OSPEDALI DI COMUNITÀ: UNA RISPOSTA CONCRETA A NUOVI BISOGNI

Gli Ospedali di Comunità rappresentano una soluzione innovativa per rispondere ai nuovi bisogni assistenziali della popolazione, in particolare dei pazienti affetti da patologie cronico-degenerative: un “cuscinetto” tra le persone e gli ospedali specialistici volto ad assicurare che i pazienti non cadano nel vuoto appena dimessi.

 

La nascita di strutture di cure intermedie, quali l’Ospedale di Comunità, costituiscono una valida risposta ai nuovi bisogni di salute della popolazione poiché permettono di erogare assistenza nel rispetto di standard di qualità e sicurezza delle cure, anche attraverso l’utilizzo di strumenti in grado di gestire i possibili rischi derivanti dall’attività assistenziale. Il modello si rivolge principalmente a pazienti di età superiore ai 60 anni e risponde alla necessità di affrontare nel modo più appropriato quei problemi di salute di solito risolvibili a domicilio ma che, per pazienti in particolari condizioni di fragilità sociale e sanitaria, richiedono un ambiente sanitario protetto. In particolare, l’Ospedale di Comunità è una struttura residenziale territoriale istituita all’interno dei Presidi Territoriali d’Assistenza (PTA), collocandosi tra l’Ospedale per acuti, la Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) e l’Assistenza domiciliare integrata (ADI). Si tratta di una struttura che non si pone in alternativa, ma che lavora in stretto rapporto di collaborazione con le altre. Caratteristiche principali dell’adozione di questo tipo di programma assistenziale, infatti, sono l’elevato grado di interdisciplinarietà e di integrazione. L’intervento prevede il coinvolgimento del Medico di Medicina Generale, quale “principale referente e corresponsabile della presa in carico e del percorso diagnostico terapeutico più appropriato per il paziente stesso”. Ciò garantisce la continuità delle cure e la presa in carico del paziente, quali elementi fondamentali per una gestione efficace delle patologie cronico-degenerative.

 

 

A raccontare l’esperienza degli Ospedali di Comunità diffusi in Abruzzo, a partire dal 2012, è Maria Bernadette Di Sciascio, Direttore UOC Qualità, Accreditamento e Risk Management della Asl Lanciano Vasto Chieti.

Quali aree territoriali sono state coinvolte nel progetto “Ospedale di Comunità” della Asl Lanciano Vasto Chieti?

La Asl Lanciano Vasto Chieti ha attivato il progetto dell’Ospedale di Comunità all’interno dei PTA di Gissi (2012), Casoli (2015) e Guardiagrele (2017), allo scopo di costruire una rete di servizi sanitari extra ospedalieri.

L’area di riferimento della Asl è molto estesa e comprende 104 comuni. È caratterizzata da un territorio prevalentemente collinare e montano e, proprio per questo, si riscontrano diversi problemi di viabilità, specialmente nelle zone interne e di collegamento con le zone costiere. Questa particolare conformazione del territorio comporta che queste zone risultino svantaggiate dal punto di vista dei servizi e, in particolare, di quelli sanitari. Spesso, infatti, la fruizione di tali servizi richiede lo spostamento in zone limitrofe e questo comporta non poche difficoltà per la popolazione, specialmente per gli anziani e le fasce più deboli, a causa anche di un servizio di trasporto pubblico carente e in alcuni casi totalmente assente. Dare quindi la possibilità al cittadino abruzzese di non raggiungere necessariamente l’Ospedale per acuti, ma di trovare un’offerta sul territorio è un vantaggio che permette una riduzione dei costi e maggiori benefici per i pazienti in termini di cure.

Quali principali risultati sono stati raggiunti attraverso questo progetto?

