IL PREMIO PER I PROGETTI DI RISK MANAGEMENT E PREVENZIONE

Tempo fino al 30 settembre per presentare la candidatura al Premio SHAM 2019. 6mila euro ai vincitori da reinvestire in prevenzione. Per la prima volta il Premio si apre anche alle strutture private abbracciando, così, l’intero ecosistema sanitario

 

Sarà il quarto anno per il Premio SHAM in Italia, l’iniziativa organizzata dalla Mutua francese in partnership con Federsanità ANCI e, dal 2019, con l’Associazione Religiosa Istituti Socio Sanitari. Nel corso delle precedenti tre edizioni il Premio ha permesso di conoscere e confrontare oltre 100 progetti di prevenzione, gestione del rischio e miglioramento nella sicurezza delle cure. Ci sono tre categorie di partecipanti – strutture pubbliche, private e private senza scopo di lucro – e i progetti presentati negli anni precedenti spaziavano dall’introduzione di alert informatici in Pronto Soccorso alla pulizia dei cateteri venosi.

“Il Premio, che in Francia è giunto alla 19esima edizione – spiega la Risk Manager di SHAM Anna Guerrieri – è uno strumento concreto per diffondere la cultura della sicurezza e della gestione del rischio. Alle aziende o strutture sanitarie non costa nulla, perché possono partecipare solo progetti che sono già in corso e che vedono il coinvolgimento degli stessi professionisti sanitari che erogano quotidianamente cure e servizi. Partecipare al Premio significa, infatti, offrire un riconoscimento dell’investimento fatto dalla struttura sanitaria nell’ambito della sicurezza al lavoro di sanitari e Risk Manager. In secondo luogo, il Premio è l’occasione per presentare buone pratiche locali a livello nazionale, comunicarle tra gli addetti ai lavori e sulla stampa specializzata e offrire, così, la possibilità ai progetti sviluppati sul territorio di divenire modelli adottati in tutto il Paese. Infine, i tre premi da 6mila euro vengono reinvestiti nel progetto di prevenzione stesso, creando un circuito virtuoso”.

A questo link il Regolamento e i Moduli per le diverse categorie di partecipanti. A questo link, invece, sono raccolte le schede tecniche dei progetti 2018 dalle quali si coglie la varietà dei progetti presentati e degli ambiti nei quali andavano ad incrementare la sicurezza di pazienti ed operatori.

Le candidature potranno essere presentate entro il 30 settembre 2019.

ICA: OBIETTIVO MENO 70 PER CENTO. A COSTO ZERO

Presentato in Sicilia uno studio che conferma lo spazio di miglioramento. Dai dati forniti congiuntamente da HCRM e SIAARTI, sono 11 i milioni risparmiati ogni 4 investiti in alcune tra le più semplici misure di prevenzione: dal lavaggio delle mani alla normotermia in sala operatoria. E dal Meridione si fanno strada un nuovo approccio al Risk Management Sanitario e nuove occasioni di incontro

 

“Il riscaldamento del paziente in sala operatoria, il lavaggio delle mani, i programmi di corretta somministrazione degli antibiotici sono solo alcuni esempi di interventi economici o addirittura a costo zero che la Sanità Italiana può adottare in maniera decisa e capillare con un ritorno di prevenzione altissimo. Se cominciamo a ragionare in quest’ottica possiamo sperare di ridurre del 70 per cento l’insorgere delle Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA)”. A dirlo è Alberto Firenze, Assistant Professor all’Università di Palermo e Presidente dell’Associazione Scientifica Hospital & Clinical Risk Managers (HCRM). Giovedì 13 giugno, a Catania, è stato presentato uno studio realizzato dalla stessa HCRM assieme alla Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI).

“Il razionale del progetto normotermia in regione Sicilia è stato quello di elaborare un protocollo operativo per la gestione della normotermia del paziente chirurgico, che riprenda le raccomandazioni presenti nelle BPC SIAARTI nell’ottica della prevenzione dei rischi per il paziente come da linee di indirizzo HCRM.

Il progetto è stato avviato in tre ospedali di riferimento della regione Sicilia, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Paolo Giaccone di Palermo, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Vittorio Emanuele di Catania e l’Ospedale San Vincenzo di Taormina.

È stato previsto lo sviluppo di una serie di fasi consequenziali. Dapprima è stato svolto il monitoraggio iniziale per verifica dello stato dell’arte nelle tre strutture ospedaliere partecipanti attraverso uno studio osservazionale condotto per un’intera settimana su tutti gli interventi chirurgici di una o due sale operatorie campione. Successivamente, è stata condotta la formazione del personale ospedaliero tramite incontri dedicati al fine di sensibilizzare sulla tematica ed illustrare il protocollo operativo. Infine, è stato svolto il monitoraggio sperimentale con una nuova analisi osservazionale nei medesimi reparti campione per verificare gli eventuali miglioramenti ottenuti in termini comportamentali e di frequenza di ipotermia accidentale.

