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“PILLOLE DI SANITÀ DIGITALE”: LA NUOVA RUBRICA DI FIDELIA CASCINI

Sbarca su Youtube e Linkedin la nuova rubrica dedicata al mondo della sanità e della tecnologia a cura di Fidelia Cascini, ricercatrice della sezione di Igiene e Sanità Pubblica dell’Università Cattolica di Roma ed esperta di settore. In questa intervista il racconto della genesi e degli obiettivi di questo progetto. 

Dottoressa Cascini che cos’è “Pillole di Sanità Digitale” e perché nasce questo progetto?  

La digitalizzazione del comparto sanitario e la valorizzazione del suo immenso patrimonio informativo rappresentano gli strumenti più potenti per la realizzazione di una sanità efficiente, efficace e tempestiva; insomma, di altissimo valore. La strada da percorrere non è priva di ostacoli. Da diversi anni faccio parte, in rappresentanza dell’Italia, della Global Digital Health Partnership: una collaborazione tra 30 paesi, territori e l’Organizzazione mondiale della sanità costituita con lo scopo di supportare l’implementazione della salute digitale, condividere le best practices globali e promuovere dei progetti dai quali beneficiare reciprocamente a livello internazionale. Inoltre, partecipo, quale referente del nostro Ministero della Salute, alle Joint Action europee per la condivisone di strategie e l’integrazione della sanità digitale tra Paesi membri dell’Unione Europea. Rapportando l’esperienza di questi incontri internazionali alla conoscenza scientifica maturata nel settore e all’osservazione del livello di digitalizzazione del nostro sistema sanitario, ho potuto riscontrare una criticità ricorrente: la mancanza di comunicazione. Mi riferisco nello specifico a una sorta di disallineamento informativo tra i decision maker e coloro che devono mettere in pratica le indicazioni date. Un gap che ostacola il processo di cambiamento e impedisce, in termini operativi, l’applicazione delle stesse direttive. Nasce da qui quindi, dal desiderio di colmare questo gap, l’idea di creare una “guida” che fornisca da un lato informazioni utili ad alimentare la conoscenza e la fiducia verso le tecnologie digitali potenziando l’alfabetizzazione, dall’altro indicazioni strategiche per aiutare le aziende del mercato sanitario a essere competitive in questo ambito. 

Siamo molto curiosi. Può dare qualche preview ai nostri lettori rispetto alle tematiche che verranno trattate? 

Gli argomenti saranno molti e diversi, e riguarderanno ambiti, applicazioni e risvolti delle tecnologie digitali in riferimento ad aspetti clinici, organizzativi e strategici.  

Comincerò dalla mancata aderenza alle terapie farmacologiche, analizzando questo problema e le sue conseguenze sul paziente, sull’industria farmaceutica e sul sistema sanitario, per passare poi in rassegna sia i rimedi tradizionali che quelli più innovativi. 

Affronterò poi temi come: l’uso secondario dei dati sanitari digitali e suoi vantaggi, con particolare riferimento alla sicurezza delle cure e alla riduzione degli eventi avversi evitabili; l’esitazione vaccinale e l’influenza della comunicazione in particolare quella mediata dai social media; le prescrizioni elettroniche e i vantaggi per il paziente e per i diversi attori del sistema sanitario; l’impatto e gli esiti sul paziente legati all’uso della telemedicina nelle sue differenti articolazioni e con riferimento ai diversi contesti clinico-assistenziali;  e altri ancora in divenire. 

Continuiamo a parlare di sanità digitale: quale potrebbe essere il traguardo? 

I punti di maggior attenzione riguardano indubbiamente le opportunità di perfezionare l’erogazione dei servizi sanitari in direzione dell’appropriatezza e dell’accessibilità, oltre che della qualità. Il miglioramento apportato dalla sanità digitale sarà sostanzialmente in termini organizzativi, ovvero su tutto ciò che rallenta e invalida la riuscita di un ottimale processo di cura. Si cercherà di rendere tutto più efficiente e sostenibile. Le nuove strategie di programmazione saranno, nel prossimo futuro, basate su sistemi di intelligenza artificiale che, attraverso l’analisi di un’ingente mole di dati (big-data), permetteranno la creazione di modelli previsionali rivolti verso una risposta personalizzata ai bisogni di salute, oltre che in direzione della prevenzione delle malattie e della tempestività di diagnosi e trattamenti. Saranno allora tre i contesti più velocemente coinvolti dalle applicazioni dell’intelligenza artificiale e dei big- data: quello organizzativo, quello della programmazione e quello della ricerca. Non mancherà inoltre l’ulteriore evoluzione delle tecnologie applicate alla pratica clinica, tra cui la robotica utilizzata, ad esempio, in chirurgia e per la riabilitazione. Se riusciremo a superare i limiti dell’interoperabilità dei sistemi, le innovazioni in questi campi porteranno a una vera e propria rivoluzione della sanità.  

Si potrebbe dire, a questo punto, che per effettuare un primo passo verso la sanità digitale sia quindi necessario uno step preliminare quale una formazione di base che allinei gli operatori del settore?  

Vi è la necessità di una condivisione di saperi, non solo tra i professionisti che applicano la materia ma anche tra i manager e i direttori a capo delle strutture sanitarie che hanno il compito di selezionare le tecnologie delle quali avvalersi. Così come tra i produttori di tecnologie affinché quest’ultime possano essere concepite con standard internazionali che ne permettano l’interoperabilità. È fondamentale l’allineamento di tutti i tasselli sanitari in tutte le competenze e gli ambiti. È imprescindibile puntare su una formazione che implichi uno sforzo reciproco, volta a curare gli aspetti di univocità e scambiabilità. Ad esempio, una buona sanità digitale, attraverso la prevenzione dei sinistri sanitari, migliora la gestione del rischio e di conseguenza la condizione dei lavoratori e dei professionisti dell’ambito sanitario. Affinché ciò si realizzi però c’è bisogno di uno sforzo strategico di unità perché è solo grazie al desiderio di integrazione che si permette e favorisce lo sviluppo.  

Ha accennato all’importanza della gestione del rischio sanitario: sappiamo che da sempre è molto attiva anche su questo fronte. Parlando di progetti di sicurezza in sanità, a cosa sta lavorando al momento?  

Sicuramente uno dei punti strategici della sicurezza in sanità è il corretto utilizzo dei dati. I dati sono importanti per motivare le scelte e dimostrare rischi e opportunità della sanità digitale. Per questo è necessario affiancare alla pratica la ricerca scientifica. Al momento mi sto occupando di valutare l’impatto della telemedicina sul paziente in termini di esiti e di rischi in ambito di sicurezza delle cure e di responsabilità sanitaria. Parallelamente sono coinvolta nei Gruppi Tecnici di Lavoro istituzionali per gli investimenti del PRNN sulla telemedicina. I risultati di questi studi arriveranno presto, nel momento in cui avremo un quadro completo delle applicazioni della telemedicina e dei sistemi della sanità digitale nei diversi setting assistenziali e la capacità di valutare rischi e responsabilità per professionisti e strutture sanitarie, legati a queste nuove prestazioni.  

