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I VINCITORI DEL PREMIO SHAM SI RACCONTANO

L’esperienza del Concorso Sham del 2019 vista dai vincitori dell’AOU di Novara

Con il progetto Gestione del sovrappopolamento ospedaliero: dall’analisi sul bed management ai modelli predittivi e prescrittivi nella prevenzione del rischio clinico correlato l’Azienda Ospedaliera Universitaria Maggiore della Carità di Novara si è aggiudicata il primo premio dell’edizione del 2019 del Concorso Risk Management di Sham.

“Il progetto presentato dalla nostra struttura all’edizione del 2019 del Concorso Sham consiste nella realizzazione di strumenti predittivi sull’iperaflusso ospedaliero. Pensato in origine per affrontare i picchi della stagione influenzale, ha permesso di sviluppare uno strumento prezioso per prevedere l’accesso al pronto soccorso e alle terapie intensive durante la pandemia di Covid-19” spiega Roberto Sacco, Direttore Sanitario della struttura.

“Con lo scoppiare della pandemia i metodi previsionali da noi sviluppati sono stati messi alla prova.  Fin dall’ inizio della prima ondata il gruppo di ricerca dell’AOU ha applicato i modelli previsionali sviluppati per modulare opportunamente le attività e le risorse di ricovero, di allocazione, di dimissione e la conversione e la riconversione dei  posti letti da puliti a Covid e viceversa, nonché l’organizzazione del piano pandemico aziendale” aggiunge Sacco.

“Lo strumento si è rivelato efficace sia per l’analisi di dati locali che per quella di dati Regionali e Nazionali. Questo ha significato un grande coinvolgimento della nostra struttura durante la prima ondata del virus- dichiara Philippe Caimmi, medico della direzione sanitaria dell’AOU coinvolto nella realizzazione del progetto. – Siamo stati tra le esperienze di riferimento a livello regionale per la capacità di risposta all’andamento della pandemia sul territorio, in particolare durante i primi mesi. Visto il successo del nostro strumento, la Regione si è successivamente attrezzata con una più potente struttura centralizzata per servire al meglio tutta l’area di competenza. Questo ha permesso di distribuire in modo più capillare sul territorio le buone pratiche che avevamo contribuito a sviluppare, migliorando notevolmente la gestione dell’emergenza in tutti i comuni coinvolti e creando un sistema condiviso che ha sicuramente alzato la media della capacità di risposta alla pandemia, se pur limitando la possibilità delle singole strutture di realizzare progetti autonomi”.

La messa in pratica del progetto ha fatto sì che si sviluppassero ulteriori osservazioni, spunti in grado di spingere, in futuro, verso ancora nuovi progetti per migliorare sempre di più l’efficacia e l’efficienza delle cure.

“La notevole attività di revisione dei dati Nazionali e Regionali, ci ha permesso di identificare i fattori più significativi per spiegare e anticipare lo sviluppo delle criticità dovute alla pandemia nel Sistema Sanitario Nazionale. Queste attività di revisione hanno successivamente portato alla pubblicazione di un articolo scientifico dal titolo: The Hard Lessons Learned by the Covid-19 Epidemic in Italy: Rethinking the Role of the National Health Care Service che sarà a breve pubblicato sul Journal of Epidemiology and Global Health, un tassello nel percorso per l’individuazione di meccanismi virtuosi che possono essere dedotti da questa pandemia che stiamo ancora vivendo” conclude Caimmi.


BUONE PRATICHE: PERCHÈ SERVONO LINEE GUIDA ITALIANE

“Buone pratiche, validate e concrete, aiutano clinici, risk manager e pazienti”. Per Giansaverio Friolo, Risk Manager Sham e membro del Board della società scientifica SIAARTI “se ne parla spesso ma non ve ne sono a sufficienza”. Da qui parte una riflessione che va oltre l’Anestesia e la Rianimazione per abbracciare una carenza del Risk Management in Italia.  

“Si parla spesso di linee guida ma il più delle volte quello sul quale i clinici possono basarsi è un corpus di letteratura, più che un vademecum pratico e attuabile. Le indicazioni sono numerose, spesso provenienti da fonti estere diverse e, talvolta, non del tutto coerenti l’una con l’altra. Da qui partiamo per capire il valore di una linea guida italiana, validata da una società scientifica ampiamente riconosciuta a livello nazionale e internazionale. Va riconosciuto il merito alla Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI)* nel continuare il difficile percorso di sviluppo”. 

Giansaverio Friolo, è un professionista accreditato nel Risk Management ospedaliero e ha una lunga storia di collaborazione con SIAARTI di cui è socio e sostenitore da diversi anni. Recentemente è stato invitato a far parte del Board SIAARTI per l’elaborazione delle Buone Pratiche sulla normotermia. Un impegno nel campo della prevenzione e della riduzione del rischio in sanità che lo accompagna senza soluzione di continuità nel nuovo incarico di Risk Manager in Sham Italia. 

Qual è l’obiettivo del progetto relativo alle buone pratiche in Anestesia? 

Offrire ai medici anestesisti e rianimatori, che già sono sotto pressione da un anno e mezzo per rispondere alla lunga emergenza del COVID, uno strumento pratico che li aiuti nell’attività quotidiana. Attraverso una review delle prassi negli ospedali italiani concernenti la normotermia perioperatoria per redigere, in un secondo tempo, una linea guida che racchiuda le migliori best practice da impiegare. 

Perché la normotermia? 

Perché è un passaggio importante nell’attività della sala operatoria, anche se solo negli ultimi anni ha ricevuto l’attenzione che merita. Normotermia significa mantenere stabile la temperatura del paziente durante e nei momenti precedenti o successivi l’intervento chirurgico. La temperatura è un parametro vitale importante per tutti gli operatori sanitari. Monitorarla con costanza consente di individuare tempestivamente l’insorgere di eventuali criticità. Mantenerla stabile richiede, inoltre, strumenti sofisticati – flussi laminari d’aria; materassini riscaldanti; sistemi di monitoraggio – e questi strumenti richiedono investimenti. È qui che il tema delle linee guida rivela un significato che va oltre la pratica clinica.  

Quale è il significato più ampio per la sanità? 