I risultati ottenuti dal confronto del monitoraggio iniziale e sperimentale suggeriscono che la corretta gestione della normotermia perioperatoria è strettamente correlata al monitoraggio continuo della temperatura centrale del paziente, inoltre una percentuale elevata di ipotermie è stata riscontrata nei primi 30 minuti dall’induzione dell’anestesia suggerendo che la fase di preriscaldamento è fondamentale per contrastare l’abbassamento termico successivo all’induzione dell’anestesia.

In ultima analisi possiamo affermare che lo Studio ha fornito informazioni importanti facilitando la comprensione di processi e dinamiche all’interno dei blocchi operatori. Pertanto l’implementazione del protocollo operativo porterebbe a solide prove di efficacia clinica proiettate verso l’Evidence Based Medicine”.

“Le ICA non sono solo una grave minaccia per la salute del paziente che la presenza crescente di microrganismi resistenti rende ancora più seria – spiega Firenze che è, anche, membro, in qualità di esperto del Ministero della Salute, dell’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità – ma anche una minaccia alla sostenibilità finanziaria della sanità.

La più recente indagine su tutto il territorio nazionale copre il periodo dal 2004 al 2011 e fissa intorno al 3 per cento i sinistri correlati alle Infezioni ospedaliere. Le nostre più recenti analisi, però, alzano, in alcuni casi, questa percentuale al 6,4. Si tratta di una quota significativa che incide in maniera palpabile sulle risorse destinate alle cure”.

La portata dello studio presentato a Catania va, però, oltre il tema circoscritto delle ICA. “Per noi è, anche, l’occasione di dimostrare la validità di un approccio più concreto al Risk Management. Un approccio che accoglie appieno lo spirito e le previsioni della Legge 24/2017. Il periodo che stiamo vivendo verrà ricordato come un bivio nella storia del Risk Management in Italia. Le pedine, infatti, sono tutte sulla scacchiera: abbiamo le conoscenze, abbiamo i requisiti di legge, abbiamo le tutele – offerte sempre dalla legge – per pazienti e professionisti sanitari. Per queste motivazioni la rete di Risk Manager, che l’associazione HCRM sta costruendo in Italia, pensa che non servano altri convegni: servono piani operativi. Sappiamo già quasi tutto su cosa funziona o cosa no, cosa è pericoloso, dove migliorare e come. Dobbiamo solo attuarlo e contestualizzarlo”.

“Il Sud Italia è il territorio nel quale la consapevolezza del rischio è meno diffusa e il rischio della ICA più sottostimato; eppure è proprio da qui che partiamo per sviluppare una nuova formula di Risk Management”.

“Questa formula – spiega Firenze – si poggia su tre idee di fondo che, per varie ragioni sia economiche che di correttezza verso i pazienti, alle Aziende del Servizio Sanitario Nazionale, risulta necessario:

  1. mettere fine alle varie forme di autoassicurazione esistenti;
  2. puntare sulla prevenzione nelle persone sane prima che si ammalino (perché non si può aspettare, prima di intervenire, che una persona si ammali esattamente come non si può aspettare che un incidente si verifichi senza fare nulla per impedirlo);
  3. costruire percorsi pratici concreti di prevenzione sia negli ospedali che sul territorio. Percorsi che siano stabili nel tempo e omogenei, a livello nazionale, negli interventi e nel linguaggio”.

“L’HCRM – conclude Firenze – sta cercando di costruire queste proposte in maniera condivisa, mettendo assieme le persone che, in tutta Italia, si scontrano ogni giorno con il rischio e le sue conseguenze”.

Prossimo banco di prova sarà, perciò, l’HACKATHON dedicato al contenimento delle Infezioni Correlate all’Assistenza che si terrà all’Ospedale del Mare di Napoli i 4 e 5 novembre prossimi. Un appuntamento concepito e svolto nel Meridione per trovare soluzioni di miglioramento applicabili in tutta Italia.

GESTIONE DEL RISCHIO: I DATI PER INTERVENIRE PRIMA E MEGLIO

Alla ASL TO 3 entra in funzione una Piattaforma digitale integrata con un’APP messa a disposizione degli operatori per riportare near miss, eventi sentinella ed eventi avversi. Uno strumento che aumenta sia la comprensione del rischio a livello gestionale sia la sensibilità degli operatori alla prevenzione

 

Check No Risk è la nuova Piattaforma digitale integrata con una APP per dispositivi mobili progettata e realizzata dalla ASL TO 3 (in collaborazione con la Società Dedalus) per la raccolta ed elaborazione dei dati relativi alle segnalazioni nell’ambito del sistema di gestione del rischio clinico. Da poco entrata in vigore, è stata presentata il 27 maggio scorso a “Les Journees de Chirurgie du Cheb”, organizzato dal Raggruppamento Ospedaliero del Territorio delle Alpi Meridionali (l’equivalente francese di una grande Azienda Sanitaria italiana) a Briancon.

