“INSHALLAH”, L’IMPORTANZA DELLA MULTICULTURALITÀ IN CORSIA

Il racconto tratto dal libro “Storie di persone, voci di infermieri”.

 

Inizia con il racconto “Inshallah” la collaborazione con il Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano, che ha recentemente pubblicato il libro “Storie di persone, voci di infermieri” (McGraw Hill, 2020). Si tratta di una raccolta di racconti che evidenziano come la relazione con le persone assistite sia di fondamentale importanza, oggi più che mai con l’emergenza legata al Covid-19, che spesso separa i pazienti dalle loro famiglie. Tramite questi racconti, analizzati secondo una specifica metodologia, le voci degli infermieri ci aprono le porte verso uno spazio nascosto, lontano dai riflettori e dall’attenzione comune, fatto di attenzioni, accortezze e sensibilità che si sono rivelate fondamentali nella costruzione del percorso di cura, non solo in senso strettamente medico ma anche umano.

Il primo racconto affronta il difficile tema della multiculturalità in corsia, dell’importanza della comunicazione verbale e non, soprattutto tra diverse culture, riportando la storia di Aziza, una giovane donna egiziana, durante una valutazione ostetrica in pronto soccorso al nono mese di gravidanza. Una storia che non ha un lieto fine, ma pone domande nuove a cui è necessario trovare delle risposte considerando molteplici prospettive.

 

“Inshallah”

Aziza è una giovane donna egiziana arrivata da poco in Italia, al nono mese di gravidanza. Accede al pronto soccorso ginecologico di pomeriggio, accompagnata dal marito, per una valutazione ostetrica, essendo quasi prossima al parto e non conoscendo né la struttura, né le procedure. Denise, l’ostetrica in turno, effettua visita ed ecografia: il travaglio non è ancora iniziato, quindi Aziza può rientrare tranquillamente a casa. Poiché Aziza non parla, né comprende l’italiano, Denise consegna il referto al marito al quale riferisce verbalmente le proprie osservazioni. Inoltre raccomanda di riaccompagnare la moglie in ospedale non appena inizierà il travaglio o se dovesse stare male. Il marito afferma di aver compreso e si impegna, al prossimo ricovero, a portare tutta la documentazione sanitaria relativa alle visite e alle ecografie effettuate nel paese di origine.

La sera successiva Denise arriva in reparto, pronta per iniziare il turno notturno. Aziza è appena stata portata in sala parto, è arrivata con il marito: “Mia moglie sta male da stamattina e da mezz’ora non sente più il bambino muoversi; io sono appena rientrato dal lavoro, ha aspettato me per venire in ospedale!”

Aziza è già dilatata di 9 cm, viene aiutata farmacologicamente per accelerare il parto, non si riesce a sentire il battito fetale, vengono allertati il ginecologo e il pediatra.

Ahmed nasce alle 21.30: non muove neanche un dito. Viene massaggiato, ventilato, intubato, si incannula la vena ombelicale, si trasfonde sangue visti i bassi valori di emoglobina, si allerta lo staff della terapia intensiva neonatale. Ahmed è immobile, ha un colorito grigio, solo che adesso il cuore ha ripreso a battere, e respira grazie alla ventilazione meccanica.

Viene comunicata ai genitori la gravità della situazione. Aziza accoglie la notizia con compostezza e, mentre il marito traduce, lei continua a ripetere “Inshallah”. Non manifesta rabbia nei confronti degli operatori, sembra rassegnata in attesa dell’evoluzione della situazione. Due giorni dopo Ahmed muore in terapia intensiva, non ce l’ha fatta.

Denise continua a pensare a quel parto: “Se avessimo ascoltato o fatto più domande a lei o al marito il giorno prima, magari Ahmed ce l’avrebbe fatta…invece è andata diversamente, e questa storia non si può riscrivere, ma altre forse sì”.

Un anno dopo Denise incontra nuovamente Aziza nel reparto di ostetricia: ha in braccio Rasheeda, nata da due giorni.

 

Questo racconto è parte de “Storie di persone, voci di infermieri. Un approccio innovativo allo studio della bioetica e della deontologia”, libro del Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano ed edito da McGraw-Hill Education.

 

 

 

TRASFORMARSI IN OSPEDALE COVID

“Non dobbiamo chiedere a nessuno di essere un eroe, ma fornire una buona organizzazione per gestire la pandemia”. Enrico Lauta, medico anestesista, è partito da Bari per Iseo come volontario durante la prima ondata del Covid. Dal 9 novembre 2020, sta riconvertendo l’ospedale Santa Maria degli Angeli di Putignano sulla base di quell’esperienza e racconta a Sanità 360° i passi da compiere che possono essere applicati su tutto il territorio nazionale.

 

Quando ha raggiunto l’ospedale di Iseo, la rianimazione era già stata “tirata su” da zero e il centro regionale per la gestione dei letti era in funzione. “Quella è stata la prima lezione da applicare in condizioni d’emergenza: una centrale operativa che chiama i reparti ogni giorno, controlla i posti liberi e prenota i letti per i trasferimenti in altre strutture, qualora quella di ricovero avesse raggiunto il massimo della capacità. Un’organizzazione di questo tipo non solo libera medici e infermieri da ore di telefonate per cercare un posto letto, ma fa loro sentire che esiste un sistema funzionante che coadiuva i loro sforzi”.

Enrico Lauta, medico anestesista, è partito come volontario durante la prima ondata del COVID per prestare servizio in Lombardia. Ora, grazie all’esperienza accumulata è stato incaricato di riconvertire in ospedale COVID il Santa Maria degli Angeli di Putignano, nel territorio della ASL Bari, una struttura omologa per dimensioni e dotazioni al nosocomio di Iseo nel quale ha lavorato durante la primavera 2020.

