come quella del Covid-19, ha favorito l’espandersi della malattia”. 

 Determinante è stato anche il ritardo di intervento nel settore delle RSA di messa in sicurezza, attraverso una fornitura tardiva di dispositivi di protezione individuale soprattutto per gli operatori sanitari che sono diventati vittime e tramite di infezione con i pazienti. Muovendosi nella direzione della costruzione di percorsi formativi completi e che facciano tesoro delle esperienze e criticità maturate nel periodo della pandemia, l’Università degli Studi Guglielmo Marconi in collaborazione con In Safety Healthcare ha realizzato un corso di 34 ore dal titolo “Sicurezza delle cure e gestione del rischio clinico nelle RSA durante COVID-19”, le cui iscrizioni sono ancora aperte fino al 10 aprile.  

 Oltre a migliorare la formazione, è necessario migliorare la “situational awareness”, ovvero “percezione del rischio”, evidentemente scesa nel tempo. “Si tratta sicuramente di un fattore culturale, lo vediamo purtroppo spesso nell’applicazione delle misure di prevenzione da parte dei singoli cittadini, – conclude Tartaglia- ma laddove è il personale addetto alla cura ad avere una consapevolezza più bassa, le conseguenze sono tragiche”.  

 

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RSA E COVID IN ITALIA

Il tasso di mortalità della prima ondata è stato probabilmente sottostimato, ma il grande problema del nostro Paese parte dai dati che non ci sono. Questo e altri problemi emergono dal confronto con le esperienze europee, nonostante i miglioramenti registrati nella seconda ondata. 

 

“Ad oggi l’Italia rimane l’unico grande Paese europeo che ancora non dispone di dati certi e ufficiali circa l’andamento dei contagi e dei decessi nelle strutture per anziani, poiché i dati ufficiali della Protezione Civile e del Ministero della Salute continuano a non offrire il dettaglio su quanto accade all’interno delle strutture, lasciando un grave vulnus nel sistema conoscitivo circa la diffusione del virus nelle strutture socio-sanitarie nella seconda ondata”.

L’implicazione è che molte scelte che hanno riguardato la gestione del COVID nelle RSA sono state prese senza dati a supporto.

Questa è una delle evidenze riportate da “L’impatto di Covid-19 sul settore LTC (Long Time Care, ndr) e il ruolo delle policy: evidenze dall’Italia e dall’estero” di Eleonora Perobelli, Sara Berloto, Elisabetta Notarnicola e Andrea Rotolo. Pubblicato in “Le prospettive per il settore  socio-sanitario  oltre la pandemia” 3° Rapporto Osservatorio Long Term Care, a cura di Giovanni Fosti Elisabetta Notarnicola Eleonora Perobelli.

L’articolo è stato presentato dalla Dottoressa Sara Berloto - CERGAS SDA Bocconi/Observatory Long Term Care – durante il webinar “COVID -19 nelle RSA[1]” del 5 marzo 2021.

“Con l’arrivo della seconda ondata nell’autunno 2020, il settore LTC ha fatto dei passi in avanti nel contenere e monitorare il contagio delle strutture. In primo luogo, ora alle RSA è garantito il rifornimento di DPI e la possibilità di fare tamponi, assicurando il monitoraggio degli ospiti e l’inclusione nel bollettino nazionale dei casi rilevati”[2] scrivono gli autori del rapporto.

Situazione diversa nei primi mesi dell’anno dove sui giornali sono apparse notizie vieppiù allarmanti sul dilagare del COVID tra i pazienti delle RSA italiane e settentrionali in particolare.