Per Michele Presutti, Responsabile Qualità e Rischio Clinico dell’azienda sanitaria ASL TO 3, “il superamento dei supporti cartacei come strumento di trasferimento dei dati e delle informazioni, rappresenta un grande passo in avanti sia per la gestione sanitaria sia per il coinvolgimento degli operatori e la diffusione della cultura della sicurezza”.

Il primo vantaggio della Piattaforma e della sua APP integrata è di carattere eminentemente pratico: “Utilizzando moduli digitali abbiamo ridotto tempi di trasmissione e di latenza delle informazioni, le possibilità di errore e il rischio di compilazioni incomplete, dato che le schede non si ‘aggiornano’ se non sono stati compilati correttamente tutti i campi obbligatori”.

Molto più importante, però, è l’impatto sulla gestione sanitaria perché, “grazie alla Piattaforma, possiamo avere i dati in forma aggregata e organizzata in tempo reale e distribuiti su un ampio periodo di tempo, per tipologia di evento e per sede di accadimento. Nel prossimo futuro ci proponiamo anche di incrociare i dati su near miss, eventi sentinella e eventi avversi con i dati sul contesto nel quale questi eventi si sono verificati. Allora potremmo rispondere a domande come: Quanta affluenza è stata registrata in contemporanea ad una caduta? Qual era il carico di lavoro al momento di una dimenticanza?”.

Questa galassia di dati si rivelerà strumento fondamentale per chi è chiamato a scegliere le politiche di gestione sanitaria ai diversi livelli: sono i dati che offrono gli elementi reali sui quali basare le decisioni e – elemento non di poco rilievo – questi dati non sono più racchiusi in centinaia di schede cartacee, ma sono facilmente reperibili, e da molti attori qualificati, sui nostri server. Con il passare del tempo potremo avere un quadro sempre più chiaro dell’andamento del rischio nella nostra ASL e sviluppare e mettere in campo, di conseguenza, nuove e sempre più efficaci misure per contrastarlo”.

Michele Presutti, Responsabile Qualità e Rischio Clinico dell’azienda sanitaria ASL TO 3

“Già adesso stiamo procedendo ad una serie di audit reattivi sulla base dei primi eventi segnalati, a dimostrazione ulteriore che la raccolta dei dati, nella gestione del rischio, è l’origine di quasi tutte le azioni di miglioramento”.

Un principio che è sia scientifico che culturale: “Non bisogna mai smettere di sottolineare come i reparti che segnalano più incidenti non sono i più pericolosi, ma i più sicuri, perché sono quelli che pensano quotidianamente a come migliorare la sicurezza”.

In quest’opera di sensibilizzazione “la digitalizzazione ci aiuta ulteriormente, perché facilita il coinvolgimento di tutti gli operatori e, nel contempo, li introduce alle tematiche della gestione del rischio. Già la stesura delle schede rappresenta una sorta di introduzione formativa al Risk Management oltre che un vero e concreto contributo alla sicurezza di pazienti e professionisti sanitari”.

OSPEDALE-TERRITORIO: COSA STA FACENDO L’ALTO ADIGE?

Il nuovo ruolo dei Medici di base, il rapporto tra cronicità e deprivazione economica, l’invecchiamento inesorabile della popolazione e gli ostacoli al cambiamento. Un’intervista a tutto campo con il DG dell’ASL Bolzano Florian Zerzer che parte da una radicale riorganizzazione dei servizi territoriali

 

Da circa un anno l’Alto Adige ha avviato un processo di riorganizzazione dei servizi territoriali per i suoi 524.000 abitanti partendo dall’esigenza di far fronte, e sul lungo periodo, all’aumento delle cronicità e dell’invecchiamento della popolazione. Tra le tante misure intraprese, una è l’organizzazione di oltre 280 medici di medicina generale in 27 Aggregazioni funzionali territoriali.“Questo – spiega il DG dell’ASL Bolzano, Florian Zerzer – ci ha permesso di garantire un orario di apertura mediamente di 12 ore”. Non è una misura isolata ma un esempio di una strategia più vasta. Da anni l’Alto Adige ha puntato su un sistema di servizi sociali che è divenuto il primo nel Paese con oltre 4.300 posti letto residenziali e servizi alla persona integrati da un assegno di cura per oltre 19.000 persone. Recentemente l’ASL ha adottato un Piano per le Cronicità modellato sulle esigenze particolari della Provincia e nel quale è centrale la definizione del rapporto tra ospedale e territorio.

Direttore Zerzer: perché è così importante definire i confini dell’assistenza ospedaliera e territoriale?

L’Italia è destinata a diventare nei prossimi anni il Paese più vecchio del mondo. L’anno scorso 24 milioni di italiani hanno dichiarato di essere affetti da una patologia cronica e nel 2028 il valore sarà di 25 milioni di cui 14 con multicronicità. Attualmente, si stima che si spendano circa 67 miliardi per affrontare il problema e la richiesta di risorse aumenterà, soprattutto se non si affrontano iproblemi socio-economici. È dimostrato che la percentuale di pazienti cronici aumenta in presenza di fenomeni di deprivazione.