Le linee guida possono rappresentare un vero pilastro della nostra sanità: aiutano il clinico a scegliere e, nello stesso tempo, lo proteggono nella responsabilità della scelta; nascono per offrire al paziente le migliori possibilità della sicurezza delle cure; mettono nelle mani dei responsabili del rischio, risk manager o referenti della qualità, uno strumento validato e autorevole per richiedere interventi alla Direzione. Le linee guida sono infatti il linguaggio comune di operatori, addetti alla sicurezza e direzioni ospedaliere. Avere una buona linea guida in mano apre la porta a una pratica clinica più sicura e più serena, a cure più efficaci, a una migliore capacità di creare prevenzione nelle scelte aziendali.  

Quale messaggio nasce da questa analisi? 

Che di linee guida si parla tantissimo ma attualmente sono in numero estremamente limitato. Abbiamo bisogno di linee guida italiane, validate da società scientifiche riconosciute dal Ministero della Salute sulle quali la prassi ospedaliera possa fare concreto affidamento. Qualunque società scientifica si prenda l’impegno di realizzarle merita un sincero ringraziamento perché offre un contributo tangibile alla sanità italiana.  

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IL FUTURO DELLE RSA NELL’ERA POST-COVID19

L’esperienza della pandemia non può restare vana: le criticità emerse devono essere il punto di partenza per immaginare il futuro delle strutture, a partire dalla formazione del personale 

 

Si è svolto nella giornata del 5 marzo il webinar internazionale “Covid-19 nelle RSA, un momento importante per riflettere sul ruolo che hanno svolto le strutture assistenziali durante la pandemia e soprattutto focalizzarsi sui punti deboli emersi, in modo da ripensare il futuro di queste strutture nella maniera più funzionale ed efficiente possibile.  

 Si è trattato di un incontro diviso in diverse sessioni che hanno visto l’intervento dei maggiori professionisti del settore sia nazionali che internazionali, tra clinici, manager di strutture sanitarie per anziani ed epidemiologi, come ad esempio Adelina Herrera e Eugenio Paci, i quali hanno evidenziato comedurante la prima ondata del Covid-19, il 40% dei decessi registrati per il virus sia avvenuto proprio all’interno delle RSA. A spiegare questa alta percentuale, oltre all’evidente stato di fragilità e vulnerabilità dei pazienti, anche la conformazione delle strutture stesse. Come evidenziato Virginia SerraniArchitetto, PhD e Direttore tecnico Dsp Srl, il ripensamento degli spazi avrà un ruolo importante nell’era post Covid. Non solo per quanto concerne l’abbassamento delle possibilità di contagi e infezioni, creando ad esempio percorsi dedicati e specializzati per contenere infezioni anche in piccola scala e ampliando le parte di comunione degli spazi, ma anche per l’aspetto emotivo: le stanze e le sale comuni spesso somigliano più a degli ospedali che a delle residenze, influenzando in negativo il benessere psico-fisico degli anziani. 

 Fattori che sono andati a combinarsi tragicamente con un importante ritardo non solo nell’individuazione dei sintomi e dei contagi, ma soprattutto nell’intervento su di essi 

“Le lacune di formazione emerse in questa fase devono essere un monito per il futuro” ci ha confermato il Presidente di INSH Riccardo Tartaglia, intervenuto durante il webinar insieme agli altri esperti di qualità dell’assistenza Gail Nielsen, Shin Usciro 

 In particolare in Italia, mettendola a confronto con le testimonianze internazionali portate al webinarè emersa una criticità legata alla formazione del personale. Nel nostro Paese esistono, senza generalizzare, evidenti carenze formative nella preparazione del personale infermieristico e degli operatori sanitari che opera in queste strutture, su cui è fondamentale riflettere ed intervenire” continua Tartaglia, evidenziando come da ripensare è anche la formazione all’interno dei team che lavorano nelle RSA: il lavoro di squadra è fondamentale nella gestione di questi pazienti che presentano varie necessità e patologie complesse. Non è possibile quindi sottovalutare le loro condizioni di vulnerabilità/fragilità, perché una diagnosi tardiva, date le ridotte possibilità di recupero di questi pazienti, può portare ad un esito infausto, come abbiamo visto nel caso della gestione del Covid-19, oltre ovviamente a ritardare l’adozione delle misure di prevenzione. 

 “L’Italia già di per sé purtroppo non brilla per quanto concerne il settore delle infezioni correlate all’assistenza, tanto che siamo uno dei paesi europei con i tassi più alti– continua Tartaglia – Quindi esisteva già una scarsa sensibilità su questo problema che, nel caso di una infezione estremamente contagiosa come quella del Covid-19, ha favorito l’espandersi della malattia”. 

 Determinante è stato anche il ritardo di intervento nel settore delle RSA di messa in sicurezza, attraverso una fornitura tardiva di dispositivi di protezione individuale soprattutto per gli operatori sanitari che sono diventati vittime e tramite di infezione con i pazienti. Muovendosi nella direzione della costruzione di percorsi formativi completi e che facciano tesoro delle esperienze e criticità maturate nel periodo della pandemia, l’Università degli Studi Guglielmo Marconi in collaborazione con In Safety Healthcare ha realizzato un corso di 34 ore dal titolo “Sicurezza delle cure e gestione del rischio clinico nelle RSA durante COVID-19”, le cui iscrizioni sono ancora aperte fino al 10 aprile.  

 Oltre a migliorare la formazione, è necessario migliorare la “situational awareness”, ovvero “percezione del rischio”, evidentemente scesa nel tempo. “Si tratta sicuramente di un fattore culturale, lo vediamo purtroppo spesso nell’applicazione delle misure di prevenzione da parte dei singoli cittadini, – conclude Tartaglia- ma laddove è il personale addetto alla cura ad avere una consapevolezza più bassa, le conseguenze sono tragiche”.  

 

ARRIVA LA 5A EDIZIONE DEL PREMIO SHAM

Nuove tipologie di progetto e un Premio speciale per promuovere la prevenzione e la riduzione dei rischi nelle strutture sanitarie italiane ed europee.