“Essere un medico sul campo mi ha fatto provare la paura e la tensione di chi lavora con i pazienti COVID e mi ha fatto capire che gli elementi centrali dai quali partire per affrontare la pandemia sono il morale, la sicurezza e la formazione del personale sanitario”.

“Medici e infermieri devono sentirsi pronti e sicuri. Non dobbiamo chiedere a nessuno di essere un eroe. Abbiamo bisogno di una buona organizzazione”.

“Qui un elenco di azioni per riconvertire un ospedale di base in ospedale COVID che ho messo e sto mettendo in pratica in ordine di priorità.

La prima è individuare quali saranno le unità operative per la cura dei pazienti acuti.

La seconda azione, fondamentale, è individuare i percorsi: l’accesso del personale alla struttura,  agli spogliatoi, ai reparti COVID; le zone filtro, le zone vestizione e svestizione. Ideale sarebbe creare percorsi circolari ma non è sempre possibile. Da qui l’esigenza di operare interventi strutturali con opere di cartongesso, cartelli e simili.

 Terzo passaggio è formare il personale: sui percorsi (in modo che non ci siano contaminazioni delle aree ‘pulite’); sugli strumenti da utilizzare per monitorare i parametri dei malati; sulle medicine da somministrare; sui presidi da utilizzare e su come utilizzarli.

Ricordiamoci, infatti, che anche operatori di area medica e chirurgica non “esperti” nella gestione dei pazienti COVID saranno chiamati a curarli; è necessaria una formazione specifica sull’impiego calibrato di strumenti come i presidi per la ventilazione non invasiva ed il monitoraggio dei parametri ventilatori. Anche per questo si può rivelare utilissimo costruire delle Flow Chart assieme ai medici che saranno chiamati a implementarle mettendo ben in chiaro che e quali competenze multidisciplinari e multispecialistiche concorrono al trattamento della malattia.

Quarto punto, di conseguenza, è una mappa chiara delle ‘munizioni’ che serviranno all’ospedale COVID una volta entrato in funzione. La domanda che dobbiamo porci è: di cosa avranno bisogno gli operatori? Saturimetri, maschere per l’ossigeno dotate di reservoir, schermi digitali e strumenti di monitoraggio multiparametrici, strumenti di ventilazioni non invasiva, i farmaci.

Quinto e ultimo punto: creare un setting assistenziale che preveda livelli di gravità crescente e, a fianco, avviare una centrale di bed management sull’ispirazione di quella lombarda citata inizialmente.

 “A fianco di queste punti – conclude Enrico Lauta – c’è una lezione fondamentale che il nostro sistema sanitario deve apprendere una volta per tutte e che la pandemia ha comprovato al di là di ogni ragionevole dubbio: dobbiamo trasformare la nostra gestione del rischio in una gestione proattiva. Non possiamo ridurci a reagire, per quanto bene e in fretta, alle emergenze. È sicuramente un problema di cultura nazionale ma è giusto riconoscere che in questi tre mesi di tregua – luglio, agosto e settembre – in tutta Italia si poteva fare un po’ di più: preparare piani e individuare le soglie di ricoveri e contagi superate le quali scattano automaticamente le riconversioni di personale e reparti già pianificate; formare il personale in anticipo; contattare le aziende per i lavori strutturali che si sono mostrati necessari ed accumulare scorte. La pandemia ci ha insegnato che non possiamo tirare il fiato ma anticiparne le mosse. Spero che sia una lezione che rimarrà impressa”.

 

 

 

 

 

 

ASPETTANDO IL PICCO: COSA IMPARARE DALL’ESPERIENZA DELL’ASL BARI

“La lezione fondamentale – dice il Direttore del Rischio Clinico Vincenzo De Filippis – è la formazione e la motivazione del personale su terapie e procedure. Solo così avranno la fiducia per affrontare la situazione”. L’ASL Bari, 1 milione e 300mila cittadini serviti, si sta preparando al momento peggiore della seconda ondata portando da 1000 a 2900 i posti per il Covid.

 

La preparazione alla seconda ondata del COVID non passa solo attraverso posti letto e strutture sanitarie riconvertite. “Dalla nostra esperienza posso dire che la conditio sine qua è la formazione e la motivazione del personale – dice Vincenzo De Filippis, direttore della U.O.C. Rischio Clinico e Qualità della ASL Bari -. Medici ed infermieri devono essere informati sulle procedure di protezione individuale e ambientale, sulle terapie da applicare in caso di COVID e sui parametri da monitorare. Solo così avranno fiducia di poter superare l’ondata. Altrimenti la paura, non per sé ma di non poter fare nulla per i pazienti, azzopperrà gli sforzi. Quello che stiamo chiedendo a chirurghi e medici di tutte le specialità è, sostanzialmente, di trasformarsi in medici esperti in Covid, trattando campi che non hanno mai toccato prima. Dobbiamo dargli  procedure semplici, chiare, applicabili da seguire”.

Ecco il punto di partenza della riconfigurazione della ASL Bari aggiornata al 3 Novembre 2020. “L’obiettivo è passare da 343 posti letto COVID ai 904 che sappiamo saranno necessari per la fine del mese (il dato atteso in Puglia di fabbisogno di posti letto è di 1100 al 6 novembre, 2000 al 20 novembre e 2900 al 30 novembre)”.

Le misure prese sulle strutture: raddoppiati i posti di intensiva e sub intensiva, attivati due ospedali per post acuti, convertito un’intera struttura come ospedale e un reparto maternità COVID, attivati due presidi ospedalieri con aree Covid attrezzate e attuate disposizioni emergenziali in tutti gli ospedali. Inoltre è stato richiesto il concorso anche dell’Ospedale Ecclesiastico “Miulli” (già intervenuto in primavera scorsa) e di due case di cura accreditate..

