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IL FUTURO DELLE RSA NELL’ERA POST-COVID19

L’esperienza della pandemia non può restare vana: le criticità emerse devono essere il punto di partenza per immaginare il futuro delle strutture, a partire dalla formazione del personale 

 

Si è svolto nella giornata del 5 marzo il webinar internazionale “Covid-19 nelle RSA, un momento importante per riflettere sul ruolo che hanno svolto le strutture assistenziali durante la pandemia e soprattutto focalizzarsi sui punti deboli emersi, in modo da ripensare il futuro di queste strutture nella maniera più funzionale ed efficiente possibile.  

 Si è trattato di un incontro diviso in diverse sessioni che hanno visto l’intervento dei maggiori professionisti del settore sia nazionali che internazionali, tra clinici, manager di strutture sanitarie per anziani ed epidemiologi, come ad esempio Adelina Herrera e Eugenio Paci, i quali hanno evidenziato comedurante la prima ondata del Covid-19, il 40% dei decessi registrati per il virus sia avvenuto proprio all’interno delle RSA. A spiegare questa alta percentuale, oltre all’evidente stato di fragilità e vulnerabilità dei pazienti, anche la conformazione delle strutture stesse. Come evidenziato Virginia SerraniArchitetto, PhD e Direttore tecnico Dsp Srl, il ripensamento degli spazi avrà un ruolo importante nell’era post Covid. Non solo per quanto concerne l’abbassamento delle possibilità di contagi e infezioni, creando ad esempio percorsi dedicati e specializzati per contenere infezioni anche in piccola scala e ampliando le parte di comunione degli spazi, ma anche per l’aspetto emotivo: le stanze e le sale comuni spesso somigliano più a degli ospedali che a delle residenze, influenzando in negativo il benessere psico-fisico degli anziani. 

 Fattori che sono andati a combinarsi tragicamente con un importante ritardo non solo nell’individuazione dei sintomi e dei contagi, ma soprattutto nell’intervento su di essi 

“Le lacune di formazione emerse in questa fase devono essere un monito per il futuro” ci ha confermato il Presidente di INSH Riccardo Tartaglia, intervenuto durante il webinar insieme agli altri esperti di qualità dell’assistenza Gail Nielsen, Shin Usciro 

 In particolare in Italia, mettendola a confronto con le testimonianze internazionali portate al webinarè emersa una criticità legata alla formazione del personale. Nel nostro Paese esistono, senza generalizzare, evidenti carenze formative nella preparazione del personale infermieristico e degli operatori sanitari che opera in queste strutture, su cui è fondamentale riflettere ed intervenire” continua Tartaglia, evidenziando come da ripensare è anche la formazione all’interno dei team che lavorano nelle RSA: il lavoro di squadra è fondamentale nella gestione di questi pazienti che presentano varie necessità e patologie complesse. Non è possibile quindi sottovalutare le loro condizioni di vulnerabilità/fragilità, perché una diagnosi tardiva, date le ridotte possibilità di recupero di questi pazienti, può portare ad un esito infausto, come abbiamo visto nel caso della gestione del Covid-19, oltre ovviamente a ritardare l’adozione delle misure di prevenzione. 

 “L’Italia già di per sé purtroppo non brilla per quanto concerne il settore delle infezioni correlate all’assistenza, tanto che siamo uno dei paesi europei con i tassi più alti– continua Tartaglia – Quindi esisteva già una scarsa sensibilità su questo problema che, nel caso di una infezione estremamente contagiosa come quella del Covid-19, ha favorito l’espandersi della malattia”. 

