IN OCCASIONE DEL “WORLD PATIENT SAFETY DAY” SHAM ORGANIZZA L’EVENTO EUROPEO “INNOVATION IN HEALTHCARE SYSTEM FOR A BETTER PATIENT SAFETY”

La società mutualistica del Gruppo Relyens, gruppo europeo di riferimento nella responsabilità civile sanitaria e nella gestione dei rischi, in occasione del “World Patient Safety Day 2020”, la Giornata mondiale della sicurezza dei pazienti organizzata dall’OMS, organizza l’evento “Innovation in healthcare system for a better patient safety”. L’evento si svolgerà in digitale il 17 settembre e sarà trasmesso via streaming da Madrid. Con la spinta allo sviluppo della telemedicina dovuta al COVID, il Cyber rischio e la sicurezza informatica si profilano sempre più come i temi d’attualità nell’agenda sanitaria.

 

È in arrivo il “Patient Safety Day”, la Giornata mondiale istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha l’obiettivo generale di aumentare la consapevolezza sull’importanza della sicurezza degli operatori sanitari e dei pazienti a livello globale. Sham, uno dei gruppi europei di riferimento nei campi responsabilità civile e della gestione dei rischi, celebra la giornata con un evento digitale dedicato alle esperienze e best practice europee che rafforzato la sicurezza delle cure. L’obiettivo è duplice: fornire una migliore comprensione dell’importanza della sicurezza dei pazienti e migliorare l’impegno collettivo per la sicurezza sanitaria; porsi come attore chiave e innovativo nel processo di cambiamento che coinvolge il sistema sanitario nell’attuale contesto di lotta contro il Covid-19.

“Innovation in healthcare system for a better patient safety”

“Innovation in healthcare system for a better patient safety”

All’evento digitale, che si terrà il 17 settembre in collegamento streaming da Madrid dalla ore 11:00 alle ore 12:30 (per maggiori dettagli: informazioni@sham.com), la Mutua assicuratrice porterà il contributo dei suoi esperti e dei suoi partner tecnologici, all’interno di una sessione esclusiva, focalizzata sulla crescita della sicurezza e sullo scambio di conoscenze, competenze e pratiche che riducono il rischio clinico. È il primo evento europeo del gruppo, con contributi da ciascuna delle sedi aziendali (Italia, Francia, Spagna e Germania). Ognuna presenterà le best practice locali del risk management nella sanità.

Tra i nuovi orizzonti per le strutture sanitarie, figura anche il rischio informatico e, su questo tema, Sham presenterà l’attività dei suoi partenariati tecnologici, specializzati in soluzioni che contrastano il cyber rischio, al fine di rafforzare la sicurezza delle attività degli operatori sanitari e territoriali.

Esperienza e tecnologia” sono, perciò, i temi a partire dai quali si animerà il dibattito della tavola rotonda, composta da un panel di esperti di innovazione e trasformazione digitale nella sanità, per fornire al settore e ai suoi professionisti, nonché ai cittadini e alle istituzioni, le ultime soluzioni per aumentare la qualità e la sicurezza delle cure. Questi sono i fattori presi in considerazione dal Gruppo Relyens nella selezione dei suoi partner tecnologici internazionali e che coinvolgono, in particolare, CyberMDX e aDvens per la sicurezza informatica, Caresyntax, CLEW e Amalfi per i rischi clinici, medici e del personale.

La pandemia comporterà cambiamenti a lungo termine nell’orizzonte sanitario. Alcuni, come l’impiego di software avanzati per il supporto diagnostico o la migrazione in remoto di visite e monitoraggi periodici erano già avviati, ma l’esperienza del lockdown e l’esigenza del distanziamento accelererà la loro introduzione – spiega Roberto Ravinale, Direttore Esecutivo di Sham in Italia. – Il Cyber Risk si aggiunge, perciò, al novero dei rischi in sanità e va gestito come tale: una nuova dimensione del rischio clinico davanti al quale le strutture sanitarie sono particolarmente vulnerabili”.

I contributi che verranno presentati in concomitanza del Patient Safety Day dal Gruppo Relyens intendono favorire lo scambio di conoscenze necessarie per offrire un servizio migliore e sicuro, di cui potrà beneficiare non solo l’assistenza sanitaria europea, ma anche il presente e il futuro della sicurezza dei pazienti.

IL PRESUPPOSTO DELLA SANITÀ DIGITALE È LA DIFESA DAL CYBER CRIME

L’Italia è 20a in Europa nella digitalizzazione dei servizi sanitari. L’E-sanità è, però, anche il bersaglio preferito del crimine informatico con un incremento del 17 per cento di attacchi gravi nel mondo tra il 2018 e 2019. “Per questa ragione – spiega la Risk Manager Sham Anna Guerrieri – digitalizzazione e cyber security devono procedere appaiati”. Il sondaggio realizzato dalla Mutua assicurativa e dall’Università di Torino vuole tratteggiare un quadro oggettivo della situazione cyber security in sanità.

 

“I Big data sanitari sono una formidabile fonte di informazioni che può aiutare la cura e la prevenzione, ma è necessario che vengano impiegati in maniera omogenea e sicura su tutto il territorio nazionale. Sicura sia per i cittadini che per le realtà sanitarie che raccolgono, conservano e impiegano per la ricerca e per la cura i dati in questione. È in quest’ottica  – spiega la Risk Manager della Mutua Sham Anna Guerrieri  – che va inserito il sondaggio realizzato dalla Mutua con la collaborazione del Dipartimento di Management dell’università di Torino”.Capire il rischio cyber, il nuovo orizzonte in sanità’ vuole fornire, infatti, una fotografia della preparazione reale delle strutture a questo “ineludibile passaggio” sapendo che, senza un livello di sicurezza alto ed omogeneo “anche la diffusione delle nuove tecnologie sarà incostante e a macchia di leopardo. Conoscere – sottolinea la RM – è il primo passo per gestire meglio il rischio a vantaggio di operatori ed utenti”.

 

1. Quanto è digitalizzata la sanità in Italia? C’è un dato comparativo a livello europeo?

La diffusione in ogni contesto operativo di nuove tecnologie di Information and Communications Technology, la crescente esigenza di erogare servizi sanitari in modalità di telepresenza, da ultimo l’emergenza COVID 19 ancora in corso e, parallelamente, l’aumento esponenziale di dati sanitari da gestire, impone a tutto il SSN un cambio di passo deciso verso una matura digitalizzazione del sistema. E l’Italia su questo tema è in ritardo se comparata con gli altri paesi europei. In merito cito un recente studio realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com) dal titolo “Innovative Europe. The Way Forward” presentato a Bruxelles a febbraio di quest’anno. Il rapporto si concentra, in particolare, sullo sviluppo della eHealth, ovvero la possibilità di prenotare visite mediche online o di utilizzare lo smartphone per interagire con gli ospedali e le strutture sanitarie o ancora la disponibilità di una semplice password per svolgere tutte le possibili procedure amministrative.  Secondo la ricerca condotta, l’Italia è ventesima in Europa per il grado di digitalizzazione dei servizi sanitari, al di sotto degli altri principali Stati membri dell’Unione: basta pensare che la Spagna è sesta, la Germania undicesima e la Francia quindicesima. In assoluto, le performance migliori le fanno registrare Danimarca, Olanda e Finlandia mentre al contrario, le peggiori, Romania, Polonia e Bulgaria. Pertanto molto è da fare su questa ormai ineludibile frontiera al fine dell’ammodernamento e sostenibilità del nostro SSN.

 

2. Quali sono i processi più digitalizzati negli ospedali?

Nonostante la bassa digitalizzazione complessiva del nostro SSN, in una struttura sanitaria il numero di dispositivi medici connessi, sistemi e applicazioni è molto alto, infatti, può includere computer, device mobile, server, terminali informatici ai letti, dispositivi di diagnostica per immagini, chioschi self-service, dispositivi medici impiantabili, sistemi di cartelle cliniche elettroniche, software di gestione, sistemi PACS (sistema di archiviazione e trasmissione di immagini), sistemi di fatturazione medica, portali per i pazienti e molti altri sistemi a cui i medici si affidano per la cura.  Questa vasta gamma di dispositivi, sistemi e applicazioni e conseguentemente big data sanitari, prodotti e gestiti, è da tutelare con molta attenzione e nel rispetto della normativa vigente. Gli attaccanti non sono più “hackers”, e nemmeno gruppetti effimeri (più o meno pericolosi) di “artigiani” del cybercrime: sono numerosi gruppi criminali organizzati transnazionali che fatturano miliardi, che hanno come bersaglio le infrastrutture, le reti, i server, i client, i device mobili, le piattaforme social su scala globale. E’ ormai una necessità imparare a tutelare adeguatamente il patrimonio informativo di dati sensibili e sanitari che inevitabilmente gestiamo come SSN e gestiremo, in scale esponenziale in un prossimo futuro.

