LA RESPONSABILITÀ CIVILE SANITARIA NELLE RSA AL TEMPO DEL COVID

Le richieste di risarcimento per danni da Covid-19 mettono in mostra i limiti della legge Gelli-Bianco nell’individuare la responsabilità di un danno in ambito sanitario in assenza di linee guida.

 

A distanza di un anno dall’inizio della pandemia cominciano a farsi sempre più pressanti le richieste di risarcimento da parte dei familiari degli ospiti delle Residenze sanitarie assistenziali scomparsi per il Covid-19. “Stabilire gli estremi di un compenso nel caso di morte da Covid-19 è estremamente complicato. Tra i temi in discussione spicca la domanda: quale è il genere di compensazione più adeguata? Ovvero, è applicabile il principio della responsabilità civile o, invece, è opportuno ricorrere a un sistema indennitario ragionando in modo mutualistico? Ma si discute anche di cosa si possa effettivamente definire un danno da Covid, se sia da intendersi esclusivamente con la morte di un paziente che aveva contratto il virus o se debbano essere inclusi anche casi meno evidenti”.

A riportare queste osservazioni è l’avvocato Maurizio Hazan, esperto di diritto assicurativo, durante il suo intervento per il webinar COVID-19 nelle RSA tenutosi il 5 marzo[1].

Mentre la legge attuale prevede, ad esempio, la copertura per danni da vaccinazioni obbligatorie o consigliate manca, invece, un sistema indennitario per le morti e i danni da Covid.

“Generalmente, nel contesto di risarcimenti per MedMal si fa riferimento al sistema della responsabilità civile sanitaria. In questo caso però resta aperta la questione se sia possibile parlare di responsabilità civile per le morti da Covid avvenute durante i primi mesi- afferma Hazan. -La legge Gelli-Bianco del 2017 ha cambiato il paradigma della responsabilità sanitaria rendendola responsabilità per colpa. Ha assunto che la pratica sanitaria virtuosa fosse quella che seguiva le linee guida e i parametri di condotta, rendendolo un principio valido sia per i singoli specialisti che per le strutture sanitarie. Il Covid però ha scosso il concetto di linee guida, impossibili da determinare per la natura sconosciuta del virus e in assenza delle quali non è possibile stabilire casi di negligenza e medical malpractice. Insomma, cade l’applicabilità della legge Gelli-Bianco”.

Superata la sorpresa iniziale, la pratica e l’esperienza su scala mondiale hanno permesso di raccogliere sufficienti dati per la realizzazione di best practice condivise.

“Per le RSA i protocolli sono arrivati lentamente con il passare dei mesi. Con l’accumularsi di maggiore esperienza, questi sono diventati sempre più specifici. È emersa, così, la difficoltà delle strutture ad assecondare tutte le direttive dei protocolli e mettendo in luce il divario tra quello che è realisticamente realizzabile nella pratica quotidiana e la richiesta del legislatore” commenta l’avvocato.

Oltre alle difficoltà già presentate c’è da considerare anche la necessità di trovare una definizione da danno per Covid.

“In molti casi i familiari sono spinti alla richiesta di un risarcimento lamentando che il proprio caro è deceduto, non perché abbia contratto il virus, ma perché la chiusura alle visite familiari della struttura in cui egli era ospite ha causato una tale sofferenza emotiva da portarlo a una morte precoce” spiega Hazan.

Il dibattito su questi temi è ancora aperto e gli addetti ai lavori sono consapevoli della necessità di trovare presto delle posizioni condivise. Nonostante ad oggi le richieste di risarcimento per danni Covid-19 non siano ancora eccessivamente comuni, è ragionevole aspettarsi un aumento nel prossimo futuro e, per il benessere delle RSA e delle strutture sanitarie in generale, è necessario trovare queste posizioni al più presto.

L’intervento dell’avvocato Maurizio Hazan può essere visto a questo link a partire da 2h30min.

 

[1] Organizzato da:  Italian Network for Safety in Healthcare (INSH) in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna il 5 marzo 2021 e con il patrocinio di ISQua (International Society for Quality in Health Care).

 

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RSA E COVID IN ITALIA

Il tasso di mortalità della prima ondata è stato probabilmente sottostimato, ma il grande problema del nostro Paese parte dai dati che non ci sono. Questo e altri problemi emergono dal confronto con le esperienze europee, nonostante i miglioramenti registrati nella seconda ondata. 

 

“Ad oggi l’Italia rimane l’unico grande Paese europeo che ancora non dispone di dati certi e ufficiali circa l’andamento dei contagi e dei decessi nelle strutture per anziani, poiché i dati ufficiali della Protezione Civile e del Ministero della Salute continuano a non offrire il dettaglio su quanto accade all’interno delle strutture, lasciando un grave vulnus nel sistema conoscitivo circa la diffusione del virus nelle strutture socio-sanitarie nella seconda ondata”.

L’implicazione è che molte scelte che hanno riguardato la gestione del COVID nelle RSA sono state prese senza dati a supporto.

Questa è una delle evidenze riportate da “L’impatto di Covid-19 sul settore LTC (Long Time Care, ndr) e il ruolo delle policy: evidenze dall’Italia e dall’estero” di Eleonora Perobelli, Sara Berloto, Elisabetta Notarnicola e Andrea Rotolo. Pubblicato in “Le prospettive per il settore  socio-sanitario  oltre la pandemia” 3° Rapporto Osservatorio Long Term Care, a cura di Giovanni Fosti Elisabetta Notarnicola Eleonora Perobelli.

L’articolo è stato presentato dalla Dottoressa Sara Berloto - CERGAS SDA Bocconi/Observatory Long Term Care – durante il webinar “COVID -19 nelle RSA[1]” del 5 marzo 2021.

“Con l’arrivo della seconda ondata nell’autunno 2020, il settore LTC ha fatto dei passi in avanti nel contenere e monitorare il contagio delle strutture. In primo luogo, ora alle RSA è garantito il rifornimento di DPI e la possibilità di fare tamponi, assicurando il monitoraggio degli ospiti e l’inclusione nel bollettino nazionale dei casi rilevati”[2] scrivono gli autori del rapporto.

Situazione diversa nei primi mesi dell’anno dove sui giornali sono apparse notizie vieppiù allarmanti sul dilagare del COVID tra i pazienti delle RSA italiane e settentrionali in particolare.