 

Sham, Risk Manager e partner di operatori sanitari e socio-sanitari, lancia oggi in collaborazione
con Federsanità e ARIS, la 5a edizione del suo concorso annuale di Risk Management, il cui scopo
è valorizzare e finanziare progetti innovativi a favore della prevenzione dei rischi.
Oltre alla tradizionale assegnazione dei premi a livello Paese secondo le tradizionali tre categorie
di appartenenza dell’ospedale (pubblico, privato senza scopo di lucro e privato), il concorso
premierà per la prima volta un progetto europeo già realizzato, di particolare efficacia nell’ambito
della riduzione dei rischi. Si tratta di un Premio internazionale per il quale si sfideranno tutte le
strutture dei 4 paesi in cui Sham è presente (Francia, Spagna, Italia e Germania).
Il concorso, che si svolgerà da marzo a ottobre 2021, rispecchia l’ambizione di Sham di rendere
sempre più sicuro il percorso di cura, al servizio del paziente.

Un importante concorso paneuropeo: 4 paesi, 3 nuove tipologie, 1 nuovo premio europeo

Da oltre 20 anni il Concorso Risk Management Sham a livello europeo sostiene progetti innovativi nel campo della prevenzione e della gestione del rischio all’interno di enti, strutture e servizi sanitari e socio-sanitari. Aperto a tutte le strutture, associate o meno a Sham, e nei 4 paesi in cui il Gruppo è presente, il concorso offre l’opportunità di presentare un progetto per migliorare la gestione e la prevenzione dei rischi.
In Italia il Premio Sham ha la peculiarità di avere il sostegno di importanti partner del panorama sanitario nazionale, quali Federsanità, a rappresentanza delle strutture pubbliche e di ARIS, a rappresentanza degli istituti privati senza scopo di lucro. Un campione vario e rappresentativo della sanità italiana con azioni o progetti all’avanguardia volti a migliorare la sicurezza dei pazienti e del personale socio-sanitario.

A differenza delle scorse edizioni, quest’anno il concorso prevede 2 premiazioni:

1. Tre premi in Italia per i progetti futuri di riduzione del rischio (quindi non ancora realizzati)
Le strutture che parteciperanno al Concorso Risk Management avranno la possibilità di candidarsi,
secondo la propria categoria di appartenenza (Pubblico, Privato, Privato senza scopo di lucro) con progetti di tre differenti tipologie, che riflettono i principali driver di messa in sicurezza del percorso di cura, sui quali Sham opera quotidianamente: rischio medico, rischio informatico e qualità della vita degli operatori sanitari.
Tipologia “Riduzione del rischio sanitario”, per premiare progetti innovativi a favore del
miglioramento delle procedure e delle pratiche mediche;
Tipologia “Riduzione del rischio cyber”, per premiare le azioni di prevenzione e
sensibilizzazione dei professionisti, le soluzioni organizzative e tecniche per fronteggiare il rischio
informatico.
Tipologia “Prendersi cura di chi si prende cura di noi”, per premiare progetti volti a migliorare
la qualità della vita nei luoghi di lavoro;

2. Un premio europeo unico per un progetto “best practice” già realizzato

Per la prima volta Sham assegnerà un premio europeo a un progetto già realizzato in una struttura francese, italiana, spagnola o tedesca nell’intento di sviluppare la condivisione di buone pratiche tra gli operatori sanitari europei. Con l’introduzione di questa nuova componente europea nel concorso, Sham intende sostenere e promuovere ampiamente una struttura esemplare e il suo progetto, particolarmente innovativo ed efficiente, in materia di prevenzione dei rischi.

Una cerimonia di premiazione in occasione del World Patient Safety Day

Il concorso, che premia 3 vincitori per ciascun paese (1 vincitore per categoria) e 1 vincitore per
l’Europa (tutti i paesi e tutte le categorie insieme) con premi che ammontano fino a 5.000 euro, si svolgerà da marzo a ottobre 2021.

I premi saranno assegnati a tutti i vincitori durante un evento digitale organizzato il 17 settembre 2021 in occasione della Giornata mondiale della sicurezza del paziente.

Rispondere alle sfide della prevenzione e della gestione del rischio

Perseguendo l’obiettivo di prevenire e ridurre ulteriormente i 3 principali rischi del settore (rischio risorse umane, rischio medico e rischio informatico), nonché sostenere lo sviluppo di progetti innovativi di prevenzione e riduzione dei rischi, Sham (gruppo Relyens) conferma il proprio posizionamento come
operatore mutualistico europeo di riferimento nella gestione del rischio per gli operatori sanitari.

L’IMPORTANZA DEL BUON DORMIRE

I disturbi del sonno sono molto più frequenti di quanto si possa immaginare e le cause sono tra le più varie. Rivolgersi a dei professionisti del settore per migliorare il proprio riposo risulta essere una scelta necessaria, soprattutto in periodi complicati come quello derivante dalla pandemia.

 

In vista del webinar “La maratona del sonno: dai meccanismi di regolazione ai disturbi del sonno” che si terrà il prossimo 19 marzo e promosso dall’AIMS, Associazione Italiana di Medicina del Sonno, abbiamo parlato con il Prof. Luigi De Gennaro, professore ordinario presso La Sapienza Università di Roma ed esperto di medicina del sonno.

Cosa sono i disturbi del sonno e quante persone ne soffrono?

I disturbi del sonno, nell’ultima revisione internazionale, arrivano fino a cento tipologie, includendo anche sintomi e patologie molto rare. L’insonnia, nella forma cronica, ossia che ha una durata maggiore di tre mesi, riguarda in Italia, ma praticamente in ugual misura nel mondo, una forchetta che va dal 10 al 15 % della popolazione. Un altro esempio potrebbero essere le apnee, che colpiscono il 3-5% dei soggetti. Le percentuali riguardano una cospicua parte della popolazione, che si trova ad affrontarle prima o poi nella vita in base anche ai diversi stadi della propria esistenza.

Quali sono le cause principali?