Introducendo nuove tecnologie cosa possiamo aspettarci in termini di rischi o eventi avversi? È da qui che partirà il progetto con Sham: realizzare un modello che identifichi i rischi collegati alle nuove tecnologie, in linea con il cambiamento dell’approccio assicurativo.  

Bio Fidelia Cascini 

Fidelia Cascini comincia il suo percorso accademico e lavorativo nella sanità pubblica abbracciando la medicina legale, la responsabilità professionale e la gestione del rischio.  Con questo bagaglio, si avvicina alla prevenzione, alla programmazione sanitaria e alla sanità digitale. Riceve una serie di incarichi da parte del Ministero della Salute al fine di seguire i tavoli internazionali e le Joint Action tra i paesi dell’UE per definire i punti di convergenza sull’interoperabilità di dati, le infrastrutture digitali e sui modelli di governance per permettere ai cittadini europei di essere curati al meglio in qualunque Stato membro senza barriere linguistiche e di accessibilità ai servizi. 

Per saperne di più:  www.fideliacascini.com 

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LOSS ADJUSTER E NEGOZIAZIONE: I PRINCIPI DELL’HARVARD NEGOTIATION PROJECT PER LA GESTIONE DEI SINISTRI IN SHAM

Un approccio negoziale e olistico che accoglie in maniera tecnica e puntuale la tutela dell’assicurato e i diritti del danneggiato si dimostra la soluzione migliore per disinnescare le tensioni del processo di liquidazione. Il progetto “Negotiation Excellence” creato da Sham sui principi dell’Harvard Negotiation Project pone al centro di questo processo una figura poliedrica e altamente specializzata: il Loss Adjuster. 

Il modello mutualistico di Sham – gruppo Relyens si esprimesul raggiungimento di obiettivi complementari: la creazione di una relazione di fiducia duratura tra l’Assicuratore e l’Assicurato e la garanzia del giusto equilibrio tra un indennizzo equo e il rispetto della persona danneggiata.  

La gestione del sinistro è assunta dal Loss Adjuster (LA) che gestisce il sinistro e le relazioni tra i diversi stakeholder, acquisendo una visione trasversale del sinistro e armonizzando diverse competenze di carattere amministrativo, giuridico e medico-legali.   

È una figura poliedrica che si trova a gestire le tensioni tra le parti nelle trattative: da un lato deve tutelare la propria azienda e assicurato e, dall’altro, deve rispettare il Danneggiato.  

Per fare ciò è necessario un approccio olistico al sinistro: l’attività istruttoria e di quantificazione del danno deve essere tecnica e puntuale e le trattative devono basarsi sulle risultanze dell’istruttoria ed essere condotte sulla base di criteri oggettivi ed avere come obiettivo il soddisfacimento di entrambe le parti.  

Il progetto “Negotiation Excellence” creato da Sham, con il supporto di MIDA, ha definito un modello negoziale, sperimentato in modo empirico e basato sui principi dell’Harvard Negotiation Project e sulla più accreditata letteratura di psicologia scientifica del Decision Making.  

Ispirato a criteri di ragionevolezza, equità ed efficienza, richiede di essere applicato in modo consapevole nelle fasi di analisi, pianificazione e discussione del negoziato e stimola, simultaneamente, il Loss Adjuster a mantenere un dialogo attivo tra il Danneggiato e gli Stakeholder. 

In più, il modello di negoziazione tende a stimolare la costruzione di relazioni sinergiche e durature tra la struttura sanitaria e la compagnia assicuratrice favorendo così un approccio proattivo al rischio sanitario.  

I contributi più significativi del Programma sulla Negoziazione con base alla Harvard Law School sono il BATNA e i quattro principi negoziali.  

Il BATNA, Best Alternative to a Negotiated Agreement, permette di fare chiarezza in merito al risultato minimo accettabile da parte del negoziatore nel corso della trattativa, riparandolo dall’accettazione di condizioni sfavorevoli. Non è una vaga sede di alternative all’accordo generale bensì una proposta solida e misurabile.  

Il negoziato sui principi di Harvard si pone l’obiettivo di avvicinare la parti in causa ad una soluzione condivisa e che tenga conto dei vari interessi in gioco. I principi sono 4:  

  • Separare le persone dal problema: al fine di condurre un buon negoziato è necessario gestire l’aspetto umano, mostrare sensibilità, rispetto e comprensione delle emozioni altrui, costruendo un rapporto basato sull’ascolto attivo;  
  • Concentrarsi sugli interessi e non sulle posizioni: il problema oggetto del negoziato deve essere identificato attraverso gli interessi sottesi e non attraverso le posizioni; 
  • Creare soluzioni vantaggiose per entrambi le parti: è necessario allargare la gamma delle opzioni possibili creando alternative anche con la controparte;  
  • Insistere nell’utilizzo di criteri oggettivi: condurre le trattative avendo come base criteri oggettivi e condivisi di modo da facilitare un accordo equo.  

Nel corso della sua esperienza di oltre 90 anni, Sham ha rilevato che la ricerca di una via negoziale ai claims rappresenti la soluzione proattiva ottimale.  

L’approccio sviluppato da Sham prevede da subito un’attivazione concreta da parte del Loss Adjuster che apre direttamente un dialogo con gli Stakeholder del processo, ossia con l’azienda ospedaliera e l’avvocato del Danneggiato. Lo studio degli interessi delle parti facilita il raggiungimento di un accordo win-win, riconoscendo un equo risarcimento a chi ha subito il danno laddove vi siano i presupposti per ottenerlo.  

“Cosa vogliamo ottenere? Cosa vogliono ottenere i nostri clienti? Cosa ci aspettiamo dai danneggiati?” queste le domande che si pone il Loss Adjuster all’inizio della negoziazione alla ricerca di un dialogo.  

I beneficiari di questo approccio sono molteplici: oltre al danneggiato, anche il Loss Adjuster o suoi mandanti possono avere un ritorno positivo d’esperienza poiché l’errore che ha causato il sinistro può essere utilizzato come un’occasione di crescita e fortificazione del proprio sistema aziendale, evitando così che il medesimo errore possa ripetersi in futuro.  

RESIDENZE PER ANZIANI: I NUMERI DELLA PANDEMIA NEL MONDO

La mortalità associata al Covid-19 nelle strutture residenziali: i risultati di uno studio in 22 Paesi.

