L’INFORMATIZZAZIONE DELLA SOMMINISTRAZIONE DEI FARMACI

Le misure del sistema di prescrizione e somministrazione del farmaco previste dalla ASL di Alessandria conducono ad una maggiore sicurezza dei processi e ad una più completa tracciabilità del farmaco, coinvolgendo ben cinque presidi ospedalieri

 

“Informatizzazione della prescrizione e somministrazione dei farmaci: indicatori di sicurezza, di performance e di appropriatezza per i reparti” è la buona pratica realizzata nell’ASL di Alessandria e presentata da Marialuisa D’Orsi, Farmacista referente di progetto. Un nuovo sistema che ad oggi conta 612 medici, 1500 infermieri e 20 farmacisti utilizzatori, che ha previsto un importante lavoro di formazione e condivisione degli obiettivi con gli operatori ed è assistito attraverso una reperibilità h24. Il Progetto ha vinto il “Premio Qualità” Joint Commission, il concorso con giuria internazionale avente l’obiettivo di contribuire alla diffusione di una cultura del miglioramento continuo della qualità in ambito sanitario.

Il cambiamento organizzativo ha previsto la realizzazione di una piattaforma tecnologica avanzata per la gestione informatizzata del farmaco in ospedale, includendo la prescrizione, la dispensazione e la somministrazione. L’utilizzo è stato esteso e consolidato in tutti i 29 reparti di degenza operativi dal 2014. “Nella ASL di Alessandria – spiega Marialuisa D’Orsi – da diversi anni, sia il processo clinico di prescrizione e somministrazione durante i ricoveri, sia il percorso del farmaco all’interno degli ospedali sono tracciati tramite strumenti informatici avanzati. La prescrizione, in regime di ricovero ospedaliero, è registrata integralmente su supporto informatico e non più su carta, così come la somministrazione”. Il 95% degli accessi alle tavole di terapia per la somministrazione del farmaco avviene mediante la lettura dei codici a barre posti sui braccialetti identificativi dei pazienti. “La procedura – prosegue la dottoressa D’Orsi – è ad alta sicurezza proprio perché prevede la lettura del codice del farmaco. La verifica di ogni singolo dosaggio è garantita dall’applicativo che controlla la corrispondenza tra farmaco prescritto, farmaco somministrato e paziente. In questo modo, la prescrizione diventa una reale espressione del fabbisogno delle dosi di farmaco e un vero e proprio «motore logistico» affinché la maggior parte dei farmaci siano distribuiti ai reparti in base alle terapie prescritte, senza che gli infermieri debbano fare richiesta di approvvigionamento”.

L’intervento porta così ad una migliore identificazione della terapia farmacologica e ad una conseguente appropriatezza nella prescrizione e somministrazione, garantendo la tracciabilità. “I risultati ottenuti – commenta D’Orsi – dimostrano un trend positivo che incoraggia la prosecuzione del percorso. Nel 2019, per i reparti di area chirurgica, abbiamo anche rilevato una riduzione del rapporto percentuale dei consumi dei fluorochinolonici rispetto agli altri antibiotici”. Presso i reparti a maggior consumo è presente anche una tecnologia di automazione: “Il robot di reparto – spiega la dottoressa – che allestisce la terapia dei singoli pazienti per ogni fascia oraria e/o giro di somministrazione”.

Se i primi anni sono serviti a portare a regime il sistema, oggi il percorso si avvale di un piano di monitoraggio pluriennale degli indicatori di performance, mirato alla riduzione del rischio e al sostegno dei percorsi di miglioramento: “Tutti gli strumenti previsti – conclude D’Orsi – generano i risultati attesi qualora l’applicazione del sistema venga opportunamente sorvegliata. Le nuove procedure, anche successivamente al periodo iniziale di assimilazione, devono essere presidiate per far sì che i benefici siano duraturi. Per questo, si è instaurato un percorso continuo di definizione e revisione degli indicatori di processo, che sono computati e condivisi con gli operatori sanitari in ottica di miglioramento. Gli interventi di sorveglianza e correzione hanno conseguito negli anni buoni obiettivi e per questo possiamo parlare di una sorta di «buona pratica nella buona pratica». La buona pratica oggi consiste nel monitorare un sistema che è già innovativo, verificando che tutto il personale coinvolto utilizzi correttamente la procedura. Non è immaginabile, infatti, introdurre un sistema se poi questo viene eluso e non verificato”.

Il progetto è stato inserito tra le buone pratiche piemontesi presentate alla 12° Call for Good Practices di Agenas ed è stato illustrato alla 1a “Giornata Regionale delle Buone pratiche per la sicurezza delle cure”, organizzata dal Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente della Regione Piemonte.

 

L’APPROPRIATEZZA DELLA TERAPIA ANTIBIOTICA

All’Ospedale Mauriziano Umberto I di Torino, oltre 100 medici e operatori sanitari coinvolti per “cercare di promuovere un uso appropriato della terapia antibiotica, facendo fronte all’aumento dell’antibiotico-resistenza e riducendo il consumo dei medicinali”. Miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva e diminuzione della durata media della terapia sono i risultati spiegati da Francesco Vitale, Dirigente Medico della SC di Medicina Interna

 

Il progetto “L’impatto dell’Antimicrobial Stewardship sul governo clinico della terapia antibiotica”, avviato dai Dirigenti Medici della Struttura Complessa di Medicina Interna, i dottori Francesco Vitale e Antonio Briozzo, all’interno dell’Ospedale Mauriziano Umberto I di Torino, è stato realizzato al fine di cercare di ridurre la prevalenza dei germi resistenti agli antibiotici.

“Già da qualche anno – spiega Francesco Vitale – è emerso come la resistenza batterica sia uno dei problemi più rilevanti nella pratica assistenziale ospedaliera. Su spinta del Piano Nazionale di contrasto dell’antibiotico-resistenza (PNCAR) del Ministero della Salute, il Mauriziano ha scelto di investire risorse in questo ambito, per far fronte all’aumento dell’antibiotico-resistenza e alla diffusione di microrganismi multi resistenti. Si è quindi cercato di promuovere un uso più appropriato della terapia, in modo da ridurre le spese e i consumi di antibiotici”.

Ospedale Mauriziano Umberto I di Torino

Un percorso multidisciplinare che ha coinvolto diversi reparti e messo in campo differenti professionalità: “Oltre agli infettivologi – racconta Vitale – hanno partecipato farmacisti di reparto, microbiologi, medici della direzione sanitaria. In una prima fase, sono stati individuati i reparti a maggiore impatto prescrittivo, quali Terapia intensiva generale, Terapia intensiva cardiovascolare e Chirurgia generale. Poi abbiamo esteso l’attività ai reparti di Ematologia, Medicina Interna e Cardiochirurgia. All’interno del progetto, il ruolo dei farmacisti è centrale, perché ogni reparto ha una persona indicata a segnalare e seguire la terapia antibiotica dei pazienti”.

Tra le attività principali, l’aggiornamento delle linee guida per la Terapia Empirica secondo l’approccio Evidence Based (EB) e gli audit settimanali nei reparti identificati: “Il manuale di Terapia Empirica – racconta il Dirigente Medico – viene periodicamente aggiornato tenendo conto delle moderne linee guide internazionali della terapia antibiotica e della nostra epidemiologia. Agli audit, invece, i colleghi portano alla nostra attenzione diversi casi clinici e ciascun paziente viene analizzato e discusso. In questo modo, il personale medico di reparto viene formato ed «educato» per essere più autonomo nell’individuazione della terapia più appropriata”.