“Importante è stata anche l’esperienza dei medici e anestesisti che sono partiti volontari questa primavera per fronteggiare l’emergenza al Nord. Le lezioni che hanno appreso ci hanno aiutato a mettere a punto i percorsi COVID e COVID-free all’interno, prima di tutto del Pronto Soccorso, e nell’attivazione del presidio full Covid”.

“Riceviamo ottimi segnali dal punto di vista delle precauzioni e delle procedure di vestizione da parte del personale sanitario: abbiamo pochissimi casi di infezione tra il personale, anche nei punti caldi del Pronto Soccorso”.

Tra gli accorgimenti che consigliamo di seguire: “Evitare che le persone restino sulle ambulanze a lungo e far sì che tutti gli asintomatici e i paucisintomatici rimangano a casa con terapia”.

“Queste sono le misure messe in atto in vista di un incremento dei contagi. Sono tutte importanti ma ribadisco che il morale degli operatori sanitari e le informazioni aggiornate rimangono determinanti per avere una risposta efficace all’emergenza”.

SHAM ON AIR: GLI EFFETTI INDIRETTI DEL COVID

I protocolli e le linee guida che regolano l’accesso alle cure e alle diagnosi sono cambiati anche in ambiti che con il virus non hanno relazione, dalla cronicità alle stroke unit. Quale effetto sulla sanità? Quali contromisure dal punto di vista assicurativo? Ecco il nuovo webinar Sham On Air andato in onda il 13 ottobre. 

Il più recente tra i Webinar Sham ha toccato un ambito di crescente importanza sia dal punto di vista sanitario che assicurativo: quali sono stati gli effetti indiretti del COVID-19 sulla sanità? Quante cure e diagnosi sono state ritardate? Che impatto sta avendo o avrà questo “ripple effect” dal punto di vista assicurativo e della responsabilità civile sanitaria?

In collegamento da Roma c’era Francesca Romana Pezzella, Neurologo al San Camillo di Roma e Consulente presso la Direzione Salute e Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio. A dialogare con lei è arrivata Alessandra Grillo, Direttore Operazioni di Sham Italia.

GLI EFFETTI INDIRETTI DEL COVID

“Linee guida sanitarie nazionali e internazionali: determinare la responsabilità e prospettive Covid”

Il contesto delineato inizialmente dalla dottoressa Pezzella è stato quello della Linee Guida: come nascono, come vengono validate, come discendono dalle società scientifiche ed enti nazionali o internazionali fino al livello ospedaliero. Un processo strutturato che il COVID ha sconvolto, dando luogo ad un aggiornamento dal basso, polivocale e in continua evoluzione man mano che la natura e il comportamento della malattia veniva compreso e cambiava, di conseguenza, anche la prassi ospedaliera.

Mentre questa dinamica si dispiegava, interi reparti venivano riconvertiti, le cure ordinarie posticipate, personale rilocalizzato e strutture specialistiche ridotte di numero e portata. Nella sola Lombardia la rete delle Stroke Unit è stata ridimensionata da 38 a 10 centri, in alcuni centri il numero il numero di ricoveri in questo ambito è sceso dal 35 al 45 per cento, riducendo il tempo di ricovero, aumentando la proporzioni di sintomi iniziali trascurati (effetto delle persone sole in lockdown ) e riducendo gli outcome favorevoli.

La temuta impennata delle richieste di risarcimento nei confronti delle strutture sanitarie, ad oggi, non si è verificata – ha commentato Alessandra Grillo di Sham -. Ci vorranno mesi/ anni, però, per chiarire il quadro dei danni da COVID, diretti e indiretti. In caso di claim si dovranno collegare gli eventi ad un preciso lasso temporale inserito in una situazione in rapida evoluzione e alle informazioni reperibili in quel dato momento. È bene, perciò, diffidare dalle semplificazioni”.

 

GESTIONE DEL RISCHIO E RECLAMI IN OSTETRICIA E GINECOLOGIA: L’ALLEANZA NECESSARIA TRA OSPEDALI E ASSICURAZIONI

La sintesi dell’intervento di Alessandra Grillo, Direttore operativo di Sham in Italia, al Global Meeting della International Gynecologic Cancer Society. 

 

Il rapporto tra medici e pazienti non è sempre stato lineare. A fare da spartiacque sono gli anni ’70, quando, con la trasformazione dei pazienti in clienti, la relazione tra le due figure ha cominciato ad incrinarsi.

Lo staff medico-ospedaliero è diventato, di conseguenza, facile bersaglio da colpire laddove le aspettative legate ad un trattamento venissero in qualche modo disattese. Qui ha origine la spirale crescente dei reclami per med mal. Tra tutti, i reclami inerenti ai reparti di ostetricia e ginecologia sono quelli più temuti: non solo per via del più alto impatto emotivo, ma anche perché causano danni molto gravi alla struttura nella quale avvengono. In tutte le nazioni i costi dei sinistri in tale area sono i più alti.

L’alto impatto finanziario mette a repentaglio la possibilità di investire in formazione e adeguamenti strutturali (interventi che, già da soli, possono già avere effetti negativi sulla sicurezza dei pazienti) mentre la notizia stessa di un sinistro di vaste proporzioni danneggia la reputazione della struttura sanitaria, andando ad esacerbare ulteriormente la già precaria relazione tra paziente e staff sanitario.

Non è un caso che eventi avversi e claim influiscono molto pesantemente sul benessere psicologico di medici e infermieri. Un recente studio realizzato in UK mostra come un terzo dei dottori denunciati soffra infatti di depressione clinica.

Tradizionalmente, il risk management si è limitato a reagire agli eventi avversi focalizzandosi sulla gestione dei sinistri e sul rischio finanziario con l’obiettivo di discernere tra le due l’opzione la più vantaggiosa: se mantenere il rischio o se sottoscrivere una polizza assicurativa.