Questa tendenza vale chiaramente anche in Alto Adige dove i 154.000 pazienti cronici sono destinati ad aumentare progressivamente fino a sfiorare i 190.000 nel 2035 e dove la spesa è per il 70% orientata alla loro assistenza.

I nuovi bisogni, sanitari e – sottolineo – sociali,possono essere affrontati con strumenti nuovi di riorganizzazione dell’assistenza primaria che vedono i medici di medicina generale, gli infermieri, il personale del sociale lavorare insieme secondo percorsi assistenziali condivisi.

Questa è la sfida che molte Regioni stanno affrontando secondo modelli organizzativi centrati sulla presa in carico della persona.

Quale principio deve regolare la relazione tra i due ambiti dell’assistenza?

L’assistenza ospedaliera deve focalizzarsi sul trattamento delle condizioni acute. Il principio guida è quello dell’intensità delle cure: percorsi interni diversificano il flusso dei pazienti, orientando i più gravi verso le aree a più elevata assistenza in regime di ricovero ordinario e i pazienti meno gravi verso modelli organizzativi “aperti” come il day service, la day surgery, il day hospital.

Il territorio, invece, deve dare risposte sia abisogni sanitari che sociali. Queste risposte devono essere integrate e devono poter garantire la continuità delle cure nel tempo anche nell’ottica di ridurre gli accessi ospedalieri ai soli casi appropriati. Per questo uno degli aspetti centrali dell’assistenza sul territorio è la coordinazione degli interventi tra molte e diverse figure professionali.

Nel prossimo futuro la spesa sociale è destinata ad aumentare come quella sanitaria e l’intercettazione dei pazienti fragili, prevalentemente cronici, non può che avvenire a carico dei servizi sul territorio. Certamente queste due metà della mela, ospedale e territorio, dovranno integrarsi in maniera crescente, definendo, in particolare, le modalità di transito dei pazienti da un ambito all’altro.

Florian Zerzer, DG dell’ASL Bolzano

Quali soluzioni sviluppate o applicate in Alto Adige possono divenire buone pratiche alle quali altre ASL potranno ispirarsi?

Alla fine del mese di gennaio i medici di medicina generale coinvolti dall’Azienda nell’arruolamento dei pazienti diabetici secondo un PDTA condiviso, saranno ricontattati ed inseriti in una piattaforma informatica collegata al fascicolo sanitario elettronico e ad un sistema di prenotazione che dovrebbe consentirci di governare meglio le liste di attesa. Altri percorsi assistenziali condivisi tra medici di medicina generale e specialisti ospedalieri sono in fieri e andranno ad arricchire il fascicolo e i sistemi di interconnessione tra servizi.

Sono partite importanti esperienze territoriali di integrazione con il mondo del sociale (punti unici di accesso), sono stati individuati i requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi dei posti letto di cure intermedie, sono stati avviati i primi corsi di formazione sul campo.

Quali elementi, infine, ostacolano l’evoluzione?

Il problema culturale è al centro di tutti i cambiamenti. Convincere ed orientare il personale medico e le altre professioni sanitarie e sociali a lavorare assieme è complesso. Negli ospedali questa cultura è più diffusa e favorita dalle ‘mura’ all’interno delle quali i servizi si sono sviluppati nel tempo. Non è così per il territorio dove i servizi, spesso lontani tra loro, non si interconnettono e non si scambiano informazioni. Anche la carenza di flussi informativi provenienti dai servizi territoriali è un problema in quanto non consente di conoscere i bisogni delle persone.

Anche per questosento di dover ringraziare i tanti gruppi di professionisti che hanno lavorato e stanno lavorando in Azienda su questi temi, ma anche le Associazioni dei cittadini con i quali abbiamo condiviso la Carta dei servizi, le Associazioni di volontariato che stiamo coinvolgendo in alcune iniziative, i Dirigenti dell’Assessorato che hanno portato avanti le delibere di Giunta e alla Giunta stessa che le ha prontamente adottate.

Penso che il bilancio della nostra esperienza fin qui sia positivo ma anche che il lavoro da fare sia ancora molto lungo.

PREMIO SHAM 2019: TUTTI I VOLTI DELLA SANITÀ UNITI NELLA PREVENZIONE

Nel 2019 il Premio Sham vedrà protagoniste sia strutture sanitarie pubbliche che private commerciali o senza scopo di lucro, con progetti innovativi che migliorano la gestione del rischio e aumentano la qualità delle cure. 6mila euro destinati ai vincitori da reinvestire nella sicurezza. 31 i progetti del 2018 da 9 regioni italiane

 

Roma, 06 Maggio 2019 – Ci sarà tempo fino a settembre 2019 per partecipare alla 4a edizione del Premio Sham per la prevenzione dei rischi, un’iniziativa unica in Italia che raccoglie, confronta e promuove i progetti di prevenzione messi in atto dalle strutture sanitarie su tutto il territorio nazionale. Una speciale commissione di Risk Manager deciderà i vincitori a novembre assegnando i premi da 6mila euro destinati a essere reinvestiti nella sicurezza delle cure.