Dall’avvio del Progetto dell’Ospedale di Comunità di Casoli, ad esempio, la frequenza dei ricoveri ha presentato nel tempo una crescita costante, arrivando a coprire un totale di 3.039 giornate di degenza da settembre 2015 fino al mese di giugno 2016. Più della metà dei pazienti ricoverati proviene dalla propria abitazione sulla base delle indicazioni fornite dal proprio medico di medicina generale. Tali ricoveri sono rappresentati prevalentemente da esigenze diagnostico-terapeutiche legate a patologie croniche. Dal punto di vista clinico, i dati rivelano l’efficacia delle cure erogate se si tiene conto che, dopo aver completato il programma assistenziale, il 79% dei pazienti ricoverati è stato dimesso tornando nel proprio domicilio, stabilizzando o migliorando, per quanto possibile, il proprio stato di salute. Il 5% dei pazienti ricoverati, invece, è stato trasferito in altre strutture – RSA e strutture di riabilitazione – ritenute più appropriate per gestire determinati bisogni assistenziali. I decessi, infine, sono perlopiù avvenuti per naturale decorso della malattia in genere in pazienti terminali.

Inoltre tutti i dimessi dall’ospedale di comunità di Casoli sono presi in carico dall’ambulatorio infermieristico della fragilità.

Complessivamente, i risultati mostrano un alto grado di efficienza della struttura. Questi risultati, quindi, dimostrano come l’Ospedale di Comunità si integri e garantisca la continuità assistenziale, sia con il domicilio, sia con le altre strutture sanitarie (pronto soccorso, reparto per acuti, etc).

 

 

Quali sono i maggiori benefici di questa iniziativa?

Sicuramente la possibilità di ricevere un piano di assistenza individuale, che alimenta la qualità delle cure. Di norma, viene verificata la disponibilità del Medico di Assistenza Primaria (MMG) e viene convocata un’apposita Unità di Valutazione Multidimensionale (UVM). L’UVM valuta i bisogni sanitari e assistenziali e predispone un programma di cure personalizzato per ogni utente, definendo le modalità e i tempi del ricovero, nonché un insieme di terapie e trattamenti specifici per ciascun paziente. L’attuazione di percorsi assistenziali integrati, che hanno visto il coinvolgimento del MMG nella definizione del percorso assistenziale più idoneo per il paziente e la condivisione dello stesso con gli altri professionisti, assicura la continuità delle cure tra i diversi livelli di assistenza e l’effettiva presa in carico del paziente. L’utilizzo nella pratica clinica dei percorsi assistenziali permette di erogare un’assistenza appropriata ed efficace, orientata al continuo miglioramento della qualità.

L’integrazione è certamente un altro punto di forza di questo approccio, che consolida il rapporto tra Ospedale e territorio. La maggiore integrazione ha riguardato anche la proceduralizzazione di tutti i flussi di intervento e comunicazione, favorendo il rapporto tra i diversi professionisti delle strutture coinvolte, l’Ospedale di Comunità, l’ospedale per acuti e tutti i distretti, creando una forte rete sul territorio e garantendo una maggiore sicurezza delle cure.

Inoltre negli ospedali di comunità di Guardiagrele e Casoli si ha la possibilità di effettuare consulenze specialistiche anche da remoto con i centri Hub aziendali evitando lo spostamento del paziente.

Elemento imprescindibile per la qualità e per la sicurezza delle cure è la continuità dell’assistenza erogata non solo tra i diversi livelli assistenziali, ma anche all’interno della struttura stessa. Oltre alla presenza di personale infermieristico H24, indispensabile per la gestione di patologie che richiedono assistenza continuativa, risulta fondamentale per la sicurezza del paziente la possibilità di fronteggiare efficacemente in ogni momento le situazioni di urgenza grazie all’integrazione con i medici di medicina generale, di continuità assistenziale e del Punto di Primo Intervento (PPI).

Inoltre, c’è una maggiore umanizzazione grazie alla possibilità dei familiari di entrare liberamente e alla presenza del medico di medicina generale, che fa sì che la persona si senta in un ambiente più familiare.

Infine, si ha una riduzione dei costi perché si tratta di degenze a basso costo, anche a livello di giornate, che generalmente non superano i 15 giorni.

 

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DISTURBI NEUROPSICHIATRICI INFANTILI: RICOSTRUIRE IL PUZZLE

Districandosi tra un ventaglio molto ampio di cause e di manifestazioni, il CTR di via Anemoni a Milano punta su progetti mirati che affrontano le difficoltà dei più piccoli partendo dai loro punti di forza

 

I disturbi neuropsichiatrici infantili possono originare da un ampio spettro di cause: fattori genetici; familiarità per disturbi psichiatrici; fattori ambientali e traumi derivanti da violenze fisiche e verbali subite dai bambini o anche dalla madre durante la gravidanza. Altrettanto ampio è lo spettro delle manifestazioni che i disturbi possono assumere: dall’aggressività, all’agitazione psicomotoria, all’inibizione, alle carenze comunicative e di relazione nell’ambito sociale.