 

“Il 41 per cento dei morti da Covid erano anziani ospitati in una struttura residenziale. Una cifra che risulta ancora più impressionante se si considera che questa categoria rappresenta lo 0,75 della popolazione dei Paesi interessati dallo studio”.

Questa è la sintesi offerta da Adelina Comas-Herrera del Care Policy and Evaluation Centre (CPEC) della London School of Economics durante il webinar Covid-19 nelle RSA[1] del 5 marzo 2021.

Pur senza sottostimare i problemi metodologici che nascono nell’affiancare i dati di Paesi e sistemi sanitari diversissimi tra di loro, la ricerca offre una stima e un ordine di grandezza che porta ad una constatazione, di fatto, inequivocabile: nelle RSA di Paesi diversi che vanno dalla Scozia ad Hong Kong, il numero di vittime di Covid tra gli anziani nelle strutture residenziali è stato altissimo[2].

Anche i tentativi di isolare le residenze per anziani si sono rivelati vani, mentre il numero e la frequenza dei decessi tra gli ospiti veniva influenzato dal livello di contagio nella società circostante. Il principale fattore di rischio, infatti, è sembrata essere la diffusione del virus attorno alla RSA, non le misure adottate dentro le strutture.

Pur considerando le differenze tra i diversi Paesi, le diversi modalità di ospedalizzazione e i livelli assistenziali di partenza, il gruppo di lavoro del CPEC ha individuato alcune caratteristiche della residenzialità per anziani che possono essere individuate come cause della loro vulnerabilità.

Tra queste: le residenze per anziani non erano concepite come luoghi di isolamento ma di vita in comune; le strutture non sono state considerate una priorità politica durante la prima ondata della pandemia; non esistevano linee guida per identificare i sintomi geriatrici del Covid-19 (delyrium in alcuni casi piuttosto che sintomi influenzali); una tardiva disponibilità dei tamponi; personale scarso e sottopagato, unito ad un coordinamento tra residenze per anziani e sistemi sanitari che è stato pressoché inesistente.

Ecco da dove ripartire per ripensare quanto avvenuto nei più di dodici mesi trascorsi dall’esplosione della pandemia. Partendo, magari, da residenze più piccole, maggiormente collegate al tessuto sociale della comunità.

L’intervento della dottoressa Adelina Comas-Herrera è visionabile a questo link a partire da 1h02min.

 

[1]Organizzato da:  Italian Network for Safety in Healthcare (INSH) in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna il 5 marzo 2021 e con il patrocinio di ISQua (International Society for Quality in Health Care).

[2] Per i numeri dell’Italia, che non ha raccolto dati sistematicamente per le RSA, si veda l’articolo RSA E COVID IN ITALIA, pubblicato su www.sanita360.it

L’IMPATTO DEL COVID-19 SULLA SANITÀ: UN’ANALISI DEGLI EFFETTI COLLATERALI NELLO SCENARIO INTERNAZIONALE

Secondo un’analisi predittiva dell’Università di Birmingham un numero molto elevato di operazioni – oltre 28 milioni – verrà annullato o rinviato a causa delle interruzioni causate dalla pandemia. Attualmente, i ricoveri ospedalieri sono drasticamente calati, come pure il numero di diagnosi di malattie gravi. Effetti “collaterali” della pandemia che necessitano di interventi rapidi per riprogrammare in sicurezza i servizi e adattare al nuovo contesto la gestione dei sistemi sanitari.  

 

Dall’inizio della pandemia di Covid-19, i ricoveri ospedalieri sono diminuiti precipitosamente nel 2020[1]. Negli Stati Uniti, ad esempio, nella settimana dell’11 aprile i ricoveri previsti sono scesi al 68% e alcuni ospedali hanno riferito di operare ad una capacità inferiore del 50%. Il calo dei volumi è stato in gran parte dovuto agli ospedali che hanno intenzionalmente ridotto la chirurgia elettiva programmata e non urgente e altri trattamenti medici non critici.

 

Fonte: Epic and KFF Analysis of Epic Health Record System COVID-19 related data as of September 2020

 

A maggio, l’Università di Birmingham ha stimato che oltre 28 milioni di interventi chirurgici elettivi in tutto il mondo potrebbero essere annullati a causa della pandemia[2]. Ad oggi il 38% degli interventi chirurgici sul cancro a livello mondiale è stato rinviato o annullato. Lo studio stima inoltre che ci vorranno circa 45 settimane per eliminare l’arretrato degli interventi in sanità. Una recente indagine, inoltre, ha rilevato che il numero di pazienti con cancro al seno identificati di recente è diminuito del 52% negli Stati Uniti in primavera[3].

Gli effetti collaterali del ritardo degli interventi chirurgici sono complessi. A causa dell’impossibilità di ricevere cure, le condizioni mediche dei pazienti sono peggiorate. Inoltre, le diagnosi di malattie gravi – spesso scoperte solo in sala operatoria – sono diminuite in modo significativo. Un altro effetto sono i tassi di complicanze chirurgiche più elevati a seguito del peggioramento delle condizioni mediche dei pazienti: più una malattia grave è avanzata, infatti, maggiore è il rischio delle sue complicazioni.

L’accesso alle competenze chirurgiche è un’altra grande area colpita dal Covid-19. Durante l’inizio della pandemia, quando molti paesi sono stati bloccati, è stato difficile per gli stakeholder sanitari cruciali accedere alla sala operatoria. Due gruppi sono stati gravemente limitati nella loro capacità di svolgere i loro compiti: i rappresentanti di società di vendita nel settore della diagnostica e dei presidi bio-medicali, necessari per installare apparecchiature mediche cruciali; i chirurghi specializzati che in precedenza si recavano negli ospedali per eseguire interventi chirurgici.

Se, da una parte, c’è stato un aumento della quantità di interventi chirurgici complessi e urgenti, dall’altra, le procedure elettive sono state più frequentemente posticipate con una drastica riduzione dell’attività chirurgica programmata e non urgente. Considerando, ad esempio, il caso di paesi, come l’Australia, che hanno vietato ai cittadini di lasciare il proprio stato, alcuni chirurghi specializzati non hanno potuto eseguire interventi durante l’apice della pandemia e operare in tutto il paese. In taluni casi, quindi, ciò ha comportato l’esecuzione dell’intervento senza l’expertise prestabilita, oppure il rinvio dello stesso.

Come risultato della seconda ondata di Covid-19 dell’autunno, gli ospedali di tutta Europa sono stati ancora una volta costretti a rinviare un numero maggiore di interventi chirurgici per mantenere disponibili sufficienti letti di terapia intensiva per i pazienti affetti da coronavirus[4].