 

3. Esistono dati sul numero di incidenti in ospedali dovuti a un errore di digitalizzazione? 

A tutto quanto detto si deve sommare la carenza di competenze in materia di sicurezza informatica, che riguarda praticamente tutti i settori, non solo l’assistenza sanitaria. Questo comporta la diffusa adozione di comportamenti pericolosi oltre che vietati dalla norma e l’errore più frequente che si commette è l’invio di documenti riservati a destinatari errati. Altre violazioni sono: trasferire documenti di lavoro su e-mail personali, caricarli su siti di condivisione di file o copiarli su unità rimovibili, come chiavette USB.

Inoltre, siamo tutti facilmente vittime di truffe di phishing, il vettore di attacco preferito dagli hacker. Ma anche gli amministratori di sistema possono commettere degli errori. Configurazioni di sistema errate, gestione delle patch (bug scoperti in pacchetti software) poco attenta e l’uso di nomi utente e password predefiniti sono tra gli errori più comuni. Sarebbe opportuno, per contenere i rischi, fornire una formazione di base sulla sicurezza informatica a tutti gli operatori sanitari e socio-sanitari, oltre che implementare le competenze funzionali di base su tutto il territorio nazionale.

Il Rapporto CLUSIT 2020, offre una panoramica degli eventi di cyber-crime più significativi avvenuti a livello globale nel 2019, confrontandoli con i dati raccolti nei 5 anni precedenti.

Lo studio si basa su un campione che al 31 dicembre 2019 è costituito da più di 10.000 attacchi noti di particolare gravità (di cui 1.670 nel 2019), ovvero che hanno avuto un impatto significativo per le vittime in termini di perdite economiche, di danni alla reputazione, di diffusione di dati sensibili (personali e non), avvenuti nel mondo, inclusa l’Italia, dal primo gennaio 2011. Rispetto al 2018, in termini assoluti, nel 2019 il settore Healthcare è tra quelli con il numero maggiore di attacchi gravi, con un aumento dell’incidenza degli stessi pari al +17%. Nel rapporto si attesta che gli incidenti informatici costano più all’assistenza sanitaria che per qualsiasi altro settore. Ogni cartella clinica persa o rubata può costare oltre 400 dollari a un’unità sanitaria, rendendo quindi un attacco informatico di successo piuttosto costoso, oltre che deleterio per l’immagine e la fiducia riposta dagli utenti/pazienti nel SSN.

 

4. Quanto la digitalizzazione è utile per fronteggiare emergenze sanitarie come quella che stiamo vivendo?

È un elemento ormai confermato dalla nostra ultima esperienza con COVID 19. La pandemia ha dimostrato come la sanità digitale con la ricetta elettronica e con la telemedicina consente la prosecuzione delle cure anche in regime di distanziamento sociale. Eppure, come pone in evidenza il garante privacy Antonello Soro in audizione presso la Commissione parlamentare per la semplificazione, una tecnologia non ben governata può aumentare esponenzialmente il rischio clinico in cui si riflette, nello specifico il rischio informatico. In questi mesi di gestione dell’emergenza sanitaria l’Istituto Superiore della Sanità con il rapporto del 13 aprile 2020, ha fornito utili indirizzi e procedure per il corretto utilizzo dello strumento della telemedicina. Un ulteriore vantaggio sarebbe avere finalmente una tariffazione concordata delle attività sanitarie svolte in telepresenza.  Ad oggi solo la Regione Veneto e la Provincia autonoma di Trento hanno deliberato in tal senso. Pertanto si conferma quanto ancora è necessario lavorare per ottimizzare ed ammodernare il SSN in questa direzione strategica.

EPIDEMIOLOGIA COMPUTAZIONALE: “I DATI DI OGGI PER LA MEDICINA DI DOMANI”

Alessandro Vespignani, Direttore del Network Science Institute presso la Northeastern University di Boston, ha mostrato al “Wired Next Fest 2020” il contributo dell’epidemiologia computazionale nella lotta al coronavirus.

 

All’appuntamento virtuale “WNF 2020: Health”, dedicato alle tecnologie per la salute, è intervenuto il professore Alessandro Vespignani, Direttore del Network Science Institute e autore del libro “L’algoritmo e l’oracolo. Come la scienza predice il futuro e ci aiuta a cambiarlo”. Di seguito, riportiamo un estratto del suo intervento che si è tenuto il 5 giugno all’interno dell’evento organizzato da Wired. Il professore è alla guida di un team italo-americano che ha sviluppato un modello di previsione della possibile diffusione internazionale del coronavirus cinese[1].

Cos’è l’epidemiologia computazionale?

“L’epidemiologia computazionale è un’area scientifica che consente di passare dai dati alle previsioni. Partiamo dalle curve di informazioni – numero di casi, decessi etc. – e li trasformiamo in equazioni descrittive e di interpretabilità.

Per fare questo esistono diverse tecniche, quali gli approcci meccanicistici, analoghi a quelli delle previsioni meteorologiche, oppure di Artificial Intelligence, entrambi finalizzati ad individuare come si sviluppa l’epidemia. Possono diventare modelli molto precisi che introducono, ad esempio, informazioni sulle compagnie aeree, sul traporto terrestre su piccolo raggio, oppure sulla popolazione in generale (i.e. l’età degli individui).

In tutto questo, però, bisogna considerare il ruolo del caso, ovvero l’incertezza. Non abbiamo mai una conoscenza precisa delle condizioni iniziali. Esiste infatti una conoscenza di base che manca sempre di alcuni pezzi: ad esempio, qual è realmente la trasmissione asintomatica? Esistono le incertezze legate alla possibilità di salire o meno su un aereo, oppure ulteriori elementi stocastici. Allora, si simulano soluzioni con indicatori sintetici e si estraggono dati statistici, che non sono altro che probabilità.

Il Prof. Vespignani al Wired Next Fest 2020

Il Prof. Vespignani al “Wired Next Fest 2020”

Tutto questo consente di effettuare un’analisi situazionale: ovvero, ci dice cosa sta succedendo quando l’informazione manca. Prima, ad esempio, non si conosceva l’entità della pandemia in Cina e oggi questi modelli ci aiutano.

Un’altra possibilità riguarda l’analisi epidemiologica: ci sono davvero gli asintomatici? E allora si costruiscono tutti gli scenari e si capisce meglio cosa andare a cercare. Gli scenari non sono previsioni, ma sono basati su assunzioni di comportamenti degli individui, della politica, della situazione internazionale etc. Questi scenari offrono prospettive di ampio raggio, che vanno dall’intervallo pessimista a quello più ottimista e sono entrambi necessari. A partire da questo, è possibile effettuare un’analisi di rischio fino ad arrivare ad una pianificazione degli interventi.

Poi esistono le predizioni, che si basano sui dati correnti degli interventi e della loro efficacia. Da qui è possibile mettere in conto quello che è stato fatto e quello che verrà fatto nelle settimane future. Si eseguono proiezioni su orizzonti temporali limitati, come può essere un intervallo di 4-6 settimane.

Infine, ci sono i modelli, che ci indicano le scelte che possiamo mettere sul campo. Non parliamo di “oracoli indiscussi”, di un futuro preciso, ma di una gamma di possibilità sul campo”.

Esiste una sorta di analfabetismo numerico?

“Quello dell’alfabetizzazione numerica è un problema rilevante. I dati oggi sono fondamentali e, probabilmente, noi scienziati non siamo stati bravissimi sull’aspetto comunicativo. La scienza ha dovuto imparare delle cose, ma ci sono state anche decisioni diverse dalla scienza da parte della politica. Di base, l’alfabetizzazione numerica dovrebbe far capire al cittadino cosa dice la scienza e come quella conoscenza viene usata dal policy making.

In questo caso, esiste un problema di “domini”. Se torturi abbastanza i dati, puoi ottenere quello che vuoi, avere conclusioni verso una condizione oppure per un’altra. Parliamo quindi di domain expertise: ognuno ha il suo campo e tutti insieme dobbiamo metterci d’accordo rispetto al problema che conosciamo. Ogni dato va visto sotto sguardi diversi, che poi vanno offerti alla politica nella maniera più corretta.

In generale, noi guardiamo troppo all’ambito nazionale, mentre dovremmo guardare all’epidemia a livello globale. I dati sono importanti e se perdiamo contatto con questi, perdiamo il contatto con la realtà e, allora, i dati divengono opinioni”.

Di quanto si sono discostate le decisioni politiche dai consigli prodotti dai modelli epidemiologici?

“Ci sono state analisi politiche ed economiche sui dati ispirate ad una grande prudenza, come in Italia, Francia o Spagna. In molti paesi le scelte sono state simili con misure di lockdown e rafforzamento delle strutture.