Gli incontri settimanali hanno permesso di intervenire sulle principali criticità riscontrate nella somministrazione della terapia: “La descrizione dei casi clinici e l’elaborazione di un database per monitorarli – racconta Vitale – ci ha consentito di intervenire sull’appropriatezza prescrittiva e, in particolare, sulla posologia e sulla durata media delle terapie, scesa del 13%. Questo ha permesso di agevolare le dimissioni dei pazienti e contenere le giornate di terapia”.

Tra i principali risultati ottenuti, ricordiamo una diminuzione dei fluorochinoloni e dell’isolamento di Klebsielle pnuemoniae resistenti a Carbapenemi (KPC), che già si attestano all’8% nel 2019 rispetto al 40% circa degli anni 2016 e 2017.

Un percorso, infine, che intende proseguire oltre il 2020: “I programmi di Antimicrobial Resistance – conclude il Dirigente Medico – spesso sono iniziative che hanno una durata definita. Noi, invece, lavoriamo cercando di andare oltre una scadenza e ci auguriamo di portare avanti questo progetto il più a lungo possibile, perché ci siamo resi conto che la soddisfazione per i buoni risultati ottenuti supera l’impegno notevole che questa iniziativa richiede. Riteniamo servano maggiori interventi di questo tipo, con la presenza costante di figure in grado di sensibilizzare i medici dei vari reparti”.

Il progetto è stato inserito tra le buone pratiche piemontesi presentate alla 12° Call for Good Practices di Agenas ed è stato illustrato alla 1a “Giornata Regionale delle Buone pratiche per la sicurezza delle cure”, organizzata dal Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente della Regione Piemonte.

 

PREMIO SHAM: VINCONO NOVARA, COMO E MESSINA

  • Al Forum Risk Management 3 vincitori e 15 menzioni speciali tra i 122 progetti per migliorare la sicurezza delle cure; 101 dalla sanità pubblica e 21 dalle strutture private.
  • 78 le strutture sanitarie candidate in 16 regioni italiane.
  • I progetti premiati affrontano il tema delle Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA), dei modelli predittivi per evitare il sovraffollamento ospedaliero e dell’informatizzazione “intelligente” delle check list chirurgiche.
  • Tiziana Frittelli, presidente Federsanità – ANCI: “Siamo entusiasti dei numeri registrati e la qualità dei progetti presentati. Sicurezza e qualità sono assi portanti della presa in carico dei pazienti”.
  • Alla cerimonia di Premiazione anche i rappresentanti dei due nuovi partner 2019: l’Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari (ARIS) e l’Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP).

 

Si è svolta la Cerimonia di premiazione del 4° “Premio Sham per la prevenzione dei rischi”, l’iniziativa che quest’anno ha raccolto ben 122 progetti di miglioramento nella sicurezza delle cure. L’evento si è tenuto nel capoluogo toscano durante la 13a edizione di Forum Risk Management in Sanità il 28 novembre scorso.

A ricevere il premio di 6mila euro da reinvestire nei progetti vincitori sono state l’AOU Maggiore della Carità di Novara; l’Istituto Ortopedico del Mezzogiorno d’Italia “Franco Scalabrino” – G.I.O.M.I. S.p.A. di Messina e l’Associazione “La Nostra Famiglia” –  IRCCS “E. Medea” di Como. I progetti presentati – già in corso in queste strutture – riguardano, rispettivamente: i modelli predittivi per evitare il sovraffollamento ospedaliero, l’informatizzazione “intelligente” delle check list chirurgiche e il contenimento delle Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA) in una struttura riabilitativa dell’età evolutiva.

Il 2019 è stato il primo anno che ha visto la partecipazione anche delle strutture private e religiose senza fine di lucro.

Scopo del Premio è diffondere e uniformare le buone pratiche locali a livello nazionale, far crescere la cultura della prevenzione e far incontrare, perché si confrontino sul tema della sicurezza, i grandi ambiti della sanità in Italia: pubblico, privato e privato religioso senza fine di lucro. La sicurezza delle cure – ha detto Roberto Ravinale, direttore esecutivo di Sham in Italiaè e deve essere il comune denominatore nell’intero ecosistema sanitario e il risultato eccezionale del Premio, quest’anno, testimonia l’investimento e la crescente importanza del Risk Management e della prevenzione in Italia”.

Ecco alcuni dati dell’edizione 2019:

  • 3 progetti vincitori e 15 menzioni speciali.
  • 122 progetti candidati da 78 strutture sanitarie in 16 regioni.
  • 101 progetti dal pubblico, 21 dalle strutture private.
  • Con 26 progetti, Il Piemonte è la prima Regione per numero di progetti presentati.
  • L’Azienda Ospedaliera di Perugia è la prima tra le strutture pubbliche con 6 progetti.
  • La Fondazione Poliambulanza di Brescia è la prima tra le strutture private con 4.

Il premio nasce circa 20 anni fa in Francia da Sham, mutua assicurativa, oggi società del gruppo Relyens e da oltre 90 anni specializzata nella gestione della RC Sanitaria e nel risk management. Attualmente l’Italia è prima per numero di candidature presentate, a riprova dell’interesse della Sanità nazionale nei confronti del binomio salute e sicurezza.

Un sentito ringraziamento va ai professionisti sanitari italiani per la grande partecipazione, la qualità dei progetti presentati e le preziose buone pratiche che hanno condiviso con i loro colleghi qui al Premio Sham – ha commentato Jean-Luc Chassaniol, Direttore del Gruppo Ospedaliero Universitario di Psichiatria e Neuroscienze di Parigi e Vice Presidente di Sham -. Viviamo un periodo nel quale fattori che vanno dall’intelligenza artificiale all’invecchiamento della popolazione stanno mutando sia l’orizzonte del rischio clinico che il raggio degli strumenti sviluppati per contenerlo. L’investimento in prevenzione, l’aggiornamento professionale e il confronto tra le migliori esperienze sul campo è fondamentale per il futuro della sicurezza. E il Gruppo Relyens, attraverso il suo brand Sham, ha l’ambizione di continuare ad essere sempre più parte integrante di questo futuro, affiancando gli attori sanitari europei nella prevenzione, gestione, riduzione e copertura dei loro rischi”.

Siamo entusiasti dei numeri registrati quest’anno al Premio Sham e per la qualità dei progetti presentati – ha detto con orgoglio Tiziana Frittelli, presidente Federsanità ANCI -. È stata un’edizione decisiva nel rimarcare l’inevitabile necessità di promuovere la cultura della sicurezza nelle strutture sanitarie. Federsanità ha come propria missione quella di favorire buone pratiche di prevenzione e far sì che queste diventino modelli diffusi. In questa direzione va la nostra partnership con Sham che, in soli quattro anni, ci ha consentito di fare informazione e divulgazione in ogni regione d’Italia sottolineando quanto sicurezza e qualità siano assi portanti della presa in carico dei pazienti”.