Tuttavia, in tempi più recenti, il concetto di risk management si è evoluto. Si tratta di un nuovo approccio proattivo che analizza il rischio delle aziende non solo al fine di mitigare l’esposizione finanziaria una volta avvenuto il danno ma, soprattutto, per identificare le aree dove un evento avverso potrebbe verificarsi e prevenirlo.

Grazie ad un approccio multidisciplinare è possibile individuare attivamente i punti deboli di un sistema e correggerli prima che l’evento negativo si verifichi.

L’obiettivo del risk management non è più, quindi, quello di ridurre i costi dei reclami, bensì quello di incrementare la sicurezza dei pazienti, riducendo il numero dei sinistri e il loro impatto. Perseguendo questa nuova linea, investimenti cospicui possono essere svincolati dai risarcimenti e destinati alla sicurezza del paziente attraverso investimenti in formazione e tecnologia.

Quali sono, allora, i modi per aumentare la sicurezza dei pazienti? La risposta è duplice. L’approccio reattivo prevede l’analisi delle cause principali e dell’audit, mentre l’approccio proattivo avviene tramite la valutazione del rischio. In particolare, la root cause analysis è un metodo basato sul problem-solving che individua le cause effettive degli eventi avversi. In generale esso funge da input per un processo di risanamento che intraprenda azioni correttive volte ad impedire il ripetersi di un problema.

È fondamentale che l’analisi delle cause avvenga il prima possibile: se l’evento non viene riconosciuto prontamente, all’apertura del claim diverrà più difficile individuare la radice del problema, perdendo quindi l’opportunità di imparare dagli errori.

La valutazione del rischio, d’altra parte, è un processo in tre parti, spesso effettuato da una società indipendente dalla struttura sanitaria, che mira ad identificare e a fornire raccomandazioni per migliorare ed eliminare i rischi identificati. Più frequentemente di quanto si pensi la valutazione del rischio è fatta da assicuratori, in modo che si possa valutare il rischio specifico legato ad un potenziale cliente prima della proposta di contratto. 

Altrettanto spesso però, il risultato non viene sfruttato al massimo del suo potenziale. Gli assicuratori difficilmente sono disposti a divulgare i loro risultati per evitare la concorrenza. Inoltre, per via del lasso di tempo che intercorre tra l’attuazione dei consigli e la riduzione dei sinistri, il ruolo del risk management viene sminuito: non si coglie il contributo che può avere nello sviluppare azioni di miglioramento.

Gli ospedali, d’altra parte, sono restii a lasciare ad un assicuratore il controllo delle loro procedure, delle politiche aziendali e della cultura organizzativa dell’azienda, credendo che ciò possa portare ad un aumento del premio assicurativo o al rifiuto totale di sottoscrivere la polizza e ciò anche a causa del contenuto numero di attori sul mercato.

Gli assicuratori, quindi, vengono considerati come delle istituzioni finanziarie votate al profitto che non possano apportare un contributo rilevante nel minimizzare il rischio con basi scientifiche. In altre parole, gli assicuratori non sono percepiti come interlocutori credibili in discussioni scientifiche. Questo preconcetto grava sulla sicurezza dei pazienti e sulla qualità delle cure perché ostacola quei processi virtuosi che potrebbero ridurre il numero di claim e, di conseguenza, il valore dei premi assicurativi.

Il risk management deve perciò trasformarsi: da strumento di risparmio a strumento destinato a liberare fondi per gli investimenti. Gli interessi convergenti degli ospedali, delle cliniche e degli assicuratori sono di buon auspicio per una cooperazione che permetta di minimizzare la minaccia degli eventi avversi.

Questo approccio, che viene adottato da Sham ogni giorno, è l’unico metodo per assicurare risultati nell’ambiente medico. Gli assicuratori non potranno mai sostituire la conoscenza scientifica dei dottori e delle istituzioni mediche, ma possono partecipare all’analisi della grande mole di dati raccolti. La capacità di sistematizzare e leggere i big data attraverso la collaborazione di reparti specializzati nella ‘data science’ può fornire una visione ampia dei trend.

Questo è l’approccio che permette agli ospedali di imparare dagli errori e dagli eventi avversiUna nuova sinergia tra sanità e assicuratore è il prerequisito per ricostruire la fiducia nell’alleanza terapeutica.

 

 

Alessandra Grillo

 

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ESEMPI DI SANITÀ DURANTE IL COVID: DAL TELEMONITORAGGIO AGLI INTERVENTI D’AVANGUARDIA SU FETO

Una panoramica non sistematica di reazioni e azioni durante la pandemia, che spazia tra picchi di innovazione, quali le T-shirt per il telemonitoraggio cardiorespiratorio e le aree buie della rinuncia alle cure e riduzione fino al 40 per cento delle procedure salvavita con effetti che si misureranno negli anni a venire.  

 

L’emergenza Covid-19 ha ridisegnato le priorità e gli assetti organizzativi della Sanità nazionale, dall’inizio di gennaio 2020 ad oggi il sistema ospedaliero è stato costretto a ripensare Reparti e gestione delle Risorse in un’ottica di confronto con una pandemia che ben difficilmente avremmo ritenuto essere così radicata nel presente.

Siamo passati da una Fase 1 determinata dagli sforzi volti a comprendere la natura dell’agente patogeno ed a porre in atto strategie di contenimento (che hanno visto coinvolto totalmente il Sistema Sanitario italiano) all’odierna Fase 2 focalizzata non solo sulla definitiva e radicalizzazione del virus ma anche sullo studio ed implementazione di nuovi modelli operativi nell’interazione sanità/paziente.

A tale proposito l’introduzione di soluzioni informatiche in ambito sanitario finalizzate ad una gestione delle visite “a distanza” se nell’immediato presente risponde a quelle esigenze di tutela imposte dal fenomeno pandemico, nel prossimo futuro risponderanno a criteri di ottimizzazione e gestione dell’attività sanitaria.