Partendo dalla crescente pressione mediatica nei primi mesi della pandemia, l’Istituto Superiore di Sanità ha lanciato una “Survey nazionale sul contagio Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie”, pubblicata a giugno 2021 e aggiornata tra il 1° febbraio e il 5 maggio. Partendo dai dati di oltre 1300 RSA “si è registrato mediamente un tasso di mortalità del 9,1%”. La percentuale maggiore di decessi è stata riportata in Lombardia (41,4%) e in Veneto (18,1%). Tra i 9.154 soggetti deceduti, solo 680 (il 7,4%) erano risultati positivi al tampone per Covid-19, mentre 3.092 (il 33,8%) avevano presentato sintomi simil-influenzali. ISS stesso suggerisce di considerare congiuntamente i decessi di soggetti accertati positivi e con sintomi simil-influenzali per stimare il tasso di mortalità complessivo legato al virus nelle strutture, che risulta quindi pari a 3,1% (sale fino al 6,5% in Lombardia). La stessa indagine conferma che nello stesso periodo, 5.292 persone residenti nelle strutture rispondenti sono state ospedalizzate (il 5,4% degli ospiti)[3].

Quella è stata la prima e l’ultima survey nazionale alla quale lo stesso articolo cita “il lavoro pubblicato da ATS Milano Città Metropolitana a giugno 2020. In questo report l’azienda ha confrontato i decessi avvenuti tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2020 e la media degli stessi mesi tra il 2016 e il 2019 in 152 RSA per un totale di 18.531 anziani assistiti (Tabella 4.2). Nel periodo di riferimento tra il 2016 e il 2019 nelle strutture erano morte in media poco meno di mille persone, mentre quest’anno i decessi sono stati 3.657, 2.666 in più (+ 118%), a rimarcare ancora una volta un chiaro impatto della pandemia tra gli ospiti delle RSA[4].

Dopo aver messo in risalto l’assenza di nuove misure di raccordo tra settore sanitario e sociosanitario (l’assenza di nuove regolamentazioni nel rapporto tra RSA e ospedali[5]) in tutte le Regioni italiane, Sara Bertolo ha comparato la risposta europea, identificando alcuni fattori che possono essere addotti per capire la difficoltà delle RSA in Italia davanti alla prima ondata di COVID.

Le criticità riscontrate sono divise in tre ambiti: l’isolamento dei pazienti che non è stato possibile e la mancanza di coordinazione con le autorità sanitarie; le difficoltà nello screening degli operatori, al quale si accompagna l’assenza dei dati per capire quali soluzioni adottare e la scarsità iniziali dei dispositivi di protezione individuali; la sostenibilità finanziaria delle strutture, fortemente compromessa  dall’assenza di misure nazionale o regionali per sostenere le spese e l’assunzione di nuovo personale.

Questi alcuni dei temi offerti per riflettere sul settore Long Time Care e su dove intervenire per il futuro

L’intervento della dottoressa Bertolo è visibile a questo link a partire da 1h23min

 

 

[1] Organizzato da: Italian Network f or Safety in Healthcare (INSH) in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna il 5 marzo 2021 e con il patrocinio di ISQua (International Society for Quality in Health Care)

[2] “Le prospettive per il settore socio-sanitario oltre la pandemia” 3° Rapporto Osservatorio Long Term Care, a cura di Giovanni Fosti Elisabetta Notarnicola Eleonora Perobelli (LINK). pag 84.

[3] Op.cit. pag 82

[4] Op. cit. pag 83

[5] Op.cit. Tabella 4.3. ‘La risposta regionale’ pag 87

SICUREZZA DELLE CURE E FORMAZIONE PREVENTIVA NELLE RSA DURANTE IL COVID-19

Quali buone pratiche introdurre nelle RSA – a partire dal controllo delle infezioni – e verso quali figure professionali indirizzare la formazione. L’esperienza dell’Italian Network for Safety in Heathcare e dell’Università di Genova.

 

“Le RSA rappresentano un livello medio di assistenza medica, infermieristica e riabilitativa, associata ad un elevato livello di assistenza residenziale. Per questo motivo tali strutture sono state enormemente colpite dalla pandemia”. Così ha introdotto la tematica Matteo Scopetti dell’Università La Sapienza di Roma, durante il webinar Covid-19 nelle RSA del 5 marzo 2021[1].

La rete italiana conta su 3.117 strutture che presentano una maggiore densità nelle regioni del nord, con numeri di posti letto variabili da 8 a 100.

L’impiego del personale medico risulta quasi del tutto assente: infatti l’11% delle RSA non ha medici che operano al loro interno (1-5 unità per struttura) e gli infermieri sono presenti in un numero compreso tra 0 e 10.

Il personale sociosanitario, invece, è presente nelle RSA per il 64,5%, contando circa due operatori per posto letto.

“INSH- Italian Network for Safety in Heathcare- ha dato il via, dall’ottobre 2020 fino a marzo 2021,  ad una ricerca basata su dati di settore volta a chiarire i profili di rischio caratterizzanti nelle RSA, per poi procedere con l’elaborazione di buone pratiche che possano essere utili a tutte le strutture” ha affermato Scopetti.

La ricerca si è svolta secondo una metodologia in 4 fasi che ha analizzato la struttura del sistema, identificato i profili di rischio e le misure preventive, pianificato la sorveglianza e il controllo.

In seguito sono state ipotizzate teorie preventive in diverse aree come ad esempio: la protezione dei professionisti attraverso la formazione, l’uso di dispositivi di protezione individuale affinché essi stessi non diventassero dei veicoli di infezioni, il supporto psicologico e l’ assicurazione di riposo tra i turni; la prevenzione della diffusione del virus tra gli ospiti con l’implementazione di separate aree operative controllabili ed assegnate ad un numero di operatori esclusivamente dedicato; la gestione dei casi Covid-19.

“Per quanto riguarda la sorveglianza – continua Scopetti – è necessaria l’adozione di politiche di controllo delle infezioni che siano mirate a comprendere il problema. A tal proposito, il tavolo tecnico di INSH sta definendo delle buone pratiche in modo che le strutture possano pervenire a sistemi di autovalutazione che consentano di identificare precocemente il rischio. Infatti, un’adeguata gestione del rischio clinico nelle RSA richiede una pianificazione sistemica e l’adozione di specifiche strategie, di comunicazione e formazione”.

A tal proposito è intervenuta Angela Testi dell’Accademia per il Management in Sanità dell’Università di Genova.

“Nel nostro progetto, cominciato prima dell’arrivo del Covid-19, abbiamo cercato di comprendere la creazione di valore all’interno dei processi che si svolgono dentro le RSA. Strategicamente, cominciamo sempre delle cariche più alte: medici e direttori sanitari delle residenze possono diventare leader del cambiamento. Attraverso interviste strutturate con i direttori sanitari delle residenze liguri, si è visto come essi abbiano delle responsabilità dirette e indirette che danno loro una visione delle RSA a tutto campo; da qui la creazione di un corso di formazione”.

