PREMIO SHAM 2019: TUTTI I VOLTI DELLA SANITÀ UNITI NELLA PREVENZIONE

Nel 2019 il Premio Sham vedrà protagoniste sia strutture sanitarie pubbliche che private commerciali o senza scopo di lucro, con progetti innovativi che migliorano la gestione del rischio e aumentano la qualità delle cure. 6mila euro destinati ai vincitori da reinvestire nella sicurezza. 31 i progetti del 2018 da 9 regioni italiane

 

Roma, 06 Maggio 2019 – Ci sarà tempo fino a settembre 2019 per partecipare alla 4a edizione del Premio Sham per la prevenzione dei rischi, un’iniziativa unica in Italia che raccoglie, confronta e promuove i progetti di prevenzione messi in atto dalle strutture sanitarie su tutto il territorio nazionale. Una speciale commissione di Risk Manager deciderà i vincitori a novembre assegnando i premi da 6mila euro destinati a essere reinvestiti nella sicurezza delle cure.

Novità dell’edizione 2019 è la partecipazione non solo delle strutture pubbliche, grazie alla partnership con Federsanità ANCI, ma anche di quelle private senza scopo di lucro grazie alla partnership con ARIS e di quelle private commerciali. Un campione vario e rappresentativo della Sanità italiana con azioni o progetti all’avanguardia volti a migliorare la sicurezza dei pazienti e del personale socio-sanitario.

Scopo del Premio Sham, infatti, è condividere le best practice sviluppate a livello delle singole strutture e farle conoscere perché vengano applicate a livello nazionale.

“Sin dalla sua fondazione in Francia 90 anni fa – spiega Roberto Ravinale, Direttore Esecutivo di Sham in Italia – la nostra Mutua ha lavorato al fianco di istituzioni sanitarie, sociali e medico-sociali per supportare le loro iniziative di prevenzione e Risk Management, sviluppando strumenti innovativi e buone pratiche da condividere per diminuire il rischio in sanità. Siamo un attore europeo di primo piano nel campo della responsabilità civile sanitaria e, in virtù del nostro modello mutualistico, consideriamo la cultura e la prassi della prevenzione un obiettivo indipendente dalle logiche di mercato. Per questo condividiamo strumenti e buone pratiche nella sanità italiana senza distinzioni tra strutture associate o non. Il Premio Sham si basa, infatti, sull’assunto fondamentale che il rischio sia uguale per tutti e che tutti possano contribuire a trovare soluzioni comuni ad un problema comune”.

Da qui nasce la condizione che i progetti presentati siano misurabili e replicabili in altre realtà sanitarie che vogliano adottarli. “Il Premio Sham vuole, così, offrire un contributo concreto alla sicurezza delle cure e, nel 2019, si dimostrerà ancora più efficace rispetto agli anni passati grazie alla creazione di due nuove categorie dedicate, rispettivamente alle strutture sanitarie private con o senza scopo di lucro. In questo modo – conclude Ravinale – tutti i volti della Sanità italiana saranno riuniti in un unico progetto dedicato alla prevenzione”.

Per candidarsi al Premio Sham 2019 e scaricare la documentazione tecnica: http://bit.ly/PremioSham2019

Ascolta le testimonianze dei vincitori 2018

Scopri tutti i progetti dell’edizione 2018

 

Chi è Sham: Costituita in Francia nel 1927 da un gruppo di direttori ospedalieri, Sham, società mutualistica specializzata in campo assicurativo e nella gestione dei rischi, è da 90 anni partner consolidato e di lungo termine degli operatori sanitari e medico-sociali. Operatore europeo di riferimento in materia di responsabilità civile, Sham conta circa 12.000 soci tra istituti e professionisti. Presente in Francia (sede legale a Lione), in Spagna, in Italia e in Germania, Sham ha 460 dipendenti e un fatturato, nel 2018, di 392,7 milioni di euro*. www.sham.com; LinkedIn: https://www.linkedin.com/company/11051837.

Sham è una società del Gruppo Relyens, uno dei gruppi mutualistici europei di riferimento nei campi assicurativo e della gestione dei rischi presso gli operatori sanitari e degli enti locali che svolgono attività d’interesse generale. Con circa 1.000 collaboratori, oltre 30.000 clienti e soci e 900.000 assicurati in 4 paesi (Francia, Spagna, Italia e Germania), Relyens ha realizzato una raccolta premi per 847 milioni di euro, pari a un fatturato di 456 milioni di euro*. Il gruppo, fortemente radicato presso la clientela attraverso i marchi Sham, Sofaxis e Neeria, sviluppa soluzioni globali personalizzate che combinano offerta assicurativa (ramo vita e ramo danni) e servizi di gestione dei rischi. www.relyens.eu; Twitter: @Relyens

*Informazione importante: i risultati relativi al bilancio 2018, approvato dal Consiglio di Amministrazione di Sham nella riunione del 5 aprile 2019, saranno sottoposti al voto dei membri dell’Assemblea Generale il 14 giugno 2019. Pertanto, essi potranno essere considerati definitivi solo dopo la loro approvazione in tale data.

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ASL TO 3: LA GRANDE TRASFORMAZIONE ALL’INSEGNA DEL CHRONIC CARE MODEL

Il passaggio da ospedale per acuti a polo territoriale: l’esperienza di Avigliana e il ruolo della ‘medicina della convalescenza’ nel prevenire le riacutizzazioni delle cronicità

Integrazione ospedale-territorio, invecchiamento della popolazione, necessità di adattare gli ospedali ai bisogni di salute. Sono questi i punti chiave che hanno guidato la trasformazione del Polo Sanitario di Avigliana nel territorio della ASL TO 3 Collegno e Pinerolo: ospedale per acuti nel 2013; Casa della Salute per le cure domiciliari e le degenze post acuzie sotto la supervisione dei Medici di Medicina Generale (MMG), oggi.