Come affermato dal Prof. Sergio Pillon (Direttore del CIRM, ex ricercatore del CNR) nel corso di un’intervista  rilasciata al dr. Guido Bartolomei (Manager presso Health Point) la Telemedicina è l’insieme dei processi che si declinano in televisita, telemonitoraggio, telecooperazione e teleassistenza, ridisegnando il rapporto tra il paziente ed il medico curante.

Nella televisita il paziente condivide con il medico informazioni ed esiti di accertamenti già eseguiti ed il curante esprime un parere in relazione ai dati messi a disposizione.

Il Telemonitoraggio consente al medico di ottenere in modo costante informazioni e dati obiettivi riguardanti i parametri generali o specifici dell’assistito.

La Telecooperazione riguarda le attività sinergiche tra operatori sanitari (un infermiere che sotto indicazioni di un’odontoiatra introduce una telecamera endorale per la diagnosi a distanza di eventuali patologie) 

La Teleassistenza che si esplica in un contesto socio sanitario, fornisce supporto alle figure assistenziali prive di una formazione medica approfondita ed incaricate della cura di persone particolarmente fragili o bisognose di continue attenzioni. 

Grazie alla telemedicina è inoltre possibile attivare un network ospedale-medici-territorio, per monitorare i pazienti, assisterli nelle malattie croniche e favorire la prevenzione.

Con una delibera approvata il 5 maggio 2020, su proposta dell’Assessore alla Sanità, Manuela Lanzarin, la Giunta regionale del Veneto ha dato indicazione alle Ulss di utilizzare la telemedicina nell’erogazione dei servizi sanitari, incaricando al contempo Azienda Zero di redigere un documento di definizione degli standard di servizio propri delle prestazioni di telemedicina e di elaborare un progetto specifico.

Come evidenziato dallo stesso Assessore in un’intervista rilasciata al “Quotidiano Sanità.it” l’avvio su ampia scala dell’erogazione di servizi sanitari in telemedicina è diventato una necessità al fine di limitare il rischio di contagio da Covid-19.

In conclusione lo sviluppo e l’applicazione di nuove tecnologie informatiche e nel campo della sensoristica permettono la creazione di supporti per la telemedicina perfettamente esemplificati dal progetto realizzato presso il Centro Cardiologico Monzino: una speciale T-shirt consentirà il monitoraggio dei principali parametri cardiorespiratori dei pazienti dimessi dall’ospedale con polmonite da Covid-19. La rilevazione verrà effettuata tramite sofisticati sensori incorporati nel tessuto della T- shirt indossata dal paziente mentre è a casa.

Nonostante la pandemia abbia catalizzato risorse umane ed economiche, la Sanità italiana ha continuato nel suo percorso di eccellenza in settori quali la chirurgia. Il 17 aprile 2020 presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma viene eseguito un intervento su un feto alla 28 settimana, ancora nel grembo materno, per trattare un’ernia diaframmatica congenita, patologia che nelle forme più gravi ha un tasso di mortalità del 90%.

In sala operatoria l’équipe di specialisti dell’Ospedale Policlinico di Milano, Dell’Ospedale San Piero-Fatebenefratelli e dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, hanno posto in essere una delicata procedura posizionando nella trachea del feto un palloncino che consentirà lo sviluppo dei polmoni aumentando le chance di sopravvivenza del feto stesso.

Occorre, però per spirito di obiettività, soffermarsi non solo sulle luci ma anche sulle ombre.

Se la pandemia ha generato un forte impulso verso l’innovazione e la riorganizzazione è altresì vero che sono emerse significative criticità nella gestione di alcune patologie come ad esempio quelle cardiovascolari.

La Società Italiana di Cardiologia negli ultimi mesi ha lanciato un allarme in ragione della diminuzione degli accessi in P.S. di pazienti con manifestazione dell’infarto del miocardio, causati dalla paura del COVID -19. (questo tema è trattato da Sanità 360° anche qui, ndr: Le morti indirette del covid-19: lo studio sul calo dei ricoveri per infarto)

Uno studio effettuato in Piemonte ha evidenziato come tra marzo e aprile del 2019 gli accessi in P.S. per patologie cardiache trattati poi con angioplastica primaria era di 382, nel 2020 nello stesso periodo il dato si riduce a 239 accessi. Anche per quanto attiene le procedure di riapertura dei vasi ostruiti (contando anche gli interventi programmati) passa da 1.714 del 2019 a 945 nel 2020. 

La riduzione di cui sopra è stata riscontrata anche dal Centro Cardiologico Monzino, i cui sanitari hanno rilevato che la mortalità per infarto acuto è quasi triplicata e le procedure salvavita si sono ridotte del 40%. Non risulta infatti possibile che il numero degli infarti sia calato, laddove questa tendenza venisse confermata, si avrà una mortalità per infarto superiore a quella legata alla pandemia. 

A livello nazionale sono stati creati degli Ospedali hub deputati al trattamento delle emergenze cardiovascolari. In Piemonte l’Ospedale Mauriziano di Torino ha creato e messo in atto un protocollo per accogliere in sicurezza i pazienti con patologia cardiaca che necessitano di un trattamento urgente salvavita, percorsi dedicati con personale specializzato in modo che il paziente che necessita di cure possa accedervi in assoluta sicurezza.

Il responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia dell’Ospedale Mauriziano Dott. Giuseppe Musumeci ritiene che vi sia un altro aspetto che rischia di provocare un aumento dei decessi, ovvero la mancata aderenza terapeutica.  Rileva come durante l’emergenza COVID-19 siano stati annullati tutti gli interventi programmati e le visite di controllo. Appare opportuno rilevare come molti malati cronici, in cura per ipertensione e/o ipercolesterolemia (fattori di rischio cardiovascolari), potrebbero aver sospeso le cure durante il Look down, nonostante l’Agenzia Italiana del Farmaco abbia rinnovato per un periodo di tre mesi i piani terapeutici in atto, consentendo ai pazienti, terminati i medicinali, di non recarsi in ospedale e/o in ambulatorio per la prescrizione. 