Le RSA che hanno preso parte a questo progetto sono state circa 170 con una prevalenza di privati ed estremamente eterogene tra loro, con un numero totale di 3.728 iscritti.

Il corso di formazione prevedeva due attività: la prima, un video tutorial indirizzato a tutte le figure delle strutture, dai medici agli operatori alberghieri, in cui si trattavano argomenti tradizionali per poi avere nozioni più specifiche al rischio clinico; la seconda, prevalentemente dedicata ai direttori sanitari e al loro aggiornamento di formazione.

“Il progetto ha avuto un flusso altalenante, con una fase di picco quando è cominciata la formazione dei direttori sanitari.  La formazione ha avuto un impatto immediato, sono subito arrivate proposte di cambiamento, come ad esempio l’implementazione della telemedicina, che sono state prontamente trasmesse a chi di competenza a livello regionale.”

Gli interventi sopra menzionati possono essere visualizzati tramite link a partire da 1h26min.

 

[1] Organizzato da: Italian Network for Safety in Healthcare (INSH) in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna il 5 marzo 2021 e con il patrocinio di ISQua (International Society for Quality in Health Care).

GIUSEPPE SALVATO DALLA RETE: QUANDO LA COMUNITÀ COMPLETA IL LAVORO DELL’OSPEDALE

Il racconto tratto da “Storie di persone, voci di infermieri” spinge alla riflessione sul lavoro coordinato delle equipe mediche multiprofessionali.

  

Con la storia “Giuseppe salvato dalla rete” si chiude la collaborazione di Sanità 360 con il Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano. Questo nuovo racconto, come i precedenti “Inshallah e Il peso della farfalla” già pubblicati, è anch’esso incluso nel libro “Storie di persone, voci di infermieri” (McGraw Hill, 2020). 

Giuseppe, sottoposto a un delicato intervento neurochirurgico in seguito ad una caduta accidentale, è un paziente in stato vegetativo che viene trasferito in un centro riabilitativo e preso in carico da un’equipe multiprofessionale. Ed è lì che il “lavoro della rete” va ad integrare quello di cura dello staff ospedaliero, cambiando la vita di Giuseppe: è proprio grazie all’attivazione di un sistema di relazioni che si riesce a trovare il contesto di cura più adeguato a Giuseppe. Una storia che evidenzia come sia fondamentale mantenere un contatto con il mondo esterno, con il territorio e con la comunità che può essere d’aiuto a medici e infermieri nel trovare le soluzioni più idonee da un punto di vista medico e soprattutto umano per il paziente e i suoi familiari.  

 

Giuseppe salvato dalla rete 

Giuseppe ha 48 anni, vive in una città di medie dimensioni della Lombardia ed è fidanzato da diverso tempo con Carlotta. É in carico ai servizi sociali territoriali, inserito in “housing sociale” dopo diversi anni trascorsi senza fissa dimora a causa di gravi problemi economici. Prima dell’evento acuto lavorava per alcune ore alla settimana tramite un progetto realizzato da un ente del terzo settore. 

Un giorno ha una caduta accidentale che gli provoca un grave trauma cranico encefalico con fratture multiple. Viene ricoverato in ospedale e operato per ematoma cerebrale. Dopo l’intervento il quadro neurologico è di stato vegetativo. Viene quindi trasferito presso un centro riabilitativo come da normativa. 

All’arrivo Giuseppe è portatore di cannula tracheostomica e di sonda enterale per la nutrizione artificiale (PEG) e privo di rete famigliare. 

Qualche ora dopo il ricovero arriva Carlotta. Carlotta riferisce all’equipe della struttura di aver avuto nell’ultimo periodo una relazione instabile con Giuseppe e di essere lei stessa seguita da alcune realtà di volontariato. Carlotta racconta anche il suo senso di smarrimento e chiede di essere aiutata a vivere questa nuova sfida che il destino le ha riservato. Nei giorni successivi l’educatore di Giuseppe illustra il contesto in cui vive il paziente e la mancanza di risorse economiche e familiari che possano sostenerlo in questo percorso di cura. Spiega, inoltre, che Carlotta è affetta da neoplasia mammaria e che la sua situazione clinica è instabile.  Si viene a conoscenza da Carlotta dell’esistenza di una sorella di Giuseppe, Agata, residente in una grande città del Nord Italia, che non ha contatti con il fratello da almeno dieci anni. Si decide di contattarla e di programmare un incontro con le reti familiare e dei servizi al fine di illustrare la situazione clinica, la necessità di inoltrare le relative pratiche burocratiche (invalidità civile e istanza nomina dell’amministratore di sostegno [ADS]) e iniziare a ipotizzare le possibili realtà di dimissione. All’incontro sono presenti Agata, Carlotta, l’equipe sanitaria (medico referente e coordinatrice infermieristica), l’assistente sociale ospedaliera, Mario (educatore del progetto housing sociale). Assente a tale incontro è il servizio sociale comunale: l’assistente sociale di Giuseppe è al momento in maternità e non è ancora stato individuato un nuovo referente. 

Vengono illustrati il percorso clinico e gli obiettivi riabilitativi in programma. Si affronta anche il tema del “dopo riabilitazione” illustrando la normativa di riferimento per le persone con diagnosi di stato vegetativo (ricovero in strutture dedicate completamente a carico del servizio sanitario). 

Durante la degenza ospedaliera, protrattasi per circa sei mesi, le condizioni di Giuseppe non migliorano significativamente. Cambia però lo stato neurologico. Giuseppe è ora in condizione di minima coscienza con necessità di assistenza continua e monitoraggio nelle 24 ore, 7 giorni su 7. Il miglioramento clinico modifica la riorganizzazione progettuale della dimissione: in base alla normativa non è più possibile un ricovero in struttura con nucleo dedicato ai pazienti in stato vegetativo con costi a carico del servizio sanitario regionale. Si convoca nuovamente un incontro di rete. Sono presenti tutti gli attori del precedente incontro (assente nuovamente il servizio sociale). 

Carlotta e Agata sono naturalmente più sollevate dal miglioramento clinico, ma esprimono la loro impossibilità a sostenere economicamente il proprio caro in vista della dimissione. Mario informa che non è più possibile accogliere Giuseppe nell’abitazione di housing sociale, sia per le finalità del progetto non compatibili con le condizioni cliniche di Giuseppe, sia per la presenza di barriere architettoniche. 