 Determinante è stato anche il ritardo di intervento nel settore delle RSA di messa in sicurezza, attraverso una fornitura tardiva di dispositivi di protezione individuale soprattutto per gli operatori sanitari che sono diventati vittime e tramite di infezione con i pazienti. Muovendosi nella direzione della costruzione di percorsi formativi completi e che facciano tesoro delle esperienze e criticità maturate nel periodo della pandemia, l’Università degli Studi Guglielmo Marconi in collaborazione con In Safety Healthcare ha realizzato un corso di 34 ore dal titolo “Sicurezza delle cure e gestione del rischio clinico nelle RSA durante COVID-19”, le cui iscrizioni sono ancora aperte fino al 10 aprile.  

 Oltre a migliorare la formazione, è necessario migliorare la “situational awareness”, ovvero “percezione del rischio”, evidentemente scesa nel tempo. “Si tratta sicuramente di un fattore culturale, lo vediamo purtroppo spesso nell’applicazione delle misure di prevenzione da parte dei singoli cittadini, – conclude Tartaglia- ma laddove è il personale addetto alla cura ad avere una consapevolezza più bassa, le conseguenze sono tragiche”.  

 

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RSA E COVID IN ITALIA

Il tasso di mortalità della prima ondata è stato probabilmente sottostimato, ma il grande problema del nostro Paese parte dai dati che non ci sono. Questo e altri problemi emergono dal confronto con le esperienze europee, nonostante i miglioramenti registrati nella seconda ondata. 

 

“Ad oggi l’Italia rimane l’unico grande Paese europeo che ancora non dispone di dati certi e ufficiali circa l’andamento dei contagi e dei decessi nelle strutture per anziani, poiché i dati ufficiali della Protezione Civile e del Ministero della Salute continuano a non offrire il dettaglio su quanto accade all’interno delle strutture, lasciando un grave vulnus nel sistema conoscitivo circa la diffusione del virus nelle strutture socio-sanitarie nella seconda ondata”.

L’implicazione è che molte scelte che hanno riguardato la gestione del COVID nelle RSA sono state prese senza dati a supporto.

Questa è una delle evidenze riportate da “L’impatto di Covid-19 sul settore LTC (Long Time Care, ndr) e il ruolo delle policy: evidenze dall’Italia e dall’estero” di Eleonora Perobelli, Sara Berloto, Elisabetta Notarnicola e Andrea Rotolo. Pubblicato in “Le prospettive per il settore  socio-sanitario  oltre la pandemia” 3° Rapporto Osservatorio Long Term Care, a cura di Giovanni Fosti Elisabetta Notarnicola Eleonora Perobelli.

L’articolo è stato presentato dalla Dottoressa Sara Berloto - CERGAS SDA Bocconi/Observatory Long Term Care – durante il webinar “COVID -19 nelle RSA[1]” del 5 marzo 2021.

“Con l’arrivo della seconda ondata nell’autunno 2020, il settore LTC ha fatto dei passi in avanti nel contenere e monitorare il contagio delle strutture. In primo luogo, ora alle RSA è garantito il rifornimento di DPI e la possibilità di fare tamponi, assicurando il monitoraggio degli ospiti e l’inclusione nel bollettino nazionale dei casi rilevati”[2] scrivono gli autori del rapporto.

Situazione diversa nei primi mesi dell’anno dove sui giornali sono apparse notizie vieppiù allarmanti sul dilagare del COVID tra i pazienti delle RSA italiane e settentrionali in particolare.

Partendo dalla crescente pressione mediatica nei primi mesi della pandemia, l’Istituto Superiore di Sanità ha lanciato una “Survey nazionale sul contagio Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie”, pubblicata a giugno 2021 e aggiornata tra il 1° febbraio e il 5 maggio. Partendo dai dati di oltre 1300 RSA “si è registrato mediamente un tasso di mortalità del 9,1%”. La percentuale maggiore di decessi è stata riportata in Lombardia (41,4%) e in Veneto (18,1%). Tra i 9.154 soggetti deceduti, solo 680 (il 7,4%) erano risultati positivi al tampone per Covid-19, mentre 3.092 (il 33,8%) avevano presentato sintomi simil-influenzali. ISS stesso suggerisce di considerare congiuntamente i decessi di soggetti accertati positivi e con sintomi simil-influenzali per stimare il tasso di mortalità complessivo legato al virus nelle strutture, che risulta quindi pari a 3,1% (sale fino al 6,5% in Lombardia). La stessa indagine conferma che nello stesso periodo, 5.292 persone residenti nelle strutture rispondenti sono state ospedalizzate (il 5,4% degli ospiti)[3].