“Ogni bambino in difficoltà è come un puzzle da ricomporre – spiega la dottoressa Margherita Valentini, coordinatrice del Centro Territoriale Riabilitativo. Ci sono bambini che fanno fatica a stare al passo con i compagni, non riescono ad eguagliarne il successo scolastico e sociale e reagiscono con rabbia o tristezza, ritirandosi ai margini del gruppo o, viceversa, cercando in tutti i modi di attirare l’attenzione. Anche il rapporto con i genitori nei primi 36 mesi di vita influenza la relazione del bambino con il mondo esterno negli anni successivi. Violenze subite, la mancanza di cure e rassicurazioni, la mancanza di risposte univoche da parte delle figure di riferimento (un genitore che reagisce diversamente nella stessa situazione) o, all’opposto, l’eccessiva attenzione e aspettativa possono dare luogo ad una relazione conflittuale con i genitori che si riflette in disturbi comportamentali e nelle difficoltà di accettare l’autorità e le regole della normale convivenza”.

Il primo passo è ricostruire la storia di ogni singolo minore in modo da progettare attività dedicate che siano tarate sui suoi bisogni. Le educatrici del Centro, che fa parte della ASST Santi Paolo e Carlo, con le Neuropsichiatre delle tre Unità Operativa Dipartimentali di Neuropsichiatria Infantile (UONPIA) si confrontano in merito alla complessità dei casi e ipotizzano una tipologia di intervento riabilitativo. “Le educatrici del CTR – riprende Valentini – individuano obiettivi ed azioni educative da mettere in atto solo dopo un periodo di osservazione e sviluppano un progetto educativo che verrà periodicamente verificato”.

“La centralità dell’approccio è lavorare sulle carenze facendo leva sui punti di forza con interventi psico-educativi mirati a potenziare le abilità cognitive, percettive e motorie; ad incrementare le competenze comunicative ed espressive; a sviluppare le abilità relazionali, e a favorire le autonomie personali in modo da migliorare l’integrazione sociale e scolastica”. Il progetto prevede un percorso individuale con attività che variano dalla visione di film alle uscite sul territorio, dai laboratori creativo-espressivi a quelli manipolativi, di gioco simbolico, di rinforzo del linguaggio e degli apprendimenti. Successivamente, il bambino potrà lavorare in coppia o in piccoli gruppi. “I laboratori di cucina, in passato, si sono rivelati particolarmente efficaci – spiega Valentini -. I bambini cercano le ricette, vengono accompagnati a scegliere gli ingredienti, li dosano, cucinano e condividono il prodotto finito con compagni e famiglia. Tutto ciò permette loro di progettare, cooperare, applicare calcoli matematici e ricevere la gratificazione di vedere il risultato del loro impegno”.

Margherita Valentini (in seconda fila al centro), coordinatrice del Centro Territoriale Riabilitativo, insieme alla sua équipe

Ogni anno il CTR segue un minimo di 30 bambini tra i quattro anni e i 14 anni, con una forte preminenza nella fascia delle scuole primarie. Per l’accompagnamento dei minori, durante il periodo scolastico, il CTR si avvale della collaborazione del servizio trasporto del Comune di Milano che si occupa di portare i bambini dalle scuole al centro e viceversa. Per il resto dell’anno, sono gli stessi genitori (o chi delegato) a farsi carico dell’accompagnamento.

Una quota crescente di minori è di origine straniera; spesso i bambini con cultura differente incontrano maggiori difficoltà nell’inserirsi nel contesto scolastico e nell’essere coinvolti in attività extrascolastiche che possono aumentare la loro sicurezza e capacità relazionale. Anche le dinamiche delle famiglie numerose, a volte, possono ridurre il livello di cura riversata su ogni singolo membro.

“Nonostante tutte le difficoltà – conclude Valentini – con interventi educativi mirati si può fare molto, sul piano sociale, familiare e scolastico perché nonostante la loro fragilità, i bambini, se stimolati, motivati e riconosciuti nella loro unicità, riescono sempre a sorprenderci”.