Giuseppe, per poter rientrare al domicilio, ha infatti bisogno: di un letto ortopedico con materasso antidecubito, di un sollevatore con bascula, di presidi per la gestione della nutrizione enterale e l’incontinenza, di un assistente familiare a tempo pieno e alcuni accessi infermieristici settimanali tramite l’attivazione dell’assistenza domiciliare integrata (ADI). 

Agata, che nel primo incontro era apparsa disponibile a sostenere il proprio caro, si irrigidisce affermando la sua impossibilità ad accogliere Giuseppe presso la propria abitazione (abitazione che veniamo a conoscenza essere per una piccola parte anche di Giuseppe) e di non avere nessuna possibilità economica per pagare una quota della struttura. Veniamo inoltre a conoscenza che Agata nei mesi successivi al primo incontro non ha collaborato con Carlotta per l’istanza da presentare al Giudice Tutelare per la nomina di un ADS poiché, a suo dire, impegnata sul lavoro. Vuole essere informata in merito al percorso che intraprenderà Giuseppe, ma afferma di non poter garantire la sua presenza e collaborazione effettiva. 

Vengono a questo punto dati ulteriori “compiti” ai membri della rete al fine di assicurare al meglio una dimissione tutelante per Giuseppe: l’ospedale dovrà redigere la documentazione clinica e sociale da presentare alle residenze sanitarie per disabili (RSD) e prendere contatti con i servizi sociali per la richiesta di integrazione economica; Carlotta, in accordo con Agata e aiutata dall’educatore e dall’assistente sociale ospedaliera, presenterà la documentazione presso il Tribunale del territorio per l’istanza di nomina di ADS, che avrà il ruolo di referente esterno a tutta la rete, e permetterà di poter compilare e ottenere la documentazione burocratica necessaria. Viene quindi nominato un avvocato esterno come ADS che prende contatti con la struttura, con Carlotta e il comune di residenza per l’avvio della pratica di integrazione della retta in RSD, successivamente approvata.  

Attraverso le buone prassi, dopo circa sei mesi di ricovero: 

– la struttura riabilitativa dimette Giuseppe in una RSD del territorio, ubicata vicino a Carlotta; 

– Giuseppe viene “affidato” a un amministratore di sostegno; 

– il comune di residenza contribuisce al pagamento della retta e coadiuva l’ADS nella presa in carico sociale di Giuseppe. 

 

Questo racconto, scritto da Sara Figliuolo, è parte de “Storie di persone, voci di infermieri. Un approccio innovativo allo studio della bioetica e della deontologia”, libro del Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano ed edito da McGraw-Hill Education 2020.  

AFFRONTARE IL DOLORE PER MIGLIORARE LA VITA

A dieci anni dall’entrata in vigore della legge 38/2010, la terapia del dolore continua a necessitare di molta comunicazione ed empatia. Troppi pochi medici e cittadini sono a conoscenza di questa opportunità terapeutica. Il Webinar di Cittadinanza attiva ha risposte alle diverse domande in materia.

 

Il giorno 16 Dicembre 2020 è andato online l’incontro promosso da Cittadinanza attiva dal titolo “Dolore, 10 anni di legge 38”.

La terapia del dolore è l’insieme degli interventi diagnostici e terapeuti volti a individuare e applicare terapie farmacologiche, chirurgiche, strumentali, psicologiche e riabilitative, allo scopo di elaborare idonei percorsi per la soppressione e il controllo del dolore. È solitamente rivolta a chi è affetto da un dolore acuto, cronico o procedurale, indipendentemente dall’età.

La legge 38 del 2010 garantisce l’accesso alla terapia del dolore ma, dopo un decennio, solo il 27,9% della popolazione italiana è a conoscenza di essa. Ne ha parlato Tiziana Nicoletti, Responsabile progetti e networking CnAMC, portando la raccolta dati di un’inchiesta: il 73,1% non ha mai ricevuto informazioni sui diritti che la legge riconosce a tutti i cittadini, il 36,5% è venuto a conoscenza della legge tramite conoscenti o internet. È proprio da questi dati che nasce la necessità di dover migliorare la comunicazione al paziente, al fine di evitare false informazioni.

“Il dolore è un momento importante per chi lo soffre” interviene il Dott. Antonio Verginelli, medico di medicina generale, FIMMG “esso è presente anche a livello emozionale in quanto sconvolge le vite di chi lo prova, per questo è fondamentale che il medico comprenda l’ampiezza del dolore attraverso scale di misurazione per poi assegnare il farmaco giusto”.

A questo proposito prosegue il Dott. Renato Fanelli, medico di medicina generale “è bene differenziare due tipi di dolore: quello neuropatico e quello nocicettivo al fine di indirizzare il paziente alla cura farmacologica migliore. È necessario che il medico di medicina generale sia in grado di identificare velocemente il paziente che necessiterà di cure palliative. Prevenire il dolore cronico rende possibile un percorso di vita migliore e dignitoso”

Molte, a questo proposito, sono le domande riguardo l’utilizzo di farmaci oppiacei o palliativi.

“La domanda più frequente tra i pazienti sottoposti a terapia del dolore riguarda l’utilizzo della macchina- continua il Dott. Luca Micelli, SOSD medicina del dolore clinico sperimentale presso CRO Aviano –. Ci sono due tematiche da affrontare. Dal punto di vista clinico, le molecole oppiacee non rendono un paziente pericoloso. Dal punto di vist legale, in base all’art.187 il soggetto è multabile solo se è presente in esso una sostanza oppiacea in concomitanza ad uno stato psicofisico alterato. Per questo motivo nelle nostre strutture abbiamo creato un’applicazione gratuita che verifica l’attività cerebrale dei pazienti prima di mettersi alla guida. Per quanto riguarda la cannabis curativa, invece, la situazione è differente, infatti devono passare almeno 24 ore prima che il paziente possa rimettersi alla guida. Per questo motivo risulta necessario sensibilizzare anche le forze dell’ordine riguardo l’utilizzo delle diverse terapie del dolore”.

Ma quando un dolore viene considerato cronico?

“Si parla di dolore cronico quando si vuole indicare un dolore che persiste da più di tre mesi- spiega la Dottoressa Laura Demartini, specialista in anestesia e rianimazione e terapia del dolore presso l’Unità di terapia del dolore dell’ICS Maugeri, Pavia- . Ci sono storie tipiche di dolori cronici che vengono sottovalutati, dimenticando molto spesso che la cronicità può intaccare tutti a qualsiasi età”.