Novità dell’edizione 2019 è la partecipazione non solo delle strutture pubbliche, grazie alla partnership con Federsanità ANCI, ma anche di quelle private senza scopo di lucro grazie alla partnership con ARIS e di quelle private commerciali. Un campione vario e rappresentativo della Sanità italiana con azioni o progetti all’avanguardia volti a migliorare la sicurezza dei pazienti e del personale socio-sanitario.

Scopo del Premio Sham, infatti, è condividere le best practice sviluppate a livello delle singole strutture e farle conoscere perché vengano applicate a livello nazionale.

“Sin dalla sua fondazione in Francia 90 anni fa – spiega Roberto Ravinale, Direttore Esecutivo di Sham in Italia – la nostra Mutua ha lavorato al fianco di istituzioni sanitarie, sociali e medico-sociali per supportare le loro iniziative di prevenzione e Risk Management, sviluppando strumenti innovativi e buone pratiche da condividere per diminuire il rischio in sanità. Siamo un attore europeo di primo piano nel campo della responsabilità civile sanitaria e, in virtù del nostro modello mutualistico, consideriamo la cultura e la prassi della prevenzione un obiettivo indipendente dalle logiche di mercato. Per questo condividiamo strumenti e buone pratiche nella sanità italiana senza distinzioni tra strutture associate o non. Il Premio Sham si basa, infatti, sull’assunto fondamentale che il rischio sia uguale per tutti e che tutti possano contribuire a trovare soluzioni comuni ad un problema comune”.

Da qui nasce la condizione che i progetti presentati siano misurabili e replicabili in altre realtà sanitarie che vogliano adottarli. “Il Premio Sham vuole, così, offrire un contributo concreto alla sicurezza delle cure e, nel 2019, si dimostrerà ancora più efficace rispetto agli anni passati grazie alla creazione di due nuove categorie dedicate, rispettivamente alle strutture sanitarie private con o senza scopo di lucro. In questo modo – conclude Ravinale – tutti i volti della Sanità italiana saranno riuniti in un unico progetto dedicato alla prevenzione”.

Per candidarsi al Premio Sham 2019 e scaricare la documentazione tecnica: http://bit.ly/PremioSham2019

Ascolta le testimonianze dei vincitori 2018

Scopri tutti i progetti dell’edizione 2018

 

ASL TO 3: LA GRANDE TRASFORMAZIONE ALL’INSEGNA DEL CHRONIC CARE MODEL

Il passaggio da ospedale per acuti a polo territoriale: l’esperienza di Avigliana e il ruolo della ‘medicina della convalescenza’ nel prevenire le riacutizzazioni delle cronicità

Integrazione ospedale-territorio, invecchiamento della popolazione, necessità di adattare gli ospedali ai bisogni di salute. Sono questi i punti chiave che hanno guidato la trasformazione del Polo Sanitario di Avigliana nel territorio della ASL TO 3 Collegno e Pinerolo: ospedale per acuti nel 2013; Casa della Salute per le cure domiciliari e le degenze post acuzie sotto la supervisione dei Medici di Medicina Generale (MMG), oggi.

“Una trasformazione che non affonda le sue radici in un’esigenza di razionalizzazione economica, ma nel bisogno di salute della popolazione che invecchia” tiene a precisare il direttore del Distretto Val Susa – Val Sangone, il dottor Mauro Occhi.

Il cambiamento di Avigliana ѐ stato profondo. Meno di sei anni fa c’erano reparti di medicina interna, chirurgia e ortopedia, un punto nascite e un centro prelievi e altri servizi ancora.

Nel 2019 tutto questo non c’ѐ più e le prestazioni sanitarie ruotano attorno a tre capisaldi. Il primo sono 18 posti letto per degenze post acuzie, con i pazienti inviati principalmente dai reparti specialistici di medicina interna, chirurgia e ortopedia degli ospedali limitrofi per la convalescenza. 20 MMG a turno assistono questi pazienti e possono, ove lo reputino necessario, effettuare esami diagnostici, a cardiologici o radiologici, inviandoli in telemedicina ai medici specialisti per refertazione o consulto. Lo stesso servizio di telemedicina ѐ inserito nel secondo caposaldo del polo di Avigliana: le cure domiciliari.

Gli infermieri coordinano gli interventi e, dove necessario, coinvolgono i medici negli interventi domiciliari, utilizzando strumenti compatti e portatili per effettuare esami diagnostici e diversi device mobile per documentare, ad esempio, il progresso di lesioni o piaghe e richiedere diagnosi e terapie. Il terzo caposaldo di Avigliana ѐ la Casa della Salute propriamente detta, ovvero la possibilità, da parte dei MMG, di inviare i pazienti al Polo sanitario e ai loro colleghi in turno affinché vengano visitati, sottoposti ad accertamenti come l’elettrocardiogramma, tenuti in osservazione per qualche tempo e, eventualmente, ricoverati”.