Se siamo davanti ad una patologia, come ad esempio la narcolessia che è una malattia rara, abbiamo una causa prevalentemente di carattere genetico. Altre volte, invece, entrano in gioco tantissimi fattori come ad esempio problemi respiratori per quanto riguarda le apnee, comportamenti e credenze sbagliate per l’insonnia cronica. Molto spesso sono le condotte e il perpetuare di esse che fanno il disturbo da insonnia. Ad esempio, una persona che per un determinato periodo di tempo soffre di insonnia notturna, cercando di compensare le ore di riposo nel pomeriggio, non sa che in questo modo lo sta consolidando e rafforzando.

È possibile consigliare un percorso da intraprendere per guarire dai disturbi del sonno? O ancora, può, invece, indicarci cosa è preferibile non fare?

C’è un’unica società scientifica e clinica in Italia che si occupa di medicina del sonno. Abbiamo una rete di centri accreditati che erogano trattamenti specialistici, ci sono esperti in ogni disturbo del sonno che prestano servizio in base alla diversa tipologia o vera e propria patologia. Il mio consiglio è quello di rivolgersi a specialisti di settore e alle strutture accreditate. Tutto il territorio nazionale è coperto dalla rete di centri di medicina del sonno.

La mancanza di sonno può avere un costo sociale o personale? Quali sono gli effetti che i disturbi del sonno possono avere sulla società?

I costi sono elevatissimi. Ci sono una lunga serie di catastrofi storiche in cui le commissioni di inchiesta, di volta in volta, hanno appurato che alla base del famoso “errore umano” c’era la pregressa assenza di sonno. Ovviamente, ritornando in un contesto quotidiano, la privazione del sonno procura sonnolenza diurna e tra le conseguenze più frequenti ad essa c’è l’errore prestazionale, decisionale ed esecutivo, arrivando così ad una reale riduzione di efficienza lavorativa. L’Italia, da circa tre anni, è dotata di una legge innovativa che subordina il rilascio delle patenti, ma soprattutto i rinnovi, alla valutazione dell’eccessiva sonnolenza diurna, prescrivendo una serie di quadri neurologici e respiratori, che se non trattati adeguatamente possono portare ad un eccessivo sonno diurno. Uno degli aspetti drammatici sociali è che una quota elevatissima degli incidenti stradali è primariamente accreditabile ad un’eccessiva sonnolenza alla guida.

Il lockdown causato dalla pandemia di Covid-19 ha peggiorato i disturbi del sonno nell’ultimo anno?

Le conseguenze sono molto cospicue. La prima è l’aumento delle insonnie. Ma questo è solo uno degli aspetti. L’influenza del lockdown e della pandemia ha impattato molti altri livelli del sonno in maniera spesso difficilmente quantificabile: disturbi d’ansia, depressione, disturbo post traumatico da stress. Sono espressione del trauma a cui la salute psicologica delle persone è stata sottoposta. Tali traumi, naturalmente si riversano sul sonno, impattandone in maniera specifica e selettiva. Ad esempio, è stata riscontrata la presenza di incubi come espressione del trauma. I sogni terrifici sono aumentati drammaticamente e sono un altro specchio delle conseguenze della situazione d’allarme che stiamo vivendo ormai da mesi.

LA RESPONSABILITÀ CIVILE SANITARIA NELLE RSA AL TEMPO DEL COVID

Le richieste di risarcimento per danni da Covid-19 mettono in mostra i limiti della legge Gelli-Bianco nell’individuare la responsabilità di un danno in ambito sanitario in assenza di linee guida.

 

A distanza di un anno dall’inizio della pandemia cominciano a farsi sempre più pressanti le richieste di risarcimento da parte dei familiari degli ospiti delle Residenze sanitarie assistenziali scomparsi per il Covid-19. “Stabilire gli estremi di un compenso nel caso di morte da Covid-19 è estremamente complicato. Tra i temi in discussione spicca la domanda: quale è il genere di compensazione più adeguata? Ovvero, è applicabile il principio della responsabilità civile o, invece, è opportuno ricorrere a un sistema indennitario ragionando in modo mutualistico? Ma si discute anche di cosa si possa effettivamente definire un danno da Covid, se sia da intendersi esclusivamente con la morte di un paziente che aveva contratto il virus o se debbano essere inclusi anche casi meno evidenti”.

A riportare queste osservazioni è l’avvocato Maurizio Hazan, esperto di diritto assicurativo, durante il suo intervento per il webinar COVID-19 nelle RSA tenutosi il 5 marzo[1].

Mentre la legge attuale prevede, ad esempio, la copertura per danni da vaccinazioni obbligatorie o consigliate manca, invece, un sistema indennitario per le morti e i danni da Covid.

“Generalmente, nel contesto di risarcimenti per MedMal si fa riferimento al sistema della responsabilità civile sanitaria. In questo caso però resta aperta la questione se sia possibile parlare di responsabilità civile per le morti da Covid avvenute durante i primi mesi- afferma Hazan. -La legge Gelli-Bianco del 2017 ha cambiato il paradigma della responsabilità sanitaria rendendola responsabilità per colpa. Ha assunto che la pratica sanitaria virtuosa fosse quella che seguiva le linee guida e i parametri di condotta, rendendolo un principio valido sia per i singoli specialisti che per le strutture sanitarie. Il Covid però ha scosso il concetto di linee guida, impossibili da determinare per la natura sconosciuta del virus e in assenza delle quali non è possibile stabilire casi di negligenza e medical malpractice. Insomma, cade l’applicabilità della legge Gelli-Bianco”.

Superata la sorpresa iniziale, la pratica e l’esperienza su scala mondiale hanno permesso di raccogliere sufficienti dati per la realizzazione di best practice condivise.

“Per le RSA i protocolli sono arrivati lentamente con il passare dei mesi. Con l’accumularsi di maggiore esperienza, questi sono diventati sempre più specifici. È emersa, così, la difficoltà delle strutture ad assecondare tutte le direttive dei protocolli e mettendo in luce il divario tra quello che è realisticamente realizzabile nella pratica quotidiana e la richiesta del legislatore” commenta l’avvocato.

Oltre alle difficoltà già presentate c’è da considerare anche la necessità di trovare una definizione da danno per Covid.

“In molti casi i familiari sono spinti alla richiesta di un risarcimento lamentando che il proprio caro è deceduto, non perché abbia contratto il virus, ma perché la chiusura alle visite familiari della struttura in cui egli era ospite ha causato una tale sofferenza emotiva da portarlo a una morte precoce” spiega Hazan.