“Quando parliamo di dolore cronico – prosegue il Dott. Maurizio Evangelista, Direttore UO TDD e Centro Cefalee SISC UCSC/CIC e Vicepresidente AISD – parliamo di una vera e propria patologia che viene influenzata da fattori biologici, psicologici e sociali, per questo motivo qualsiasi racconto di un’esperienza di dolore deve essere rispettato. Il dolore cronico influenza ogni aspetto del paziente, dalla sfera fisica a quella emotiva per finire in quella finanziaria. Per questo è necessario mettere insieme diverse figure professionali al fine di garantire l’inizio e la continuità delle cure per i pazienti affetti da dolore cronico”

La collaborazione sanitaria diviene quindi essenziale.

“Un corpo medico che si consulta è sintomo di progresso – esordisce il Dott. Fulvio Borromei, medico di medicina generale specializzato in cure palliative-; scambiarsi le informazioni tra medici è importantissimo perché attraverso la collaborazione si migliora la qualità della vita del paziente. C’è bisogno di un approccio etico al dolore, l’esperto di medicina palliativa deve fare da mentore ai colleghi al fine di aiutare quanti più pazienti possibile”

I farmaci utilizzati nella terapia del dolore hanno funzioni diverse, ogni paziente risponde ad essi in modo personale ed è per questo che è assolutamente necessario trovare il farmaco adatto a ciascun caso.

Nella terapia del dolore alla base deve esserci un rapporto empatico tra paziente e curante. È necessario avere comprensione, facendo sentire la persona che soffre ascoltata e non giudicata.

La cura al dolore ha come base il rapporto umano.

“IL PESO DELLA FARFALLA”, QUANDO DA UNA DECISIONE DIPENDE LA VITA DI UN PAZIENTE E DELLA SUA FAMIGLIA

Il racconto tratto da “Storie di persone, voci di infermieri” evidenzia l’importanza di entrare in punta di piedi nelle vite dei familiari dei pazienti.

 

Continua la collaborazione con il Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano con la pubblicazione di un secondo contenuto, parte del libro “Storie di persone, voci di infermieri” (McGraw Hill, 2020).

“Il peso della farfalla” racconta la storia di Angelo, un giovane che fin da quando aveva 12 anni si trova in stato vegetativo. Il ragazzo, fino a quel momento assistito dalla madre, viene ricoverato in una struttura apposita e assistito da un’équipe di professionisti.

Ed è lì, in una realtà extra casalinga, che emergono le prime tensioni. Tra la madre del paziente e gli operatori non si instaura un rapporto sereno, destinato ad inasprirsi quando dopo un peggioramento dello stato di salute di Angelo, è necessario decidere per la continuazione o la sospensione della nutrizione enterale. Una decisione difficile che verrà presa dalla coordinatrice infermieristica Martina.

Questa storia pone l’accento su una riflessione importante: laddove ci sono pazienti, ci sono anche famiglie, rapporti, ricordi. Così come le altre storie raccolte all’interno del libro anche quella di Angelo, di sua madre e di Martina evidenzia come le terapie non possano esimersi dall’empatia verso non solo i pazienti ma anche verso i loro familiari, soprattutto quando la persona in difficoltà corrisponde al loro intero mondo.

Questo racconto inoltre approfondisce il senso di responsabilità e il peso che una decisione così definitiva ha sulla coordinatrice Martina, obbligata a trovare un equilibrio nel suo rapporto con il paziente e con la madre di Angelo, muovendosi con tatto e decisione allo stesso tempo.

“Il peso della farfalla”

Angelo entra in Villa Serena nel 2015 all’età di 18 anni. È in stato vegetativo da quando ne aveva 12, a causa di un incidente domestico cui ha fatto seguito uno stato di anossia. Dopo quell’evento il nucleo familiare si è sciolto e la madre è rimasta sola con Angelo e altre due sorelle. È stato curato dalla madre al domicilio sino all’ingresso in struttura; la madre ha quindi un legame molto stretto con questo figlio.

Angelo entra in struttura con necessità di essere ventilato in modo invasivo e assistito 24 ore su 24, è portatore di PEG, completamente dipendente nelle ADL, allettato. Si presenta in condizioni di estrema fragilità, con importanti retrazioni già stabilizzate, deviazioni posturali e grave osteoporosi con pregresse fratture patologiche agli arti inferiori.

Vi è una iniziale difficoltà dell’équipe nel farsi accettare dalla madre nelle pratiche di assistenza e cura, tanto è vero che il primo bagno viene eseguito dall’infermiera Carlotta in presenza della stessa. Col tempo la madre acquisterà maggior fiducia negli operatori e acconsentirà a “farsi da parte”.

L’intervento della fisioterapista Silvia, dopo una serie di consulenze specialistiche, non potendo portare a risultati di recupero funzionale, viene limitato alla sola stimolazione sensoriale, controllo delle posture e cauta mobilizzazione. L’équipe si rende conto che è importante stabilire un contatto con Angelo, il quale sembra riconoscere le voci rassicuranti delle persone che si prendono cura di lui. La madre, non accettando il peggioramento del figlio, chiede a Silvia un incremento della frequenza della fisioterapia perché “Angelo ritornerà a correre nei prati”.

Per la madre la nutrizione è fondamentale anche quando per il figlio diventa un’evidente difficoltà: Angelo nell’ultimo periodo vomita di frequente. Nel 2018 l’équipe evidenzia un peggioramento delle condizioni cliniche e assistenziali con l’instaurarsi di importanti deviazioni a livello posturale non correggibili. Tali deviazioni compromettono la funzionalità degli organi interni. Angelo non tollera più la nutrizione e qualsiasi approccio fisico. L’allarme del ventilatore meccanico suona ininterrottamente giorno e notte. “Quel suono risuonava nella mia testa anche quando ero a casa” dice l’OSS Mario. La fisioterapista Silvia decide in autonomia di interrompere il trattamento in quanto la risposta al disagio causato è evidente. L’équipe assistenziale e infermieristica riferisce alla coordinatrice Martina che Angelo è sofferente e che ogni volta che viene posizionata la nutrizione la situazione peggiora. La coordinatrice Martina più volte segnala alla dottoressa le problematiche evidenziate dall’équipe inerenti il problema della nutrizione e della sofferenza ad essa collegata. Il medico risponde “Non possiamo lasciarlo morire” ma anche “la mamma ci denuncia”.

La coordinatrice Martina, una mattina alle 8, dopo l’ennesima osservazione dello stato di sofferenza di Angelo e degli operatori, in presenza dell’infermiera Giulia e dell’Oss Mario decide in autonomia di interrompere la nutrizione. A quel punto Martina chiama il Direttore Sanitario, il medico di reparto e la responsabile dei servizi socioassistenziali i quali, messi di fronte al fatto compiuto, si riuniscono discutendo animatamente circa le motivazioni che hanno spinto Martina a prendere questa decisione. In seguito si organizzano incontri con due specialisti palliativisti, la coordinatrice, la referente, e tutti i medici della struttura, una psicologa e la responsabile dei servizi socio assistenziali, per definire il percorso da intraprendere: si opta per le cure palliative con sospensione immediata della nutrizione enterale, per la terapia del dolore e accompagnamento alla morte, condividendo la scelta con la mamma alla quale è garantito un supporto da parte di tutti.