Il Risk Management in sanità è una priorità per la gestione, per la pratica ma anche una responsabilità (accountability) per tutti coloro che operano in ambito sanitario, contribuendo in modo essenziale alla sicurezza e qualità delle cure – ha commentato Nevio Boscariol  Responsabile Ufficio Economico Servizi e Gestionale ARIS -. I numerosi e qualitativi progetti presentati dagli Associati Aris fin da questa prima edizione del Premio Sham per il Risk Management, sia in ambito ospedaliero che riabilitativo e oltre agli ottimi progetti premiati e di quelli che hanno ricevuto una menzione speciale, confermano la bontà del lavoro portato avanti dagli Associati in questi anni e dall’Associazione con loro”.

Come AIOP – spiega il Responsabile Relazioni Istituzionali e Internazionali Niccolò de Arcaynesiamo sinceramente soddisfatti per il riconoscimento attribuito all’Istituto Ortopedico del Mezzogiorno d’Italia “Franco Scalabrino” di Messina che, attraverso l’ideazione e l’applicazione di un progetto a così elevato contenuto tecnologico, conferma ancora una volta la lungimiranza degli imprenditori del nostro comparto nei confronti dell’adozione di soluzioni tecnologiche all’avanguardia, nell’ottica di migliorare costantemente i servizi offerti ai pazienti”.

 

 

 

MIGLIORARE LA SICUREZZA DEI PAZIENTI RICOVERATI

Un progetto presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Maggiore della Carità di Novara per ridurre l’incidenza degli eventi avversi nelle strutture di degenza. Il più grave è l’arresto cardiaco inatteso. Tra le azioni implementate il monitoraggio periodico per l’attivazione tempestiva del protocollo di Emergenza Interna. La partecipazione degli infermieri alla formazione in aula e FAD oscilla tra il 70 e il 100 per cento

 

Il progetto dell’équipe coordinata dal dottor Fabrizio Leigheb, Dirigente Medico di Direzione Sanitaria dei Presidi Ospedalieri presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Maggiore della Carità di Novara[1] è stato realizzato con l’obiettivo di formare e supportare adeguatamente il personale sanitario per raggiungere il seguente risultato: migliorare la sicurezza dei pazienti ricoverati in ospedale, in strutture di degenza ordinaria, intercettando precocemente il deterioramento clinico e garantendo una risposta tempestiva ed efficace nei casi necessari. “Monitoraggio dei parametri vitali dei degenti e allertamento medico per la prevenzione della mortalità evitabile: sperimentazione del progetto PRIMA[2] in una AOU della Regione Piemonte” è il titolo dell’iniziativa di “buona pratica”, che si inserisce in un quadro ben preciso: “Gli eventi avversi – afferma Leigheb – esistono in tutte le strutture di ricovero e sono pertanto ben noti alle agenzie e agli ospedali preposti alla qualità e alla gestione del rischio clinico. Il più grave evento avverso è l’arresto cardiaco inatteso, rispetto al quale la percentuale di sopravvivenza è ancora molto bassa (15-22%); altrettanto grave è il ricovero in terapia intensiva dei pazienti a causa di un deterioramento delle condizioni cliniche che si sarebbe potuto rilevare in anticipo attraverso l’adeguato monitoraggio dei parametri vitali”.

L’intervento prevede la realizzazione di una formazione ad hoc per la gestione del rischio clinico rivolta al personale sanitario composto da medici, infermieri e operatori socio-sanitari appartenenti alla struttura, dove viene spiegato come rilevare i parametri vitali e come procedere all’allertamento: “In alcuni reparti pilota – spiega il coordinatore del progetto – è stata pianificata una formazione sia a distanza (FAD), sia in aula. Ad oggi, sono state condotte tre sessioni formative in un arco temporale che va da ottobre 2018 a novembre 2019. La formazione si conclude con la simulazione di casi reali coordinata dal Team MET, al fine di monitorare le eventuali criticità che possono verificarsi. A partire dall’anno prossimo, l’intervento formativo sarà esteso agli ambiti ostetrico e pediatrico”.

Il piano progettuale prevede un coinvolgimento del personale sanitario sia nella fase di sperimentazione che in quella successiva all’implementazione del progetto, con l’intento di mettere a confronto le realtà dei singoli reparti – prima e dopo l’intervento formativo – e valutare come è cambiata la gestione della chiamata d’urgenza e la relazione con il paziente nell’attesa del rianimatore: “Abbiamo impostato una survey indirizzata a coloro che hanno aderito all’intervento in FAD e in aula, al fine di ricevere feedback e raccogliere ulteriori opinioni. In quest’ottica, vogliamo valutare le eventuali difficoltà riscontrate, anche con i pazienti, che sono gli utilizzatori finali del servizio”. La partecipazione alla fase formativa finora è stata molto elevata: “Per quel che riguarda l’ambito infermieristico – prosegue Leigheb – abbiamo avuto un’adesione del personale pari al 70%. In alcuni reparti, come Chirurgia generale 1 e 2, siamo arrivati ad avere fino al 100% delle adesioni. Procederemo successivamente con la formazione del personale della Casa di Cura, un ricovero multi-specialistico per i cittadini, e di altre aree omogenee di degenza, in cui è presente un’assistenza Infermieristica ed OSS trasversale su più strutture di degenza specialistiche”.

L’équipe coordinata dal dottor Fabrizio Leigheb, Dirigente Medico di Direzione Sanitaria dei Presidi Ospedalieri presso l’AOU Maggiore della Carità di Novara

Per prevenire le condizioni di rischio è stato predisposto un piano di monitoraggio e allertamento volto alla gestione precoce del peggioramento delle condizioni cliniche del degente: “La scheda di monitoraggio e allertamento predisposta dal Tavolo Tecnico della Regione Piemonte – prosegue il Direttore – è stata adattata al contesto clinico-organizzativo locale dell’AOU di Novara, al fine di sostituire con la stessa le differenti schede termometriche in uso nelle strutture aziendali di degenza ordinaria”. Per garantire la corretta applicazione del piano, è stato predisposto un protocollo che include differenti fasi, finalizzate al monitoraggio clinico-strumentale dei parametri del paziente.

Tra le fasi si distingue il monitoraggio periodico dei pazienti secondo un intervallo di tempo sempre più ristretto in base al quadro clinico e l’attivazione del Servizio di Emergenza Interna qualora le condizioni cliniche del paziente lo richiedano.

Elemento fondamentale di questo progetto è costituito dalla standardizzazione dei criteri di chiamata rispetto a parametri di criticità uniformemente riconosciuti dalla letteratura, per i quali viene richiesto l’intervento del solo medico curante del reparto oppure del Rianimatore. Tale chiamata è possibile mediante la registrazione dei parametri fisiologici in una specifica scheda, di colore diverso a seconda della gravità del paziente. L’abbinare ad un parametro alterato del paziente un codice colore non lascia adito a dubbi per l’operatore sulla necessità di allertare e soprattutto su chi allertare. Infine, in condizioni cliniche particolari potrà essere concordata con il paziente, e predefinita collegialmente, una specifica “pianificazione condivisa delle cure”. “Entro gennaio 2020 – prosegue il Direttore – è previsto che tutte le 29 strutture di degenza ordinaria per pazienti adulti utilizzino adeguatamente il piano. Dopo il primo anno di implementazione del protocollo nelle strutture di degenza, andremo ad analizzare gli esiti clinici, valutando il numero di chiamate al MET, prima e dopo l’intervento, e il numero di esiti avversi”.

