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PIEMONTE: AL VIA IL CENTRO REGIONALE PER LA GESTIONE DEL RISCHIO SANITARIO

Il Coordinatore Franco Ripa: “Partiamo da un’ottima tradizione e abbiamo davanti a noi un grande lavoro: consolidare la gestione del rischio regionale per migliorare la qualità e la sicurezza dell’assistenza erogata. Molti gli obiettivi a breve-medio termine: confronto con le Aziende Sanitarie sulla programmazione 2019/2021, mappatura dei processi, formazione sul campo audit/feedback e, anche, collaborazione con il difensore civico. La grande risorsa sono proprio i Risk Manager e i professionisti delle Aziende Sanitarie”

 

Nel marzo del 2019 è stato istituito dal Piemonte il Centro regionale per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente. “Un organo multidisciplinare – spiega il Coordinatore Franco Ripa – che si propone di strutturare un sistema omogeneo per la qualità e la sicurezza dei pazienti e di armonizzare un modello di coordinamento per tutte le Aziende Sanitarie regionali”.

“In quest’ottica, puntiamo a sviluppare un metodo strutturato e condiviso per la gestione del rischio sanitario. Quello che il Centro Regionale si propone è di dare alle Aziende Sanitarie una matrice comune, che non significa necessariamente la standardizzazione delle prassi operative. Il fine è di fissare delle priorità – progetti, analisi, azioni o aree di miglioramento – per garantire la continuità delle azioni. Se i progetti sono troppo specifici, c’è la possibilità che il cambio di personale o altri eventi facciano perdere attenzione o portino a una loro interruzione. E possiamo dire che, quando gli obiettivi e i progetti vengono pianificati a priori, allora si possono ottenere davvero risultati continuativi nel tempo”.

“Il Piemonte, in questo ambito, presenta un percorso già evoluto. Nella Regione, infatti, la configurazione dell’odierno sistema di Risk Management si può far risalire già al 2008, con l’istituzione delle Unità operative di Gestione del rischio in ogni singola Azienda Sanitaria. Il percorso è proseguito con il piano regionale 2012/2015 che implementava il modello di sicurezza delle aziende sanitarie e, poi, nel 2017 con il Programma Regionale del Rischio Clinico. L’istituzione del Centro regionale, nel 2019 rappresenta, perciò, solo l’ultimo passo in una, ormai, lunga tradizione di miglioramento e si cala a fianco di una Rete di Risk Manager già attiva e funzionante”.

“Dal punto operativo, perciò, il nuovo Centro ha l’opportunità di calarsi in un contesto molto positivo dove Regione, Aziende Sanitarie e Risk Manager lavorano in assoluta condivisione. Il valore aggiunto che possiamo dare è fissare la direzione del lavoro, rendendo esplicito il modello di riferimento. Ovviamente il Centro regionale è al suo avvio, ma possiamo già fissare precisi obiettivi di breve-medio raggio”.

Dott. Franco Ripa, Coordinatore del Centro regionale per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente

“È da sfruttare l’alto rapporto costi-benefici della formazione sul campo, mettendo in risalto una tecnica “chiave” sulla quale punteremo in maniera estesa ovvero l’audit/feedback. L’Audit è un processo di miglioramento e rappresenta uno dei punti compiuti per monitorare periodicamente l’applicazione delle procedure di sicurezza messe in atto. Altra esigenza è definire gli ambiti fondamentali operativi sui quali operare per primi, quali la Prevenzione delle Cadute, la Scheda Unica di Terapia o le procedure di Sicurezza Chirurgica, senza dimenticare il ruolo dei sistemi informativi a supporto. Inoltre vogliamo anche estendere il raggio oltre l’immediato ambito sanitario andando a ricercare la collaborazione nella prassi quotidiana con ruoli e figure professionali importanti come quella del difensore civico”.

“A prescindere dai singoli obiettivi – conclude Ripa – ci preme condividere e diffondere un metodo che si basa su un approccio sistemico e misurabile. Più un progetto è implementato dall’intero sistema regionale e basato su dati credibili, maggiori sono le possibilità di governarlo e di creare valore per la qualità e la sicurezza delle cure. La grande risorsa sono proprio i Risk Manager e i professionisti delle Aziende Sanitarie”.