Il dibattito su questi temi è ancora aperto e gli addetti ai lavori sono consapevoli della necessità di trovare presto delle posizioni condivise. Nonostante ad oggi le richieste di risarcimento per danni Covid-19 non siano ancora eccessivamente comuni, è ragionevole aspettarsi un aumento nel prossimo futuro e, per il benessere delle RSA e delle strutture sanitarie in generale, è necessario trovare queste posizioni al più presto.

L’intervento dell’avvocato Maurizio Hazan può essere visto a questo link a partire da 2h30min.

 

[1] Organizzato da:  Italian Network for Safety in Healthcare (INSH) in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna il 5 marzo 2021 e con il patrocinio di ISQua (International Society for Quality in Health Care).

 

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RSA E COVID IN ITALIA

Il tasso di mortalità della prima ondata è stato probabilmente sottostimato, ma il grande problema del nostro Paese parte dai dati che non ci sono. Questo e altri problemi emergono dal confronto con le esperienze europee, nonostante i miglioramenti registrati nella seconda ondata. 

 

“Ad oggi l’Italia rimane l’unico grande Paese europeo che ancora non dispone di dati certi e ufficiali circa l’andamento dei contagi e dei decessi nelle strutture per anziani, poiché i dati ufficiali della Protezione Civile e del Ministero della Salute continuano a non offrire il dettaglio su quanto accade all’interno delle strutture, lasciando un grave vulnus nel sistema conoscitivo circa la diffusione del virus nelle strutture socio-sanitarie nella seconda ondata”.

L’implicazione è che molte scelte che hanno riguardato la gestione del COVID nelle RSA sono state prese senza dati a supporto.

Questa è una delle evidenze riportate da “L’impatto di Covid-19 sul settore LTC (Long Time Care, ndr) e il ruolo delle policy: evidenze dall’Italia e dall’estero” di Eleonora Perobelli, Sara Berloto, Elisabetta Notarnicola e Andrea Rotolo. Pubblicato in “Le prospettive per il settore  socio-sanitario  oltre la pandemia” 3° Rapporto Osservatorio Long Term Care, a cura di Giovanni Fosti Elisabetta Notarnicola Eleonora Perobelli.

L’articolo è stato presentato dalla Dottoressa Sara Berloto - CERGAS SDA Bocconi/Observatory Long Term Care – durante il webinar “COVID -19 nelle RSA[1]” del 5 marzo 2021.

“Con l’arrivo della seconda ondata nell’autunno 2020, il settore LTC ha fatto dei passi in avanti nel contenere e monitorare il contagio delle strutture. In primo luogo, ora alle RSA è garantito il rifornimento di DPI e la possibilità di fare tamponi, assicurando il monitoraggio degli ospiti e l’inclusione nel bollettino nazionale dei casi rilevati”[2] scrivono gli autori del rapporto.

Situazione diversa nei primi mesi dell’anno dove sui giornali sono apparse notizie vieppiù allarmanti sul dilagare del COVID tra i pazienti delle RSA italiane e settentrionali in particolare.

Partendo dalla crescente pressione mediatica nei primi mesi della pandemia, l’Istituto Superiore di Sanità ha lanciato una “Survey nazionale sul contagio Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie”, pubblicata a giugno 2021 e aggiornata tra il 1° febbraio e il 5 maggio. Partendo dai dati di oltre 1300 RSA “si è registrato mediamente un tasso di mortalità del 9,1%”. La percentuale maggiore di decessi è stata riportata in Lombardia (41,4%) e in Veneto (18,1%). Tra i 9.154 soggetti deceduti, solo 680 (il 7,4%) erano risultati positivi al tampone per Covid-19, mentre 3.092 (il 33,8%) avevano presentato sintomi simil-influenzali. ISS stesso suggerisce di considerare congiuntamente i decessi di soggetti accertati positivi e con sintomi simil-influenzali per stimare il tasso di mortalità complessivo legato al virus nelle strutture, che risulta quindi pari a 3,1% (sale fino al 6,5% in Lombardia). La stessa indagine conferma che nello stesso periodo, 5.292 persone residenti nelle strutture rispondenti sono state ospedalizzate (il 5,4% degli ospiti)[3].

Quella è stata la prima e l’ultima survey nazionale alla quale lo stesso articolo cita “il lavoro pubblicato da ATS Milano Città Metropolitana a giugno 2020. In questo report l’azienda ha confrontato i decessi avvenuti tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2020 e la media degli stessi mesi tra il 2016 e il 2019 in 152 RSA per un totale di 18.531 anziani assistiti (Tabella 4.2). Nel periodo di riferimento tra il 2016 e il 2019 nelle strutture erano morte in media poco meno di mille persone, mentre quest’anno i decessi sono stati 3.657, 2.666 in più (+ 118%), a rimarcare ancora una volta un chiaro impatto della pandemia tra gli ospiti delle RSA[4].

Dopo aver messo in risalto l’assenza di nuove misure di raccordo tra settore sanitario e sociosanitario (l’assenza di nuove regolamentazioni nel rapporto tra RSA e ospedali[5]) in tutte le Regioni italiane, Sara Bertolo ha comparato la risposta europea, identificando alcuni fattori che possono essere addotti per capire la difficoltà delle RSA in Italia davanti alla prima ondata di COVID.

Le criticità riscontrate sono divise in tre ambiti: l’isolamento dei pazienti che non è stato possibile e la mancanza di coordinazione con le autorità sanitarie; le difficoltà nello screening degli operatori, al quale si accompagna l’assenza dei dati per capire quali soluzioni adottare e la scarsità iniziali dei dispositivi di protezione individuali; la sostenibilità finanziaria delle strutture, fortemente compromessa  dall’assenza di misure nazionale o regionali per sostenere le spese e l’assunzione di nuovo personale.

