A FIRENZE VINCE LA CULTURA DELLA PREVENZIONE

Quello che in tanti abbiamo percepito durante la recente edizione di Forum Risk Management a Firenze è che la galassia delle persone e delle professioni che si impegnano per comprendere e contrastare il rischio clinico è divenuta una comunità scientifica a pieno titolo che opera in sinergia attraverso i confini delle singole organizzazioni.

 

Sta nascendo una sincera alleanza che unisce persone, Aziende Sanitarie, attori assicurativi e istituzionali. Un’alleanza che si corrobora nel confronto e nella condivisione dei progetti che migliorano, giorno dopo giorno, la sicurezza delle cure nella Sanità italiana.

Il Premio Sham – Federsanità ANCI, che ogni anno confronta e promuove decine dei suddetti progetti in tutta Italia, è al tempo stesso prodotto e catalizzatore della nuova cultura incentrata sulla prevenzione del rischio.

Durante le premiazioni dell’edizione 2017 e lo svolgimento della tavola rotonda “Diventare sicuri”, il 30 novembre a Firenze, abbiamo visto l’alleanza tra i tanti attori del Risk Management in azione: ogni intervento e ogni progetto hanno aumentato la consapevolezza, gli strumenti e le buone pratiche rivolte alla riduzione del rischio.

È importante far vedere come il successo di una realtà sanitaria diventi il punto di partenza per un’altra, in un circolo virtuoso dove ogni vittoria segna il punto di partenza della successiva. Questa dinamica – che è la quintessenza della ricerca scientifica – era, fin dall’inizio, l’obiettivo centrale del Premio: far conoscere e stimolare le buone pratiche che rendono le cure più sicure, facendo di ogni progetto locale un esempio e uno spunto per tutto il territorio nazionale.

Ci siamo riusciti grazie alla partecipazione e all’impegno straordinario di 35 Aziende Sanitarie Locali che hanno contribuito, con i loro progetti, a rendere la Sanità italiana più sicura e la cultura della prevenzione più forte e diffusa.

Sono segni importanti che fanno ben sperare per il futuro. La cultura del Risk Management sta divenendo strumento principe nella gestione sanitaria: il filtro attraverso il quale quantificare, sulla base dei dati, la bontà degli interventi sanitari, l’opportunità di aggiornarli e la direzione nella quale avviare il cambiamento.

Sham, nella sua posizione più unica che rara di mutua assicurativa che condivide il rischio sanitario con tutti i suoi soci/assicurati, da decenni ha abbracciato la consapevolezza che, per ridurlo, sia necessario conoscerlo e inquadrarlo in maniera oggettiva e scientifica.

Vedere questa consapevolezza divenire universale a livello normativo e gestionale, ci dice che il cambiamento, grazie al contributo di tutti, è finalmente avviato.

PREVENZIONE DEL RISCHIO: 44 BUONE NOTIZIE AL PREMIO SHAM

Sono 44 i progetti presentati da 35 Aziende Sanitarie per la II edizione del “Premio Sham per la Prevenzione dei rischi”. Promosso dalla mutua assicuratrice francese in partenariato con Federsanità ANCI, il concorso vuole sostenere e promuovere la cultura del Risk Management e della sicurezza delle cure nella Sanità pubblica.

 

Si tratta di un obiettivo che si sposa sia con i principi affermati dalla Legge 24/2017 Gelli-Bianco sia con la missione di Sham di rafforzare la cultura della prevenzione del rischio.

“Risk Management significa portare i dati al centro della programmazione – spiega il Country Manager di Sham in Italia Christophe Julliard – perché gli errori in Sanità vanno studiati e capiti per poterli contrastare”. In questo sforzo il ruolo di Sham è duplice perché, in quanto mutua assicuratrice “punta a garantire la stabilità dei bilanci sul lungo periodo e a ridurre attraverso analisi dei dati e consulenza di gestione l’esposizione dei propri associati con i quali condivide il rischio alla pari”.

 

La formula mutualistica di Sham ha facilitato di molto l’incontro con Federsanità ANCI che “per il secondo anno ha scelto di affiancare Sham nell’individuazione delle migliori esperienze presenti nelle aziende sanitarie italiane per la gestione del rischio clinico – dichiara, infatti, Anna Paola Santaroni di Federsanità. Il successo ottenuto, in termini di candidature, riflette chiaramente l’aumentata consapevolezza da parte degli operatori: scegliere di implementare politiche di clinical Risk Management va nella direzione sia di una maggiore tutela del paziente che di benefici in termini qualitativi ed economici nella gestione aziendale. Far sì che si passi da buone pratiche a modelli diffusi deve essere l’obiettivo finale affinché si inneschi un circuito virtuoso che faccia della sicurezza dei pazienti la chiave di volta di un miglioramento complessivo e progressivo nella qualità delle prestazioni erogate».