 

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DISTURBI NEUROPSICHIATRICI INFANTILI: RICOSTRUIRE IL PUZZLE

Districandosi tra un ventaglio molto ampio di cause e di manifestazioni, il CTR di via Anemoni a Milano punta su progetti mirati che affrontano le difficoltà dei più piccoli partendo dai loro punti di forza

 

I disturbi neuropsichiatrici infantili possono originare da un ampio spettro di cause: fattori genetici; familiarità per disturbi psichiatrici; fattori ambientali e traumi derivanti da violenze fisiche e verbali subite dai bambini o anche dalla madre durante la gravidanza. Altrettanto ampio è lo spettro delle manifestazioni che i disturbi possono assumere: dall’aggressività, all’agitazione psicomotoria, all’inibizione, alle carenze comunicative e di relazione nell’ambito sociale.

“Ogni bambino in difficoltà è come un puzzle da ricomporre – spiega la dottoressa Margherita Valentini, coordinatrice del Centro Territoriale Riabilitativo. Ci sono bambini che fanno fatica a stare al passo con i compagni, non riescono ad eguagliarne il successo scolastico e sociale e reagiscono con rabbia o tristezza, ritirandosi ai margini del gruppo o, viceversa, cercando in tutti i modi di attirare l’attenzione. Anche il rapporto con i genitori nei primi 36 mesi di vita influenza la relazione del bambino con il mondo esterno negli anni successivi. Violenze subite, la mancanza di cure e rassicurazioni, la mancanza di risposte univoche da parte delle figure di riferimento (un genitore che reagisce diversamente nella stessa situazione) o, all’opposto, l’eccessiva attenzione e aspettativa possono dare luogo ad una relazione conflittuale con i genitori che si riflette in disturbi comportamentali e nelle difficoltà di accettare l’autorità e le regole della normale convivenza”.

Il primo passo è ricostruire la storia di ogni singolo minore in modo da progettare attività dedicate che siano tarate sui suoi bisogni. Le educatrici del Centro, che fa parte della ASST Santi Paolo e Carlo, con le Neuropsichiatre delle tre Unità Operativa Dipartimentali di Neuropsichiatria Infantile (UONPIA) si confrontano in merito alla complessità dei casi e ipotizzano una tipologia di intervento riabilitativo. “Le educatrici del CTR – riprende Valentini – individuano obiettivi ed azioni educative da mettere in atto solo dopo un periodo di osservazione e sviluppano un progetto educativo che verrà periodicamente verificato”.

“La centralità dell’approccio è lavorare sulle carenze facendo leva sui punti di forza con interventi psico-educativi mirati a potenziare le abilità cognitive, percettive e motorie; ad incrementare le competenze comunicative ed espressive; a sviluppare le abilità relazionali, e a favorire le autonomie personali in modo da migliorare l’integrazione sociale e scolastica”. Il progetto prevede un percorso individuale con attività che variano dalla visione di film alle uscite sul territorio, dai laboratori creativo-espressivi a quelli manipolativi, di gioco simbolico, di rinforzo del linguaggio e degli apprendimenti. Successivamente, il bambino potrà lavorare in coppia o in piccoli gruppi. “I laboratori di cucina, in passato, si sono rivelati particolarmente efficaci – spiega Valentini -. I bambini cercano le ricette, vengono accompagnati a scegliere gli ingredienti, li dosano, cucinano e condividono il prodotto finito con compagni e famiglia. Tutto ciò permette loro di progettare, cooperare, applicare calcoli matematici e ricevere la gratificazione di vedere il risultato del loro impegno”.

Margherita Valentini (in seconda fila al centro), coordinatrice del Centro Territoriale Riabilitativo, insieme alla sua équipe

Ogni anno il CTR segue un minimo di 30 bambini tra i quattro anni e i 14 anni, con una forte preminenza nella fascia delle scuole primarie. Per l’accompagnamento dei minori, durante il periodo scolastico, il CTR si avvale della collaborazione del servizio trasporto del Comune di Milano che si occupa di portare i bambini dalle scuole al centro e viceversa. Per il resto dell’anno, sono gli stessi genitori (o chi delegato) a farsi carico dell’accompagnamento.

Una quota crescente di minori è di origine straniera; spesso i bambini con cultura differente incontrano maggiori difficoltà nell’inserirsi nel contesto scolastico e nell’essere coinvolti in attività extrascolastiche che possono aumentare la loro sicurezza e capacità relazionale. Anche le dinamiche delle famiglie numerose, a volte, possono ridurre il livello di cura riversata su ogni singolo membro.

“Nonostante tutte le difficoltà – conclude Valentini – con interventi educativi mirati si può fare molto, sul piano sociale, familiare e scolastico perché nonostante la loro fragilità, i bambini, se stimolati, motivati e riconosciuti nella loro unicità, riescono sempre a sorprenderci”.