Questi alcuni dei temi offerti per riflettere sul settore Long Time Care e su dove intervenire per il futuro

L’intervento della dottoressa Bertolo è visibile a questo link a partire da 1h23min

 

 

[1] Organizzato da: Italian Network f or Safety in Healthcare (INSH) in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna il 5 marzo 2021 e con il patrocinio di ISQua (International Society for Quality in Health Care)

[2] “Le prospettive per il settore socio-sanitario oltre la pandemia” 3° Rapporto Osservatorio Long Term Care, a cura di Giovanni Fosti Elisabetta Notarnicola Eleonora Perobelli (LINK). pag 84.

[3] Op.cit. pag 82

[4] Op. cit. pag 83

[5] Op.cit. Tabella 4.3. ‘La risposta regionale’ pag 87

SICUREZZA DELLE CURE E FORMAZIONE PREVENTIVA NELLE RSA DURANTE IL COVID-19

Quali buone pratiche introdurre nelle RSA – a partire dal controllo delle infezioni – e verso quali figure professionali indirizzare la formazione. L’esperienza dell’Italian Network for Safety in Heathcare e dell’Università di Genova.

 

“Le RSA rappresentano un livello medio di assistenza medica, infermieristica e riabilitativa, associata ad un elevato livello di assistenza residenziale. Per questo motivo tali strutture sono state enormemente colpite dalla pandemia”. Così ha introdotto la tematica Matteo Scopetti dell’Università La Sapienza di Roma, durante il webinar Covid-19 nelle RSA del 5 marzo 2021[1].

La rete italiana conta su 3.117 strutture che presentano una maggiore densità nelle regioni del nord, con numeri di posti letto variabili da 8 a 100.

L’impiego del personale medico risulta quasi del tutto assente: infatti l’11% delle RSA non ha medici che operano al loro interno (1-5 unità per struttura) e gli infermieri sono presenti in un numero compreso tra 0 e 10.

Il personale sociosanitario, invece, è presente nelle RSA per il 64,5%, contando circa due operatori per posto letto.

“INSH- Italian Network for Safety in Heathcare- ha dato il via, dall’ottobre 2020 fino a marzo 2021,  ad una ricerca basata su dati di settore volta a chiarire i profili di rischio caratterizzanti nelle RSA, per poi procedere con l’elaborazione di buone pratiche che possano essere utili a tutte le strutture” ha affermato Scopetti.

La ricerca si è svolta secondo una metodologia in 4 fasi che ha analizzato la struttura del sistema, identificato i profili di rischio e le misure preventive, pianificato la sorveglianza e il controllo.

In seguito sono state ipotizzate teorie preventive in diverse aree come ad esempio: la protezione dei professionisti attraverso la formazione, l’uso di dispositivi di protezione individuale affinché essi stessi non diventassero dei veicoli di infezioni, il supporto psicologico e l’ assicurazione di riposo tra i turni; la prevenzione della diffusione del virus tra gli ospiti con l’implementazione di separate aree operative controllabili ed assegnate ad un numero di operatori esclusivamente dedicato; la gestione dei casi Covid-19.

“Per quanto riguarda la sorveglianza – continua Scopetti – è necessaria l’adozione di politiche di controllo delle infezioni che siano mirate a comprendere il problema. A tal proposito, il tavolo tecnico di INSH sta definendo delle buone pratiche in modo che le strutture possano pervenire a sistemi di autovalutazione che consentano di identificare precocemente il rischio. Infatti, un’adeguata gestione del rischio clinico nelle RSA richiede una pianificazione sistemica e l’adozione di specifiche strategie, di comunicazione e formazione”.

A tal proposito è intervenuta Angela Testi dell’Accademia per il Management in Sanità dell’Università di Genova.

“Nel nostro progetto, cominciato prima dell’arrivo del Covid-19, abbiamo cercato di comprendere la creazione di valore all’interno dei processi che si svolgono dentro le RSA. Strategicamente, cominciamo sempre delle cariche più alte: medici e direttori sanitari delle residenze possono diventare leader del cambiamento. Attraverso interviste strutturate con i direttori sanitari delle residenze liguri, si è visto come essi abbiano delle responsabilità dirette e indirette che danno loro una visione delle RSA a tutto campo; da qui la creazione di un corso di formazione”.

Le RSA che hanno preso parte a questo progetto sono state circa 170 con una prevalenza di privati ed estremamente eterogene tra loro, con un numero totale di 3.728 iscritti.

Il corso di formazione prevedeva due attività: la prima, un video tutorial indirizzato a tutte le figure delle strutture, dai medici agli operatori alberghieri, in cui si trattavano argomenti tradizionali per poi avere nozioni più specifiche al rischio clinico; la seconda, prevalentemente dedicata ai direttori sanitari e al loro aggiornamento di formazione.

“Il progetto ha avuto un flusso altalenante, con una fase di picco quando è cominciata la formazione dei direttori sanitari.  La formazione ha avuto un impatto immediato, sono subito arrivate proposte di cambiamento, come ad esempio l’implementazione della telemedicina, che sono state prontamente trasmesse a chi di competenza a livello regionale.”

Gli interventi sopra menzionati possono essere visualizzati tramite link a partire da 1h26min.

 

[1] Organizzato da: Italian Network for Safety in Healthcare (INSH) in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna il 5 marzo 2021 e con il patrocinio di ISQua (International Society for Quality in Health Care).

GIUSEPPE SALVATO DALLA RETE: QUANDO LA COMUNITÀ COMPLETA IL LAVORO DELL’OSPEDALE

Il racconto tratto da “Storie di persone, voci di infermieri” spinge alla riflessione sul lavoro coordinato delle equipe mediche multiprofessionali.

  

Con la storia “Giuseppe salvato dalla rete” si chiude la collaborazione di Sanità 360 con il Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano. Questo nuovo racconto, come i precedenti “Inshallah e Il peso della farfalla” già pubblicati, è anch’esso incluso nel libro “Storie di persone, voci di infermieri” (McGraw Hill, 2020). 

Giuseppe, sottoposto a un delicato intervento neurochirurgico in seguito ad una caduta accidentale, è un paziente in stato vegetativo che viene trasferito in un centro riabilitativo e preso in carico da un’equipe multiprofessionale. Ed è lì che il “lavoro della rete” va ad integrare quello di cura dello staff ospedaliero, cambiando la vita di Giuseppe: è proprio grazie all’attivazione di un sistema di relazioni che si riesce a trovare il contesto di cura più adeguato a Giuseppe. Una storia che evidenzia come sia fondamentale mantenere un contatto con il mondo esterno, con il territorio e con la comunità che può essere d’aiuto a medici e infermieri nel trovare le soluzioni più idonee da un punto di vista medico e soprattutto umano per il paziente e i suoi familiari.  