“Abbiamo riacquistato una fortissima integrazione tra assistenza sanitaria e assistenza sociale – spiega Piero Genovese, Coordinatore infermieristico nel Distretto Val Susa – Val Sangone. La cura degli acuti spesso non cura le ragioni dell’acuzie. Ci sono dimensioni sociali, economiche e abitative della malattia che non possono essere affrontate in un setting specialistico. Le cure domiciliari e il lavoro a fianco della famiglia affrontano queste dimensioni mentre la riabilitazione riduce di molto la probabilità che una nuova crisi si ripresenti. Quello che facciamo al Polo di Avigliana è un correttivo ad uno sviluppo iper tecnico della medicina al quale abbiamo assistito. Oggi torniamo a curare la persona come persona”.

A sx la dottoressa Monica Rebora, DS ASL TO 3; a dx Piero Genovese, Coordinatore infermieristico nel Distretto Val Susa – Val Sangone

In pratica, il Polo offre una valvola di sfogo importante, soprattutto per quei pazienti che vengono dimessi dai reparti specialistici dopo pochi giorni dall’intervento ma non possono dirsi del tutto guariti.

“Quello che possiamo chiamare ‘medicina della convalescenza’ – scandisce il dottor Occhi – ѐ importante tanto quanto qualsiasi altro ambito delle cure e lo ѐ, in particolar modo, quale strumento di prevenzione delle riacutizzazioni nella cronicità. Con l’invecchiamento della popolazione, la corretta convalescenza e l’assistenza sanitaria nello spazio intermedio tra il reparto specialistico e il domicilio hanno la possibilità concreta di ridurre le ospedalizzazioni, confinandole negli ultimi mesi di vita, e non negli ultimi venti anni come avviene, oggi, con le malattie croniche e gli anziani che entrano ed escono continuamente dagli ospedali”.

Polo Sanitario di Avigliana

“Questa visione ѐ alla base del Chronic Care Model applicato nel Polo di Avigliana. È un progetto di gestione delle cronicità che sostituisce la responsabilità individuale del singolo specialista con una responsabilità condivisa nel percorso di cura tra tutti i professionisti sanitari. É, perciò, un modello che cambia non solo l’approccio alla persona assistita ma il ruolo e l’autonomia dell’infermiere, che diventa il vero case manager, lo snodo di tutte le informazioni e il coordinatore di tutti gli interventi che costellano la storia sanitaria di ogni singolo paziente. É, infine, il modello scelto da alcune tra le maggiori compagnie assicuratrici statunitensi, il che testimonia il valore, sia in salute sia economico, racchiuso in un approccio che favorisce la prevenzione piuttosto che la cura degli stadi acuti”.

“In quest’ottica, e considerando l’invecchiamento della popolazione, la riduzione delle risorse e il peso insostenibile che la cura delle cronicità promette di rovesciare sui sistemi sanitari, il Chronic Care Model è anche l’unica scelta possibile per i Paesi ad alto reddito al fine di arginare l’ospedalizzazione seriale degli anziani e garantire una nuova risposta sanitaria calibrata sui loro nuovi bisogni di salute”.

RIDURRE GLI INFORTUNI SUL LAVORO

Il progetto del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, basato sul protocollo Behaviour-Based Safety, ha esaminato 13mila check-list e 156mila comportamenti

 

Riduzione del rischio clinico e degli infortuni. È questo l’obiettivo di un progetto innovativo attuato all’IRCCS Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano, che si basa sull’introduzione del protocollo Behaviour-Based Safety. Di cosa si tratta?

La Behaviour-Based Safety (B-BS) è un protocollo Evidence-Based, messo a punto dalla Psicologia del Comportamento, che ha l’obiettivo di ridurre gli infortuni sul lavoro aumentando i comportamenti di sicurezza. La B-BS si basa sul paradigma del “Condizionamento Operante” di F.B. Skinner (1953), secondo il quale sono le conseguenze di un dato comportamento a modificarne la probabilità di ricomparsa.

Il Protocollo prevede che gli operatori di una stessa area si osservino reciprocamente (in forma anonima) e compilino una check-list contenente i comportamenti sicuri da adottare. Alla misurazione segue l’erogazione di un feedback immediato da parte dell’osservatore, che può essere sia positivo che correttivo: quest’ultimo mira ad analizzare le cause che hanno portato alla messa in atto del comportamento a rischio. I comportamenti da inserire in check-list vengono identificati da un Gruppo di Progetto (GdP), formato da lavoratori, che li identificano in base alla rilevanza per la sicurezza e al numero degli infortuni occorsi negli ultimi tre anni.

Centro di Riferimento Oncologico di Aviano

Attraverso la compilazione di check-list di sicurezza vengono, perciò, misurati e messi a confronto i comportamenti sicuri e a rischio, attuati dagli operatori sanitari coinvolti nell’attività oggetto dell’osservazione.

Tra giugno 2014 e 31 dicembre 2017 sono state compilate 13.182 check-list e misurati 156.769 comportamenti sui quali sono stati erogati 7.585 feedback. Tutti i dati sono stati inseriti in un software statistico dedicato, che ha permesso la produzione di grafici di andamento, presentati durante brevi incontri mensili a tutti gli operatori coinvolti.

