“DRIVE-IN”: IL SISTEMA PER EFFETTUARE DALL’AUTO IL TAMPONE AL CORONAVIRUS

La ASL Roma 1 amplia il bacino di utenza proteggendo gli operatori. Con la tecnica “drive-in” il test Covid-19 viene eseguito direttamente sull’autovettura del cittadino.

 

È attivo dal 1° aprile il test Covid-19 in modalità “drive-in” grazie al supporto dall’unità mobile della ASL Roma 1. Il test viene effettuato presso il Comprensorio di Santa Maria della Pietà in assoluta sicurezza: i cittadini restano nella propria autovettura mentre il personale infermieristico effettua il tampone faringeo indossando gli idonei dispositivi di protezione.

Non si tratta di un test somministrato su base volontaria o a richiesta”, spiega nel comunicato la ASL Roma 1[1]. A raccogliere le segnalazioni è il SISP[2], l’UOC Servizio Igiene Sanità Pubblica del Dipartimento di Prevenzione, che valuta le condizioni cliniche delle persone in sorveglianza sanitaria o segnalate dai Medici di Medicina Generale, in grado di effettuare lo spostamento dal proprio domicilio. La condizione è che la persona sia in grado di raggiungere da sola l’unità mobile e, dunque, non versi in grave stato di salute. In caso contrario, il tampone viene eseguito direttamente a casa.

“È una modalità molto efficiente e anche efficace – racconta in una video intervista rilasciata all’Ansa[3] Maurizia D’Amore, Infermiera volontaria presso la ASL Roma 1 – sia dal punto di vista della sicurezza che dell’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Le persone transitano qui davanti, noi confermiamo i dati anagrafici e dopodiché, facendo rimanere le persone all’interno della loro autovettura, eseguiamo il tampone. Le persone possono poi tranquillamente andare. In questo modo, possiamo eseguire molti più tamponi nella giornata mantenendo una sola tuta e cambiando di volta in volta soltanto il materiale d’uso”.

 

 

[1] Comunicato del 2 aprile 2020: https://www.aslroma1.it/comunicati/tamponi-drive-in-da-ieri-operativo-il-servizio-della-asl-roma-1-al-santa-maria-della-pieta

[2] https://www.aslroma1.it/azienda-dipartimentieri/dipartimento-di-prevenzione

[3] https://www.ansa.it/sito/videogallery/italia/2020/04/01/coronavirus-allasl-roma-1-il-tampone-si-fa-dallauto_a3c650d8-5cc9-4c58-8c1d-4d107a6f6c68.html

 

“Salvate mio padre”: storie di famiglia nel cuore dell’epidemia

A Bergamo l’appello di una figlia in quarantena è solo un esempio della corsa contro il tempo di ATS e Sindaci per portare le cure dove servono sul territorio.

 

In un territorio martoriato c’è un grande gioco di squadra. I referenti dei distretti dell’Agenzia di Tutela della Salute (ATS) sono in campo da oltre un mese a fianco dell’Ufficio Sindaci per rispondere a richieste d’informazione e d’aiuto che provengono dai o attraverso gli enti locali.

“Dall’ascolto quotidiano dei cittadini – esordisce Rita Moro, referente del distretto di Bergamo per l’Agenzia di Tutela della Salute – tocchiamo con mano la tragicità di questi momenti nei quali, di fronte ad un pericolo che incombe minaccioso, non si può sempre stringere a sé le persone più care per supportarle ma, al contrario, bisogna spesso tenerle lontane per proteggerle”.

LE STORIE DELLE FAMIGLIE

Sono storie di famiglie che cercano di preservare la salute dei propri anziani riducendo al massimo i contatti, intimando loro di restare reclusi, vivendo in costante allerta temendo per la loro fragile salute. È la frustrazione di quanti, a causa di lavori che li espongono al continuo contatto con le altre persone, rinunciano alle esternazioni d’affetto persino nei confronti dei propri figli. Per non parlare di quanti, in prima linea nell’assistere i malati, raccontano di aver scelto di interrompere ogni contatto con la famiglia per preservarne la salute.

UN PAPÀ DA SOCCORRERE

“Ricevo da un Sindaco la richiesta d’aiuto di una sua concittadina, una figlia in quarantena con la propria famiglia, in pensiero per il padre anziano, da poco vedovo e trasferitosi da solo in un paesino delle nostre valli”, racconta Rita Moro. Proprio perché nuovo del posto, l’uomo non ha ancora riferimenti certi: niente medico curante, niente amici, pochi conoscenti.