Tra gli outcome che l’iniziativa intende raggiungere si segnalano: la tempestività di valutazione del peggioramento dei parametri vitali del paziente e allertamento del Team di Emergenza Medica o del medico di guardia; la riduzione dei ricoveri inattesi o inappropriati in Terapia Intensiva; la riduzione della mortalità per arresto cardiaco e, ancora, la riduzione dell’incidenza degli eventi avversi nei pazienti ricoverati in ospedale per danno grave: “Ci aspettiamo di veder ridotta drasticamente l’incidenza degli arresti cardiaci – commenta Leigheb – prevedendo in anticipo la situazione del paziente. La prevenzione delle condizioni di rischio con l’allerta del medico è, infatti, la soluzione più efficace, come dimostrato in letteratura. Prevediamo, inoltre, una maggiore compliance da parte del paziente, così come una maggiore responsabilizzazione degli operatori coinvolti. A livello aziendale, invece, auspichiamo il miglioramento del livello culturale clinico-organizzativo”.

La comunicazione è un ulteriore elemento votato a garantire l’adeguata diffusione dell’iniziativa: “Non ci limiteremo solo a mantenere un sistema informativo sulla formazione prevista – conclude Leigheb – ma vogliamo inserire sul sito aziendale una sezione specifica sul progetto, consultabile pubblicamente, per far capire il valore aggiunto di questa iniziativa”.

Il progetto è stato inserito tra le buone pratiche piemontesi presentate alla 12° Call for Good Practices di Agenas ed è stato illustrato alla 1a “Giornata Regionale delle Buone pratiche per la sicurezza delle cure”, organizzata dal Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente della Regione Piemonte.

 

[1] In particolare, si è trattato di un lavoro di équipe interdisciplinare, oltre che interprofessionale, che ha coinvolto attivamente le seguenti strutture: la Direzione Sanitaria dei Presidi Ospedalieri, il Personale della Direzione delle Professioni Sanitarie, quello della SS Formazione e il Personale del Team di Emergenza Medica (MET) della SCDU Anestesia e Rianimazione 1.

[2] Progetto Regionale Integrato di Monitoraggio e Allertamento.

 

INFORMATIZZARE LE PRESCRIZIONI ANTIBIOTICHE

Più 10 per cento appropriatezza; meno 23 per cento nel costo delle prescrizioni antibiotiche. L’introduzione di un percorso digitale aumenta la sinergia tra Farmacia Ospedaliera, Infettivologi e Clinici, inoltre il percorso di Antimicrobial Stewardship ha permesso una semplificazione della terapia favorendo la descalation therapy e il passaggio dalla terapia endovenosa a quella orale

 

Presso l’ASL AT di Asti a partire dal 2001 è attiva la richiesta motivata degli antibiotici per alcune molecole. Tale modalità di richiesta motivata, e quindi limitativa, è avvenuta dal 2001 al 2016 mediante modulo cartaceo. Nel 2017 questa modalità di richiesta è stata ulteriormente puntualizzata, implementata e informatizzata.

Questo percorso, inizialmente in modalità cartacea, – spiega la Risk Manager Anna Mesto – ha consentito di focalizzare l’attenzione dei Clinici riguardo ad alcuni antibiotici e di evitare la possibilità di duplicazioni delle prescrizioni, con l’effetto di ridurne l’uso incontrollato e di contenere i costi.

A partire dal 2017 la procedura è stata informatizzata. La motivazione della richiesta nel nuovo modulo digitale avviene da parte dei Clinici scegliendo tra un numero definito di possibilità in un menù a scomparsa e sia Farmacisti che Infettivologi possono monitorare le prescrizioni e confrontarsi anche in tempo pressoché reale su ogni singolo caso. In più, un alert informatico si rende visibile ai Clinici allo scadere del periodo di prescrizione di sette giorni, per assicurare che solo in caso di necessità cliniche la somministrazione venga prolungata.

Anna Mesto, Risk Manager ASL AT Asti

In questo modo, l’appropriatezza prescrittiva è cresciuta nel 2018 del 10% rispetto agli anni precedenti portando la percentuale di appropriatezza delle 1235 osservazioni effettuate tra 2010 e 2018 all’89% (1102/1235). Dal 2013 al 2018 si è registrata, inoltre, una riduzione della spesa per antimicrobici del 23% (sempre ricordando che una riduzione della spesa globale può anche permettere un incremento della spesa per singola prescrizione, ove le prescrizioni stesse siano meno numerose e più appropriate).

Questi risultati sono stati riconosciuti anche con la delibera direzionale della ASL che ha creato ufficialmente il Gruppo di lavoro multidisciplinare “Antimicrobial Stewardship” con Responsabile un Dirigente Medico della SC Malattie Infettive e componenti del CIO, quali un Dirigente Medico D.S., Farmacista, Microbiologo, Infermiere Specializzate Rischio Infettivo.

“Aldilà degli atti formali – conclude Mesto – l’attività descritta è il risultato del lavoro di Équipe portato avanti dai professionisti. I risultati di questi primi due anni di informatizzazione rappresentano, inoltre, il punto di partenza per avviare anche sul Territorio ASL AT ulteriori azioni di monitoraggio e contenimento delle resistenze antibiotiche, ai fini di strutturare una Antimicrobial Stewardship Territoriale”.

Il progetto è stato inserito tra le buone pratiche piemontesi presentate alla 12° Call for Good Practices di Agenas ed è stato illustrato alla 1a “Giornata Regionale delle Buone pratiche per la sicurezza delle cure”, organizzata dal Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente della Regione Piemonte.

 

AO-ASLAL INSIEME PER LA GESTIONE DELLE IVU

Un progetto interaziendale per la prevenzione e il controllo delle infezioni delle vie urinarie e il contrasto all’antibiotico-resistenza

 

Il progetto interaziendale AO-ASLAL sulla “Gestione delle Infezioni delle Vie Urinarie (IVU) e antibiotico-resistenza”, guidato dalla dottoressa Grazia Lomolino, Responsabile Prevenzione e Controllo Infezioni Ospedaliere presso l’Ospedale SS Antonio e Biagio e C. Arrigo e dal dottor Roberto Raso del Servizio Regionale malattie infettive, è un esempio virtuoso di sanità che fa dell’aggiornamento delle competenze diagnostiche e terapeutiche nel campo dell’antibiotico-resistenza uno dei suoi driver principali. Le infezioni delle vie urinarie, infatti, sono le seconde più frequenti malattie infettive batteriche diffuse in popolazioni comunitarie e ospedaliere. Lo studio OECD stima più di 600.00 infezioni delle vie urinarie e 30.000 decessi: un terzo delle infezioni e dei decessi stimati avvengono in Italia. Un problema di salute pubblica, dunque, che assume particolare rilevanza per l’alto utilizzo di antibiotici, di cui l’Italia è tra i maggiori consumatori, e la conseguente selezione e diffusione di ceppi antibiotico-resistenti.

Il progetto ha previsto un intervento coordinato tra l’Azienda Sanitaria Ospedaliera (ASO) e la ASL Alessandria, rivolgendosi ai medici prescrittori e al personale infermieristico, al fine di contrastare la diffusione delle antibiotico-resistenze nella gestione delle IVU: “In Ospedale – spiega la dottoressa – il contrasto lo facciamo già da diversi anni con misure amministrative e con la sorveglianza di antibiotico-resistenza. In questo caso, l’intervento è stato promosso dai Comitati per le Infezioni Ospedaliere delle due Aziende e sostenuto dalle Direzioni Aziendali. Per la realizzazione, è stato individuato un totale di 23 figure di coordinamento”. Un progetto che nasce dagli studi epidemiologici e dalle rilevazioni statistiche in ospedale degli ultimi anni: “Sorvegliando i microrganismi prevalenti alla base della sepsi e delle urosepsi – racconta Lomolino – ci siamo accorti che si trattava di resistenza antimicrobica. Abbiamo quindi deciso di allargare lo sguardo alla comunità con un progetto interaziendale”.