Quella è stata la prima e l’ultima survey nazionale alla quale lo stesso articolo cita “il lavoro pubblicato da ATS Milano Città Metropolitana a giugno 2020. In questo report l’azienda ha confrontato i decessi avvenuti tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2020 e la media degli stessi mesi tra il 2016 e il 2019 in 152 RSA per un totale di 18.531 anziani assistiti (Tabella 4.2). Nel periodo di riferimento tra il 2016 e il 2019 nelle strutture erano morte in media poco meno di mille persone, mentre quest’anno i decessi sono stati 3.657, 2.666 in più (+ 118%), a rimarcare ancora una volta un chiaro impatto della pandemia tra gli ospiti delle RSA[4].

Dopo aver messo in risalto l’assenza di nuove misure di raccordo tra settore sanitario e sociosanitario (l’assenza di nuove regolamentazioni nel rapporto tra RSA e ospedali[5]) in tutte le Regioni italiane, Sara Bertolo ha comparato la risposta europea, identificando alcuni fattori che possono essere addotti per capire la difficoltà delle RSA in Italia davanti alla prima ondata di COVID.

Le criticità riscontrate sono divise in tre ambiti: l’isolamento dei pazienti che non è stato possibile e la mancanza di coordinazione con le autorità sanitarie; le difficoltà nello screening degli operatori, al quale si accompagna l’assenza dei dati per capire quali soluzioni adottare e la scarsità iniziali dei dispositivi di protezione individuali; la sostenibilità finanziaria delle strutture, fortemente compromessa  dall’assenza di misure nazionale o regionali per sostenere le spese e l’assunzione di nuovo personale.

Questi alcuni dei temi offerti per riflettere sul settore Long Time Care e su dove intervenire per il futuro

L’intervento della dottoressa Bertolo è visibile a questo link a partire da 1h23min

 

 

[1] Organizzato da: Italian Network f or Safety in Healthcare (INSH) in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna il 5 marzo 2021 e con il patrocinio di ISQua (International Society for Quality in Health Care)

[2] “Le prospettive per il settore socio-sanitario oltre la pandemia” 3° Rapporto Osservatorio Long Term Care, a cura di Giovanni Fosti Elisabetta Notarnicola Eleonora Perobelli (LINK). pag 84.

[3] Op.cit. pag 82

[4] Op. cit. pag 83

[5] Op.cit. Tabella 4.3. ‘La risposta regionale’ pag 87

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DISTURBI NEUROPSICHIATRICI INFANTILI: RICOSTRUIRE IL PUZZLE

Districandosi tra un ventaglio molto ampio di cause e di manifestazioni, il CTR di via Anemoni a Milano punta su progetti mirati che affrontano le difficoltà dei più piccoli partendo dai loro punti di forza

 

I disturbi neuropsichiatrici infantili possono originare da un ampio spettro di cause: fattori genetici; familiarità per disturbi psichiatrici; fattori ambientali e traumi derivanti da violenze fisiche e verbali subite dai bambini o anche dalla madre durante la gravidanza. Altrettanto ampio è lo spettro delle manifestazioni che i disturbi possono assumere: dall’aggressività, all’agitazione psicomotoria, all’inibizione, alle carenze comunicative e di relazione nell’ambito sociale.

