BIG DATA E ANALYTICS TRASFORMERANNO LA SANITÀ

La riflessione di Luca Achilli, Direttore Sviluppo Healthcare di Sham in Italia, sulla vulnerabilità dei dati sanitari e del sistema connesso.

 

Oggi giorno spendiamo 11 ore di media nel quotidiano per processare dati e ogni giorno produciamo milioni, trilioni di byte: l’ammontare di informazioni cresce esponenzialmente a una velocità tale che è stato stimato che le informazioni sviluppate negli ultimi 2-3 anni siano più di quelle sviluppate in tutta la storia dell’uomo.

Il settore sanitario non ne è esente, né ora né in futuro. Ai numerosi flussi di dati attualmente gestiti dal Ministero della Salute attraverso l’NSIS (es. flusso dispositivi medici, prestazioni sanitarie, emergenza urgenza, schede di dimissione ospedaliera) e dal Ministero dell’Economia (es. tessera sanitaria) si aggiungeranno ulteriori informazioni generate dall’utilizzo delle nuove tecnologie, adoperate sia all’interno delle strutture ospedaliere per l’utilizzo di nuove tecnologie (ad esempio la gestione delle immagini all’interno della sala operatoria) sia all’esterno, attraverso un sempre più ampio ricorso alla telemedicina e a dispositivi wearable che raccolgono informazioni in tempo reale sullo stato di salute dei pazienti,  monitorandone alcuni dei principali parametri vitali.

Ciò che manca sono i dati sugli outcome: in questo senso è estremamente utile, l’analisi dei dati relativi ai reclami (claims/sinistri) che noi assicuratori abbiamo modo di raccogliere, analizzare, verificare.

Questa mole di dati può essere infatti molto utile per diverse finalità, quali ad esempio:

  • Programmazione sanitaria

L’utilizzo dei dati e l’uso delle nuove tecnologie permette di sviluppare un modello predittivo del fabbisogno di salute della popolazione italiana che sia in grado di simulare diversi scenari, per supportare le scelte di programmazione sanitaria e la corretta distribuzione delle risorse, rendendole quindi maggiormente coerenti con gli scenari evolutivi di medio-lungo periodo e tutelando la sostenibilità del sistema.

Consentirebbe inoltre di modificare la tradizionale lettura verticale per “silos” della spesa sanitaria, basata sul monitoraggio dei fattori produttivi per aree di assistenza (farmaceutica, ambulatoriale, ospedaliera), affiancandola anche con una logica di valutazione orizzontale per “patologia”. Questa infatti permette una visione complessiva del costo delle malattie e quindi lo svolgimento di una programmazione più efficiente e di una valutazione predittiva di cambiamenti e innovazioni tecnologiche introdotte nel sistema.

Occorre a riguardo considerare che alcune ricerche compiute negli Stati Uniti dimostrano come mediamente il 34% della spesa in healthcare non consista in una spesa di valore (es. fallimento nei trattamenti, over trattamenti).

  • Perfezionamento delle cure

Inutile sottolineare come le nuove tecnologie, insieme alla disponibilità di un sempre più ampio set informativo sul paziente e sulle specifiche patologie, porti inevitabilmente a diagnosi più accurate, alla possibilità di intervenire sul paziente a distanza a cure più mirate, precise e personalizzate  e ad interventi dove alla componente umana si associ quella tecnologica; basti pensare alla capacità di elaborazione di alcuni sistemi in grado di confrontare in pochi secondo migliaia di cartelle, operazione che la mente umana compirebbe in mesi, anni.

Relativamente a questa mole di dati in continuo aumento è opportuno fare due osservazioni.

In primo luogo, rischiamo di affogare nei dati, senza avere la capacità di processarli. Il possesso dei così detti “Big Data” non è da solo sinonimo di conoscenza, ma può esserlo l’analisi delle correlazioni. Sono quindi necessari sistemi e modelli predittivi, tecniche e sistemi per interpretare i dati, per validare e testare ipotesi e conseguentemente impostare valide strategie.