Tuttavia, le capacità dei posti riservati in terapia intensiva sono state utilizzate solo in misura limitata per il trattamento dei pazienti Covid in molti paesi, come ad esempio in Germania. A causa degli alti costi associati alla scarsa occupazione dei letti in terapia intensiva, molti ospedali dovranno però affrontare un bilanciamento per ridurre gradualmente l’arretrato degli interventi chirurgici, rimanendo allo stesso tempo preparati per un’ondata di pazienti Covid-19. Una ragione valida per investire sempre più nella medicina territoriale, garantendo un’assistenza primaria e preventiva come alternativa all’ospedalizzazione e per trasformare la gestione dei sistemi sanitari con il coinvolgimento di tutti gli attori della sanità.

 

 

[1] Questo articolo è tratto dall’analisi di Bjoern von Siemens, fondatore di Caresyntax, che ha collezionato i dati provenienti da diverse indagini internazionali citate nelle note successive.

[2] AA.VV., Elective surgery cancellations due to the COVID‐19 pandemic: global predictive modelling to inform surgical recovery plans, in “British Journal of Surgery”, Maggio 2020.

[3] Epic and Kff Analysis of Epic Health Record System COVID-19 related data September 2020.

[4] Cfr. ad esempio i dati di Nomisma sul rinvio degli interventi durante l’epidemia, all’interno dell’analisi “Riprogrammazione degli interventi chirurgici, liste d’attesa e mobilità sanitaria: il Covid spingerà gli italiani a curarsi vicino a casa?”.

 

SINISTRI OSTETRICIA: UNO STUDIO DECENNALE DI SHAM

277 dossier raccolti da Sham in Francia nell’arco di una decade analizzano una delle tematiche più delicate del risk management sanitario. Tra gli elementi individuati c’è la carenza frequente di comunicazione tra i sanitari.

 

La gestione delle richieste di risarcimento ricopre un ruolo sempre più importante per la sostenibilità finanziaria dei sistemi sanitari e la crescita delle denunce in ostetricia è una sfida sia sul piano della prevenzione che della solidità finanziaria delle strutture ospedaliere.

Il “Panorama of medical risk Sham” ha mostrato come nel 2017, il 9,1% dei giudizi di risarcimento che hanno dichiarato le strutture sanitarie responsabili dei sinistri riguardava i reparti di ostetricia; tali sinistri rappresentano il 46,7% dei costi totali dei risarcimenti di quell’anno. Questa proporzione sbilanciata è ben nota: nonostante gli incidenti in ostetricia siano rari, le loro conseguenze sono spesso drammatiche, comportando quindi un alto costo di risarcimento.

Un aspetto che Alessandra Grillo, Direttore operativo di SHAM Italia, aveva affrontato durante il Global Meeting della International Gynecologic Cancer Society. Durante il suo intervento, Grillo aveva sottolineato come, tra tutti i claim, quelli che si rifanno al reparto di ostetricia e ginecologia risultano essere i più temuti, avendo uno dei più alti impatti emotivi e causando danni molto gravi alla struttura nella quale avvengono.

Una tematica che è, quindi, di grande interesse a livello europeo per chi si occupa di Risk Management. Al fine di approfondire la tematica, Sham Francia ha avviato uno studio retrospettivo per analizzare i sinistri nel reparto d’ostetricia, con l’obiettivo di identificare i punti critici presenti negli storici dei sinistri i e promuovere, quindi, una riflessione e condivisione sulle best practice.

Lo studio retrospettivo si è basato su 277 dossier, raccolti da Sham in un arco temporale di 10 anni riguardanti gli incidenti con gravi danni al nascituro. Tra questi sono stati inclusi: i neonati deceduti a seguito di un incidente durante il parto, quelli che soffrono di una infermità motoria e celebrale e, infine, bambini con paralisi ostetrica del plesso brachiale.

Il campione è risultato essere composto dalle categorie più fragili tra i nascituri.

Sono presenti infatti: prematuri (28,8% vs. 6%), post-maturi (21,7% vs. 16,8%) e gravidanze gemellari (8,7% vs. 1,5%).

In circa il 69% dei dossier analizzarti, è stata notata una mancanza: l’assenza di conformità delle buone pratiche mediche, accompagnata da un deficit di informazioni, una scarsa sorveglianza, una comunicazione sbagliata tra gli stessi medici e un evidente problema organizzativo.

Questo studio ha permesso di distingue due tipologie di nascite:

  • I bambini la cui nascita è stata segnata da un incidente grave come, ad esempio, la rottura dell’utero o il prolasso del cordone ombelicale;
  • I bambini la cui nascita non è stata accompagnata da un incidente grave.

Per quanto riguarda i bambini nati con un parto caratterizzato da un grave incidente, si è visto che la rottura dell’utero è responsabile di una encefalopatia per il 13,8% dei casi e del decesso dell’infante nel 11,5% dei casi.

Nel tentativo di parto vaginale con utero sfregiato (16,2% delle pazienti con utero sfregiato nel campione), il tasso di rottura uterina è del 44,4% e la mortalità neonatale del 40% (contro 0,2-0,8% e 0,11% rispettivamente nella popolazione generale).

Nel secondo gruppo, ossia nei casi in cui non ci sono stati incidenti gravi durante il travaglio, i sinistri sarebbero avvenuti a causa di un’anomalia del ritmo cardiaco fetale non diagnosticata o scoperto tardivamente.

L’analisi degli incidenti ha posto in risalto anche una comunicazione particolarmente deficitaria nel 47,3% dei casi presi in esame con eventi avversi e nell’82,5% dei casi che riguardano nascite senza incidenti gravi.

La comunicazione con i pazienti è insoddisfacente ma l’elemento fondamentale è un inadeguato scambio d’informazioni tra lo stesso personale medico, che risulta essere impreciso, incompleto, ambiguo e sbagliato.

Lo studio francese dimostra che la comunicazione e lo scambio di informazioni sono essenziali in ostetricia, sia con le pazienti che all’interno del team interdisciplinare e permette di attuare una gestione ottimale.

Nel webinar SHAM del 30 ottobre 2020, incentrato sull’integrazione della gestione dei sinistri nel rischio clinico e su come lo storico degli eventi avversi può essere d’aiuto nella mappatura dei rischi, il Dott. Umberto Fiandra, Dirigente Medico Sc Qualità, RM, Accreditamento, AOU Città della Salute, aveva a sua volta sottolineato l’importanza della comunicazione, affinché il processo medico sia compreso da tutti, avendo a disposizione una visione sistematica e a largo raggio.

Da più fonti emerge, perciò, che per curare bene un paziente le informazioni devo essere trasmesse, conosciute e tracciate.

Anche per questo motivo Sham sostiene attivamente la formazione nel lavoro di squadra, attraverso la valorizzazione del lavoro di gruppo in team pluri-professionali aventi un obiettivo comune: la salute dei pazienti.

IL VACCINO COVID IN ITALIA E IN FRANCIA

Un approfondimento sul piano transalpino e il confronto con il modello italiano.