 

Giuseppe salvato dalla rete 

Giuseppe ha 48 anni, vive in una città di medie dimensioni della Lombardia ed è fidanzato da diverso tempo con Carlotta. É in carico ai servizi sociali territoriali, inserito in “housing sociale” dopo diversi anni trascorsi senza fissa dimora a causa di gravi problemi economici. Prima dell’evento acuto lavorava per alcune ore alla settimana tramite un progetto realizzato da un ente del terzo settore. 

Un giorno ha una caduta accidentale che gli provoca un grave trauma cranico encefalico con fratture multiple. Viene ricoverato in ospedale e operato per ematoma cerebrale. Dopo l’intervento il quadro neurologico è di stato vegetativo. Viene quindi trasferito presso un centro riabilitativo come da normativa. 

All’arrivo Giuseppe è portatore di cannula tracheostomica e di sonda enterale per la nutrizione artificiale (PEG) e privo di rete famigliare. 

Qualche ora dopo il ricovero arriva Carlotta. Carlotta riferisce all’equipe della struttura di aver avuto nell’ultimo periodo una relazione instabile con Giuseppe e di essere lei stessa seguita da alcune realtà di volontariato. Carlotta racconta anche il suo senso di smarrimento e chiede di essere aiutata a vivere questa nuova sfida che il destino le ha riservato. Nei giorni successivi l’educatore di Giuseppe illustra il contesto in cui vive il paziente e la mancanza di risorse economiche e familiari che possano sostenerlo in questo percorso di cura. Spiega, inoltre, che Carlotta è affetta da neoplasia mammaria e che la sua situazione clinica è instabile.  Si viene a conoscenza da Carlotta dell’esistenza di una sorella di Giuseppe, Agata, residente in una grande città del Nord Italia, che non ha contatti con il fratello da almeno dieci anni. Si decide di contattarla e di programmare un incontro con le reti familiare e dei servizi al fine di illustrare la situazione clinica, la necessità di inoltrare le relative pratiche burocratiche (invalidità civile e istanza nomina dell’amministratore di sostegno [ADS]) e iniziare a ipotizzare le possibili realtà di dimissione. All’incontro sono presenti Agata, Carlotta, l’equipe sanitaria (medico referente e coordinatrice infermieristica), l’assistente sociale ospedaliera, Mario (educatore del progetto housing sociale). Assente a tale incontro è il servizio sociale comunale: l’assistente sociale di Giuseppe è al momento in maternità e non è ancora stato individuato un nuovo referente. 

Vengono illustrati il percorso clinico e gli obiettivi riabilitativi in programma. Si affronta anche il tema del “dopo riabilitazione” illustrando la normativa di riferimento per le persone con diagnosi di stato vegetativo (ricovero in strutture dedicate completamente a carico del servizio sanitario). 

Durante la degenza ospedaliera, protrattasi per circa sei mesi, le condizioni di Giuseppe non migliorano significativamente. Cambia però lo stato neurologico. Giuseppe è ora in condizione di minima coscienza con necessità di assistenza continua e monitoraggio nelle 24 ore, 7 giorni su 7. Il miglioramento clinico modifica la riorganizzazione progettuale della dimissione: in base alla normativa non è più possibile un ricovero in struttura con nucleo dedicato ai pazienti in stato vegetativo con costi a carico del servizio sanitario regionale. Si convoca nuovamente un incontro di rete. Sono presenti tutti gli attori del precedente incontro (assente nuovamente il servizio sociale). 

Carlotta e Agata sono naturalmente più sollevate dal miglioramento clinico, ma esprimono la loro impossibilità a sostenere economicamente il proprio caro in vista della dimissione. Mario informa che non è più possibile accogliere Giuseppe nell’abitazione di housing sociale, sia per le finalità del progetto non compatibili con le condizioni cliniche di Giuseppe, sia per la presenza di barriere architettoniche. 

Giuseppe, per poter rientrare al domicilio, ha infatti bisogno: di un letto ortopedico con materasso antidecubito, di un sollevatore con bascula, di presidi per la gestione della nutrizione enterale e l’incontinenza, di un assistente familiare a tempo pieno e alcuni accessi infermieristici settimanali tramite l’attivazione dell’assistenza domiciliare integrata (ADI). 

Agata, che nel primo incontro era apparsa disponibile a sostenere il proprio caro, si irrigidisce affermando la sua impossibilità ad accogliere Giuseppe presso la propria abitazione (abitazione che veniamo a conoscenza essere per una piccola parte anche di Giuseppe) e di non avere nessuna possibilità economica per pagare una quota della struttura. Veniamo inoltre a conoscenza che Agata nei mesi successivi al primo incontro non ha collaborato con Carlotta per l’istanza da presentare al Giudice Tutelare per la nomina di un ADS poiché, a suo dire, impegnata sul lavoro. Vuole essere informata in merito al percorso che intraprenderà Giuseppe, ma afferma di non poter garantire la sua presenza e collaborazione effettiva. 

Vengono a questo punto dati ulteriori “compiti” ai membri della rete al fine di assicurare al meglio una dimissione tutelante per Giuseppe: l’ospedale dovrà redigere la documentazione clinica e sociale da presentare alle residenze sanitarie per disabili (RSD) e prendere contatti con i servizi sociali per la richiesta di integrazione economica; Carlotta, in accordo con Agata e aiutata dall’educatore e dall’assistente sociale ospedaliera, presenterà la documentazione presso il Tribunale del territorio per l’istanza di nomina di ADS, che avrà il ruolo di referente esterno a tutta la rete, e permetterà di poter compilare e ottenere la documentazione burocratica necessaria. Viene quindi nominato un avvocato esterno come ADS che prende contatti con la struttura, con Carlotta e il comune di residenza per l’avvio della pratica di integrazione della retta in RSD, successivamente approvata.  