“Contatto la figlia, la quale mi racconta che l’anziano genitore l’aveva informata via telefono di essere febbricitante. Immaginatevi la preoccupazione e il senso d’impotenza della donna. Non c’era tempo da perdere”, prosegue la referente di ATS. Rita Moro attiva tutti i contatti utili sul territorio e, grazie anche all’insostituibile lavoro di squadra con il sindaco del paesino e dei suoi collaboratori, all’anziano genitore vengono garantiti la visita di un medico, per sincerarsi delle sue reali condizioni di salute, e il supporto del volontariato locale per l’approvvigionamento futuro di viveri e di medicinali a domicilio. “L’impegno di professionisti e volontari ha fatto arrivare l’aiuto di una figlia al proprio padre a chilometri di distanza!”, conclude Rita Moro.

E ADESSO COSA FACCIO?

“Questa la domanda che non so quante volte mi sono sentita ripetere in questi ultimi giorni. Un quesito che racchiude tutto il senso di smarrimento e di impotenza di chi si trova catapultato in una situazione a cui mai avrebbe pensato di dover far fronte”, racconta Rita Moro.

Un uomo che aveva appena perso il proprio genitore, sconvolto dal dolore di non essergli stato accanto nei suoi ultimi momenti. Un giovane padre di famiglia smarrito in tanta sofferenza e allo stesso tempo preoccupato di come agire per proteggere gli altri membri della sua famiglia: come provvedere alla propria madre, ormai sola, e come comportarsi con moglie e figli.

“Mi sono resa conto che in quel momento dovevo essere la sua parte razionale. Ho ascoltato il suo racconto, ho chiesto di ricostruire le date degli ultimi contatti con il padre e con la madre e ho cercato di ricostruire un quadro che potesse dare indicazioni su come fosse meglio agire – racconta la referente del distretto di Bergamo per ATS – Abbiamo condiviso la scelta di isolarsi dai propri familiari, sia lui sia la madre. Ho parlato con la giovane moglie, cercando di rassicurarla per quanto possibile, dandole indicazioni sui comportamenti da tenere per gestire l’isolamento di suo marito. Ho chiesto la collaborazione del Sindaco per supportare la madre in quarantena, con i servizi attivati dal comune per cibo e medicinali. Mi sono sincerata per giorni che tutto procedesse per il meglio, conscia di quanto in quel momento fosse importante offrire una presenza, un sostegno: attraverso il mio lavoro ho potuto testimoniare l’impegno dell’Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo e quanto sia vero il fatto che in ATS non abbandoniamo nessuno”.

 

Il testo è stato tratto pressoché interamente dal comunicato dell’Ufficio Stampa e Comunicazione Istituzionale ATS Bergamo, che ringraziamo per il suo lavoro durante l’emergenza.

NON PROCESSIAMO DOMANI GLI EROI DI OGGI

La risposta dell’Italia, l’irrisolto nella responsabilità civile sanitaria in tempi d’emergenza e la prospettiva di ricostruire la sanità dal Covid-19 in avanti

 

Nelle memorie di un piccolo villaggio del Congo colpito dall’Ebola ’76, nei racconti dei nostri nonni che avevano fatto la guerra o nei resoconti giornalistici sull’economia sfibrata dalla crisi del 2008: a partire da ogni evento di cesura nella storia dell’umanità c’è stato un “prima” e c’è stato un “dopo”. Succederà – sta già succedendo in realtà – anche per il COVID-19. Questa volta, però, sarebbe meglio pensare al “dopo” come ad un lungo “durante”.

Non sappiamo, infatti, se il virus rimarrà o sparirà ma, già ora, abbiamo la certezza che i suoi effetti saranno stabili e duraturi. Non si tornerà alla situazione precedente. Si ricostruirà, invece, a partire dalle trasformazioni sociali, economiche e sanitarie indotte dall’epidemia. Anche se la disponibilità finanziaria per la Sanità italiana a partire dal Covid-19 sarà legata alla tenuta complessiva del sistema Paese, vorrei analizzare tre punti dai quali procedere per pensare a come “ripartire”.

Il primo è l’assoluta eccellenza della risposta Italiana.

L’Italia, il suo Governo e l’intero sistema politico hanno deciso di mettere la salute del cittadino davanti ad ogni altro interesse o considerazione. L’hanno fatto per primi e l’hanno fatto senza nessun esempio dal quale trarre ispirazione – essendo quello cinese un modello inapplicabile a livello operativo in una democrazia liberale matura – . Tutti gli altri Paesi, che inizialmente avevano considerato la risposta italiana come eccessiva, non appena colpiti dalla crisi, hanno seguito il nostro esempio. Non è errato affermare che l’Italia sia stata un faro per l’Europa. La stessa World Health Organization ha indicato la risposta italiana come best practice da seguire.