 

In Italia il Ministro della Salute Roberto Speranza ha presentato, il 2 dicembre 2020, il Piano strategico per la vaccinazione anti SARS-CoV-2/COVID-19 redatto dal Ministero della Salute, dal Commissario Straordinario per l’Emergenza, dall’Istituto Superiore di Sanità, insieme a Agenas e Aifa.

Il piano di vaccinazione italiano si sviluppa attraverso diversi punti fondamentali, primo tra tutti: la presentazione della vaccinazione gratuita e garantita a tutti. Con oltre 215 milioni di dosi disponibili, la campagna di vaccinazione è cominciata in Europa il 27 dicembre dello scorso anno, il famoso e tanto atteso giorno del Vaccine Day.

A fine dicembre 2020, a sua volta, il Ministero della Salute francese ha diffuso una guida di 45 pagine in cui spiega l’organizzazione delle vaccinazioni nelle strutture di cura per gli anziani, insieme alle federazioni del settore anziani, le federazioni ospedaliere, i rappresentanti dei professionisti della salute e le associazioni dei pazienti.

Sia in Italia che in Francia, infatti, sono state identificate delle categorie a rischio e che quindi richiedono prima di tutte le altre l’accesso al farmaco anti COVID-19. Esse sono:

  • gli operatori sanitari e sociosanitari;
  • gli anziani residenti in strutture di alloggio collettivo e quindi di conseguenza tutti gli istituti di assistenza per persone anziane non autosufficienti, le unità di cura a lungo termine, le residenze private e quelle di servizi per anziani;
  • i professionisti che lavorano in questi stabilimenti;
  • soggetti in età avanzata.

Sia il documento francese che quello italiano, provenienti dai rispettivi Ministeri della Salute, prevedono dei percorsi organizzati delle vaccinazioni che si riassumono in delle azioni chiavi, quali:

  • la preparazione della campagna di vaccinazione
  • l’organizzazione logistica delle strutture sanitarie e delle figure professionali coinvolte nella campagna di vaccinazione;
  • l’organizzazione di sessioni di vaccinazione;
  • la farmacovigilanza e follow-up post vaccinazione.

Preparazione della campagna di vaccinazione in Francia

Secondo il documento guida francese la campagna di vaccinazione inerente alle categorie ritenute a rischio, ed elencate precedentemente, deve essere fatta seguendo 9 azioni prioritarie:

  • Creare un comitato direttivo delle vaccinazioni per ogni istituto, coinvolgendo il Direttore, il medico coordinatore, un medico di riferimento per il Covid, un dirigente sanitario ed un coordinatore amministrativo;
  • Informare i residenti nelle strutture, i professionisti che vi lavorano, gli assistenti e le famiglie dei degenti, in merito ai criteri necessari per l’accesso alle vaccinazioni e alla prima fase della campagna, ai principi alla base di questa coordinazione e dei futuri sviluppi. La guida francese propone inoltre che debba essere designata una persona di fiducia che accompagni i residenti che desiderano vaccinarsi durante la consultazione prevaccinazione e la raccolta del consenso;
  • Fornire le stesse informazioni agli organi di governo;
  • Identificare delle risorse mediche, paramediche, materiali e amministrative necessarie alla pianificazione e alla realizzazione delle consultazioni pre-vaccino;
  • Pianificare le consultazioni pre-vaccino al fine di permettere la prescrizione del vaccino stesso. Questo è un doppio passaggio che consiste sia nell’informare i medici curanti della necessità di effettuare queste consultazioni, al fine di identificare quelli di loro che non sono in gradi di farle e mobilitare di conseguenza  il medico coordinatore e un altro medico di supporto, sia invitare i professionisti stessi a consultare il proprio medico di famiglia o del lavoro per accedere alla prima fase della campagna ed informare gli altri della possibilità della prescrizione del vaccino nel caso in cui siano disponibili dosi extra il giorno della vaccinazione;
  • Verificare la disponibilità degli utensili necessari sia per la preparazione che per il monitoraggio della vaccinazione nel sistema Vaccin Covid, aperto dal 4 gennaio;
  • Identificare le risorse mediche, paramediche, materiali ed amministrative necessarie alla realizzazione stessa del vaccino entro le 72 ore dal ricevimento della medicina, essendo a conoscenza che “la data massima precisa di utilizzo delle dosi sarà indicata al momento della consegna”;
  • Stabilire, nel rispetto del segreto medico, la lista dei potenziali candidati (residenti e professionisti della struttura) almeno cinque giorni prima della consegna del medicinale in modo da comunicare al referente il numero preciso di dosi necessarie;
  • Realizzare un test di simulazione del percorso di vaccinazione nell’istituto.

Inoltre, secondo la guida francese, il vaccino contro il Covid-19, in questi casi, può essere realizzato solo su prescrizione medica preceduta da un consulto pre-vaccino realizzato dal medico curante, dal medico coordinatore, o in mancanza dei precedenti da un altro medico disponibile.

Questa consultazione può esser fatta sul luogo e di persona o in teleconsulto a distanza.

La consultazione pre- vaccino deve esser fatta almeno 5 giorni prima del vaccino stesso, in modo da avere le dosi di medicinale necessarie.

Per quanto riguarda la raccolta del consenso alla vaccinazione, la guida del Ministero francese ricorda che deve essere effettuata “nell’ambito della legge e delle regole abituali”, cioè dopo aver dato alla persona informazioni chiare, giuste e adeguate. In questo modo, il paziente sarà in grado di dare un consenso libero e informato.

Realizzazione delle vaccinazioni

In Italia l’organizzazione dei vaccini è sotto coordinamento costante del Ministero della salute, la struttura del Commissario Straordinario e le Regione e Province Autonome. Viene prevista l’identificazione di siti ospedalieri o peri-ospedalieri e l’utilizzo di unità mobili al fine di arrivare anche ai soggetti che sono impossibilitati nel raggiungimento dei punti di vaccinazione. Ogni unità vaccinale sarà composta da medici, infermieri, assistenti sanitari, OSS e personale amministrativo.

In Francia, il decreto n°2020-1691 del 25 dicembre 2020 precisa che qualsiasi professionista sanitario, che eserciti o meno la libera professione, e qualsiasi studente di medicina o facoltà sanitaria, può partecipare alla campagna di vaccinazione nel limite delle sue competenze per quanto riguarda le vaccinazioni.

Il medico coordinatore degli istituti per anziani può prescrivere e coordinare i vaccini dei residenti nella struttura e del personale. I medici curanti dei pazienti residenti devono essere informati delle prescrizioni fatte.

Gestione dei pericoli

Le attività di sorveglianza saranno pianificate in modo accurato attraverso la farmacovigilanza passiva sia in Italia che in Francia.