In altri paesi, invece, la politica ha scelto altre strade rispetto al raggio di scenari possibili, anche dove c’era un rischio maggiore. Forse c’è stata una sovrastima della capacità di gestire le situazioni. Ogni paese ha avuto una dinamica diversa, come negli Stati Uniti, dove c’è stata più una dinamica a livello di singolo stato che di Paese”.

Hai timore per la riapertura delle frontiere, come quella della Svezia?

“La Svezia ha fatto scelte diverse, è in una fase stazionaria e non di contrazione come in altri paesi. Anche il Brasile ha deciso di non essere aggressivo e adeso si ritrova in guai complicati e produce infezioni. Questo è un dato che va considerato. In Iran la riapertura ha portato ad una seconda ondata. Dunque, esistono traiettorie epidemiche diverse con situazioni diverse che andranno valutate caso per caso in relazione al nostro mondo globale”.

Hanno influito modelli sanitari diversi?

“Qui si entra in un dibattito in cui si criticano scelte anteriori alla pandemia, mentre bisogna fare i conti con quello che si ha. La pandemia è una situazione di gravità “eccezionale,” quindi bisogna valutare anche questo nella ristrutturazione dei servizi. Se si indebolisce il controllo sul territorio, ovviamente si va a rischiare, perché le morti sfuggono”.

 

 

[1] Per conoscere il modello previsionale sviluppato dal team del professor Vespignani cfr: https://www.isi.it/media/226

 

LA RICHIESTA DI ANAAO ASSOMED: «I MEDICI HANNO BISOGNO DELLO SCUDO PENALE, DOPO L’EMERGENZA COVID-19 PIÙ CHE MAI»

Lo storico sindacato si fa portavoce di una richiesta antica ma tornata tristemente d’attualità durante la pandemia, ovvero offrire uno “scudo penale” ai medici, tanto mitizzati durante il lockdown: «Basta chiamarci eroi, piuttosto non lasciateci soli nelle battaglie»

 

Infermieri e medici sono diventati gli eroi degli ultimi mesi. Il loro coraggio, la loro dedizione e la loro professionalità hanno confortato gli italiani contagiati o spaventati dal Covid-19. Ovunque applausi simbolici, vignette che li ritraevano come supereroi, messaggi di ringraziamento. Giusto riconoscere il valore ma, dicono i medici stessi, non c’è bisogno di mitizzare: hanno fatto il loro lavoro, non è questione di eroismo. E c’è anche chi rifiuta questo immaginario con ancora più forza, denunciando come ad una vicinanza dei cittadini non corrisponda una vicinanza legale e nelle battaglie intraprese. Ne abbiamo parlato con il dott. Gabriele Gallone, Segretario Organizzativo Nazionale dell’ANAAO, sindacato che riunisce al suo interno oltre 22 mila medici e con una storia lunga oltre 60 anni. 

Perché rifiuta questa visione dei “medici eroi”? 

È una narrativa che a noi non è mai piaciuta. Certo fa piacere vedere della solidarietà, ma fino al giorno prima venivamo attaccati non solo singolarmente ma anche come categoria, noi come anche le forze di polizia, i dipendenti pubblici, gli insegnanti e via dicendo. 

Ultimamente vediamo che molte più persone sono ostili e anche aggressive, non sanno accettare la realtà, le situazioni estremamente difficili in cui lavoriamo. Quindi quando è nata questa iniziativa dell’applauso e la narrativa dell’eroe io personalmente ero molto molto infastidito, così come molti miei colleghi. 

Una vicinanza nel momento del bisogno ed effimera e volatile quindi..

Sì, in alcuni casi azzarderei dire anche ipocrita. Noi apprezziamo il sostegno negli atti concreti, non in quelli simbolici come l’illuminazione dedicata del Pirellone. Ed è proprio negli atti concreti che crolla il castello di carte. E per atti concreti intendo le battaglie per i sanitari che sono stati senza contratto di lavoro per dieci anni, o il fatto che dopo tutti i decessi che abbiamo registrato all’interno della nostra categoria professionale abbiamo ricevuto in cambio quella che si può definire solo come elemosina. Quello che abbiamo vissuto in questa fase storica è inspiegabile, davvero difficile da raccontare e spiegare, non basta dirci che siamo “eroi”. Sentirlo dire da chi non ha rinnovato i contratti, non ha modificato le leggi e ci perseguita legalmente per le nostre decisioni, è insopportabile. 

Noi chiediamo che ci si schieri dalla nostra parte quando torneremo a chiedere salari equi, fondi, garanzie sul lavoro, contratti non precari, aiuti per i neolaureati e specializzati e assistenza legale

In questo caso siete tornati a chiedere a gran voce lo scudo penale per i medici. Perché l’Italia ne ha bisogno? 

È importante capire che non stiamo chiedendo l’immunità. Basta guardare a ciò che avviene negli altri Paesi. Per casi che rasentano il dolo o una certa gravità, è giusto e importante avviare indagini e punire chi è colpevole. Il problema è che negli altri Paesi, quando un medico sbaglia, perché essendo umano può succedere che commetta un errore, lo Stato garantisce per lui. In questo modo il medico, che si espone ad un rischio di errore più alto della media e soprattutto ad un livello di conseguenze legate all’errore ben più gravi, non si trova nella condizione di dover temere di passare i successivi 20 anni tra ricorsi e accuse. Qualcuno pensa che noi dovremmo essere infallibili, ma spesso chi sbaglia è in genere più bravo della media. Mi spiego: non parlo di sciatteria o superficialità, ma se un chirurgo si spinge più in là per cercare di salvare la vita di un paziente, si trova in una condizione più complessa e difficile e commette un errore. Negli altri Paesi, dopo una analisi del caso che avviene internamente, in cui viene escluso il dolo o la superficialità dell’approccio del chirurgo, lo Stato garantisce e risarcisce senza bisogno di un processo. La differenza importante è che in Italia con tutte queste procedure chi ha subito un danno viene risarcito molto molto più tardi rispetto agli altri Paesi che non hanno un sistema malato come il nostro. 

Perché questa battaglia torna ad essere di attualità?

Nella fase più acuta dell’emergenza legata al Covid-19 purtroppo molti medici han dovuto compiere una scelta difficilissima: scegliere chi curare. E ora rischiano di pagarne le conseguenze. Umanamente, è comprensibile il dolore e il disappunto, ma è importante pensare che questa scelta è stata dovuta ad una mancanza di strumenti e strutture sufficienti: il numero di pazienti era così elevato da superare il numero di respiratori a disposizione, è un dato di fatto. Bergamo ne è stato il triste esempio più eclatante, diventando un caso a livello mondiale e registrando numeri pari solo a quelli di Philadelphia durante l’influenza spagnola. Soprattutto, questa scelta è stata compiuta in un momento straordinario. Per quanto possa sembrare azzardato, i nostri medici si sono comportati come se fossero stati in guerra: in un campo di battaglia, se le risorse sono poche, si scelgono i pazienti su cui intervenire, prediligendo quelli che hanno più probabilità di sopravvivere. Ecco, durante la pandemia, le trincee sono state i corridoi dei nostri ospedali, e alla nostra professione è stato richiesto di prendere questa decisione. Ora però, il rischio è che non venga sostenuta e protetta.

Cosa intende quando parla del rischio di una “Norimberga sanitaria”?

Perché ci sono alcuni procuratori della Repubblica che stanno pensando di imbastire delle cause, nascondendosi dietro la foglia di fico dell’obbligatorietà dell’azione penale, perché in una situazione così tragica e fuori dall’ordinario qualcuno è morto perché non è stato attaccato al respiratore. La trovo non solo una grande perdita di tempo, considerando che i tempi giudiziari del nostro Paese sono estremamente lunghi e sappiamo che i tribunali si trovano ad avere un carico di arretrati impressionante, ma anche poco realistico. Un atteggiamento tutto italiano, anche perché in Europa solo la Polonia prevede una azione penale simile alla nostra. 

Quale quindi l’appello di ANAAO Assomed?

Purtroppo io sono pessimista. Quella che stiamo portando avanti è una campagna importante e fondamentale, ma bisogna scontrarsi con il “benaltrismo” che nel nostro Paese regna sovrano. Sono credo 40anni che combattiamo, anni che si sono tradotti non solo in difficoltà per i medici ma anche per il sistema giudiziario stesso. Noi vorremmo un cambiamento reale, anche a livello legislativo. È necessario cambiare il sistema penale italiano, che si basa ancora sul codice Rocco. Eliminare quindi l’obbligatorietà dell’azione penale, come succede già in moltissimi Paesi. 