Partendo dalla crescente pressione mediatica nei primi mesi della pandemia, l’Istituto Superiore di Sanità ha lanciato una “Survey nazionale sul contagio Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie”, pubblicata a giugno 2021 e aggiornata tra il 1° febbraio e il 5 maggio. Partendo dai dati di oltre 1300 RSA “si è registrato mediamente un tasso di mortalità del 9,1%”. La percentuale maggiore di decessi è stata riportata in Lombardia (41,4%) e in Veneto (18,1%). Tra i 9.154 soggetti deceduti, solo 680 (il 7,4%) erano risultati positivi al tampone per Covid-19, mentre 3.092 (il 33,8%) avevano presentato sintomi simil-influenzali. ISS stesso suggerisce di considerare congiuntamente i decessi di soggetti accertati positivi e con sintomi simil-influenzali per stimare il tasso di mortalità complessivo legato al virus nelle strutture, che risulta quindi pari a 3,1% (sale fino al 6,5% in Lombardia). La stessa indagine conferma che nello stesso periodo, 5.292 persone residenti nelle strutture rispondenti sono state ospedalizzate (il 5,4% degli ospiti)[3].

Quella è stata la prima e l’ultima survey nazionale alla quale lo stesso articolo cita “il lavoro pubblicato da ATS Milano Città Metropolitana a giugno 2020. In questo report l’azienda ha confrontato i decessi avvenuti tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2020 e la media degli stessi mesi tra il 2016 e il 2019 in 152 RSA per un totale di 18.531 anziani assistiti (Tabella 4.2). Nel periodo di riferimento tra il 2016 e il 2019 nelle strutture erano morte in media poco meno di mille persone, mentre quest’anno i decessi sono stati 3.657, 2.666 in più (+ 118%), a rimarcare ancora una volta un chiaro impatto della pandemia tra gli ospiti delle RSA[4].

Dopo aver messo in risalto l’assenza di nuove misure di raccordo tra settore sanitario e sociosanitario (l’assenza di nuove regolamentazioni nel rapporto tra RSA e ospedali[5]) in tutte le Regioni italiane, Sara Bertolo ha comparato la risposta europea, identificando alcuni fattori che possono essere addotti per capire la difficoltà delle RSA in Italia davanti alla prima ondata di COVID.

Le criticità riscontrate sono divise in tre ambiti: l’isolamento dei pazienti che non è stato possibile e la mancanza di coordinazione con le autorità sanitarie; le difficoltà nello screening degli operatori, al quale si accompagna l’assenza dei dati per capire quali soluzioni adottare e la scarsità iniziali dei dispositivi di protezione individuali; la sostenibilità finanziaria delle strutture, fortemente compromessa  dall’assenza di misure nazionale o regionali per sostenere le spese e l’assunzione di nuovo personale.

Questi alcuni dei temi offerti per riflettere sul settore Long Time Care e su dove intervenire per il futuro

L’intervento della dottoressa Bertolo è visibile a questo link a partire da 1h23min

 

 

[1] Organizzato da: Italian Network f or Safety in Healthcare (INSH) in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna il 5 marzo 2021 e con il patrocinio di ISQua (International Society for Quality in Health Care)

[2] “Le prospettive per il settore socio-sanitario oltre la pandemia” 3° Rapporto Osservatorio Long Term Care, a cura di Giovanni Fosti Elisabetta Notarnicola Eleonora Perobelli (LINK). pag 84.

[3] Op.cit. pag 82

[4] Op. cit. pag 83

[5] Op.cit. Tabella 4.3. ‘La risposta regionale’ pag 87

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DISTURBI NEUROPSICHIATRICI INFANTILI: RICOSTRUIRE IL PUZZLE

Districandosi tra un ventaglio molto ampio di cause e di manifestazioni, il CTR di via Anemoni a Milano punta su progetti mirati che affrontano le difficoltà dei più piccoli partendo dai loro punti di forza

 

I disturbi neuropsichiatrici infantili possono originare da un ampio spettro di cause: fattori genetici; familiarità per disturbi psichiatrici; fattori ambientali e traumi derivanti da violenze fisiche e verbali subite dai bambini o anche dalla madre durante la gravidanza. Altrettanto ampio è lo spettro delle manifestazioni che i disturbi possono assumere: dall’aggressività, all’agitazione psicomotoria, all’inibizione, alle carenze comunicative e di relazione nell’ambito sociale.