LINEE GUIDA: L’ETÀ DI MEZZO TRA LA LEGGE E I DECRETI

Le linee guida cliniche rappresentano un corpus di indicazioni riconosciute dalle diverse comunità scientifiche che assistono e indirizzano i professionisti sanitari nella cura di specifiche condizioni cliniche.

 

Non sono una raccolta omogenea in quanto differiscono sia nel metodo che nell’ente o Paese che le ha pubblicate. Alcune si basano sul consenso degli esperti, altre (evidence based guidelines [1]) sulla revisione sistematica della letteratura medica secondo una specifica metodologia.

Lo scopo delle linee guida è ridurre il rischio clinico riducendo la possibilità di incorrere in effetti imprevisti nonché la variabilità nell’approccio e nell’esito della cure. Nel complesso, sono considerate il parametro sul quale impostare la prassi sanitaria e valutare la congruità delle scelte terapeutiche. A livello internazionale sono particolarmente riconosciute [2] le linee guida di istituti come il SIGN (The Scottish Intercollegiate Guidelines Network), il National Institute for Clinical Excellence britannico, il Center for Control Disease e la National Guidelines Clearing House statunitensi. In Italia è in vigore il SNGL – il Sistema Nazionale per le Linee Guida – la cui attività verrà profondamente influenzata dalla legge Gelli – Bianco da poco varata (L. 8 marzo 2017 n. 24).

La legge prevede, infatti, che le nuove linee guida vengano prodotte da società scientifiche accreditate in un apposito elenco istituito presso il Ministero della Salute. L’istituzione di questo elenco è centrale nel funzionamento della legge, perché saranno le linee guida prodotte dalle società scientifiche registrate ad avere “valore di legge”. Ovvero: quelle alle quali i professionisti sanitari saranno tenuti, salvo casi specifici, ad attenersi (Art. 5) e il rispetto delle quali mette al sicuro l’operatore dall’accusa di imperizia (Art.6).

Sorge dunque il problema: chi scriverà le linee guida? Secondo il firmatario della legge, l’On. Federico Gelli, le società scientifiche in Italia sono circa 500 – alle quali andranno probabilmente aggiunti i diversi Ordini professionali e alcuni enti di ricerca. Solo quelle che rispetteranno i criteri che verranno fissati potranno accreditarsi.

Per quanto riguarda i tempi, il regolamentato per l’istituzione dell’elenco dovrà aspettare il decreto ministeriale da promulgarsi entro 90 giorni dalla pubblicazione della legge stessa (Art 5, Comma 1). Entro 120 giorni dalla legge dovrà essere promulgato un ulteriore decreto che regolamenterà le nuove funzioni dell’SNGL, previa intesa in sede di Conferenza permanente Stato-Regioni.

La scaletta delle attività prevede, perciò, il varo delle regole per iscriversi all’elenco, l’iscrizione stessa – e quindi la valutazione delle domande presentate da parte delle società scientifiche, il varo delle regole per valutare e approvare le linee guida sottoposte e, infine, la valutazione e approvazione delle linee guida stesse.

Come recita, infatti, il sito del SNLG [3] le linee guida odierne non sono conformi alla legge appena approvata. Questo non vuol dire, però, che ci sia un vuoto. In mancanza delle nuove raccomandazioni, specificano sia l’Art 5 che l’Art 6 (Responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria) valgono le buone pratiche clinico assistenziali, ovvero le procedure e/o raccomandazione aziendali, regionali e ministeriali in essere, sebbene non vi sia di esse una precisa definizione normativa. Una delle pochissime – e forse l’unica – definizione di buona pratica risale, infatti, al D.M 15 luglio 1997 e si riferisce a “standard internazionali di etica e qualità scientifica” [4] . In attesa che lo sforzo di sistematizzazione raggiunga la sua maturità, è ragionevole aspettarsi che la prima buona pratica sarà continuare a seguire la prassi corrente.

 

 

[1] http://www.sign.ac.uk/about/introduction.html

[2] Un elenco disponibile su http://www.sbbl.it/web/Links/LineeGuidaMedicina/

[3] “Si comunica che il sito è in fase di aggiornamento. Pertanto, i contenuti, ancorché consultabili, non sono ad oggi conformi a quanto previsto dalla L. 8 marzo 2017 n. 24. “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”. http://www.snlg-iss.it/lgn#

[4] L.Benci, D.Rodriguez Commentario alla legge 8 marzo 2017, n.24 “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”. Quotidiano Sanità edizioni