 

Per seguire le iniziative e le battaglie messe in campo da ANAAO Assomed, si può visitare il sito ufficiale o seguire gli account sui social network Facebook, Twitter, Instagram e Youtube

SANITÀ DIGITALE: ECCO DA DOVE RIPARTIRE

All’appuntamento digitale “Wired Next Fest 2020”, dedicato alle tecnologie per la salute, è intervenuto Federico Protto, Amministratore delegato di Retelit, che ha evidenziato il ruolo delle tecnologie e dei sistemi informativi nella gestione della pandemia: “Il punto è di non ritorno”.

 

Il coronavirus ha impresso una significativa accelerazione ai percorsi di digital transformation del Paese in molti ambiti, tra cui quello sanitario: un’accelerazione tecnologica che lascia il segno di un’eredità importante dalla quale ripartire. Di seguito, riportiamo un estratto dell’intervento di Federico Protto, AD di Retelit, tenutosi il 4 giugno al “WNF 2020: Health” organizzato da Wired.

Quale impatto ha avuto il Covid-19 all’interno delle aziende sanitarie?

“È stato uno stress test importante dovuto all’apprensione per la tenuta del sistema di rete. Il sistema però ha retto bene, anche se bisogna distinguere tra l’infrastruttura generale, che trasporta la lunga distanza, come i grandi data center e l’utilizzo della banda larga o ultra-larga all’interno delle nostre case. Se le Asl e gli Ospedali sono ben collegati, diverso è il caso del singolo cittadino. In Italia abbiamo tutt’ora delle situazioni ineguali a seconda della zona del Paese; la banda larga è ancora un problema e siamo in ritardo rispetto ad altri paesi. È un problema infrastrutturale e di accesso.

Tra i fatti digitali più importanti, accaduti in questi mesi in ambito sanitario, vi è stata indubbiamente la possibilità per il personale medico di lavorare in smart working; un’opportunità che prima della pandemia si immaginava soltanto, ma che difficilmente avrebbe trovato un’applicazione concreta. Il medico specialista che oggi può refertare da casa propria fornisce un buon esempio di diagnosi clinica da remoto.

Quello dei dati è poi un altro tema emerso in maniera preponderante. Dal punto di vista tecnico e tecnologico, mai come adesso è risultato importante interpretare questi dati e capire le statistiche, la correlazione tra i dati, trasformando così questi dati in informazione.

Il terzo elemento critico è stato l’esperienza del paziente in questa situazione. Nelle aziende ospedaliere con infrastruttura fisica e data center, abbiamo assistito ad un incremento del traffico sulla linea del 140% rispetto a quello che abitualmente offriamo ai nostri clienti. Avendo un’infrastruttura adeguata, le reti hanno retto senza problemi.

Un altro aspetto è emerso nella condivisione di sistemi di collaborazione, come Teams, Zoom, o Webex. I traffici sono aumentati in maniera importante con sistemi di videocomunicazione che hanno permesso agli Ospedali di collaborare. Ad esempio, abbiamo collegato l’Ospedale di Napoli con Shangai per uno scambio di informazioni tra medici per la cura della malattia.

L’emergenza coronavirus ha accelerato un processo già in corso: adesso ci ha fatto capire che il punto è di non ritorno. Ha incrementato la consapevolezza di quanto sia importante avere una sanità più efficace ed efficiente.

Poi c’è il tema culturale. Noi italiani siamo bravissimi nell’emergenza, ma meno attivi nella normalità. Alla fine, però, arrivano meglio quei paesi che non hanno bisogno di eroi. Adesso dovremo fare dell’emergenza la normalità. Il tema critico è l’infrastruttura, perché le tecnologie sono economiche, ma l’infrastruttura manca e questa pandemia può essere un modo per darci una spinta”.

Quali saranno le competenze del medico del futuro?

“Maneggiare i dati. Il dato è fondamentale e, al di là della comunicazione, il dato genomico ci sta appassionando. Si tratta di dati estremamente complessi e di enormi quantità che possono guidarci. Gli algoritmi, messi al servizio di strumenti predittivi e l’analisi del genoma ci permetteranno di avere una sorta di sfera di cristallo – non so se sia bella o brutta – su quello che dal punto di vista della salute potrà accaderci. La sfida tecnologica, medica e umana è enorme”.

Saranno importanti corsi certificati su sanità e leadership digitale?

“Sì, questa è una delle competenze fondamentali del medico del futuro. Non si potrà più prescindere da questo”.

 

FEDERSANITÀ: RIDEFINIRE LA COLPA GRAVE PER SALVARE IL SSN

Sanità pubblica e privata a rischio fallimento. “Rivedere la responsabilità alla luce della pandemia e prevedere un fondo di indennizzo per le vittime del COVID.  Aziende e operatori sanitari devono essere protetti assieme – dice la Presidente Tiziana Frittelli – altrimenti l’intero sistema rischia il collasso”.

 

Nessuno deve essere considerato responsabile per non aver portato a termine un compito impossibile. 

Così si potrebbe sintetizzare la posizione di Tiziana Frittelli, Presidente di Federsanità ANCI e DG del Policlinico Tor Vergata, sulla revisione della responsabilità sanitaria dopo il COVID.

Federsanità ha chiesto e ottenuto un tavolo di lavoro con il Ministero della Salute e le parti sociali per affrontare la seconda grande crisi che la pandemia scatenerà sulla sanità italiana man mano che i casi di ammalati diminuiranno.

Spiega Frittelli: “L’intero mondo della sanità in Italia – dai funzionari regionali ai medici; dai dirigenti agli amministratori responsabili degli acquisti – sarà chiamato a rispondere delle azioni in tempo di emergenza sulla base di linee guida e norme concepite prima dell’epidemia”.  

Questo non è giusto e non è, neppure, sostenibile. Non è giusto perché la responsabilità professionale e datoriale deve essere valutata sulla base delle informazioni e delle indicazioni in vigore al momento dell’azione. La risposta all’epidemia si è evoluta nel corso del tempo perché sono cambiate le istruzioni nazionali man mano che si accumulava evidenza scientifica sul comportamento del virus. A loro volta, queste istruzioni modificavano la – spesso stringente – procedura di accoglienza e diagnosi, stabilendo chi e come dovesse sottoporsi a specifici esami e trattamenti. Il rischio, al momento, è che gli operatori sanitari nonché il personale amministrativo e dirigenziale della sanità – ognuno per le sue funzioni – verranno chiamati a rispondere del loro operato sulla base di informazioni che non erano disponibili nel momento in cui l’azione avveniva. E questo si sommerà al rischio di venir giudicati secondo gli standard altissimi di sicurezza che il nostro Paese esige, ma che non potevano essere soddisfatti interamente nella situazione stravolta dall’epidemia”.

Come si fa – è il ragionamento sottostante – ad indire un bando per le maschere protettive quando, per il nuovo turno in Terapia intensiva, se ne avrà bisogno in poche ore? Come è possibile pretendere di rispettare scadenze – quali l’aggiornamento mensile del Documento valutazione rischi – quando un intero ospedale viene rivoltato come calzino per trasformarsi in una struttura per malati COVID? Come è possibile fare riferimento ai protocolli per il contenimento delle infezioni ospedaliere quando questi stessi sono stati tarati su patogeni infinitamente meno contagiosi dell’ancora non perfettamente compreso Sars-Cov-2?

“Per tutte queste ragioni – riprende Frittelli – abbiamo bisogno di una definizione di colpa grave aggiornata alla pandemia. Non è un colpo di spugna e non si tratta di un’amnistia preventiva: non cerchiamo alcuna impunità riferita genericamente al periodo dell’emergenza. Al contrario, chiediamo dei criteri precisi che stabiliscano i confini della responsabilità. Ma questi confini devono essere realistici:  ancorati strettamente alle circostanze correlate alla pandemia e alle disposizioni e linee guida specifiche in vigore al momento dell’azione. È un atto di giustizia”. 

“Ciò che deve essere altrettanto chiaro – prosegue il Presidente di Federsanità ANCI – è che la ridefinizione della colpa grave non può essere selettiva: deve essere estesa anche alle strutture sanitarie, agli amministrativi e ai dirigenti oltre che al personale negli ospedali. Altrimenti, oltre al dubbio sulla costituzionalità di un provvedimento che discrimini tra le categorie, si rischierebbe il totale fallimento della Sanità pubblica e privata in Italia. Stanti, infatti, le disposizioni della Legge Gelli – che pone in capo alle strutture la responsabilità contrattuale per la sicurezza delle cure – il rischio è che le richieste di risarcimento prosciughino in maniera insostenibile il Fondo Sanitario Nazionale facendo fallire, per le stesse ragioni, le strutture sanitarie private”. 