In Italia verranno attuate anche misure azioni proattive attraverso progetti di farmacovigilanza attiva e farmaco-epidemiologia.

In questa nuova situazione di sviluppo, è necessario, in qualsiasi parte del mondo, fornire informazioni che siamo accurate e obiettive al fine di attrarre quante più adesioni possibili alla campagna di vaccinazione.

 

 

 

Fonti:

“Storie di persone, voci di infermieri”: il nursing narrativo e l’importanza del rapporto con la persona assistita

Il nuovo libro del Laboratorio di Nursing Narrativo pone i riflettori su ruolo e responsabilità della professione infermieristica, aspetti spesso sottovalutati ma tornati di estrema attualità con l’emergenza del Covid -19.

 

La relazione con la persona assistita è un aspetto imprescindibile dal percorso di presa in carico, ovvero di cura e trattamento, ed è legata in maniera intrinseca ai problemi etici e deontologici della pratica dell’assistere e del curare. A farsene carico sono prevalentemente gli infermieri, a stretto contatto con le persone assistite e con le loro famiglie in ogni passo. Il Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano ha deciso di contribuire al dibattito sull’importanza del nursing raccogliendo storie di esperienze reali, di vita vissuta. Storie variegate che nel loro particolare raccontano dilemmi e domande comuni. Ne abbiamo parlato con Daiana Campani che ha preso parte al progetto.

 

Come nasce “Storie di persone, voci di infermieri”?

Questo libro nasce da un progetto editoriale ideato e guidato da Paola Gobbi, che ha coinvolto altre sette infermiere e un’ esperta di comunicazione, ed è la naturale evoluzione del Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano che dal 2009 si occupa di formazione e ricerca sui temi della bioetica e della deontologia professionale in ambito sanitario. Il libro raccoglie le voci di esperienze legate ai vari contesti dove si esercita la professione infermieristica: dalla quotidianità dell’assistenza clinica alla ricerca, dalla formazione all’organizzazione dei servizi.

 

Qual è il valore aggiunto del vostro libro?

Il nostro approccio è innovativo: è infatti basato sui casi secondo la metodologia della medicina narrativa. Si tratta di sessanta descrizioni di situazioni assistenziali tratte da esperienze reali per dare una voce sincera a quelle che sono le problematiche concrete in ambito etico, che possano essere utili non solo a studenti, docenti e professionisti, ma anche agli utenti stessi. Abbiamo voluto distaccarci da un approccio classicamente deduttivo alla bioetica per scendere nel concreto, calandoci nella pratica e nei problemi attuali. Inoltre, in chiusura dell’elaborato, è presente una sezione di casi etici internazionali. Questo sguardo allargato vuole essere un ulteriore stimolo alla ricerca e al dialogo.

 

La didattica viene unita all’esperienza diretta. Per quanto concerne il vostro percorso, credete che manchi una degna attenzione all’umanizzazione in sanità? 

Negli ultimi anni sicuramente il mondo sanitario ha subito un profondo cambiamento, dovuto sia all’introduzione di innovazioni tecnologiche sia ai cambiamenti socio-demografici e quindi sanitari della popolazione, da cui consegue la necessità di ricalibrare i bisogni formativi del professionista. Questo libro più che fornire delle risposte, intende suscitare domande, aprire nuove questioni.  Pur avendo degli aspetti di analisi e indagini non è prettamente un manuale, ma riesce ad esprimere una pluralità di voci e opinioni su molteplici tematiche etiche.

 

Può farci qualche esempio delle storie narrate all’interno del libro?

Sono moltissime le storie narrate che spaziano su diverse tematiche: parliamo di anziani, di consenso informato, di fase iniziale e terminale della vita, responsabilità professionale, cure palliative e molto altro. Un caso che molti lettori potranno sentire come vicino è legato alla storia di un anziano e alla decisione, dopo un evento acuto, di ricorrere all’assistenza domiciliare o scegliere una casa di riposo. In un caso di questo tipo le linee guida sono quelle legate al mondo valoriale della persona assistita, principi che valgono in tutto l’ambito dell’assistenza. Quindi, è necessario rispettare il volere della persona assistita prendendo decisioni nella direzione del rispetto delle sue scelte, anche laddove questa abbia difficoltà a spiegare il suo volere con chiarezza, coinvolgendo la famiglia e i caregiver.

 

L’assistenza agli anziani è anche un tema di eterna attualità nel nostro Paese

Assolutamente, in questo periodo ancor di più considerando che buona parte della popolazione italiana è al di sopra dei 65 anni e molti di questi cittadini sono portatori di patologie croniche, talvolta molteplici. L’aspetto assistenziale è quindi ora predominante nel contesto sanitario italiano, a maggior ragione dopo l’emergenza legata al Covid-19 che ha mostrato come gli anziani siano i soggetti più fragili. Quello che si sta cercando di fare ora è di spostare il centro delle cure non tanto a livello ospedaliero ma di riferirsi il più possibile al territorio, magari nello stesso domicilio dell’assistito.

 

Questa emergenza legata alla pandemia ha sollevato nuove domande nel vostro campo? Se si quali? Può aver portato a galla dei problemi fino ad ora sottovalutati?

Il Covid 19 purtroppo ha posto tutti gli operatori sanitari di fronte a situazioni critiche, come ad esempio il problema della sicurezza nel prestare assistenza. Nelle realtà assistenziali sono state compiute scelte estremamente difficili e sofferte, seguendo linee guide internazionali che sono tutt’ora oggetto di dibattito e lo saranno ancora per i prossimi mesi. In uno scenario assolutamente fuori dall’ordinario, le decisioni sono state prese in condizione di scarsità di risorse e contingenze legate alla sopravvivenza di molte persone contemporaneamente. Sicuramente è emerso un dibattito importante che continuerà, ma che va approcciato con delicatezza.

 

Un’emergenza che ha certamente puntato i riflettori sul rapporto tra paziente e infermiere, considerando il distanziamento sociale e l’impossibilità di dare anche conforto

 Sono tematiche che da diversi anni sono oggetto di dibattito intellettuale nazionale e internazionale. La relazione è assolutamente un aspetto indispensabile dell’assistenza infermieristica, la relazione è cura, come emerge anche in molti racconti che abbiamo raccolto nel libro. Durante la pandemia sono state adottate strategie per far sì che il distanziamento sociale non si trasformasse anche in un distanziamento emotivo, come l’utilizzo delle videochiamate ad esempio. Laddove è stato possibile il personale sanitario ha prestato i dispositivi personali, trattenendosi anche al di fuori del proprio orario lavorativo, per permettere ai pazienti e ai loro cari di recuperare quel rapporto che l’isolamento aveva interrotto bruscamente. Nei casi più gravi, questi gesti hanno permesso ai pazienti di poter dare un ultimo saluto alle famiglie.