“È veramente il caso che mi ha cambiato la vita” dirà poi la coordinatrice Martina. E la farfalla prenderà il volo venti giorni dopo.

 

Questo racconto è parte di “Storie di persone, voci di infermieri. Un approccio innovativo allo studio della bioetica e della deontologia”, libro del Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano ed edito da McGraw-Hill Education 2020.

 

 

 

 

LA COMUNICAZIONE NELLE STRUTTURE SANITARIE AL TEMPO DEL COVID-19: L’ANALISI DEL GRUPPO UNITO

Le ricerche effettuate dall’Università di Torino in collaborazione con Sham mostrano una prima fotografia delle attività di gestione del rischio nelle strutture sanitarie italiane. Tra queste, spicca il ruolo della comunicazione nella prevenzione degli errori in sanità.

 

La “Stanza degli abbracci” per i pazienti Covid-19 nella casa di cura Domenico Sartor, a Castelfranco Veneto, è solo uno degli esempi che mostrano quanto la comunicazione stia cambiando all’interno delle strutture sanitarie: una speciale tenda di plastica anticontagio è messa a disposizione delle persone ricoverate, affinché possano riabbracciare i loro cari[1]. A questa si aggiunge l’esperienza altrettanto virtuosa dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, dove sono stati distribuiti tablet e smartphone per consentire ai pazienti Covid di comunicare con i familiari[2].

Sono i primi segnali di un inevitabile passaggio dettato dalla necessità di ridurre la trasmissione del virus. Questo nuovo orizzonte nella gestione delle relazioni all’interno delle strutture sanitarie e nella comunicazione che le governa mette in luce processi innovativi nell’era della pandemia. Assieme ad Alberto Sardi, Assegnista di Ricerca del Dipartimento di Management dell’Università degli Studi di Torino, che con la mutua Sham si sta occupando di analizzare la gestione del rischio clinico e sanitario in Italia, abbiamo provato a tracciare le caratteristiche di questa nuova dimensione.

 

Come è cambiata la comunicazione all’interno delle strutture sanitarie nella pandemia?

«Le ricerche del gruppo UniTO hanno evidenziato la necessità di migliorare la comunicazione tra i vari attori presenti nello scenario assistenziale, una comunicazione indubbiamente messa a dura prova nell’attuale pandemia. Le ricerche indicano che la comunicazione può generare, ma anche prevenire, molti errori in sanità.

Complessivamente, la comunicazione con i pazienti si è più che mai rivoluzionata nell’ultimo periodo, passando da conversazioni giornaliere a colloqui via Skype, per telefono o email, come evidenzia il caso della casa di riposo a Castelfranco Veneto».

 

Le ricerche condotte dall’Istituto Superiore di Sanità indicano che l’isolamento sociale è un fattore di rischio per tanti disturbi psicologici, come ansia e depressione: secondo lei, l’utilizzo delle tecnologie può aiutare a ridurre questi fattori?

«A mio avviso, le tecnologie possono essere inserite soprattutto nel canale della prevenzione e supportare, anche con un’assistenza territoriale, persone che affrontano il disagio emotivo dovuto alla pandemia. Da una parte le tecnologie possono aiutare a fornire più assistenza domiciliare, dall’altra, possono prevenire disturbi e patologie che in futuro potrebbero essere a carico del Servizio sanitario nazionale; ciò consentirebbe maggior equilibrio tra prevenzione, assistenza distrettuale ed ospedaliera».

 

Quali sono i passi da compiere per implementare le tecnologie all’interno di una struttura sanitaria?

«Le tecnologie, o meglio i sistemi informativi, devono essere progettate, implementate e sviluppate con il supporto di tecnici sia dell’ambito sanitario che del campo informatico, gestionale e organizzativo. Numerosi studi mostrano i benefici e le loro potenzialità, così come gli effetti negativi in caso di progettazione ed uso non idonei. In linea di massima, bisognerebbe riorganizzare le strutture sanitarie e prevedere una tecno-struttura che sviluppi sistemi finalizzati a migliorare ed efficientare i processi primari in campo medico e amministrativo. Tutto questo dovrebbe essere accompagnato dall’inserimento di nuovi profili professionali».

 

In questo nuovo scenario, quali sono i profili professionali richiesti?

«Oltre ai profili sopra descritti, ossia professionisti con competenze informatico-gestionali capaci di supportare la standardizzazione e l’informatizzazione dei processi, prevediamo l’inserimento nel breve periodo del Risk Officer, un professionista capace di unire più necessità all’interno del sistema e rivolgersi a figure specifiche di diversi settori. Per supportare al meglio le funzioni primarie di una struttura sanitaria, è necessario arrivare a unità organizzative multidisciplinari, che garantiscano la comunicazione a tutti i livelli e tra tutti i professionisti coinvolti.

All’interno delle strutture sanitarie, si registrano i più alti tassi di competenza e scolarizzazione, ma in generale, nel campo della sanità esiste una grossa lacuna, che è quella della formazione degli operatori sanitari. La formazione, infatti, è prettamente orientata a sviluppare grandi competenze tecnico-professionali, ma poche abilità psicologiche e gestionali. Se le prime aiutano a rinsaldare la capacità di risolvere problemi operativi con i pazienti, la scarsità delle seconde non consente di rafforzare la relazione con il mondo esterno. In questo nuovo scenario, si potrebbero prevedere anche nuove figure professionali con competenze economico-sanitarie».

 

Come si migliora la performance nell’assistenza sanitaria?

«Studiando i sistemi dinamici delle prestazioni, ci siamo resi conto che sottolineare gli aspetti virtuosi dei gesti provoca il miglioramento dell’intero sistema. Grazie a questo, è possibile alimentare una nuova energia e creare situazioni – come quella di Castelfranco Veneto – replicabili in altri contesti, ad esempio in strutture che possiedono meno risorse.

La performance si dovrebbe valutare non guardando solamente alla singola struttura, ma all’intero sistema, che deve essere però governato da linee guida chiare, trasparenti e strategiche per il raggiungimento del risultato migliore. In quest’ottica, ogni performance deve essere integrata all’interno di un sistema regionale e nazionale, i quali però devono andare nella stessa direzione. È solo attraverso l’engagement delle persone, portato dall’unione degli intenti dei singoli, che è possibile migliorare il sistema complessivo.