La proposta di estendere la revisione della colpa grave anche alle strutture e Aziende sanitarie ha, però, sollevato forti dubbi da parte dei sindacati – precludendo, finora, passi normativi in tal senso – per il timore che questa estensione possa eventualmente limitare la possibilità di risarcimenti verso i dipendenti.

“Su questo punto è indubbio che dobbiamo confrontarci – premette Frittelli – ma esistono comunque argomenti che dovrebbero temperare questa opposizione. Il primo è racchiuso nella Legge Gelli stessa che disciplina esclusivamente i limiti, la misura e le condizioni della responsabilità (risarcitoria e penale) degli operatori e della struttura verso i terzi assistiti e non direttamente verso gli stessi operatori. Il secondo è la considerazione che senza medici, infermieri, tecnici e tutte le altre figure professionali, la Sanità non esiste. Ma non esiste nemmeno senza direzioni generali, sanitarie, amministrative, uffici del personale, uffici acquisti, uffici tecnici, servizi di prevenzione e protezione”. 

“Tutti si sono impegnati in un’emergenza senza fine, con un denominatore comune: l’aver dovuto agire in fretta, senza alcun preavviso e possibilità di prepararsi al meglio. Dobbiamo trovare una pace sociale tra operatori e direzioni strategiche, altrimenti ci trascineremo un gorgo di vertenze e strascichi giudiziari che durerà anni, se non decenni, distruggendo completamente fiducia e missione del Sistema sanitario nazionale. Allo stesso tempo per tutelare i terzi vittime della pandemia, l’unica strada appare un fondo di solidarietà, distinto e separato rispetto all’ordinario Fondo sanitario, con l’individuazione di cluster specifici e l’adozione di una logica indennitaria e non risarcitoria, come avviene a seguito di eventi catastrofali”. 

“Venendo meno una e l’altra di queste condizioni, la crisi della Sanità in Italia rischia di essere inevitabile e senza uscita”.

 

RELYENS SIGLA CINQUE PARTENARIATI TECNOLOGICI ESCLUSIVI PER RAFFORZARE LA SICUREZZA DELLE ATTIVITÀ DEGLI OPERATORI SANITARI E TERRITORIALI

Relyens, gruppo mutualistico europeo di riferimento nel settore assicurazione e gestione rischi per gli operatori sanitari e territoriali, rafforza il suo approccio globale ai rischi proponendo soluzioni di prevenzione basate sull’utilizzo dei dati e dell’intelligenza artificiale

 

Le nuove soluzioni sono offerte grazie a cinque partenariati esclusivi siglati con partner tecnologici di prim’ordine e focalizzati su 3 aree di rischio: rischi informatici e loro prevenzione tramite CyberMDX e aDvens, rischi clinici e medici tramite Caresyntax e CLEW, rischi per il personale tramite Amalfi. Questi partner condividono con Relyens lo stesso impegno: proteggere le attività di tutti gli operatori sanitari e territoriali che agiscono al servizio di pazienti e cittadini.

Dati per identificare, anticipare e limitare i rischi aziendali e i rischi informatici

Il rilevamento e l’analisi dei rischi costituiscono la principale fonte di informazioni per anticipare e prevenire eventuali sinistri. Non si tratta più solo di assicurarli, ma di evitarli.

In qualità di Risk Manager, partner dei propri soci e clienti, Relyens fornisce da tempo una comprensione dei rischi fondata sulle ispezioni in situ, sull’analisi dei sinistri o sulle cause dell’assenteismo del personale. Ai rischi tradizionali legati agli interventi medici o alla pratica professionale si aggiungono rischi più globali, come il rischio informatico, che possono avere un impatto su tutti i livelli di un’organizzazione.

L’analisi dei dati, l’uso di strumenti di intelligenza artificiale, la velocità di elaborazione e i progressi tecnologici offrono ormai la possibilità di ridurre o addirittura evitare i rischi connessi all’attività, contribuendo nel contempo all’efficienza degli operatori sanitari e territoriali.

Per Dominique Godet, CEO del gruppo Relyens: “Questi partenariati rispondono perfettamente alla nostra ambizione di contribuire sempre di più a proteggere le attività dei nostri soci e dei nostri clienti. Oggigiorno la tecnologia consente di analizzare i dati, identificare e prevedere i rischi molto prima di quanto è stato possibile finora. Ci consente di approfondire la nostra visione globale dei rischi, offrendo soluzioni innovative sviluppate con partner tecnologici di prim’ordine che comprendono le specificità degli operatori sanitari e territoriali”.

 

Dominique Godet, CEO del gruppo Relyens

 

Cinque partenariati tecnologici esclusivi per affiancare i clienti Relyens nella gestione dei rischi

Nella convinzione che i rischi in ambito sanitario o specifici degli enti locali siano rischi peculiari e che le esigenze dei clienti stiano evolvendo verso una maggiore personalizzazione e valorizzazione, Relyens rafforza il suo approccio grazie a cinque partner internazionali focalizzandosi su tre aree di rischio prioritarie:

Rischio informatico, con:

  • CyberMDX, piattaforma di sicurezza informatica destinata all’identificazione e alla prevenzione dei rischi informatici specifici delle strutture sanitarie;
  • Advens, 1° pure player francese nel settore della sicurezza informatica, scelto da Relyens per supportare l’implementazione delle proprie soluzioni informatiche, assicurare una protezione ottimale degli operatori sanitari e territoriali;

Rischio clinico e medico, con:

  • Caresyntax, piattaforma tecnologica finalizzata a ridurre il rischio chirurgico;
  • CLEW, piattaforma tecnologica predittiva destinata al miglioramento delle cure e dell’attività medica;
  • Amalfi, piattaforma tecnologica destinata al controllo dei flussi di attività delle strutture sanitarie.

Rischi del personale, con:

  • Amalfi, per prevenire e prevedere eventi su scala locale e territoriale, in particolare l’assenteismo.

Ad eccezione della partnership con aDdvens, gli altri partenariati tecnologici prevedono una partecipazione al capitale in ciascuna delle strutture partner. Questi partenariati rientrano nell’ambito dell’attuazione del Piano strategico Relyens2021, dove uno dei pilastri è lo sviluppo dell’offerta di gestione del rischio presso i propri clienti e i soci in Europa (Francia, Germania, Spagna e Italia); un’offerta globale, che coniuga assicurazione e servizi, unica sul mercato. Queste partnership consolidano così la posizione di riferimento di Relyens e rafforzano la sua offerta di valore attraverso i due marchi di riferimento: Sham® per gli operatori sanitari in Europa e Sofaxis®, per gli enti locali in Francia.

Commercializzate sin da ora da Relyens, le soluzioni Sham® +CyberMDX+aDvens e Sham® +Caresyntax rappresentano per gli operatori sanitari un’opportunità per ottimizzare le prestazioni e la sicurezza delle loro attività, coniugando soluzioni tecnologiche, gestione dei rischi e assicurazioni. Il Gruppo amplierà presto la sua offerta commercializzando le soluzioni derivanti dai partenariati con Amalfi e CLEW.

Questi ultimi si aggiungono alla collaborazione avviata nel 2016 con HEVA, società specializzata nel trattamento di dati sanitari e dati medico-economici in Francia e società partner nella quale il gruppo aveva anche acquisito una partecipazione a settembre 2019.

Le cinque società partner di Relyens

Fondata nel 2017, CyberMDX è una società di sicurezza informatica la cui piattaforma consente la prevenzione di attacchi informatici per dispositivi medici e altri impianti elettronici connessi dedicati alla sanità. CyberMDX identifica e protegge le tecnologie sanitarie connesse per garantire la resilienza operativa, consentendo:

  • L’automazione dell’inventario dei sistemi connessi
  • La gestione e la messa in sicurezza intelligente delle implementazioni dell’IoT in ambito ospedaliero
  • La ricerca di vulnerabilità e il monitoraggio del traffico di rete avvalendosi dell’intelligenza artificiale
  • L’analisi operativa dell’utilizzo delle tecnologie connesse.

CyberMDX ha sede negli Stati Uniti e ha implementato con successo la sua piattaforma in diverse strutture sanitarie di prim’ordine.

aDvens, società francese costituita 20 anni fa, riunisce tutte le competenze, dalla governance alla gestione della sicurezza operativa. Con sede in Francia (Parigi, Lille, Lione, Bordeaux e Nantes), vanta oltre 300 clienti attivi in Francia e all’estero nei settori della salute e degli enti locali, ma anche dei servizi, dell’industria, della finanza e della distribuzione. aDvens offre in particolare una gamma innovativa di servizi di sicurezza informatica chiavi in mano (Security-as-a-service) che si avvale delle migliori tecnologie presenti sul mercato, rendendo la sicurezza informatica semplice, efficace e accessibile a tutti.