Grazia Lomolino, Responsabile Prevenzione e Controllo Infezioni Ospedaliere presso l’Ospedale SS Antonio e Biagio e C. Arrigo

L’innovatività dell’intervento è proprio nella sua esecuzione su un duplice livello: ospedaliero e comunitario. “Le infezioni del tratto urogenitale riguardano prevalentemente la popolazione anziana comunitaria – prosegue la dottoressa – e quelle complicate possono portare fino al decesso. Per ridurre la pressione antibiotica abbiamo definito alcune linee di intervento, come l’uso corretto della diagnostica microbiologica, l’utilizzo appropriato degli antibiotici e le misure di prevenzione e controllo della diffusione delle antibiotico-resistenze e delle Infezioni correlate all’Assistenza”. L’istituzione di una Commissione comune tra le due realtà permette poi di gestire in modo unificato tutti gli interventi.

La formazione in tutto questo svolge un ruolo fondamentale, con la realizzazione di un questionario rivolto al personale medico e infermieristico e la predisposizione di un corso in formazione a distanza (FAD). Il questionario pre-intervento, in particolare, ha consentito di misurare le conoscenze del personale medico, coinvolgendo il 26,5% della popolazione. La formazione programmata, invece, attualmente in corso, coinvolge oltre 500 infermieri. Nel 2020, inoltre, sarà attivata una formazione di tipo “residenziale” rivolta ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta.

Tanti i risultati che l’iniziativa ha reso possibile, come l’aggiornamento delle conoscenze prescrittive dei medici generali e specialistici, il miglioramento delle conoscenze diagnostiche e terapeutiche – con un focus sui fluorochinoloni – nonché l’aggiornamento delle conoscenze riguardanti la prevenzione delle infezioni. Tutto allo scopo di ridurre il consumo di antibiotici e garantire la più appropriata gestione delle infezioni.

La valutazione complessiva del progetto, con una raccolta dati post intervento e la realizzazione di una piano di comunicazione ad hoc sono altre due misure previste per rafforzare le azioni dell’intervento: da una parte, ciò consentirà l’intera revisione del percorso diagnostico microbiologico, con l’aggiornamento delle indicazioni di buona pratica per tutte le attività di diagnosi cura e prevenzione delle infezioni vie urinare; dall’altra, permetterà di ampliare l’attività di formazione, nonché l’aggiornamento delle differenti professionalità in campo, valutando l’efficacia di ciascuna azione. “Presentare il progetto a più operatori possibili – conclude la dottoressa – consentirà poi di rendere l’iniziativa sempre più partecipata”.

Il progetto è stato inserito tra le buone pratiche piemontesi presentate alla 12° Call for Good Practices di Agenas ed è stato illustrato alla 1a “Giornata Regionale delle Buone pratiche per la sicurezza delle cure”, organizzata dal Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente della Regione Piemonte.

LA SANITÀ CHE FA SICUREZZA: PRESENTATE AL PREMIO SHAM OLTRE 120 BEST PRACTICE TUTTE ITALIANE

  • Record di candidature per il Premio Sham 2019: 122 i progetti presentati dalle 78 strutture candidate di cui 62 pubbliche e 16 private, dislocate su 16 regioni;
  • L’edizione 2019 è realizzata in partnership con Federsanità-ANCI, l’Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari (ARIS) e l’Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP);
  • Grande attenzione quest’anno al tema delle Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA) in particolare su Antimicrobial Stewardship, ovvero antibiotico resistenza. Nuovo tema presente in concorso quest’anno: la gestione del rischio in carcere

 

Record di candidature per il Premio Sham 2019, l’annuale competizione del settore sanitario che fa della sicurezza e della diffusione nazionale delle buone pratiche locali i suoi driver principali. Il concorso quest’anno ha raccolto 122 best practice già in adozione presso la Sanità italiana.

 

 

Alcuni dati interessanti di quest’anno:

  • 78 le strutture sanitarie e socio-sanitarie partecipanti, tra le quali ben 10 IRCCS e molte tra le più importanti realtà ospedaliere del Paese;
  • 16 le Regioni coinvolte;
  • 101 i progetti candidati da realtà pubbliche e 21 quelli dalle private che, nel 2019, partecipano per la prima volta.

La manifestazione, giunta ormai alla sua 4° edizione in Italia, quest’anno è realizzata in partnership con Federsanità-ANCI, l’Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari (ARIS) e l’Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP), confermandosi ancora una volta come importante occasione di confronto e collaborazione tra le diverse e importanti realtà del panorama sanitario nazionale.

Il Premio è stato istituito circa 20 anni fa in Francia da Sham, mutua assicurativa, oggi società del gruppo Relyens e da oltre 90 anni specializzata nella gestione della RC Sanitaria e nel risk management. Negli anni l’evento ha assunto un respiro europeo e ha visto la sua declinazione nei singoli Paesi in cui Sham è presente. Lo scopo è, come sempre, quello di raccogliere le buone pratiche locali in ambito di sicurezza e condividerle affinché vengano applicate anche a livello nazionale. Attualmente l’Italia è prima per numero di candidature presentate, a riprova dell’interesse della Sanità nazionale nei confronti del binomio salute e sicurezza.

Da sempre ci poniamo l’obiettivo di promuovere e diffondere la cultura della prevenzione”, ha commentato Roberto Ravinale, Direttore esecutivo di Sham in Italia. “Questa edizione 2019 segna sì, un grande successo per la nostra Mutua, ma rappresenta soprattutto un successo corale, condiviso dall’intera comunità di professionisti ed enti sanitari – Risk Manager, Responsabili Qualità, Dipartimenti universitari, Scuole di specializzazione e Medici Legali – con i quali lavoriamo da anni fianco a fianco per migliorare sicurezza e gestione dei rischi”.

Le tre Regioni con il maggior numero di progetti presentati sono state il Piemonte, la Lombardia e il Lazio, rispettivamente con 26, 19 e 16 candidature.

La struttura sanitaria ad aver presentato il maggior numero di candidature nella categoria delle strutture pubbliche è l’Azienda Ospedaliera di Perugia: ben 6. Quattro sono state, invece, quelle presentate dalla Fondazione Poliambulanza di Brescia, la prima tra le realtà private per progetti presentati.

Diversi, infine, gli ambiti di intervento dei singoli progetti che si concentrano su quattro perimetri principali: sicurezza delle procedure, interventi di management, contenimento delle Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA) e sicurezza degli operatori.

La proclamazione dei tre progetti vincitori, che vedrà l’assegnazione dei 6mila euro ciascuno da reinvestire in sicurezza, avverrà come da consuetudine al prossimo Forum Risk Management Sanità di Firenze nella giornata di giovedì 28 novembre 2019, a partire dalle ore 14.30 presso l’Area Forma Forum.