Le conseguenze di tali comportamenti potrà essere scoperto con sicurezza solo con una latenza di due anni. 

 

Alessandra Berra e Monica Marchetti

LA COSA GIUSTA DA DIRE

Come parlare ai familiari dei pazienti alla luce dell’epidemia? Come mantenere una distanza fisica che non sia anche emotiva? Come dare le informazioni necessarie evitando tensioni e contenziosi? Al primo Webinar “Sham On Air” il position paper COMUNICoViD offre dieci spunti per equilibrare umanità, sicurezza e tutela legale.

 

Medici e familiari dei pazienti Covid-19: a distanza di sicurezza ma non di umanità. Il documento “COMUNICoViD: comunicare con i familiari in condizioni di isolamento” fornisce una guida per mantenere un rapporto sano e funzionale con i familiari dei ricoverati durante l’emergenza coronavirus (e non solo).

Comunicare con le famiglie dei pazienti è sempre una sfida, oltre che professionale, anche emotiva per il personale ospedaliero. Ci sono delle linee guida da seguire, per proteggere non solo i familiari del malato, ma anche lo stesso staff, obbligato a trovare una sorta di via media tra l’empatia e il distacco. Ai tempi del CoViD-19 questa sfida, già di per sé ricca e delicata, si è evoluta: comunicare con i familiari in fase di isolamento significa farlo prevalentemente in via telematica, che sia tramite telefono o videochiamata. Conversazioni difficili da avere, aggravate anche dalla situazione epidemica e di alto stress per medici, infermieri e personale sanitario. Come farlo nel migliore dei modi senza potersi incontrare di persona? A questa domanda ha dato una risposta concreta lo studio “COMUNICoViD: comunicare con i familiari in condizioni di isolamento” che i coautori Giovanni Mistraletti, Medico rianimatore e Ricercatore dell’Università degli Studi di Milano, e Maria Nefeli Gribaudi, Avvocato ed esperta di Responsabilità Civile Sanitaria, hanno presentato in occasione del primo Webinar della serie “Sham On Air” organizzato dalla mutua leader nel settore delle assicurazioni per la Responsabilità Civile Sanitaria con il patrocinio di ARIS, rappresentato nell’incontro da Nevio Boscariol, Responsabile Economico, Servizi e Gestionale.

«Non dobbiamo comunicare bene perché siamo buoni, ma dobbiamo esserne capaci perché siamo professionisti. Una buona comunicazione è fondamentale per i pazienti, per i familiari e per gli operatori» ha dichiarato il dott. Mistraletti, spiegando che l’attività comunicativa deve essere trattata come una priorità dall’ospedale, che a questo deve dedicare tempo, formazione e attenzione, poiché «specialmente in un momento di isolamento come quello che abbiamo vissuto, le competenze in questo campo diventano fondamentali ed emergono con ancora più forza». Coordinatore di un gruppo di eccellenza multiprofessionale per la stesura del position paper, Mistraletti ha evidenziato con decisione come il focus del documento si concentri in particolare sulla possibilità di far star meglio innanzitutto i familiari, ma anche «di aiutare chi lavora negli ospedali, quando si trovano in situazioni davvero difficili in cui non è affatto scontato comunicare empatia e si è maggiormente esposti ad un rischio di burnout, di esaurimento emotivo».

«Non possiamo pensare di curare bene i nostri malati se non ci prendiamo cura anche dei loro familiari e degli operatori» ha aggiunto. Non è casuale, infatti, che la comunicazione venga riconosciuta dalla Società Europea di Medicina Critica tra le competenze fondamentali ed irrinunciabili per la professione medica. Come curarla al meglio quindi? Le regole basilari sono quelle valide in assoluto, che però devono essere declinate nell’era CoViD-19 e che nel position paper vengono riassunte in 10 statement, organizzati in macroaree che vanno dalla competenza relazionale, alla confidenzialità, alla giustizia distributiva fino alla gestione del benessere degli operatori. Come ha evidenziato anche l’avvocato Maria Nefeli Gribaudi, «una buona comunicazione, sia interna tra gli operatori sanitari che esterna verso paziente e familiari, ha delle ricadute positive sotto diversi ambiti. Sia per quanto riguarda il risk management, sia in termini di continuità e qualità terapeutica assistenziale, e quindi di outcome, sia sotto il profilo della alleanza terapeutica e fiducia nel sistema sanitario». Soprattutto, ha «valenza deflattiva del contenzioso. Capita che alla base di una conflittualità tra medico e paziente spesso non vi sia un errore tecnico, terapeutico o diagnostico, ma una carenza dal punto di vista relazionale e comunicativo – ha aggiunto Gribaudi – che tra l’altro ha una propria autonomia risarcitoria».