Fondata a Berlino nel 2013, Caresyntax ha sviluppato un ecosistema di chirurgia digitale interamente integrato che offre ai fornitori di tecnologie, alle strutture sanitarie, ai produttori di dispositivi medici e agli assicuratori dati chirurgici utilizzabili, nonché un’automatizzazione che contribuisce a ridurre i rischi chirurgici.

La piattaforma Caresyntax, che coniuga l’Internet of Things (IoT), l’analisi dei dati e le tecnologie di Intelligenza Artificiale, trasforma i dati clinici e operativi non strutturati in informazioni utilizzabili, in tempo reale, automatizzando i flussi di lavoro a supporto del processo decisionale.

Il suo utilizzo da parte del personale sanitario e amministrativo consente in particolare di:

  • Aumentare la visibilità e la comprensione dei “punti caldi” per i rischi clinici e operativi
  • Automatizzare i processi e i flussi chirurgici
  • Ottimizzare l’assegnazione e l’utilizzo delle risorse necessarie al funzionamento del blocco operatorio
  • Agevolare l’apprendimento mediante i dati grazie al confronto di indicatori di prestazione
  • Ridurre la variabilità delle prestazioni tecniche e dei risultati clinici

Caresyntax ha sede in Germania e negli Stati Uniti. La soluzione Caresyntax è attualmente utilizzata in oltre 7.000 sale operatorie e 1.800 ospedali in tutto il mondo, che rappresentano oltre 10 milioni di interventi chirurgici all’anno.

Fondata nel 2015 in Israele, CLEW sviluppa modelli predittivi sulle condizioni cliniche del paziente raccogliendo una vasta gamma di dati medici (interrogazione periodica diretta del fascicolo sanitario digitale o mediante ricezione di messaggi in tempo reale del motore d’interfaccia dell’ospedale). Inizialmente focalizzati sulla terapia intensiva, i modelli CLEW si stanno estendendo a tutte le strutture sanitarie al fine di implementare una piattaforma di controllo centralizzata. Le soluzioni sviluppate da CLEW consentono in particolare di:

  • Prendere decisioni cliniche informate
  • Migliorare i risultati e la sicurezza
  • Semplificare le cure ai pazienti
  • Ridurre il costo delle cure.

CLEW ha sede in Israele e negli Stati Uniti.

Fondata nel 2017 a Barcellona (Spagna), la società Amalfi offre strumenti di visualizzazione per il processo decisionale clinico mediante algoritmi di apprendimento automatico, per prevenire e prevedere eventi su scala locale e territoriale. Il suo utilizzo da parte delle amministrazioni sanitarie e dei dirigenti ospedalieri consente di:

  • Analizzare la mobilità delle popolazioni su un territorio e l’adeguatezza delle risorse
  • Analizzare l’evoluzione temporale dei pazienti sotto forma di traiettorie
  • Ridurre i tempi di attesa in caso di urgenza
  • Ridurre il rischio di un nuovo ricovero
  • Prevenire l’assenteismo.

 

Informazioni su Relyens

Relyens è il principale gruppo mutualistico europeo di riferimento nel settore assicurazione e gestione rischi per gli operatori sanitari e territoriali che svolge una missione di interesse generale. Con circa 1.100 dipendenti, oltre 30.000 clienti e soci e 900.000 persone coperte in 4 paesi (Francia, Spagna, Italia e Germania), Relyens ha raccolto premi per 847 milioni di euro e ha conseguito un fatturato di 456 milioni di euro nel 2018. Il Gruppo, fortemente radicato presso i clienti con i marchi Sham, Sofaxis e Neeria, sviluppa soluzioni globali su misura che uniscono soluzioni assicurative e servizi di gestione del rischio.

 

www.relyens.eu

Twitter: Relyens

Linkedin: Relyens

 

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Agenzia GStrategy

Daniela Berti

bertidaniela0@gmail.com

I NUMERI DELLA RESPONSABILITÀ CIVILE SANITARIA IN ITALIA

All’inizio del 2020 il settore continua a manifestare incertezza in attesa dei decreti attuativi

A cura dell’Avvocato Ernesto Macrì[1]

 

Alcune tendenze di fondo emergono dal bollettino statistico IVASS “I rischi da responsabilità civile sanitaria in Italia 2010-2018”[2], pubblicato a ottobre 2019. Tra queste, in specie: la diminuzione delle strutture sanitarie pubbliche assicurate; un aumento delle strutture sanitarie private che decidono di trasferire il rischio alle imprese di assicurazione; la riduzione delle denunce di sinistro ricevute dalle compagnie e, infine, l’aumento del costo di gestione per le singole procedure. Un aumento del costo medio collegato, non di rado, alla lentezza della procedura di liquidazione dei sinistri. Diversi sono gli spunti di riflessione che emergono dai dati raccolti, che delineano un settore che sconta ancora parecchie incertezze, nonostante sia stato una delle principali direttici di marcia della recente Legge Gelli-Bianco. Tuttavia, la mancata approvazione dei decreti attuativi, non permette ad oggi di delineare ancora con estrema precisione i confini del suo sviluppo futuro, rimanendo, perciò, un settore in attesa di definizione.

I dati riportati nel bollettino IVASS fotografano, in qualche modo, questa incertezza. Partendo dai premi raccolti, questi ammontano a 612 milioni di Euro nel 2018, attestando così un leggero incremento rispetto all’anno precedente, e rappresentando così il 14% dell’intero mercato riconducibile alle responsabilità civile in Italia. Il settore delle strutture sanitarie pubbliche, come dicevamo, ha registrato, tra il 2018 e il 2017, una sensibile diminuzione del numero delle strutture sanitarie assicurate: si è passati dalle 751 del 2017 alle 581 del 2018. Un dato che pare confermare la tendenza di fondo a prediligere forme di c.d. autoassicurazione nel settore pubblico. “Continua a crescere – si legge, infatti, nel bollettino – l’utilizzo dell’auto-ritenzione del rischio delle strutture sanitarie pubbliche, con accantonamenti a tale scopo pari a 592 milioni nel 2017, oltre il doppio dei premi pagati per l’assicurazione tradizionale”. La flessione nel settore pubblico viene, in qualche modo, bilanciata dalla raccolta dei premi assicurativi delle strutture sanitarie private e del personale sanitario, che fanno registrare un non trascurabile aumento (rispettivamente +44% e +65%). In leggera crescita anche le assicurazioni per colpa grave pari ad un valore complessivo di 56mila coperture. In questo ambito vale la pena sottolineare che, secondo quanto riportato nella pubblicazione IVASS, “un medico paga mediamente un premio di 1.000 euro, pari a cinque volte e mezzo quello medio del personale sanitario non medico”.

 

Ernesto Macrì, Avvocato del libero foro di Roma

 

Per quanto riguarda il numero delle denunce di sinistro ricevute dalle imprese assicurative nel 2018 – pari a 17.262 – vi è da segnalare una riduzione del 9,7 per cento rispetto al 2017, confermando perciò un trend in diminuzione, iniziato sin dal 2012. Rimane, inoltre, elevata la quota delle denunce senza seguito: circa la metà di quelle pervenute prima del 2017.

Uno dei dati più significativi riguarda, purtroppo, la lentezza dei risarcimenti. Alla fine del 2018 rimanevano da saldare il 25% delle denunce presentate nel 2010 e quasi il 35% di quelle depositate nel 2011. Solo il 6 per cento dei sinistri denunciati viene risarcito nel corso di 24 mesi.

Ciò rappresenta, come affermato da IVASS, “una caratteristica, comune a tutti i rami di responsabilità civile, a cui contribuisce oltre alla complessità degli accantonamenti dei sinistri più gravi, anche la lentezza del contenzioso”. La lentezza dei risarcimenti, tuttavia, alimenta un fenomeno che finisce per incidere negativamente nell’ambito sanitario: il progressivo aumento del costo medio dei sinistri.

Infatti, il costo medio di un sinistro aperto nel 2010 era pari a 37mila Euro. Il valore dello stesso sinistro, aperto nel 2018, è stato pari a 78mila euro.

È a partire da questo dato è possibile anche comprendere perché, in particolare, l’assicurazione delle strutture sanitarie pubbliche registri una redditività tecnica negativa, con un volume degli accantonamenti che è salito del 248% tra il 2010 e il 2017.

In conclusione, dal bollettino IVASS emerge, in maniera evidente, come il segmento assicurativo, nell’ambito della responsabilità sanitaria, continui, tutt’ora, nonostante l’intervento riformatore del legislatore, ad operare in un contesto difficile, pur essendo in presenza, come riconosciuto dalla Legge Gelli, di una materia che riveste anche una spiccata componente sociale, sia per i risarcimenti che per la quantificazione dei rischi. È auspicabile, pertanto, che il quadro normativo, con la promulgazione dei tanto attesi decreti attuativi, contribuisca a stabilire elementi di certezza in un quadro ancora troppo magmatico.