“Ogni bambino in difficoltà è come un puzzle da ricomporre – spiega la dottoressa Margherita Valentini, coordinatrice del Centro Territoriale Riabilitativo. Ci sono bambini che fanno fatica a stare al passo con i compagni, non riescono ad eguagliarne il successo scolastico e sociale e reagiscono con rabbia o tristezza, ritirandosi ai margini del gruppo o, viceversa, cercando in tutti i modi di attirare l’attenzione. Anche il rapporto con i genitori nei primi 36 mesi di vita influenza la relazione del bambino con il mondo esterno negli anni successivi. Violenze subite, la mancanza di cure e rassicurazioni, la mancanza di risposte univoche da parte delle figure di riferimento (un genitore che reagisce diversamente nella stessa situazione) o, all’opposto, l’eccessiva attenzione e aspettativa possono dare luogo ad una relazione conflittuale con i genitori che si riflette in disturbi comportamentali e nelle difficoltà di accettare l’autorità e le regole della normale convivenza”.

Il primo passo è ricostruire la storia di ogni singolo minore in modo da progettare attività dedicate che siano tarate sui suoi bisogni. Le educatrici del Centro, che fa parte della ASST Santi Paolo e Carlo, con le Neuropsichiatre delle tre Unità Operativa Dipartimentali di Neuropsichiatria Infantile (UONPIA) si confrontano in merito alla complessità dei casi e ipotizzano una tipologia di intervento riabilitativo. “Le educatrici del CTR – riprende Valentini – individuano obiettivi ed azioni educative da mettere in atto solo dopo un periodo di osservazione e sviluppano un progetto educativo che verrà periodicamente verificato”.

“La centralità dell’approccio è lavorare sulle carenze facendo leva sui punti di forza con interventi psico-educativi mirati a potenziare le abilità cognitive, percettive e motorie; ad incrementare le competenze comunicative ed espressive; a sviluppare le abilità relazionali, e a favorire le autonomie personali in modo da migliorare l’integrazione sociale e scolastica”. Il progetto prevede un percorso individuale con attività che variano dalla visione di film alle uscite sul territorio, dai laboratori creativo-espressivi a quelli manipolativi, di gioco simbolico, di rinforzo del linguaggio e degli apprendimenti. Successivamente, il bambino potrà lavorare in coppia o in piccoli gruppi. “I laboratori di cucina, in passato, si sono rivelati particolarmente efficaci – spiega Valentini -. I bambini cercano le ricette, vengono accompagnati a scegliere gli ingredienti, li dosano, cucinano e condividono il prodotto finito con compagni e famiglia. Tutto ciò permette loro di progettare, cooperare, applicare calcoli matematici e ricevere la gratificazione di vedere il risultato del loro impegno”.

Margherita Valentini (in seconda fila al centro), coordinatrice del Centro Territoriale Riabilitativo, insieme alla sua équipe

Ogni anno il CTR segue un minimo di 30 bambini tra i quattro anni e i 14 anni, con una forte preminenza nella fascia delle scuole primarie. Per l’accompagnamento dei minori, durante il periodo scolastico, il CTR si avvale della collaborazione del servizio trasporto del Comune di Milano che si occupa di portare i bambini dalle scuole al centro e viceversa. Per il resto dell’anno, sono gli stessi genitori (o chi delegato) a farsi carico dell’accompagnamento.

Una quota crescente di minori è di origine straniera; spesso i bambini con cultura differente incontrano maggiori difficoltà nell’inserirsi nel contesto scolastico e nell’essere coinvolti in attività extrascolastiche che possono aumentare la loro sicurezza e capacità relazionale. Anche le dinamiche delle famiglie numerose, a volte, possono ridurre il livello di cura riversata su ogni singolo membro.

“Nonostante tutte le difficoltà – conclude Valentini – con interventi educativi mirati si può fare molto, sul piano sociale, familiare e scolastico perché nonostante la loro fragilità, i bambini, se stimolati, motivati e riconosciuti nella loro unicità, riescono sempre a sorprenderci”.