Fondamentale sia dal punto di vista di medico che giuridico durante tutto il processo comunicativo, specialmente tramite dispositivi, come è diventata prassi durante l’emergenza CoViD-19, è fornire in maniera comprensibile e chiara le informazioni circa la malattia, ottenendo da parte dei familiari notizie sull’anamnesi e soprattutto sui valori e le scelte della persona ricoverata. Necessario, soprattutto nel momento in cui si debbano dare notizie tragiche e/o delicate, è mostrare empatia e partecipazione, mantenendo un atteggiamento non asettico e distaccato, ma senza esagerare o uscire dai confini professionali. Un equilibrio difficile da trovare, che però «è un’occasione per manifestare una sincera partecipazione – continua Mistraletti – ed anche per legittimare le emozioni dei familiari». Trattasi di modalità comunicative già note in letteratura, ma durante l’emergenza del coronavirus sono emerse nuove considerazioni. «I familiari di un paziente erano a loro volta sottoposti ad uno stato di isolamento, di quarantena e quindi soggetti già ad un carico di stress non indifferente. Nella fase della comunicazione di un aggravio delle condizioni o di un lutto, il medico non può non tenere conto della condizione emotiva dei familiari, che soffrono del fatto di non poter essere vicini al proprio caro in un momento così delicato». Ecco perché nella seconda parte del documento presentato, sono state realizzate delle vere e proprie guide operative e check-list per svolgere al meglio le telefonate o le videochiamate ai familiari dei pazienti affetti da CoViD-19. Ha infatti evidenziato Mistraletti come «grande importanza va data alla fase di preparazione: sto parlando con le persone giuste? Sono nel luogo più adatto per telefonare o videochiamare? Sono emotivamente pronto a far fronte a delle reazioni emotive molto forti?». Una check-list che non solo aiuta la gestione dell’emotività del familiare del paziente, ma anche del personale ospedaliero stesso, che in questo modo può essere protetto dal rischio di burnout e pronto a soddisfare richieste come quella di mostrare al familiare il proprio caro sedato o vicino al decesso attraverso la videochiamata senza esserne travolti.

«Questo atteggiamento e questo modello operativo ci permettono di limitare ed evitare le incomprensioni e i conflitti, con le conseguenze anche medico legali» ha sostenuto Mistraletti. Un tema su cui ha insistito anche Maria Nefeli Gribaudi, ricordando come il punto di riferimento da tenere onnipresente sia la Legge n. 219/2017 in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento, «culmine di un lungo percorso giurisprudenziale, etico e culturale proprio in tema di relazione medico paziente di comunicazione e obblighi formativi che ha trovato nella legge la sua positivizzazione». La legge 219 infatti sancisce un principio molto importante: la comunicazione come tempo di cura. Essa «sottende a monte un concetto di malattia e a valle un concetto di cura che trascendono aspetti meramente biologici ma che abbracciano anche aspetti relazionali e comunicativi» aggiunge l’avvocato Gribaudi, implicando che «anche a livello organizzativo e formativo le strutture si attivino in questo senso». Dal punto di vista giuridico, il contesto di emergenza sanitaria ha fatto emergere nuove sfide dovute anche alla situazione di isolamento. «Si è trattato indubbiamente di un momento connotato da grande incertezza scientifica, da mancanza di evidenze e di linee guida e di buone pratiche clinico-assistenziali che fossero state accreditate dalla comunità scientifica e di grande scarsità di risorse», ha detto Gribaudi. Ecco allora che in questo scenario la comunicazione di questi fattori deve avvenire «in modo trasparente sia al paziente che ai suoi familiari, anche per quanto concerne il ricorso alla somministrazione di terapie sperimentali». La buona comunicazione con i familiari infatti permette di ricostruire anche il sistema di valori e desideri di un paziente incompetente o incapace di intendere e di volere: «Anche in questa prospettiva una buona comunicazione, modulata anche in base alle conoscenze o allo stato emotivo dell’interlocutore, funge da protezione per l’operatore sanitario e per la struttura» ha ricordato Gribaudi «anche per quelle fasi relative alla somministrazione di cure palliative o di terapie del dolore».

L’emergenza pandemica ha evidenziato come il punto di equilibrio tra informazione, rispetto delle norme di privacy e protezione da eventuali contenziosi venga a trovarsi proprio nella comunicazione. Un aspetto a volte sottovalutato ma che questa situazione straordinaria di emergenza ha riportato alla luce, riportandone il valore e l’importanza tra i principi che invece devono essere centrali e fondamentali.

 

Il primo webinar di Sham On Air “ComuniCovid: comunicare con i familiari in condizioni di isolamento” è disponibile a questo link.

ANIPIO: I DECALOGHI PER GLI OPERATORI SANITARI

L’Associazione Nazionale Infermieri Prevenzione Infezioni Ospedaliere-Società Scientifica degli Infermieri Specialisti del Rischio Infettivo mette a disposizione delle strutture i decaloghi per gli operatori sanitari e sociosanitari impegnati nell’emergenza, per aiutarli a gestire situazioni complesse.  

 

“Come comportarsi durante il Covid-19” e “Contagiati dalle emozioni” sono i decaloghi realizzati da Anipio, messi a disposizione delle aziende sanitarie impegnate in prima linea nella lotta al coronavirus. I codici di comportamento si rivolgono agli operatori sanitari e sociosanitari per fornire loro un supporto nella gestione di situazioni cliniche e organizzative estremamente difficili.

Il primo decalogo, recepito anche dall’Istituto Superiore di Sanità, presenta una serie di misure volte al rispetto dell’igiene e alle modalità comportamentali alle quali fare riferimento all’interno delle strutture ospedaliere. Il secondo è invece una vera e propria guida per assistere gli operatori nella gestione dello stress, aiutandoli a preservare l’equilibrio psichico. Il codice fa leva, in particolare, sull’importanza di condividere le proprie emozioni e di mantenere alto il sentimento sociale attraverso il contatto quotidiano con amici e parenti.