Infine, la misurazione della performance dovrebbe essere collegata alla gestione, ovvero all’uso delle informazioni raccolte. Una gestione efficace e trasparente dovrebbe consentire una migliore comunicazione delle performance a tutti gli operatori».

 

A questo link è possibile approfondire le ricerche dell’Università di Torino in collaborazione con Sham.

 

[1] Cfr.: tg24.sky.it

[2] https://primabergamo.it/cronaca/grazie-a-tablet-e-smarphone-i-pazienti-covid-possono-tornare-a-vedere-i-loro-cari/

“INSHALLAH”, L’IMPORTANZA DELLA MULTICULTURALITÀ IN CORSIA

Il racconto tratto dal libro “Storie di persone, voci di infermieri”.

 

Inizia con il racconto “Inshallah” la collaborazione con il Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano, che ha recentemente pubblicato il libro “Storie di persone, voci di infermieri” (McGraw Hill, 2020). Si tratta di una raccolta di racconti che evidenziano come la relazione con le persone assistite sia di fondamentale importanza, oggi più che mai con l’emergenza legata al Covid-19, che spesso separa i pazienti dalle loro famiglie. Tramite questi racconti, analizzati secondo una specifica metodologia, le voci degli infermieri ci aprono le porte verso uno spazio nascosto, lontano dai riflettori e dall’attenzione comune, fatto di attenzioni, accortezze e sensibilità che si sono rivelate fondamentali nella costruzione del percorso di cura, non solo in senso strettamente medico ma anche umano.

Il primo racconto affronta il difficile tema della multiculturalità in corsia, dell’importanza della comunicazione verbale e non, soprattutto tra diverse culture, riportando la storia di Aziza, una giovane donna egiziana, durante una valutazione ostetrica in pronto soccorso al nono mese di gravidanza. Una storia che non ha un lieto fine, ma pone domande nuove a cui è necessario trovare delle risposte considerando molteplici prospettive.

 

“Inshallah”

Aziza è una giovane donna egiziana arrivata da poco in Italia, al nono mese di gravidanza. Accede al pronto soccorso ginecologico di pomeriggio, accompagnata dal marito, per una valutazione ostetrica, essendo quasi prossima al parto e non conoscendo né la struttura, né le procedure. Denise, l’ostetrica in turno, effettua visita ed ecografia: il travaglio non è ancora iniziato, quindi Aziza può rientrare tranquillamente a casa. Poiché Aziza non parla, né comprende l’italiano, Denise consegna il referto al marito al quale riferisce verbalmente le proprie osservazioni. Inoltre raccomanda di riaccompagnare la moglie in ospedale non appena inizierà il travaglio o se dovesse stare male. Il marito afferma di aver compreso e si impegna, al prossimo ricovero, a portare tutta la documentazione sanitaria relativa alle visite e alle ecografie effettuate nel paese di origine.

La sera successiva Denise arriva in reparto, pronta per iniziare il turno notturno. Aziza è appena stata portata in sala parto, è arrivata con il marito: “Mia moglie sta male da stamattina e da mezz’ora non sente più il bambino muoversi; io sono appena rientrato dal lavoro, ha aspettato me per venire in ospedale!”

Aziza è già dilatata di 9 cm, viene aiutata farmacologicamente per accelerare il parto, non si riesce a sentire il battito fetale, vengono allertati il ginecologo e il pediatra.

Ahmed nasce alle 21.30: non muove neanche un dito. Viene massaggiato, ventilato, intubato, si incannula la vena ombelicale, si trasfonde sangue visti i bassi valori di emoglobina, si allerta lo staff della terapia intensiva neonatale. Ahmed è immobile, ha un colorito grigio, solo che adesso il cuore ha ripreso a battere, e respira grazie alla ventilazione meccanica.

Viene comunicata ai genitori la gravità della situazione. Aziza accoglie la notizia con compostezza e, mentre il marito traduce, lei continua a ripetere “Inshallah”. Non manifesta rabbia nei confronti degli operatori, sembra rassegnata in attesa dell’evoluzione della situazione. Due giorni dopo Ahmed muore in terapia intensiva, non ce l’ha fatta.

Denise continua a pensare a quel parto: “Se avessimo ascoltato o fatto più domande a lei o al marito il giorno prima, magari Ahmed ce l’avrebbe fatta…invece è andata diversamente, e questa storia non si può riscrivere, ma altre forse sì”.

Un anno dopo Denise incontra nuovamente Aziza nel reparto di ostetricia: ha in braccio Rasheeda, nata da due giorni.

 

Questo racconto è parte de “Storie di persone, voci di infermieri. Un approccio innovativo allo studio della bioetica e della deontologia”, libro del Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano ed edito da McGraw-Hill Education.

 

 

 

TRASFORMARSI IN OSPEDALE COVID

“Non dobbiamo chiedere a nessuno di essere un eroe, ma fornire una buona organizzazione per gestire la pandemia”. Enrico Lauta, medico anestesista, è partito da Bari per Iseo come volontario durante la prima ondata del Covid. Dal 9 novembre 2020, sta riconvertendo l’ospedale Santa Maria degli Angeli di Putignano sulla base di quell’esperienza e racconta a Sanità 360° i passi da compiere che possono essere applicati su tutto il territorio nazionale.

 

Quando ha raggiunto l’ospedale di Iseo, la rianimazione era già stata “tirata su” da zero e il centro regionale per la gestione dei letti era in funzione. “Quella è stata la prima lezione da applicare in condizioni d’emergenza: una centrale operativa che chiama i reparti ogni giorno, controlla i posti liberi e prenota i letti per i trasferimenti in altre strutture, qualora quella di ricovero avesse raggiunto il massimo della capacità. Un’organizzazione di questo tipo non solo libera medici e infermieri da ore di telefonate per cercare un posto letto, ma fa loro sentire che esiste un sistema funzionante che coadiuva i loro sforzi”.

Enrico Lauta, medico anestesista, è partito come volontario durante la prima ondata del COVID per prestare servizio in Lombardia. Ora, grazie all’esperienza accumulata è stato incaricato di riconvertire in ospedale COVID il Santa Maria degli Angeli di Putignano, nel territorio della ASL Bari, una struttura omologa per dimensioni e dotazioni al nosocomio di Iseo nel quale ha lavorato durante la primavera 2020.

“Essere un medico sul campo mi ha fatto provare la paura e la tensione di chi lavora con i pazienti COVID e mi ha fatto capire che gli elementi centrali dai quali partire per affrontare la pandemia sono il morale, la sicurezza e la formazione del personale sanitario”.