Attraverso le buone prassi, dopo circa sei mesi di ricovero: 

– la struttura riabilitativa dimette Giuseppe in una RSD del territorio, ubicata vicino a Carlotta; 

– Giuseppe viene “affidato” a un amministratore di sostegno; 

– il comune di residenza contribuisce al pagamento della retta e coadiuva l’ADS nella presa in carico sociale di Giuseppe. 

 

Questo racconto, scritto da Sara Figliuolo, è parte de “Storie di persone, voci di infermieri. Un approccio innovativo allo studio della bioetica e della deontologia”, libro del Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano ed edito da McGraw-Hill Education 2020.  

AFFRONTARE IL DOLORE PER MIGLIORARE LA VITA

A dieci anni dall’entrata in vigore della legge 38/2010, la terapia del dolore continua a necessitare di molta comunicazione ed empatia. Troppi pochi medici e cittadini sono a conoscenza di questa opportunità terapeutica. Il Webinar di Cittadinanza attiva ha risposte alle diverse domande in materia.

 

Il giorno 16 Dicembre 2020 è andato online l’incontro promosso da Cittadinanza attiva dal titolo “Dolore, 10 anni di legge 38”.

La terapia del dolore è l’insieme degli interventi diagnostici e terapeuti volti a individuare e applicare terapie farmacologiche, chirurgiche, strumentali, psicologiche e riabilitative, allo scopo di elaborare idonei percorsi per la soppressione e il controllo del dolore. È solitamente rivolta a chi è affetto da un dolore acuto, cronico o procedurale, indipendentemente dall’età.

La legge 38 del 2010 garantisce l’accesso alla terapia del dolore ma, dopo un decennio, solo il 27,9% della popolazione italiana è a conoscenza di essa. Ne ha parlato Tiziana Nicoletti, Responsabile progetti e networking CnAMC, portando la raccolta dati di un’inchiesta: il 73,1% non ha mai ricevuto informazioni sui diritti che la legge riconosce a tutti i cittadini, il 36,5% è venuto a conoscenza della legge tramite conoscenti o internet. È proprio da questi dati che nasce la necessità di dover migliorare la comunicazione al paziente, al fine di evitare false informazioni.

“Il dolore è un momento importante per chi lo soffre” interviene il Dott. Antonio Verginelli, medico di medicina generale, FIMMG “esso è presente anche a livello emozionale in quanto sconvolge le vite di chi lo prova, per questo è fondamentale che il medico comprenda l’ampiezza del dolore attraverso scale di misurazione per poi assegnare il farmaco giusto”.

A questo proposito prosegue il Dott. Renato Fanelli, medico di medicina generale “è bene differenziare due tipi di dolore: quello neuropatico e quello nocicettivo al fine di indirizzare il paziente alla cura farmacologica migliore. È necessario che il medico di medicina generale sia in grado di identificare velocemente il paziente che necessiterà di cure palliative. Prevenire il dolore cronico rende possibile un percorso di vita migliore e dignitoso”

Molte, a questo proposito, sono le domande riguardo l’utilizzo di farmaci oppiacei o palliativi.

“La domanda più frequente tra i pazienti sottoposti a terapia del dolore riguarda l’utilizzo della macchina- continua il Dott. Luca Micelli, SOSD medicina del dolore clinico sperimentale presso CRO Aviano –. Ci sono due tematiche da affrontare. Dal punto di vista clinico, le molecole oppiacee non rendono un paziente pericoloso. Dal punto di vist legale, in base all’art.187 il soggetto è multabile solo se è presente in esso una sostanza oppiacea in concomitanza ad uno stato psicofisico alterato. Per questo motivo nelle nostre strutture abbiamo creato un’applicazione gratuita che verifica l’attività cerebrale dei pazienti prima di mettersi alla guida. Per quanto riguarda la cannabis curativa, invece, la situazione è differente, infatti devono passare almeno 24 ore prima che il paziente possa rimettersi alla guida. Per questo motivo risulta necessario sensibilizzare anche le forze dell’ordine riguardo l’utilizzo delle diverse terapie del dolore”.

Ma quando un dolore viene considerato cronico?

“Si parla di dolore cronico quando si vuole indicare un dolore che persiste da più di tre mesi- spiega la Dottoressa Laura Demartini, specialista in anestesia e rianimazione e terapia del dolore presso l’Unità di terapia del dolore dell’ICS Maugeri, Pavia- . Ci sono storie tipiche di dolori cronici che vengono sottovalutati, dimenticando molto spesso che la cronicità può intaccare tutti a qualsiasi età”.

“Quando parliamo di dolore cronico – prosegue il Dott. Maurizio Evangelista, Direttore UO TDD e Centro Cefalee SISC UCSC/CIC e Vicepresidente AISD – parliamo di una vera e propria patologia che viene influenzata da fattori biologici, psicologici e sociali, per questo motivo qualsiasi racconto di un’esperienza di dolore deve essere rispettato. Il dolore cronico influenza ogni aspetto del paziente, dalla sfera fisica a quella emotiva per finire in quella finanziaria. Per questo è necessario mettere insieme diverse figure professionali al fine di garantire l’inizio e la continuità delle cure per i pazienti affetti da dolore cronico”

La collaborazione sanitaria diviene quindi essenziale.

“Un corpo medico che si consulta è sintomo di progresso – esordisce il Dott. Fulvio Borromei, medico di medicina generale specializzato in cure palliative-; scambiarsi le informazioni tra medici è importantissimo perché attraverso la collaborazione si migliora la qualità della vita del paziente. C’è bisogno di un approccio etico al dolore, l’esperto di medicina palliativa deve fare da mentore ai colleghi al fine di aiutare quanti più pazienti possibile”

I farmaci utilizzati nella terapia del dolore hanno funzioni diverse, ogni paziente risponde ad essi in modo personale ed è per questo che è assolutamente necessario trovare il farmaco adatto a ciascun caso.

Nella terapia del dolore alla base deve esserci un rapporto empatico tra paziente e curante. È necessario avere comprensione, facendo sentire la persona che soffre ascoltata e non giudicata.

La cura al dolore ha come base il rapporto umano.