Nonostante la risposta sia stata più che adeguata, è importante notare come, ancora una volta, ogni Regione abbia reagito con tempi e modalità differenti. Questo a causa della peculiarità di ciascun sistema sanitario regionale. Durante l’inevitabile riorganizzazione che il sistema sanitario dovrà affrontare durante la riconversione dall’emergenza alla “normalità”, sarà opportuno affrontare il tema della redistribuzione delle risorse con lo stesso spirito di solidarietà nazionale che ha accomunato fino a ora tutti gli attori sanitari pubblici e privati. Questo per garantire un migliore equilibrio tra tutte le regioni.

Il secondo punto riguarda il personale sanitario.

Medici, infermieri, tecnici e operatori sanitari (e anche gli spesso dimenticati farmacisti) sono gli eroi dell’epidemia, in una delle rare occasioni nelle quali l’utilizzo della parola “eroi” è giusto e appropriato. Il personale delle strutture sanitarie in particolare sta pagando la mancanza di dispositivi di protezione in numero sufficiente, in un contesto ad altissimo tasso di contagio. È fondamentale che il sacrificio di medici e operatori sanitari non venga dimenticato. È fondamentale che il coraggio, l’impegno e la strenua dedizione non vengano omessi. È fondamentale che non si ritorni a criminalizzarli per gli esiti delle cure, nei processi e sulla stampa dopo che i riflettori saranno spenti.

L’emergenza COVID-19 rischia di aggravare la situazione della responsabilità civile sanitaria non appena il picco epidemico sarà superato. Rispondere all’emergenza significa operare nell’emergenza: le sale operatorie trasformate in sale di rianimazione; il personale ricollocato a fronteggiare l’urgenza indipendentemente dalla formazione; gli interventi chirurgici condotti sotto-organico per evitare danni irreparabili alla salute delle persone… tutto questo è perfettamente legittimo, meritorio. Dal punto di vista legale invece, rappresenta un buco nero. Se e quando la magistratura sarà chiamata a pronunciarsi sulle infezioni nosocomiali e sulla mancata applicazione dei protocolli, è probabile che vengano applicati strumenti normativi ordinari per giudicare situazioni eccezionali. Non è un’ipotesi accademica, è un rischio concreto. Gli eroi di oggi, potrebbero essere processati domani. Ciò va evitato a tutti i costi, con un intervento normativo che riconsideri i confini della responsabilità civile alla luce dell’eccezionalità della situazione.

Tanto più che, nel momento in cui sarà necessario riconvertire la Sanità all’attività ordinaria, saranno le stesse leve esauste che stanno affrontando l’emergenza oggi a dover recuperare tutta l’attività lasciata in sospeso domani. Di medici e infermieri, infatti, non abbiamo riserve. Non sarà possibile aggiungere al peso enorme che stanno sopportando e sopporteranno, anche quello di dover rispondere in tribunale dei loro meriti. Né è pensabile che i bilanci delle Aziende Sanitarie – già indebitate (le cifre non sono ancora note ma possiamo affermare che saranno sicuramente ingenti) – possano sopravvivere a un’ondata di richieste di risarcimento.

Questo ci porta al terzo punto: l’orizzonte assicurativo della Sanità.

Nessuno sa, al momento, se la Sanità sarà più o meno assicurata in futuro. Sarà però opportuno che venga riconosciuto il ruolo sociale dell’assicuratore: quello di rendere “sicuro” operare nel settore sanitario, così come avviene in qualsiasi altro ambito socio-economico. È la presenza di un quadro assicurativo, infatti, che a livello macro-economico rende possibile l’introduzione di nuove tecnologie nel mercato, la vendita di prodotti, il trasporto navale e, sostanzialmente, qualsiasi altro ambito. Questo avviene perché l’assicuratore, facendosi carico di una parte del rischio, contribuisce alla sostenibilità dell’attività ma non solo. Il trasferimento del rischio garantisce all’imprenditore la serenità necessaria per portare avanti la propria attività economica. Concetto ancor più rilevante se applicato all’ambito Salute perché i professionisti sanitari devono poter operare liberi dal peso delle conseguenze in termini di azioni civili e amministrative per danno erariale. Un supporto esterno, con specifici know-how ed esperienza, è sempre auspicabile per un continuo miglioramento interno: un assicuratore maturo e competente infatti accompagna le strutture sanitarie e i suoi operatori in una gestione integrata, efficiente ed efficace di rischio e sinistri, con l’obiettivo ultimo di migliorare la qualità dei percorsi di cura e garantire la sicurezza del paziente.

Tutto ciò non è una novità: è quanto previsto dall’articolo 10 della legge 24. Confido che la ricostruzione comprenda il rispetto dell’articolo 10 e l’approvazione dei decreti attuativi rimasti pendenti per rendere del tutto operativa la legge Gelli.

Anche in questo campo, come negli altri, sfruttiamo l’occasione di ripartire con il piede giusto.

 

Roberto Ravinale

Direttore Esecutivo di Sham in Italia