Scarica l’Infografica

 

 

RESPONSABILITÀ CIVILE SANITARIA IN EUROPA: IL SISTEMA FRANCESE

Sanità 360° presenta: “Noterelle sulla responsabilità civile sanitaria nelle esperienze di alcune realtà europee”

di Ernesto Macrì, Avvocato del libero foro di Roma

 

Le note che seguono intendono passare in rapida rassegna la disciplina della responsabilità civile sanitaria (della responsabilità penale nulla si scriverà) in alcuni ordinamenti europei di civil law, che possono rappresentare degli efficaci strumenti per misurare se la direzione in cui si sta muovendo la disciplina della responsabilità medica nel nostro Paese, è quella giusta.

Ed infatti, una lettura comparata è in grado di restituire un quadro generale e di offrire degli indicatori per cogliere le lacune, ma anche i pregi del nostro sistema, innescando un circuito di riflessione per analizzare in che misura correzioni e calibrature siano immaginabili senza destrutturarne la funzionalità.

Nasce da tali premesse una ricerca comparatistica – suddivisa in più parti, per ovvie ragioni di pubblicazione – nel tentativo di leggere le tormentate problematiche legate alla responsabilità sanitaria allontanandosi da una dimensione puramente settoriale e locale, nell’auspicio di ricevere degli stimoli critici provenienti da altre discipline.

 

 

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La responsabilità sanitaria nell’ordinamento francese

(Prima parte)

Anche in Francia, la traiettoria evolutiva della responsabilità medica è stata caratterizzata, negli ultimi decenni, da diversi fattori di crisi – primo fra i quali, un vertiginoso aumento delle controversie – che hanno portato a livello di guardia, tra gli altri, due aspetti: quello relativo ad un aumento esponenziale della responsabilità delle strutture sanitarie e dei professionisti sanitari e quello, in certo qual modo direttamente conseguente, della fuga delle assicurazioni dal settore della responsabilità civile.

In particolare, per quanto concerne il segmento assicurativo, si è registrata una profonda crisi dell’assicurabilità per i medici e le strutture sanitarie, con una forte diminuzione dell’offerta da parte delle compagnie, seguita nel tempo da un’impennata del costo dei risarcimenti e quindi dei premi assicurativi[1].

Ed è in questo contesto che si sono inserite, dopo anni di immobilismo legislativo[2], due provvedimenti normativi che hanno profondamente segnato il panorama della responsabilità sanitaria in Francia[3]: la loi 2002-303 del 4 marzo 2002, “aux droits des malades et à la qualité du system de santé” (c.d. Loi Kouchener, dal nome del ministro della Sanità promotore del provvedimento normativo)[4]e la loi 2002-1577 del 30 dicembre 2002 (nota come Loi About)[5].

Ciò detto, soffermiamoci sulla legge 2002-303, che nella prospettiva di sviluppare e realizzare una «démocratie sanitaire»[6], ha rifondato il regime della responsabilità sanitaria su un sistema a doppio binario: da un lato, il rimedio tradizionale della responsabilità civile ancorato alla colpa; dall’altro lato, l’introduzione di un sistema di solidarietà sociale dalla forma “no-fault”.

Ma procediamo per gradi.

Innanzitutto è stata riaffermata la centralità della colpa.

È stata eliminata tanto la distinzione riguardante la qualità del paziente (contraente o terzo) quanto quella sulla natura (pubblica o privata) della struttura sanitaria[7], rimanendo salvo il criterio di competenza giurisdizionale basato sulla natura della struttura presso la quale è avvenuto il ricovero: da un lato, ospedale pubblico/giurisdizione amministrativa; dall’altro lato, clinica privata/giurisdizione civile.

Nelle ipotesi in cui l’esercente la professione sanitaria sia un dipendente pubblico, non è previsto un rapporto contrattuale diretto con il paziente, analogamente a quanto avviene in Italia dopo l’avvento della riforma legislativa del 2017 (c.d. legge Gelli-Bianco).

Difatti, anche nell’ordinamento francese le strutture pubbliche rispondono dell’operato dei propri dipendenti[8].

Il regime prescrizionale della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria e della struttura viene individuato in dieci anni dalla data di consolidamento del danno, quale dies a quo.

È bene ricordare che a marzo del 2017 è stato presentato il “Projet de reforme de la responsabilité civile”, che all’art. 1233-1, alinea 1, stabilisce che “Les préjudices résultant d’un dommage corporel sont réparés sur le fondement des règles de la responsabilité extracontractuelle, alors même qu’ils seraient causés à l’occasion de l’exécution du contrat”, ricollocando così nell’alveo del regime della responsabilità extracontrattuale il risarcimento del danno all’integrità fisica[9].

L’ordinamento francese contempla, inoltre, due forme di responsabilità sanse faut[10]: in caso di infezioni nosocomiali[11] e qualora il danno sia conseguenza di un difetto del materiale impiegato.

Nelle ipotesi delle “infection nosocomiale”, l’ente ospedaliero è sempre ritenuto responsabile, salvo che non riesca a provare la causa “étrangère”.

Nell’ottica del risarcimento dei danni ai pazienti, la novità di maggior momento è che nell’ipotesi in cui si dovessero verificare dei danni in assenza di una responsabilità del professionista, della struttura o di un produttore, il ristoro dei medesimi è interamente devoluto ad un sistema di sicurezza sociale[12].

Da segnalare che anche le infezioni nosocomiali particolarmente gravi sono state attratte al regime della solidarietà nazionale.

Incaricato di provvedere all’indennizzo dei danneggiati è un ente pubblico, denominato ONIAM (Office national d’indemnisation des accidents medicaux, des affections iatrogénes et des infection nosocomiales).

Tale meccanismo opera quando il pregiudizio è anormale (rispetto allo stato di salute del paziente ed al suo prevedibile evolversi) e di particolare gravità, requisito quest’ultimo individuato tramite decreto e valutato in relazione alla perdita di capacità funzionali e alle ripercussioni sulla vita privata e professionale (valutate tenendo conto del tasso d’incapacità permanente o della durata della temporanea incapacità di lavorare).

Con riferimento allo stato di invalidità permanente, la soglia necessaria per poter accedere al sistema di indennizzo deve essere pari o superiore al 25%[13].

Gli altri requisiti in presenza dei quali l’ONIAM diviene competente al fine di procedere alla riparazione di un danno iatrogeno sono:

  1. a) l’interruzione dell’attività professionale di durata non inferiore a sei mesi consecutivi, ovvero sei mesi non consecutivi nell’arco di un anno.
  2. b) il deficit funzionale temporaneo pari o superiore al 50% nel corso di almeno sei mesi consecutivi, ovvero sei mesi non consecutivi nell’arco di un anno.
  3. c) l’inabilità definitiva all’esercizio dell’attività professionale svolta prima che avvenisse il danno iatrogeno.

Infine, è da notare che è comunque previsto un diritto di regresso da parte dell’ONIAM nei confronti del o dei responsabili che abbiano agito con “faute caracterisée”, ossia colpa grave.

La seconda parte dell’approfondimento è pubblicata a questo LINK.

 

[1] Cfr. in generale, N. Gombault, La situation de l’assurance de responsabilité médicale, in RDSS, 2010.