La sfida quindi è utilizzare i dati per prendere decisioni migliori. Migliorare gli outcomes, migliorare l’esperienza dei pazienti e controllare i costi.

La seconda osservazione invece sposta ulteriormente l’asse sul nostro ruolo di assicuratori e di risk manager in grado di portare innovazione di processo e tecnologia a presidio dei rischi.

I dati raccolti e adeguatamente trattati costituiscono un asset strategico fondamentale e in quanto tali devono essere protetti. In una struttura sanitaria il numero di dispositivi medici connessi, sistemi e applicazioni è molto alto: banalmente da computer, mobile device, server, terminali informatici ai letti, fino ai software di gestione, sistemi PACS (sistema di archiviazione e trasmissione di immagini), sistemi di fatturazione medica, portali per i pazienti e molti altri.

Le problematiche legate alla presenza di questi dispositivi sono caratterizzate da:

  • mancanza di visibilità e di inventario. In media, ci sono tra i 1.000 e i 10.000 dispositivi all’interno di un ospedale.
  • un’ampia varietà di protocolli e fornitori. Le aziende di tecnologia medica producono attualmente più di 500.000 diversi tipi di dispositivi medici e ci sono più di 32.000 aziende specializzate in Europa.

È da sottolineare che gli attaccanti non sono più “semplici hackers” (più o meno organizzati e pericolosi), ma si tratta spesso di gruppi criminali organizzati transnazionali che fatturano miliardi e che hanno come bersaglio le infrastrutture, le reti, i server, i client, i device mobili, le piattaforme social su scala globale.

Questi attacchi possono interrompere l’attività del pronto soccorso, mettere a rischio i dati sensibili dei pazienti e potenzialmente disattivare i dispositivi medici. Il settore Healthcare è tra quelli con il numero maggiore di attacchi gravi, con un aumento dell’incidenza degli stessi pari al +17%. Basti pensare all’avvertimento di innalzare i livelli di allerta – e quindi di sicurezza-  lanciato dal FBI nel 2020 rivolto a ospedali e fornitori di servizi sanitari statunitensi, o il fatto di cronaca accaduto a Dusseldorf.

La Sanità è quindi un settore già sotto assedio, ma è preparata per un nuovo assalto? La domanda attuale non è più “se” avverrà l’attacco, ma “quando”.

Nonostante esista consapevolezza del rischio di potenziali incidenti relativi alla sicurezza informatica, non ha preso pienamente piede una cultura della gestione del rischio in tutto il sistema sanitario, che conseguentemente non ha ancora implementato specifiche misure.

Ciò che sta accadendo è anche che gli operatori sanitari trascorrono anni di formazione medica focalizzata sulla minaccia fisica della malattia, ma non sono chiaramente istruiti sulle minacce virtuali e attrezzati nei loro ruoli di sicurezza dei dati.

Sono quindi necessari nuovi approcci al risk management, nuovi sistemi informativi per prevenire la violazione di informazioni sensibili e altri tipi di incidenti di sicurezza in modo da fare un uso efficace dei grandi dati medici e da proteggere il più importante asset del sistema sanitario.

 

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DISTURBI NEUROPSICHIATRICI INFANTILI: RICOSTRUIRE IL PUZZLE

Districandosi tra un ventaglio molto ampio di cause e di manifestazioni, il CTR di via Anemoni a Milano punta su progetti mirati che affrontano le difficoltà dei più piccoli partendo dai loro punti di forza

 

I disturbi neuropsichiatrici infantili possono originare da un ampio spettro di cause: fattori genetici; familiarità per disturbi psichiatrici; fattori ambientali e traumi derivanti da violenze fisiche e verbali subite dai bambini o anche dalla madre durante la gravidanza. Altrettanto ampio è lo spettro delle manifestazioni che i disturbi possono assumere: dall’aggressività, all’agitazione psicomotoria, all’inibizione, alle carenze comunicative e di relazione nell’ambito sociale.