“Ogni bambino in difficoltà è come un puzzle da ricomporre – spiega la dottoressa Margherita Valentini, coordinatrice del Centro Territoriale Riabilitativo. Ci sono bambini che fanno fatica a stare al passo con i compagni, non riescono ad eguagliarne il successo scolastico e sociale e reagiscono con rabbia o tristezza, ritirandosi ai margini del gruppo o, viceversa, cercando in tutti i modi di attirare l’attenzione. Anche il rapporto con i genitori nei primi 36 mesi di vita influenza la relazione del bambino con il mondo esterno negli anni successivi. Violenze subite, la mancanza di cure e rassicurazioni, la mancanza di risposte univoche da parte delle figure di riferimento (un genitore che reagisce diversamente nella stessa situazione) o, all’opposto, l’eccessiva attenzione e aspettativa possono dare luogo ad una relazione conflittuale con i genitori che si riflette in disturbi comportamentali e nelle difficoltà di accettare l’autorità e le regole della normale convivenza”.

Il primo passo è ricostruire la storia di ogni singolo minore in modo da progettare attività dedicate che siano tarate sui suoi bisogni. Le educatrici del Centro, che fa parte della ASST Santi Paolo e Carlo, con le Neuropsichiatre delle tre Unità Operativa Dipartimentali di Neuropsichiatria Infantile (UONPIA) si confrontano in merito alla complessità dei casi e ipotizzano una tipologia di intervento riabilitativo. “Le educatrici del CTR – riprende Valentini – individuano obiettivi ed azioni educative da mettere in atto solo dopo un periodo di osservazione e sviluppano un progetto educativo che verrà periodicamente verificato”.

“La centralità dell’approccio è lavorare sulle carenze facendo leva sui punti di forza con interventi psico-educativi mirati a potenziare le abilità cognitive, percettive e motorie; ad incrementare le competenze comunicative ed espressive; a sviluppare le abilità relazionali, e a favorire le autonomie personali in modo da migliorare l’integrazione sociale e scolastica”. Il progetto prevede un percorso individuale con attività che variano dalla visione di film alle uscite sul territorio, dai laboratori creativo-espressivi a quelli manipolativi, di gioco simbolico, di rinforzo del linguaggio e degli apprendimenti. Successivamente, il bambino potrà lavorare in coppia o in piccoli gruppi. “I laboratori di cucina, in passato, si sono rivelati particolarmente efficaci – spiega Valentini -. I bambini cercano le ricette, vengono accompagnati a scegliere gli ingredienti, li dosano, cucinano e condividono il prodotto finito con compagni e famiglia. Tutto ciò permette loro di progettare, cooperare, applicare calcoli matematici e ricevere la gratificazione di vedere il risultato del loro impegno”.

Margherita Valentini (in seconda fila al centro), coordinatrice del Centro Territoriale Riabilitativo, insieme alla sua équipe

Ogni anno il CTR segue un minimo di 30 bambini tra i quattro anni e i 14 anni, con una forte preminenza nella fascia delle scuole primarie. Per l’accompagnamento dei minori, durante il periodo scolastico, il CTR si avvale della collaborazione del servizio trasporto del Comune di Milano che si occupa di portare i bambini dalle scuole al centro e viceversa. Per il resto dell’anno, sono gli stessi genitori (o chi delegato) a farsi carico dell’accompagnamento.

Una quota crescente di minori è di origine straniera; spesso i bambini con cultura differente incontrano maggiori difficoltà nell’inserirsi nel contesto scolastico e nell’essere coinvolti in attività extrascolastiche che possono aumentare la loro sicurezza e capacità relazionale. Anche le dinamiche delle famiglie numerose, a volte, possono ridurre il livello di cura riversata su ogni singolo membro.

“Nonostante tutte le difficoltà – conclude Valentini – con interventi educativi mirati si può fare molto, sul piano sociale, familiare e scolastico perché nonostante la loro fragilità, i bambini, se stimolati, motivati e riconosciuti nella loro unicità, riescono sempre a sorprenderci”.