L’esito del monitoraggio dimostra come l’applicazione del protocollo B-BS abbia:

  • ridotto notevolmente l’occorrenza degli infortuni

  • azzerato, secondo la UNI 7249, l’Indice di Gravità Infortunistica (Fig. 3)

 

MANTENERE LA PRESSIONE AMBIENTALE IN SALA OPERATORIA

Un percorso per ridurre il rischio di contaminazione microbiologica dovuto alla depressione ambientale parte da una check list sulla strumentazione chirurgica

 

Il controllo del gradiente pressorio ambientale nelle sale operatorie è stato al centro del progetto presentato dall’Ospedale Evangelico Betania Napoli al Premio Sham 2018.

La pressione ambientale in sala operatoria gioca un ruolo significativo nella prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza. La depressione ambientale è, infatti, un fattore di rischio della contaminazione microbiologica. Tale depressione avviene ogni volta che le porte delle sale si aprono per ripristinare il giusto gradiente pressorio è necessario un tempo variabile di ripristino tra i 10 e 20 minuti, definito recovery time.

Obiettivo del progetto è stato, pertanto, la standardizzazione dei rifornimenti delle sale operatorie attraverso la creazione di un sistema di check list tecniche che hanno lo scopo di anticipare tutto il materiale necessario all’esecuzione dell’intervento e ridurre al massimo le interruzioni, gli spostamenti e l’apertura delle porte per i rifornimenti.

La prima fase ha visto l’istituzione di 4 gruppi di lavoro composti da infermieri di sala operatoria e medici specialisti delle singole branche chirurgiche al fine di identificare lo strumentario e i presidi necessari per ogni singolo intervento. Successivamente è stato organizzato un unico gruppo operativo per l’allestimento delle check list, individuando lo schema e i colori più idonei a facilitare la rapida consultazione. A questa è seguita la formazione del personale con il doppio obiettivo di implementare le attività progettate e favorire la collaborazione di tutti gli operatori attraverso la condivisione del progetto. In questa fase è stato pianificato anche il timing e le modalità di approvvigionamento.

Il progetto ha sortito significativi risultati sia ottimizzando i tempi di preparazione delle sale operatorie che riducendo le aperture delle porte durante gli interventi chirurgici mantenendo il delta pressorio in un raggio di sicurezza.

MINORE PERMANENZA IN PRONTO SOCCORSO: UN MODELLO RIPRODUCIBILE

All’AOU Novara ridotta sotto le sei ore la permanenza per i pazienti anche al crescere dei codici gialli e rossi. Una batteria di processi coordinati e un alert informatico scattano all’aumentare della fila. Un progetto a iso-risorse esportabile ad altre realtà ospedaliere

 

Diminuire la permanenza in Pronto Soccorso sotto le sei ore per il 95 per cento dei pazienti anche nei periodi di maggiore criticità e affluenza come, per esempio, durante i picchi influenzali. Era questo l’obiettivo raggiunto dal progetto “Prevenzione del rischio di sovraffollamento in Pronto Soccorso (Ps): l’elaborazione di un modello efficace e facilmente riproducibile”, presentato al Premio Sham 2018 dall’AOU Novara.

L’idea ha origine dalla Direzione Sanitaria, quando nel novembre del 2015 ha inizio un primo monitoraggio della situazione, proseguito nel 2016-2017 e 2017-2018. Dopo un attento studio, è stato possibile realizzare un algoritmo in grado di attivare una batteria di processi coordinati e finalizzati a prevenire i livelli di criticità causati dal sovraffollamento.

Per esempio: quando i pazienti in triage e attesa superano i 50 e i codici rossi superano le cinque unità, un pop up informatico allerta tutte le postazioni di Pronto Soccorso e la Radiologia del Dea: il pronto soccorso entra, così, in codice rosso e si convoca un’unità di crisi. Seguendo un percorso prestabilito, vengono attivate nuove postazioni e richiamati medici e infermieri o allertati i reparti e la rianimazione per il supporto in pronto soccorso o il ricovero dei pazienti a seconda dell’esigenza.

Analizzando i dati raccolti nei monitoraggi degli ultimi tre anni, è emerso chiaramente un significativo aumento dei codici rossi, gialli e verdi, oltre ad una significativa riduzione dei codici bianchi. Che cosa significa? Considerando che nei codici bianchi sono inseriti molti dei ricoveri impropri, tutto ciò si traduce in un sostanziale aumento dell’efficienza del triage dopo l’introduzione delle nuove disposizioni che regolano il piano di gestione del sovraffollamento.

Ospedale Maggiore della Carità, Novara

Se nell’inverno del 2016/2017 un paziente in codice rosso rimaneva in Pronto Soccorso 377 minuti – cioè oltre 6 ore – prima di essere dimesso o ricoverato, nell’ultimo inverno, invece, la permanenza è diminuita a 334 minuti, ovvero circa mezz’ora in meno.