“Ogni bambino in difficoltà è come un puzzle da ricomporre – spiega la dottoressa Margherita Valentini, coordinatrice del Centro Territoriale Riabilitativo. Ci sono bambini che fanno fatica a stare al passo con i compagni, non riescono ad eguagliarne il successo scolastico e sociale e reagiscono con rabbia o tristezza, ritirandosi ai margini del gruppo o, viceversa, cercando in tutti i modi di attirare l’attenzione. Anche il rapporto con i genitori nei primi 36 mesi di vita influenza la relazione del bambino con il mondo esterno negli anni successivi. Violenze subite, la mancanza di cure e rassicurazioni, la mancanza di risposte univoche da parte delle figure di riferimento (un genitore che reagisce diversamente nella stessa situazione) o, all’opposto, l’eccessiva attenzione e aspettativa possono dare luogo ad una relazione conflittuale con i genitori che si riflette in disturbi comportamentali e nelle difficoltà di accettare l’autorità e le regole della normale convivenza”.

Il primo passo è ricostruire la storia di ogni singolo minore in modo da progettare attività dedicate che siano tarate sui suoi bisogni. Le educatrici del Centro, che fa parte della ASST Santi Paolo e Carlo, con le Neuropsichiatre delle tre Unità Operativa Dipartimentali di Neuropsichiatria Infantile (UONPIA) si confrontano in merito alla complessità dei casi e ipotizzano una tipologia di intervento riabilitativo. “Le educatrici del CTR – riprende Valentini – individuano obiettivi ed azioni educative da mettere in atto solo dopo un periodo di osservazione e sviluppano un progetto educativo che verrà periodicamente verificato”.

“La centralità dell’approccio è lavorare sulle carenze facendo leva sui punti di forza con interventi psico-educativi mirati a potenziare le abilità cognitive, percettive e motorie; ad incrementare le competenze comunicative ed espressive; a sviluppare le abilità relazionali, e a favorire le autonomie personali in modo da migliorare l’integrazione sociale e scolastica”. Il progetto prevede un percorso individuale con attività che variano dalla visione di film alle uscite sul territorio, dai laboratori creativo-espressivi a quelli manipolativi, di gioco simbolico, di rinforzo del linguaggio e degli apprendimenti. Successivamente, il bambino potrà lavorare in coppia o in piccoli gruppi. “I laboratori di cucina, in passato, si sono rivelati particolarmente efficaci – spiega Valentini -. I bambini cercano le ricette, vengono accompagnati a scegliere gli ingredienti, li dosano, cucinano e condividono il prodotto finito con compagni e famiglia. Tutto ciò permette loro di progettare, cooperare, applicare calcoli matematici e ricevere la gratificazione di vedere il risultato del loro impegno”.

Margherita Valentini (in seconda fila al centro), coordinatrice del Centro Territoriale Riabilitativo, insieme alla sua équipe

Ogni anno il CTR segue un minimo di 30 bambini tra i quattro anni e i 14 anni, con una forte preminenza nella fascia delle scuole primarie. Per l’accompagnamento dei minori, durante il periodo scolastico, il CTR si avvale della collaborazione del servizio trasporto del Comune di Milano che si occupa di portare i bambini dalle scuole al centro e viceversa. Per il resto dell’anno, sono gli stessi genitori (o chi delegato) a farsi carico dell’accompagnamento.

Una quota crescente di minori è di origine straniera; spesso i bambini con cultura differente incontrano maggiori difficoltà nell’inserirsi nel contesto scolastico e nell’essere coinvolti in attività extrascolastiche che possono aumentare la loro sicurezza e capacità relazionale. Anche le dinamiche delle famiglie numerose, a volte, possono ridurre il livello di cura riversata su ogni singolo membro.

“Nonostante tutte le difficoltà – conclude Valentini – con interventi educativi mirati si può fare molto, sul piano sociale, familiare e scolastico perché nonostante la loro fragilità, i bambini, se stimolati, motivati e riconosciuti nella loro unicità, riescono sempre a sorprenderci”.