 

 

[1] L’autore ha trattato estesaente dell’argomento qui sintetizzato ne “Rc sanitaria/ Bollettino Ivass 2019, in attesa dei decreti attuativi della legge Gelli-Bianco il barometro assicurativo segna incertezza”, 9 gennaio 2020, Sanità24  – il Sole 24ore (Paywall)

[2] Testo pubblicazione a al seguente link sul sito IVASS

IL CLINICAL RM IN AMBITO PSICHIATRICO

Due anni di serrata attività preventiva e di raccolta di incident reporting mostrano come si riducano gli eventi avversi e aumentano le segnalazioni ‘near miss’ nella più importante struttura di riabilitazione psichiatrica nel Centro Sud: Colle Cesarano con la sua media di 160 ospiti giornalieri.  Il 5 giugno 2020 il Convegno che riunirà grandi esperti di quest’ambito circoscritto e, in parte, inesplorato, della gestione del rischio.

 

Il 5 giugno 2020 la struttura riabilitava psichiatrica di Colle Cesarano nei pressi di Roma ospiterà il Convegno “Clinical Risk Management in Psichiatria”. 

Nell’ambito della residenzialità psichiatrica Colle Cesarano è la realtà più grande del Centro – Sud Italia con 200 posti letto, 170 operatori e 700 ricoveri all’anno, “Scopo dell’iniziativa, che raccoglie alcuni dei maggior esperti in questo ambito circoscritto della gestione del rischio è offrire un modello che molte altre strutture di media grandezza potranno seguire” spiega il Risk Manager Guido Lanzara.

Per due anni l’équipe di lavoro coordinata da Lanzara ha proseguito una “campagna interna” di formazione e coinvolgimento con lo scopo di diffondere capillarmente, tra tutti gli operatori sanitari, la cultura dell’incident reporting. “Chiunque si occupi di rischio in ambito psichiatrico è cosciente del fatto che la letteratura è carente, soprattutto dal punto di vista delle misurazioni. Sa, inoltre, che la malattia psichiatrica mantiene sempre una componente di inconoscibilità e incertezza, caratteristiche che si trasferiscono sui modelli di gestione del rischio incrinandone l’efficacia. Ci sono diverse particolarità[1] nell’assistenza e riabilitazione in questo campo che non permettono di applicare modelli rigidi. Per questo l’osservazione empirica e la misurazione sul campo sono ancora più importanti. Colle Cesarano ha le dimensioni e la varietà che ne fanno un ottimo caso studio dall’esperienza del quale molte strutture analoghe possono trarre indicazioni affidabili”.

“La novità dell’approccio è che possiamo dimostrare l’efficacia – nell’ottica di prevenzione, tracciabilità e predittività del rischio – del forte lavoro di squadra a tutti i livelli della struttura: sono diminuiti gli eventi avversi e gli eventi sentinella mentre è aumenta considerevolmente la capacità di identificare e segnalare i near miss”.

Se, però, la pubblicazione di questi dati rappresenta la scintilla del Convegno, non ne sarà l’unico contenuto. 

“Al contrario – conclude Lanzara – ospiteremo un confronto ampio con alcuni tra i maggiori esperti del rischio in sanità e in psichiatria in particolare per affrontare le diverse sfaccettature di un tema che riunisce e porta a confrontarsi spesso medici, legislatori, magistrati e amministratori pubblici”.

Qui il programma della giornata.

 

[1] Vedi IL RISCHIO NELLA RESIDENZIALITÀ PSICHIATRICA – Sanità360° – Febbraio 2019 (LINK)

RESPONSABILITÀ CIVILE SANITARIA IN EUROPA: IL SISTEMA FRANCESE

Sanità 360° continua le sue “Noterelle sulla responsabilità civile sanitaria nelle esperienze di alcune realtà europee”. Con le note che seguono si conclude l’articolo su “La responsabilità sanitaria nell’ordinamento francese”. La prima parte è stata pubblicata il 19 novembre 2019 ed è reperibile a questo link

di Ernesto Macrì, Avvocato del libero foro di Roma

 

Una delle peculiarità del sistema giuridico francese è la canalizzazione del contenzioso in ambito di responsabilità sanitaria verso forme alternative di risoluzione delle controversie.

La legge del 2002, infatti, ha predisposto delle procedure preventive di conciliazione, che hanno per protagoniste la Commission nationale des accidents médicaux e le Commissions régionales de conciliation et d’indemnisation des accidents médicaux, des affections iatrogènes et des infections nosocomiales (CCI)[1].

Queste ultime sono composte da rappresentanti dei professionisti sanitari, rappresentanti dei pazienti e assicuratori.

Chiunque si consideri vittima di un danno attribuibile ad un rischio per la salute (art. L. 1442-7, comma 1, C. Santé Publ.) può deferire la questione alla commissione regionale.

Presupposto per l’instaurazione della controversia innanzi alle Commissioni Regionali è che il danno lamentato raggiunga una certa soglia di gravità, fissata ad un tasso di incapacità permanente superiore al 25%[2].

A seguito di una perizia, è compito della Commissione decidere tra ciò che rientra nell’alveo della colpa medica e ciò che, altrimenti, rientra nella cd. alea terapeutica.

Se la Commissione di conciliazione dovesse ravvisare una responsabilità a carico del professionista o della struttura sanitaria, invita l’impresa di assicurazione a fare “une offre d’indemnisation visant à la réparation intégrale des préjudices subis dans la limite des plafonds de garantie des contrats d’assurance” [art. L. 1142-14].

A fronte di ciò, si potrebbero verificare le seguenti soluzioni:

i) l’accettazione dell’importo offerto addivenendo, di conseguenza, ad una transazione fra le parti;

ii) il paziente potrebbe rifiutare la somma proposta dall’assicurazione, lasciando in tal modo preludere ad un suo ricorso giurisdizionale, il quale può a sua volta condurre ad una pronuncia della compagnia qualora l’importo da questi offerto sia ritenuta insufficiente;

iii) tutte le volte che il diniego proviene dall’assicuratore ovvero si verifica una incapienza del massimale risarcitorio, interviene allora l’ONIAM in sostituzione dell’impresa assicurativa per garantire la riparazione integrale del pregiudizio, salva nel primo caso la possibilità di una successiva azione surrogatoria[3].

Pertanto, in questa procedura di indennizzo, l’assicuratore mantiene un ruolo significativo, ma in caso di mancato intervento (rifiuto di garanzia, superamento dei limiti di garanzia), subentra la Commissione nazionale[4].

Schema 1[5]

 

La riforma del 2002 è intervenuta anche sul piano assicurativo, imponendo sia per i liberi professionisti sia per le strutture pubbliche e private, l’obbligo assicurativo ai fini dell’esercizio della professione sanitaria [art. L. 1142-2 c. santé publ][6].

Il modello concretamente attuato risulta essere «uno dei più avanzati sotto il profilo della protezione offerta ai danneggiati»[7], con un massimale di garanzia di almeno otto milioni per sinistro e quindici milioni per anno.

Se la responsabilità è degli operatori sanitari, delle strutture sanitarie e dei produttori di prodotti sanitari, sono le compagnie di assicurazione che si fanno carico dell’indennizzo.

Per contro, in caso di alea terapeutica, cioè in assenza di responsabilità, l’indennizzo è versato da un ente pubblico, l’Ufficio nazionale di indennizzo degli infortuni medici (ONIAM).

L’assicurazione delle strutture sanitarie copre anche i dipendenti che operano nell’ambito delle funzioni loro assegnate, anche se i professionisti sanitari godono di autonomia nell’esercizio dell’attività professionale.

Sono previste, tra l’altro, delle specifiche sanzioni penali a fronte di eventuali violazioni dell’obbligo di assicurarsi.

Inoltre, all’obbligo assicurativo fa pendant, per le compagnie, quello di assicurare il professionnel de santé, il quale, nelle ipotesi in cui per due volte ha ricevuto un rifiuto alla sottoscrizione di una polizza assicurativa, può rivolgersi al Bureau Central de Tarification, al quale è demandato, tra gli altri compiti, quello di stabilire, in caso di conflitto, l’entità del premio di assicurazione.

Pertanto, l’ufficio centrale di tariffazione ha il compito di fissare l’importo del premio per il quale l’impresa di assicurazione è tenuta alla copertura del rischio prospettato[8].

Si noti che la compagnia di assicurazione che persiste nel rifiuto di garantire il rischio a fronte del premio fissato dall’ufficio centrale di tariffazione si pone in contrasto con la normativa vigente ed è sottoposta a specifiche sanzioni[9].

Sotto l’angolo prospettico dell’obbligo assicurativo, sia consentita un’ultima notazione.