L’iniziativa è nata dal confronto con le strutture sanitarie attive sul territorio, svolto nelle videoconferenze regionali tenute all’Associazione: “Il contatto quotidiano con le strutture di tutte le regioni d’Italia – ha raccontato Maria Mongardi, Presidente di Anipio – ha portato ad intercettare uno stress psicologico tra gli operatori dovuto all’emergenza ‘organizzativa’ ed ‘esistenziale’. Lo stress, causato da uno stato di urgenza, ha colpito all’improvviso le persone, non risparmiandole da una situazione in cui bisognava dare una risposta tempestiva e massiva e che comportava una riorganizzazione ‘hard’ del layout strutturale degli Ospedali”. Uno stress psicologico che appare legato a più situazioni ed è mutuato da diversi driver: “C’è il coinvolgimento di professionisti provenienti da setting assistenziali diversi – ha spiegato Mongardi –. C’è un tempo di formazione che è stato scarso, al di là del pacchetto obbligatorio e prioritario su come indossare e rimuovere i dispositivi di protezione individuale. Poi ci sono la paura e la preoccupazione di contagio, per sé e i propri familiari, così come lo stress per l’impatto delle condizioni cliniche dei pazienti, persone anche giovani che si capiva avrebbero rischiato la vita. Infine, abbiamo verificato una scarsa conoscenza delle opportunità di trattamento e la conseguente condizione di disagio che essa comporta, come il sentirsi incapaci di affrontare il problema”.

La possibilità per le aziende sanitarie è quella di effettuare una richiesta ad Anipio per utilizzare i decaloghi e personalizzarli con il proprio logo.

 

Per consultare i decaloghi:

Come comportarsi durante il Covid-19

Contagiati dalle emozioni

LA REALTÀ VIRTUALE CHE AIUTA GLI OPERATORI IN PRIMA LINEA NELL’EMERGENZA

 “Limbix” è il visore per la realtà virtuale che aiuta gli operatori del Covid Hospital di Schiavonia a gestire l’ansia e a ridurre la preoccupazione e lo stress.

 

La realtà virtuale “Limbix” entra a supporto degli operatori in prima linea presso il Covid Hospital di Schiavonia, grazie all’intervento avviato dalla Direzione dell’Ulss 6 Euganea con il coordinamento operativo degli Ospedali Riuniti Padova Sud.

Il programma di sostegno psicologico prevede “la formazione in ambiente virtuale a tecniche di recovery psicologiche – ovvero di recupero di emozioni positive – e fisiologiche, funzionali a contrastare lo stress e i momenti di picco di ansia, tutelando la salute degli operatori e aumentandone la performance”. Il protocollo è stato messo a punto dall’équipe del Prof. Alessandro De Carlo, docente alle Università Giustino Fortunato e Lumsa, in collaborazione con l’Università di Padova e l’Istituto di psicoterapia Psiop.

“Nella prima seduta – ha spiegato il Prof. De Carlo – si utilizza il visore di realtà virtuale per il training alla respirazione diaframmatica, strumento psicofisiologico che consente di controllare le emozioni. La persona, indossando un visore, viene portata all’interno di un ambiente in cui il respiro viene visualizzato (con un flusso che entra ed esce dalla bocca) e il tempo scandito (sia con pulsazioni dell’ambiente virtuale che con indici che appaiono davanti agli occhi). Nella seconda seduta si ‘conduce’ la persona in luoghi reali legati ad esperienze pregresse positive”.

Grazie al collegamento con la rete, Limbix consente di accedere a immagini 3D di luoghi reali, divenendo uno stimolo positivo per gli operatori in prima linea nella cura dell’epidemia. In questo modo, lo strumento aiuta a “ridurre lo stress, l’affaticamento, la preoccupazione del personale sanitario impegnato nell’emergenza Covid-19, con un approccio all’avanguardia a livello internazionale”.

La tecnologia di realtà virtuale utilizza i software creati in collaborazione con le Università di Stanford, Harvard e Yale. Le apparecchiature tecnologiche sono state messe a disposizione da Limbix Italia.

A questo link è possibile leggere il comunicato dell’Azienda ULSS 6 Euganea.

 

 

 

 

 

I TAMPONI “DRIVE-IN” ARRIVANO A VARESE

L’ATS Insubria punta ad effettuare almeno 100 test al giorno: “Un volume suscettibile di revisione in base all’evoluzione dell’epidemia”.

 

Dopo il caso della Asl Roma 1 , il test Covid-19 in modalità “drive-in” arriva a Varese. La postazione è coordinata da ATS Insubria e gestita dalla Croce Rossa Italiana civile e militare di Busto Arsizio.

 

Nel comunicato stampa della Direzione si legge che “è stata inaugurata la seconda postazione in provincia di Varese per effettuare i test per la ricerca del Covid-19 in modalità drive-in nell’area di Malpensa Fiera di Busto Arsizio, grazie alla preziosa collaborazione della Camera di Commercio di Varese, del Comune di Busto Arsizio e della Croce Rossa. La postazione è coordinata da ATS Insubria e gestita dalla Croce Rossa Italiana civile e militare di Busto Arsizio. Analogamente a quanto già avviene a Varese in Via O. Rossi, e a Como in Via Castelnuovo, si tratta di una sede mobile con caratteristiche logistico-organizzative tali da consentire ai cittadini, per i quali è stato prescritto e programmato il tampone, di accedere con la propria auto e sottoporsi al test senza uscire dall’abitacolo. I tamponi e i Dispositivi di Protezione Individuale sono forniti agli Operatori della CRI da ATS”.

Inoltre, “con questa ulteriore postazione, ATS intende implementare l’attività di esecuzione dei tamponi che, in una prima fase, saranno prioritariamente rivolti agli operatori sanitari e sociosanitari, oltre ai soggetti addetti a servizi essenziali, che possono così, una volta accertata la negativizzazione, rientrare in servizio”.

Per tale attività sono state valutate tutte le condizioni di rispetto della normativa in tema di biosicurezza. In questa prima fase si punta ad effettuare almeno 100 test al giorno, volume suscettibile di revisione in base all’evoluzione dell’epidemia”.

“Tale attività, che si aggiunge a quelle già in corso presso le altre sedi, consentirà di arrivare a processare un maggior numero di tamponi a settimana, così da soddisfare le necessità epidemiologiche attuali, grazie alla disponibilità di nuovi laboratori, recentemente accreditati”.