[2] S. Cacace, Loi Kouchner: problemi di underdeterrence e undercompensation, in Danno e Responsabilità, 4/2003, p. 440, nota come «Il mondo tutto del diritto francese attendeva ed auspicava un intervento del legislatore, nel campo della responsabilità civile medica, da più di quarant’anni. L’idea d’istituire un sistema d’indennizzo che prescindesse dal ricorrere o meno di una condotta colposa in relazione a tutti gli incidenti medici fu infatti formulata per la prima volta da André Tunc nel 1966, in occasione del secondo Congresso internazionale di morale medica, organizzato dall’Ordine nazionale dei medici».

[3] Si sofferma sull’argomento in maniera approfondita L. Velliscig, Assicurazione e “autoassicurazione” nella gestione dei rischi sanitari, Milano, 2018, p. 215 ss.

[4] Per uno studio della riforma con uno sguardo di sintesi anche sulla giurisprudenza, v. Dossier du participant, Colloque des 20 et 21 octobre 2011, Santé et justice: quelles responsabilités? Dix ans après la loi du 4 mars 2002, Un colloque organisé par le Conseil d’État et la Cour de cassation, collana Droits et Débats, La Documentation française, 2013.

[5] Cfr. Lambert-Faivre, La responsabilité médicale: la loi du 30 décembre modifiant la loi du 4 mars 2002, in Dalloz, 2002.

[6] Tit. II, l. 2002-303.

[7] In argomento L. Klesta, La responsabilità medica in Francia: l’epilogo di un percorso movimentato?, in Nuova Giurisprudenza Civile Commentata, 2013, p. 479 ss.

[8] Sul punto v. L. Anzanello, La responsabilità professionale sanitaria dall’Arrêt Mercier alla Loi Kouchner, in Assicurazioni, 2-3/2017, p. 259, la quale rileva come «Con la sentenza del Consiglio Stato 28 luglio 1951, [è stato] poi stabilito che i pubblici dipendenti non possono essere civilmente responsabili nei confronti della Pubblica Amministrazione per i danni derivanti da fautes de service. I medici che svolgono la propria attività negli ospedali pubblici sono quindi personalmente responsabili secondo le regole di diritto civile solo in caso di colpe personali détachables du service e cioè in tutti quei casi in cui la colpa del medico è di tale gravità che non può farsi risalire alla Pubblica Amministrazione; (…). Per i danni prodotti nell’esercizio delle incombenze è invece responsabile

esclusivamente la Pubblica Amministrazione».

[9] Secondo V. Zambrano, Il pendolo di Foucault e la responsabilità medica. Tra regole definitorie e linee guida, in S. Aleo-P. D’Agostino-R. De Matteis-G. Vecchio (a cura di), Responsabilità sanitaria, Milano, 2018, p. 163, «l’obiettivo riconfermando la funzione riparatrice della responsabilità civile, è quello di mettere su un piano unico tutte le vittime di danni alla persona evitando diseguaglianze che dipendevano dal fatto che il paziente avesse concluso un contratto con una clinica, piuttosto che con un ospedale, o che si trattasse di responsabilità derivante “du fait des choses” o a seguito di una prestazione medica”.    

[10] L. Anzanello, La responsabilità professionale sanitaria dall’Arrêt Mercier alla Loi Kouchner, op. cit., sottolinea – condivisibilmente – come «L’attenzione è quindi rivolta alla vittima del danno più che all’autore che lo ha causato senza che però ciò conduca ad una deresponsabilizzazione del professionista essendo espressamente delineate le condizioni in cui è ammessa la responsabilità senza colpa».

[11] L. n. 303/2002 (c.d. Loi Kouchner), art. L. 1142-1, comma 2: “le strutture sanitarie sono responsabili per i danni da infezioni ospedaliere salvo che non dimostrino il caso fortuito”.

[12] Interessante quanto nota C. Amodio, La responsabilità medica nell’esperienza francese tra schemi consolidati e prospettive aperte dalla loi n. 2002-303, in Dir. economia assicur., fasc.2, 2004, pag. 519, il quale rileva come simili fattispecie di danni «caratterizzate dalle medesime imprevedibili dinamiche dell'”aléa thérapeutique” e integranti una parte consistente del contenzioso medico, sono sottratte all’apprezzamento (potenzialmente divergente) delle corti».

[13] G. D’Amico, Responsabilità medica e istituti alternativi negli ordinamenti europei di civil law, in Responsabilità Medica, 2019, n. 2, p. 154, pone in evidenza come la soglia del 25% necessaria per accedere all’indennizzo, «(…) lascia fuori dal sistema “indennitario” una parte notevole di “incidenti sanitari” (che non raggiungono la soglia di gravità prevista), e dall’altro finisce per lasciare “sotto-compensate” (perché semplicemente “indennizzate”, ma non pienamente “risarcite”) proprio le lesioni che determinano le conseguenze più gravi sulla vittima».

ICA: PER L’ITALIA È UN LUNGO ANNO ZERO

Al congresso ANIPIO il quadro sulle infezioni correlate all’assistenza. “Siamo il Paese più a rischio in Europa in numeri assoluti”, dice il presidente Maria Mongardi “e i recenti studi ECDC dimostrano che non c’è ancora abbastanza consapevolezza”. Ma il quadro non è del tutto negativo: ecco i 5 passi per mettersi alla pari

 

Le infezioni correlate all’assistenza e la contemporanea espansione dell’antibiotico resistenza attribuiscono all’Italia la maglia nera tra i Paesi industrializzati. Secondo i dati OECD[1] delle 33mila morti in Europa ascrivibili alla Resistenza Antimicrobica (Antimicrobial resistance – AMR) oltre 10mila accadono in Italia con una perdita di anni vita che è la più alta d’Europa.

“L’Italia ha un problema con le infezioni correlate all’assistenza ed il controllo della resistenza antimicrobica– spiega Maria Mongardi, presidente della Società Scientifica degli Infermieri Specialisti del Rischio Infettivo.  Come emerso anche nel recente congresso nazionale della Società Scientifica , “il quadro epidemiologico italiano dimostra che ancora non si è presa sufficiente consapevolezza di quanto grave il problema sia”.

 

Maria Mongardi, presidente della Società Scientifica degli Infermieri Specialisti del Rischio Infettivo

 

Già gli studi di prevalenza elaborati dall’Università di Torino sul biennio 2016/2017 con protocollo ECDC[2] in 135 ospedali per acuti e oltre 418  RSA[3] hanno dimostrato la prevalenza di infezioni nel 23 per cento delle Terapie intensive e del 6,23%, 5,97% e 9,32% negli ospedali per acuti con, rispettivamente, meno di 200 posti letto, con tra i 201 e 500 posti letto e con più di 500 posti letto. Sul campione di 14mila pazienti ospedalieri la presenza di Infezioni correlabili all’assistenza in corso è del 5 per cento in media, ma sale a più del 9 per le persone assistite con più di 65 anni, età oltre la quale i microrganismi resistenti, per diverse ragioni, sono più pericolosi. Per quanto riguarda le RSA, si ritiene che la presenza di batteri resistenti sia, ormai, pressoché endemica.

“Sono dati da Anno Zero dice Mongardi – ma è, comunque, a partire dai numeri che si comincia a costruire una risposta basata sulla realtà italiana. Troppo spesso, infatti, i dati stessi sono lacunosi in quest’ambito. Al momento tutti gli ambiti dell’Infection Control – ovvero prevenzione, la sorveglianza  e il contenimento delle infezioni – necessitano di essere rafforzati perché lasciare che un’infezione in ospedale si sviluppi significa aggiungere malattia alla malattia per la quale la persona è ricoverata”.