 

 

RESPONSABILITÀ SANITARIA IN TEMPO DI COVID-19: IL 28 LUGLIO IL WEBINAR SHAM

Torna Sham on Air, il ciclo di incontri online per parlare con i protagonisti della prevenzione e del Risk Management in Sanità.

 

Il 28 luglio 2020 dalle ore 12:00 alle 13:00 un nuovo appuntamento con la sicurezza nel panorama sanitario italiano. Dopo il dibattito dedicato alla comunicazione e alla tutela di operatori e familiari coinvolti nell’emergenza COVID, la Mutua Sham dedica un nuovo confronto online ad un tema di grande attualità.

“Le proposte sul tavolo del Ministero della Sanità. Responsabilità sanitaria in tempo di COVID” affronterà la richiesta di stilare una nuova definizione di responsabilità per le strutture sanitarie alla luce delle condizioni eccezionali generate dalla diffusione del COVID-19. L’argomento è stato sollevato da più parti e approfondito da Sanità 360° nelle interviste a Tiziana Frittelli, Presidente di Federsanità-ANCI; Gabriele Gallone, Segretario Organizzativo Nazionale dell’ANAAO; e gli Avvocati Ernesto Macrì e Maria Nefeli Gribaudi.

Nel Webinar si affronterà, in particolare, la proposta sottoposta al Ministero della Salute da Federsanità-ANCI per circoscrivere la responsabilità sanitaria all’ambito della colpa grave (come per i medici), sottraendo le strutture alle implicazioni che la responsabilità contrattuale avrebbe relativamente alle infezioni ospedaliere da Coronavirus.

Il fulcro del problema, infatti, è il rischio che alle strutture sanitarie pervengano numerose richieste di risarcimento e siano chiamate a rispondere di tempi eccezionali secondo leggi previste per periodi di normalità.

Al dibattito parteciperanno, oltre alla sopra menzionata Frittelli, anche l’Avvocato Maurizio Hazan, esperto in diritto assicurativo e responsabilità civile sanitaria, e Alessandra Grillo, Direttore Operations di Sham Italia.

Sham vanta una lunga tradizione di confronto con la comunità dei professionisti del rischio clinico, di condivisione delle buone pratiche e di ricerca a fianco delle Università – spiega Alessandra Grillo -. Siamo convinti che la sicurezza dell’ecosistema sanitario debba essere un obiettivo comune e debba essere perseguito attraverso azioni concrete e partecipate. Una mission, questa, che non si circoscrive ai soli operatori sanitari: ognuno di noi, in qualità di professionista del proprio settore ma soprattutto in qualità di cittadino, ne è portatore di interesse e deve farsi parte attiva nel processo. Per questa ragione lo sforzo deve essere collettivo e condiviso. Inoltre, con questo ciclo di webinar vogliamo creare ulteriori momenti di riflessione anche nel difficile periodo di ripresa post-epidemia. Il distanziamento sociale ha imposto nuove modalità di confronto, focalizzate sul digital, rendendo così contenuti di rilevanza accessibili a una platea più ampia. E questo rende sicuramente più facile creare occasioni di scambio in termini di best practice, idee ed esperienze”.

Il calendario dei Webinar Sham On Air vedrà molteplici appuntamenti lungo tutto il 2020. Di seguito alcuni dei prossimi temi:

 

 

QUI IL LINK PER ISCRIVERSI AL PROSSIMO WEBINAR “Le proposte sul tavolo del Ministero della Sanità. Responsabilità sanitaria in tempo di COVID”

 

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DATA MANAGEMENT: LA SANITÀ ITALIANA È PRONTA A QUESTA SVOLTA? UN SONDAGGIO DÀ IL VIA ALLA RICERCA

20 domande per capire a che punto siamo e cosa serve per migliorare. Sham e Università di Torino lanciano l’indagine conoscitiva “Capire il rischio cyber: il nuovo orizzonte in sanità” che ha già ricevuto il patrocinio di cinque attori autorevoli nell’ambito della sanità e del risk management. “Quella che proponiamo è una call-to-action alle strutture sanitarie, nostre associate  e non  – annuncia il direttore esecutivo della Mutua Roberto Ravinale -. Un invito ad essere partecipi di una visione e di un processo congiunto. È necessario avere  informazioni affidabili per prepararci al nuovo”.

 

Già mesi fa l’App per il tracciamento del COVID-19 nel Regno Unito aveva raggiunto tra i 3 e i 4 milioni di utenti. La App Immuni in Italia ha superato i due milioni. “L’ingresso massiccio dei dati in ogni ambito sanitario è ormai inconfutabile e sono poche le realtà in Italia o in Europa realmente pronte a gestirlo – avverte Roberto Ravinale che annuncia il lancio, assieme al Dipartimento di Management dell’Università di Torino di una indagine conoscitiva aperta a tutto il panorama sanitario in Italia. Lo scopo è conoscere il livello di preparazione della Sanità italiana relativamente alla raccolta, all’impiego e alla conservazione dei dati sanitari.

“L’evoluzione sanitaria in ambito data management è in atto e si rende necessaria la rapida definizione di un framework per la sicurezza e l’impiego dei dati sanitari. Questa straordinaria fonte di informazioni può contribuire sensibilmente alla cura e alla prevenzione, ma è opportuno venga impiegata in modo omogeneo e sicuro su tutto il territorio nazionale; sicuro sia per i cittadini che per le realtà sanitarie che raccolgono, conservano e impiegano per la ricerca e per la cura i dati in questione. Dubbi sulla responsabilità civile, aree grigie nei protocolli o negli scambi tra attori sanitari e uno sviluppo dell’innovazione a macchia di leopardo sono una grave perdita di opportunità. Per evitarlo, per capire come adattarsi al cambiamento, è necessario un quadro oggettivo all’interno del quale muoversi”.

La ricerca “Capire il rischio cyber: il nuovo orizzonte in sanità” che si propone di fornirlo nasce in seno alla Borsa di studio istituita presso il Dipartimento di management sostenuta dalla Mutua Sham, e ha già ricevuto il patrocinio di autorevoli punti di riferimento nell’ambito della sanità e, nello specifico, del risk management sanitario[1]. Lo strumento scelto è un questionario digitale che prevede non più di 20 domande.

Gli esiti del questionario verranno poi restituiti in un white paper che illustrerà la sintesi integrata dei dati.

L’obiettivo della ricerca è avere una visione rappresentativa ed estremamente accessibile agli addetti ai lavori ma che consenta di valutare la preparazione del panorama sanitario.

Spiega Ravinale: “Vogliamo capire quale sia il grado di sensibilità in termini di gestione dei big data in ambito sanitario, quali siano le competenze sviluppate, quali le figure professionali assunte per cyber security; quali eventi avversi si siano verificati e quali precauzioni siano state prese per migliorare le difese”.