Il legislatore francese con la loi n. 2002-1577[10] ha introdotto una specifica deroga all’obbligo di assicurarsi, accordata con decisione ministeriale, esclusivamente per quelle strutture sanitarie pubbliche che dispongono di risorse finanziarie tali da permettersi una gestione del rischio e dei sinistri con forme equivalenti a quelle che sarebbero previste da un contratto di assicurazione.

In altri e più chiari termini, una struttura sanitaria pubblica non può, con assoluta discrezionalità, decidere se ricorrere o meno a forme di autoassicurazione; ma l’autorizzazione è concessa, con un decreto, dal Ministero della salute, che verifica la sussistenza o meno delle condizioni necessarie affinché “l’établissement public” possa fare ricorso all’autoassicurazione[11].

Insomma, a dispetto di quanto previsto dalla legge Gelli-Bianco in Italia, il sistema francese ha optato per un meccanismo autorizzativo quale conditio sine qua non per poter derogare all’obbligo di assicurazione.

Concludendo, il percorso francese sulla responsabilità medica/sanitaria sembra essersi assestato su alcuni punti di particolare qualificazione: una sostanziale conferma del tradizionale sistema di responsabilità civile sanitaria fondato sulla colpa, con la previsione di un obbligo imposto ai professionisti e alle strutture sanitarie di assicurarsi, ponendo a carico della collettività la tutela indennitaria dei danni da trattamento sanitario non riconducibili a responsabilità.

La scelta del legislatore francese, dunque, è stata quella di «una socializzazione “spinta” di tali danni, nella consapevolezza, come si legge nella relazione alla proposta di legge, che “(l)’acte médical (…) n’échappe pas à l’imprévisible, à l’aléa”»[12].

 

 

[1] Sull’argomento si veda C. Amodio, La responsabilità medica nell’esperienza francese tra schemi consolidati e prospettive aperte dalla loi n. 2002-303, in Dir. economia assicur. (dal 2012 Dir. e Fiscalità assicur.), fasc. 2, 2004, pag. 519. Cfr. D. Thouvenin, Responsabilité médicale: de quoi s’agit-il exactement?, in Sciences Sociales et Santé, Vol. 24, n° 2, juin 2006, il quale sottolinea che: «Si la personne qui s’estime victime souhaite obtenir l’indemnisation de ses dommages, elle dispose de trois voies: celle de la réclamation auprès de l’assureur du professionnel et/ou de l’établissement de santé dans l’espoir d’une transaction, celle de la voie juridictionnelle avec les spécificités propres aux procédures civiles et administratives, et celle de la procédure de règlement amiable introduite par la loi du 4 mars 2002. Conçue comme une alternative au procès, cette dernière voie est facilitatrice d’un double point de vue : l’expertise est gratuite et l’avis rendu par la commission de conciliation et d’indemnisation des accidents médicaux l’est dans un délai maximal de six mois. En revanche, elle ne rend d’avis que si le dommage corporel dont souffre la personne est grave, le législateur ayant expressément entendu ne pas encombrer les commissions par des dossiers d’accidents mineurs».

[2] Cfr. Cour des comptes, LE RAPPORT PUBLIC ANNUEL 2017, Tome I, Les observations, in cui si legge quanto riportato: «La quantification de la gravité du dommage. Un décret a fixé les différents seuils destinés à caractériser la gravité du dommage comme suit : 24 % (soit un taux légèrement inférieur au seuil de 25% maximum prévu par la loi) pour le taux d’incapacité dans le cadre d’un barème fixé par arrêté, au moins six mois pour l’arrêt temporaire des activités professionnelles, 50 % ou plus pour le déficit fonctionnel temporaire pendant six mois consécutifs ou six mois non consécutifs sur une période de 12 mois. Il y ajoute, à titre exceptionnel, sans en donner une quantification, une inaptitude définitive à exercer son activité professionnelle ou des troubles particulièrement graves dans les conditions d’existence du patient. La jurisprudence a cherché à mieux définir la notion d’anormalité des dommages en développant deux approches : l’une par la comparaison des gravités consistant à apprécier si les conséquences sont notablement plus graves que celles auxquelles le patient était exposé par sa pathologie en l’absence de traitement, l’autre par le risque consistant à apprécier si le dommage présentait une probabilité de survenance faible, que la pratique a fixée à 5%».

[3] Article L. 1142‐15 CSP «En cas de silence ou de refus explicite de la part de l’assureur de faire une offre, ou lorsque le responsable des dommages n’est pas assuré ou la couverture d’assurance prévue à l’article L. 1142‐2 est épuisée, l’office institué à l’article L. 1142‐22 est substitué à l’assureur (…) Sauf dans le cas où le délai de validité de la couverture d’assurance garantie par les dispositions du cinquième alinéa de l’article L. 251‐2 du code des assurances est expiré, l’office est subrogé, à concurrence des sommes versées, dans les droits de la victime contre la personne responsable du dommage ou, le cas échéant, son assureur»

[4] V. M.-L. Demeester, L’assurance des risques sanitaires et sociaux, in Revue juridique de l’Ouest, N° Spécial 2003. Droits et obligations de la personne dans les nouveau dispositifs entre reconnaissance et contraintes. Loi du 2 janvier 2002 – Loi du 4 mars 2002 [Actes du colloque des 19 et 20 juin 2003] pp. 147-162.

[5] Lo schema è tratto da Cour des Comptes, Rapport pubblic annuel, 8 febbraio 2017, Tome I: Les observations; Deuxième partie: Les politiques publiques; Chapitre I: Emploi et solidarité; 1. L’indemnisation amiable des victimes d’accidents médicaux : une mise en oeuvre dévoyée, une remise en ordre impérative, p. 67 ss.

[6] In specie l’articolo citato prevede che i professionisti della salute che esercitano in regime libero-professionale, le strutture sanitarie, i servizi sanitari ed ogni altra persona morale che svolga funzioni di prevenzione, diagnosi e cura, come pure i fabbricanti, i rappresentanti ed i fornitori di prodotti sanitari utilizzati nelle predette attività, sono tenuti a sottoscrivere un’assicurazione contro la responsabilità civile o amministrativa per danni a terzi in conseguenza di lesioni personali derivanti dalle predette attività di prevenzione, diagnosi e cura. I contratti di assicurazione possono prevedere dei limiti di garanzia. Da ultimo sull’argomento L. Velliscig, Assicurazione e “autoassicurazione” nella gestione dei rischi sanitari, Milano, 2018, p. 231.

[7] Sono parole di I. Natowicz-Laurent, Les conséquences économiques de l’évolution du droit de la responsabilité civile médicale: un état des lieux, in Revue d’économie politique, 2007, 981, richiamate da L. Anzanello, La responsabilità professionale sanitaria dall’Arrêt Mercier alla Loi Kouchner, op. cit., p. 265.

[8] V. M.-L. Demeester, L’assurance des risques sanitaires et sociaux, op.cit. la quale sottolinea che: «L’innovation par rapport au fonctionnement du BCT est qu’il peut « déterminer le montant d’une franchise qui reste à la charge de l’assuré»; nouvel art. R. 250-4-1 C. ass. qui prévoit des maxima de franchises très élevés ; ces franchises restent opposables aux victimes par application du droit commun des assurances et en l’absence de dispositions spéciales.

[9] L. Velliscig, Assicurazione e “autoassicurazione” nella gestione dei rischi sanitari, op.cit., p. 234, nota come l’attività posta in essere dal Bureau si pone quale completamento indispensabile del sistema disegnato dalla Loi Kouchner, posto che esso agisce in caso di conflitto tra coloro che hanno l’obbligo di assicurarsi e le imprese assicuratrici.  

[10] L. n° 2002-1577 du 30 déc. 2002 (About), JO 31 décembre 2002, p. 22100. Per alcuni commenti si veda J. Bigot, La loi n° 2002-1577 du 30 décembre 2002 sur l’assurance de responsabilité médicale, Une lueur d’espoir pour les «clauses réclamations», JCP G 2002, I, 118 ; G. Courtieu, L’assurance obligatoire de la responsabilité médicale, RCA 2003, chr. n° 8 ; P. Mistretta, La loi n° 2002- 1577 du 30 décembre 2002 relative à la responsabilité civile médicale, premiers correctifs de la loi n° 2002-303 du 4 mars 2002, JCP G 2002, Act., p. 165.

[11] L. Velliscig, Assicurazione e “autoassicurazione” nella gestione dei rischi sanitari, op.cit., specialmente pp. 238-239.

[12] Sono parole di L. Nocco, Un no-fault plan come risposta alla «crisi» della responsabilità sanitaria? Uno sguardo sull’«alternativa francese» a dieci anni dalla sua introduzione, in Riv. It. Med. Leg., 2012, 2, p. 449 ss.