“Medici e infermieri devono sentirsi pronti e sicuri. Non dobbiamo chiedere a nessuno di essere un eroe. Abbiamo bisogno di una buona organizzazione”.

“Qui un elenco di azioni per riconvertire un ospedale di base in ospedale COVID che ho messo e sto mettendo in pratica in ordine di priorità.

La prima è individuare quali saranno le unità operative per la cura dei pazienti acuti.

La seconda azione, fondamentale, è individuare i percorsi: l’accesso del personale alla struttura,  agli spogliatoi, ai reparti COVID; le zone filtro, le zone vestizione e svestizione. Ideale sarebbe creare percorsi circolari ma non è sempre possibile. Da qui l’esigenza di operare interventi strutturali con opere di cartongesso, cartelli e simili.

 Terzo passaggio è formare il personale: sui percorsi (in modo che non ci siano contaminazioni delle aree ‘pulite’); sugli strumenti da utilizzare per monitorare i parametri dei malati; sulle medicine da somministrare; sui presidi da utilizzare e su come utilizzarli.

Ricordiamoci, infatti, che anche operatori di area medica e chirurgica non “esperti” nella gestione dei pazienti COVID saranno chiamati a curarli; è necessaria una formazione specifica sull’impiego calibrato di strumenti come i presidi per la ventilazione non invasiva ed il monitoraggio dei parametri ventilatori. Anche per questo si può rivelare utilissimo costruire delle Flow Chart assieme ai medici che saranno chiamati a implementarle mettendo ben in chiaro che e quali competenze multidisciplinari e multispecialistiche concorrono al trattamento della malattia.

Quarto punto, di conseguenza, è una mappa chiara delle ‘munizioni’ che serviranno all’ospedale COVID una volta entrato in funzione. La domanda che dobbiamo porci è: di cosa avranno bisogno gli operatori? Saturimetri, maschere per l’ossigeno dotate di reservoir, schermi digitali e strumenti di monitoraggio multiparametrici, strumenti di ventilazioni non invasiva, i farmaci.

Quinto e ultimo punto: creare un setting assistenziale che preveda livelli di gravità crescente e, a fianco, avviare una centrale di bed management sull’ispirazione di quella lombarda citata inizialmente.

 “A fianco di queste punti – conclude Enrico Lauta – c’è una lezione fondamentale che il nostro sistema sanitario deve apprendere una volta per tutte e che la pandemia ha comprovato al di là di ogni ragionevole dubbio: dobbiamo trasformare la nostra gestione del rischio in una gestione proattiva. Non possiamo ridurci a reagire, per quanto bene e in fretta, alle emergenze. È sicuramente un problema di cultura nazionale ma è giusto riconoscere che in questi tre mesi di tregua – luglio, agosto e settembre – in tutta Italia si poteva fare un po’ di più: preparare piani e individuare le soglie di ricoveri e contagi superate le quali scattano automaticamente le riconversioni di personale e reparti già pianificate; formare il personale in anticipo; contattare le aziende per i lavori strutturali che si sono mostrati necessari ed accumulare scorte. La pandemia ci ha insegnato che non possiamo tirare il fiato ma anticiparne le mosse. Spero che sia una lezione che rimarrà impressa”.

 

 

 

 

 

 

ASPETTANDO IL PICCO: COSA IMPARARE DALL’ESPERIENZA DELL’ASL BARI

“La lezione fondamentale – dice il Direttore del Rischio Clinico Vincenzo De Filippis – è la formazione e la motivazione del personale su terapie e procedure. Solo così avranno la fiducia per affrontare la situazione”. L’ASL Bari, 1 milione e 300mila cittadini serviti, si sta preparando al momento peggiore della seconda ondata portando da 1000 a 2900 i posti per il Covid.

 

La preparazione alla seconda ondata del COVID non passa solo attraverso posti letto e strutture sanitarie riconvertite. “Dalla nostra esperienza posso dire che la conditio sine qua è la formazione e la motivazione del personale – dice Vincenzo De Filippis, direttore della U.O.C. Rischio Clinico e Qualità della ASL Bari -. Medici ed infermieri devono essere informati sulle procedure di protezione individuale e ambientale, sulle terapie da applicare in caso di COVID e sui parametri da monitorare. Solo così avranno fiducia di poter superare l’ondata. Altrimenti la paura, non per sé ma di non poter fare nulla per i pazienti, azzopperrà gli sforzi. Quello che stiamo chiedendo a chirurghi e medici di tutte le specialità è, sostanzialmente, di trasformarsi in medici esperti in Covid, trattando campi che non hanno mai toccato prima. Dobbiamo dargli  procedure semplici, chiare, applicabili da seguire”.

Ecco il punto di partenza della riconfigurazione della ASL Bari aggiornata al 3 Novembre 2020. “L’obiettivo è passare da 343 posti letto COVID ai 904 che sappiamo saranno necessari per la fine del mese (il dato atteso in Puglia di fabbisogno di posti letto è di 1100 al 6 novembre, 2000 al 20 novembre e 2900 al 30 novembre)”.

Le misure prese sulle strutture: raddoppiati i posti di intensiva e sub intensiva, attivati due ospedali per post acuti, convertito un’intera struttura come ospedale e un reparto maternità COVID, attivati due presidi ospedalieri con aree Covid attrezzate e attuate disposizioni emergenziali in tutti gli ospedali. Inoltre è stato richiesto il concorso anche dell’Ospedale Ecclesiastico “Miulli” (già intervenuto in primavera scorsa) e di due case di cura accreditate..

“Importante è stata anche l’esperienza dei medici e anestesisti che sono partiti volontari questa primavera per fronteggiare l’emergenza al Nord. Le lezioni che hanno appreso ci hanno aiutato a mettere a punto i percorsi COVID e COVID-free all’interno, prima di tutto del Pronto Soccorso, e nell’attivazione del presidio full Covid”.

“Riceviamo ottimi segnali dal punto di vista delle precauzioni e delle procedure di vestizione da parte del personale sanitario: abbiamo pochissimi casi di infezione tra il personale, anche nei punti caldi del Pronto Soccorso”.

Tra gli accorgimenti che consigliamo di seguire: “Evitare che le persone restino sulle ambulanze a lungo e far sì che tutti gli asintomatici e i paucisintomatici rimangano a casa con terapia”.

“Queste sono le misure messe in atto in vista di un incremento dei contagi. Sono tutte importanti ma ribadisco che il morale degli operatori sanitari e le informazioni aggiornate rimangono determinanti per avere una risposta efficace all’emergenza”.