Ridotti anche i tempi per la dimissione dei codici gialli: da 366 a 342 minuti. E questo, appunto, nonostante un numero maggiore di pazienti in Pronto soccorso: 120 codici rossi e oltre 250 gialli in più rispetto all’inverno precedente.

COME CREARE UN OSPEDALE A MISURA DI DONNA

Perché la formula dell’Open Day BenEssere Donna funziona. Visite gratuite e senza prenotazione hanno portato 843 donne e 323 nuovi accessi all’ASST Cremona l’8 marzo 2019: numeri 10 volte superiori a dieci anni fa. La ragione non è solo un’opportunità di cura in più. L’ospedale stesso cambia nel giorno di festa, attirando un target di persone che difficilmente avrebbero fatto prevenzione

 

Fare prevenzione; far conoscere i servizi ospedalieri e territoriali; dare risposte a problemi che esistono ma che molte donne, per impegni o riserbo, trascurano. A volte finché non è troppo tardi per effettuare una diagnosi precoce.

Questi sono gli obiettivi di Open Day BenEssere Donna, la giornata di visite gratuite e senza prenotazione che da dieci anni l’ASST Cremona organizza durante l’8 marzo.

“Quel giorno l’ospedale stesso cambia volto – spiega la responsabile Comunicazione Aziendale Stefania Mattioli – ed è questo cambiamento una delle ragioni per le quali donne di ogni condizione ed estrazione culturale decidono di farsi visitare”.

Nei due Ospedali di Cremona e Casalmaggiore, nei consultori e presso l’Opera Pia Fondazione Don Luigi Mazza le donne hanno potuto presentarsi ed accedere a visite senologiche e ginecologiche, al test valutazione del rischio di tromboembolismo venoso o partecipare agli incontri informativi su temi quali la preparazione al parto e all’allattamento, approccio alla menopausa e rapporto con i figli adolescenti. Quest’anno ha partecipato anche il SERD per parlare alle donne con problemi di gioco d’azzardo: un fenomeno che riguarda sempre di più anche la sfera femminile, ma nel quale le persone, e le donne in particolare, raramente chiedono aiuto.

All’Open Day BenEssere Donna 2019 si sono presentate 843 donne tra le quali 323 che non avevano partecipato alle edizioni precedenti. Quando l’iniziativa venne lanciata, circa 10 anni fa, erano meno di 100.

“Conta molto il passaparola – spiega Mattioli – ma conta, anche, la formula e l’atmosfera che si respira perché mette a proprio agio. L’8 marzo gli ospedali e consultori sono interamente dedicati alle donne. Ci sono banchetti informativi che indirizzano le partecipanti ai diversi ambulatori e oltre 50 volontari di varie associazioni che dismettono i panni della loro specificità e si mettono al servizio dell’organizzazione. Abbiamo code autogestite che portano agli ambulatori dove medici e operatori sanitari (in tutto 46) partecipano con il loro lavoro al buon esito dell’iniziativa”.

“Sono molte le ragioni per le quali una donna può trascurare la prevenzione: impegni di lavoro e a casa, barriere culturali e linguistiche, la procedura burocratica per prenotare una visita o, da non sottovalutare, la paura della diagnosi che, solo a prima vista paradossalmente, può diventare più grande al crescere dell’informazione e consapevolezza sui rischi che si corrono. L’Open Day risponde a questa galassia di problemi, offrendo l’occasione di visitarsi ad un target vario di persone che, per una ragione o per l’altra, non l’avrebbero mai fatto. Abbiamo donne di ogni condizione che arrivano con un’amica, con la figlia o con la madre. Anche diverse donne straniere per accogliere le quali possiamo contare su mediatori culturali che forniscono un tramite tra paziente e operatore”.

“La stessa formula dell’Open Day funziona anche per altri ambiti, come la nefrologia. Ogni volta intercettiamo, in un certo numero di pazienti, problemi che sarebbero rimasti nascosti e con gravi conseguenze”.

Raggiungere i pazienti nelle loro vere esigenze e lavorare a fianco degli operatori è, per me e miei collaboratori, il vero senso della comunicazione in sanità che non è, come può essere frainteso, mera attività informativa di ufficio stampa, ma di costruzione di narrazioni e scenari possibili capaci di parlare alle persone”.

“Molte più donne di quanto si pensi trascurano la prevenzione – conclude Mattioli – la rimandano perché non trovano il tempo, non conoscono i servizi che possono aiutarle o, semplicemente, hanno paura ad entrare in ospedale. Per tutte l’Open Day dell’8 marzo è un regalo che fanno a loro stesse. Un momento in cui gli ospedali e i servizi dell’ASST di Cremona sono a misura di donna, colmi di solidarietà, di comprensione con professionalità e leggerezza. Per questo, ogni anno, decidiamo di riproporre l’iniziativa nonostante le energie e lo sforzo organizzativo che richiede. Perché è la formula giusta per raggiungere un target di persone che non saremmo riusciti a raggiungere altrimenti”.