In questo scenario c’è però, qualche elemento positivo. “Il Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico Resistenza è arrivato nel novembre 2017[4] e ha generato un bel fermento spingendo ogni Regione, sebbene con tempi diversi, ad attivarsi”.

“Abbiamo bisogno di 5 elementi che ci permetteranno di recuperare il tempo perduto e raggiungere il livello dei nostri partner europei. Il primo sono le risorse da destinare specificatamente alla Infection Control, perché non è possibile immaginare che un fronte così importante non abbia fondi adeguati. Ricordo, come metro di paragone, che l’investimento nella prevenzione delle infezioni ospedaliere è, in sanità, uno di quelli con maggior margine di ritorno[5][6][7][8], sia in sicurezza per il paziente che in risparmi sul lungo periodo venendo meno, tra gli altri fattori, i costi correlati a ricoveri più lunghi  e cure aggiuntive che caratterizzano tutte le infezioni ospedaliere. Il secondo passo riguarda un coordinamento nazionale per una strategia da applicare in tutto il SSN. Il terzo passo lo sviluppo di una formazione di alto livello ed omogenea su tutto il territorio nazionale per i diversi livelli professionali coinvolti; tutti devono aver chiara l’importanza del loro ruolo, il rischio che possono contribuire  ad abbattere e le azioni da compiere per riuscirci. Il quarto passo è rafforzare la tracciabilità delle azioni, una forma di trasparenza che va a vantaggio sia del personale che dei pazienti. Il quinto e ultimo passo è sviluppare una cultura e una prassi di auditing continuo, ovvero l’abitudine a misurare il livello della qualità nel tempo e far nascere le proposte di miglioramento dagli operatori che lavorano sul campo”.

COS’È ANIPIO

L’Associazione Nazionale Infermieri Prevenzione Infezioni Ospedaliere, nasce il 27 settembre 1991 a Bologna, dalla volontà di un gruppo di infermieri addetti al controllo delle infezioni (ICI) di mettere in rete energie, conoscenze ed esperienze per la lotta alle infezioni ospedaliere.

ANIPIO nel tempo si evolve, aumenta il numero degli iscritti e, a livello nazionale, diventa un’organizzazione di riferimento sul tema delle infezioni ospedaliere. Nel tempo si rinnova a partire dagli organi elettivi e attiva collaborazioni con nuovi professionisti che svolgono o sono interessati alle attività di prevenzione, controllo e sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza.

Codice Etico & Missione su (LINK)

 

[1] OECD_ Antimicrobial Resistance: Tackling the Burden in the European Union , pp. 10-11 “Each year, in the EU/EEA, more than 670 000 infections occur due to bacteria with AMR. 33 000 people die as a direct consequence of these infections. […]”. 10.762 di questi decessi avvengono in Italia.

[2] European Centre for disease Control

[3] Rispettivamente 1) Studio di prevalenza italiano sulle infezioni correlate all’assistenza e sull’uso di antibiotici negli ospedali per acuti – Protocollo ECDC 2) Studio di prevalenza europeo sulle infezioni correlate all’assistenza e sull’utilizzo di antibiotici nelle strutture di assistenza socio-sanitaria extraospedaliera – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO.

[4] Anche noto come PNCAR: http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=2660

[5] OECD_Documento citato. Delle oltre 10mila morti per AMR, quasi 9mila secondo il report possono essere evitate mentre l’investimento di circa 4 euro per capita può ridurre i costi sanitari sul lungo periodo di 10 euro.

[6] The return on investment for successful hand hygiene promotion has been shown to up to 23 times the initial amount invested– Pittet D, Sax H, Hugonnet S, Harbarth S., Cost implications of successful hand hygiene promotion, Infect Control Hosp Epidemiol. 2004;25:264–6.  //// Graves N., The economic impact of improved hand hygiene. In: Hand Hygiene: Wiley-Blackwell; 2017. p. 285–93. https://doi.org/10.1002/9781118846810.ch39

[7] For example, one relatively small outbreak with approximately 40 cases cost a hospital over €1 million- Otter JA, et al. Counting the cost of an outbreak of carbapenemaseproducing Enterobacteriaceae: an economic evaluation from a hospital perspective. Clin Microbiol Infect. 2017;23:188–96.

[8] Le frasi in grassetto nelle Note 6 e 7 e ,e relative fonti sono citate in Keeping hospitals clean and safe without breaking the bank; summary of the Healthcare Cleaning Forum 2018.

Alexandra Peters, Jon Otter, Andreea Moldovan, Pierre Parneix, Andreas Voss and Didier Pittet

 

 

LA CURA DEL PAZIENTE CONTINUA ANCHE DOPO LE DIMISSIONI 

L’esperienza dell’Ospedale Sant’Anna di Como che ha aperto un ambulatorio che si prende cura dei pazienti dimessi dal reparto di Geriatria. Il dottor Pellegrino: “Il nostro obiettivo è quello di monitorarli nelle fasi più delicate anche quando tornano a casa”

 

Prendersi cura del paziente anche quando esce dal reparto. È questa la mission che l’Ospedale Sant’Anna di Como si è prefissato di raggiungere con l’istituzione di un ambulatorio che è attivo dal mese di luglio tutti i venerdì dalle 13.30 alle 17.30. L’obiettivo è proprio quello di colmare quel vuoto che si crea dal momento delle dimissioni al periodo di convalescenza a casa. Il Direttore del Dipartimento di Medicina e primario di Geriatria, Domenico Pellegrino, spiega: «La Geriatria ospita 54 posti letti di cui 44 per malati acuti e 10 per sub acuti e dimette in un anno circa 1.700 pazienti. Ricovera direttamente dal Pronto soccorso e accoglie pazienti più o meno giovani, l’anziano e il grande anziano; sono comunque pazienti portatori di più comorbilità e la causa del ricovero, di solito, è la riacutizzazione di una patologia che provoca uno stato di scompenso generale».

«Le patologie più frequenti trattate sono lo scompenso cardiaco, la bronchite cronica riacutizzata, stati di sepsi (infezioni urinarie o altro), scompenso diabetico, polmoniti, traumi da caduta, neoplasie, insufficienze renali acute, accidenti cerebro-vascolari».

Al momento delle dimissioni, i pazienti più fragili meritano di essere rivisti in tempi brevi per una rivalutazione clinica e terapeutica. Pertanto, si è pensato che è giusto attivare questo tipo di ambulatorio dove il paziente accede con un appuntamento già fissato da noi al momento della dimissione, evitando alla famiglia la trafila delle prenotazioni attraverso CUP o Medico di Medicina Generale.

Domenico Pellegrino, Direttore del Dipartimento di Medicina e Primario di Geriatria

«Questo comporta terapie mirate con prolungamento dello stato di benessere del paziente, evitando ricoveri ripetuti, dovuti spesso a terapie non adeguate all’eventuale cambiamento dello stato clinico del paziente. L’esperimento a distanza di pochi mesi è da ritenersi soddisfacente: da luglio ad oggi sono stati visitati circa 80 pazienti».

Il dottor Pellegrino ci tiene a ribadire lo spirito che ha animato questa iniziativa: «Una verifica in tempi brevi della risposta alla terapia e delle condizioni generali del paziente». In questo modo, inoltre, il paziente anziano si sente più tranquillo perché sa di non essere solo nel suo percorso di guarigione.