Informazioni affidabili da mettere al servizio di tutto l’orizzonte sanitario per prepararci al cambiamento, questo il nostro obiettivo –  conclude Ravinale.- Per questo lanciamo un appello agli stakeholder del panorama sanitario”. Vi invitiamo a divenire attori, ad impegnarvi in un processo partecipativo con una visione: sviluppare assieme le migliori soluzioni basate sull’evidenza e farle divenire best practice nazionali”.

 

Per partecipare alla ricerca clicca sul seguente link.

 

 

 

[1] In ordine alfabetico:  Associazione Nazionale dei Medici delle Direzioni Ospedaliere (ANMDO); Associazione Religiosa Istituti Socio Sanitari ( ARIS);   Consorzio universitario per l’ingegneria nelle assicurazioni (CINEAS); Federsanità – ANCI; la Società Italiana Rischio Clinico (SIRiC).

 

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OBESITÀ: COMBATTERE LO STIGMA PER RIDURRE IL RISCHIO

Un quarto dei 25 milioni di italiani sovrappeso è minorenne e il trattamento viene spesso ritardato con il rischio di sviluppare danni e patologie collaterali. Il progetto ObeCity punta a far riconoscere l’obesità come malattia organica, genetica e sociale, e a curarla conseguentemente e per tempo.

 

Secondo un rapporto redatto dall’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation in collaborazione con Istat, sono 25 milioni di italiani in sovrappeso o obesi. Tra questi il 46% è composto da adulti e il 24% da giovani under 18. Eppure, parlare di obesità è ancora un tabù. Si sa che dare il giusto nome alle cose aiuta a conoscerle e quindi, a combatterle. Per questo la comunità scientifica preme da diversi anni affinché l’obesità venga riconosciuta a tutti gli effetti come una malattia. «Finché non comprenderemo che l’obesità è una malattia in parte organica, in parte genetica e in parte sociale, non potremo combattere lo stigma e offrire le cure necessarie» spiega infatti il Professor Michele Carruba, Presidente Advisory Board ObeCity, Presidente del Centro di Studi e Ricerche sull’obesità dell’Università degli studi di Milano.

Con il contributo di SG Company e Medtronic, ha fondato il progetto ObeCity proprio per avviare una campagna di sensibilizzazione in materia: per ora si tratta di una attività solo digitale, ma non appena sarà possibile si trasformerà in una serie di interventi nel territorio. Perché parlare di obesità non solo aiuta a ridurre lo stigma sociale, ma anche a favorire la prevenzione e la corretta cura, facendo appello anche ad un sistema sanitario che deve necessariamente aggiornarsi con le necessità dei propri cittadini.

 

Michele Carruba, Presidente Advisory Board ObeCity

Michele Carruba, Presidente Advisory Board ObeCity

 

Perché parlare di obesità è ancora così difficile e non viene riconosciuta come una malattia vera e propria?

 

È un problema molto italiano: l’Organizzazione Mondiale della Sanità infatti da tempo ha riconosciuto l’obesità come una malattia, e molti paesi si sono adeguati, permettendo quindi al sistema sanitario di poter curare la malattia in maniera adeguata. Oggi in Italia c’è molta confusione su quanto il nostro sistema sanitario aiuti una persona obesa nelle cure, perché spesso non sono disponibili i servizi dietetici, o sono presenti a macchia di leopardo, seppur con diverse eccellenze. Una risposta che però non è sufficiente ed adeguata alle richieste della popolazione.

Il sistema sanitario nazionale purtroppo interviene, anche economicamente, nel momento in cui la malattia è già in stato avanzato. In un certo senso, una persona obesa per poter accedere alle cure di cui ha bisogno si trova a dover aspettare di aumentare il peso di decine e decine di chili, esponendosi quindi anche ad altre malattie connesse. Ad esempio, è difficile, se non impossibile, avere accesso ai dati di persone decedute per obesità: questo perché vengono considerate proprio le altre malattie conseguenti e non quella a monte, con evidenti ostacoli anche per la ricerca e lo studio.

 

Oltre al problema del sistema sanitario, all’obesità e alla sua percezione è connessa anche una forte componente sociale…

 

L’obesità è una malattia multifattoriale. C’è una parte organica della malattia, dove l’aumento di peso è dovuto ad un evidente squilibrio nel funzionamento omeostatico dell’organismo, nella sua autoregolazione, che va indagato a dovere per poter essere curato. Esiste anche un fattore genetico, che porta alcune persone ad essere predisposte all’obesità. Queste a volte non ne sono nemmeno a conoscenza, perché la predisposizione non significa necessariamente lo sviluppo della malattia. Infine, c’è un aspetto sociale e culturale, a sua volta ambivalente. Intanto l’utilizzo di insulti legati al peso è molto diffuso e concesso, e fa trasparire una percezione del problema come una incapacità di controllare l’appetito: questo ha degli evidenti risvolti psicologici nel malato che peggiorano inevitabilmente la condizione. Inoltre, la non percezione dell’obesità come malattia porta chi ne è affetto a dover aspettare l’aggravarsi delle sue condizioni per poter avere un riscontro, e a volte la situazione degenera, diventando troppo grave per poter essere affrontata a dovere.

 

ObeCity quindi si pone come ponte tra la sensibilizzazione, la prevenzione e la cura?

 

Assolutamente. Da ragionamenti di questo tipo è nata l’idea di creare uno spazio, per ora digitale, che promuovesse un cambiamento culturale e di conseguenza istituzionale. Vogliamo rendere noto il problema alla popolazione e alla comunità scientifica. L’obiettivo è quello di far in modo che gli obesi vengano presi in considerazione e trattati al pari di altri malati. Contemporaneamente è importante promuovere una cultura dell’alimentazione corretta e bilanciata al nostro contesto sociale, che in un certo senso è “obesogeno”, dove spesso la tecnologia ci porta a fare meno fatica ed usare meno energie.

 

Quali sono gli step che si pone adesso ObeCity?

 

Il percorso di Obecity Digital Village è iniziato a giugno, con la presentazione in anteprima durante il Wired Health 2020, e sui nostri canali social abbiamo già cominciato a proporre dei contenuti di sensibilizzazione. A settembre la piattaforma editoriale Obecity Digital Village prenderà ufficialmente vita, utilizzando sempre i nostri social network come amplificatori del nostro messaggio. Solo nel 2021, quando si spera l’emergenza legata al Covid-19 sarà superata, potremo passare allo step fisico del progetto, promuovendo una serie di eventi mirati nel territorio nazionale.

 

Per scoprire di più sul progetto ObeCity, è possibile vistare il sito ufficiale, o seguire gli account social Facebook e Instagram.