“Una trasformazione che non affonda le sue radici in un’esigenza di razionalizzazione economica, ma nel bisogno di salute della popolazione che invecchia” tiene a precisare il direttore del Distretto Val Susa – Val Sangone, il dottor Mauro Occhi.

Il cambiamento di Avigliana ѐ stato profondo. Meno di sei anni fa c’erano reparti di medicina interna, chirurgia e ortopedia, un punto nascite e un centro prelievi e altri servizi ancora.

Nel 2019 tutto questo non c’ѐ più e le prestazioni sanitarie ruotano attorno a tre capisaldi. Il primo sono 18 posti letto per degenze post acuzie, con i pazienti inviati principalmente dai reparti specialistici di medicina interna, chirurgia e ortopedia degli ospedali limitrofi per la convalescenza. 20 MMG a turno assistono questi pazienti e possono, ove lo reputino necessario, effettuare esami diagnostici, a cardiologici o radiologici, inviandoli in telemedicina ai medici specialisti per refertazione o consulto. Lo stesso servizio di telemedicina ѐ inserito nel secondo caposaldo del polo di Avigliana: le cure domiciliari.

Gli infermieri coordinano gli interventi e, dove necessario, coinvolgono i medici negli interventi domiciliari, utilizzando strumenti compatti e portatili per effettuare esami diagnostici e diversi device mobile per documentare, ad esempio, il progresso di lesioni o piaghe e richiedere diagnosi e terapie. Il terzo caposaldo di Avigliana ѐ la Casa della Salute propriamente detta, ovvero la possibilità, da parte dei MMG, di inviare i pazienti al Polo sanitario e ai loro colleghi in turno affinché vengano visitati, sottoposti ad accertamenti come l’elettrocardiogramma, tenuti in osservazione per qualche tempo e, eventualmente, ricoverati”.

“Abbiamo riacquistato una fortissima integrazione tra assistenza sanitaria e assistenza sociale – spiega Piero Genovese, Coordinatore infermieristico nel Distretto Val Susa – Val Sangone. La cura degli acuti spesso non cura le ragioni dell’acuzie. Ci sono dimensioni sociali, economiche e abitative della malattia che non possono essere affrontate in un setting specialistico. Le cure domiciliari e il lavoro a fianco della famiglia affrontano queste dimensioni mentre la riabilitazione riduce di molto la probabilità che una nuova crisi si ripresenti. Quello che facciamo al Polo di Avigliana è un correttivo ad uno sviluppo iper tecnico della medicina al quale abbiamo assistito. Oggi torniamo a curare la persona come persona”.

A sx la dottoressa Monica Rebora, DS ASL TO 3; a dx Piero Genovese, Coordinatore infermieristico nel Distretto Val Susa – Val Sangone

In pratica, il Polo offre una valvola di sfogo importante, soprattutto per quei pazienti che vengono dimessi dai reparti specialistici dopo pochi giorni dall’intervento ma non possono dirsi del tutto guariti.

“Quello che possiamo chiamare ‘medicina della convalescenza’ – scandisce il dottor Occhi – ѐ importante tanto quanto qualsiasi altro ambito delle cure e lo ѐ, in particolar modo, quale strumento di prevenzione delle riacutizzazioni nella cronicità. Con l’invecchiamento della popolazione, la corretta convalescenza e l’assistenza sanitaria nello spazio intermedio tra il reparto specialistico e il domicilio hanno la possibilità concreta di ridurre le ospedalizzazioni, confinandole negli ultimi mesi di vita, e non negli ultimi venti anni come avviene, oggi, con le malattie croniche e gli anziani che entrano ed escono continuamente dagli ospedali”.

Polo Sanitario di Avigliana

“Questa visione ѐ alla base del Chronic Care Model applicato nel Polo di Avigliana. È un progetto di gestione delle cronicità che sostituisce la responsabilità individuale del singolo specialista con una responsabilità condivisa nel percorso di cura tra tutti i professionisti sanitari. É, perciò, un modello che cambia non solo l’approccio alla persona assistita ma il ruolo e l’autonomia dell’infermiere, che diventa il vero case manager, lo snodo di tutte le informazioni e il coordinatore di tutti gli interventi che costellano la storia sanitaria di ogni singolo paziente. É, infine, il modello scelto da alcune tra le maggiori compagnie assicuratrici statunitensi, il che testimonia il valore, sia in salute sia economico, racchiuso in un approccio che favorisce la prevenzione piuttosto che la cura degli stadi acuti”.

“In quest’ottica, e considerando l’invecchiamento della popolazione, la riduzione delle risorse e il peso insostenibile che la cura delle cronicità promette di rovesciare sui sistemi sanitari, il Chronic Care Model è anche l’unica scelta possibile per i Paesi ad alto reddito al fine di arginare l’ospedalizzazione seriale degli anziani e garantire una nuova risposta sanitaria calibrata sui loro nuovi bisogni di salute”.

RIDURRE GLI INFORTUNI SUL LAVORO

Il progetto del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, basato sul protocollo Behaviour-Based Safety, ha esaminato 13mila check-list e 156mila comportamenti

 

Riduzione del rischio clinico e degli infortuni. È questo l’obiettivo di un progetto innovativo attuato all’IRCCS Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano, che si basa sull’introduzione del protocollo Behaviour-Based Safety. Di cosa si tratta?

La Behaviour-Based Safety (B-BS) è un protocollo Evidence-Based, messo a punto dalla Psicologia del Comportamento, che ha l’obiettivo di ridurre gli infortuni sul lavoro aumentando i comportamenti di sicurezza. La B-BS si basa sul paradigma del “Condizionamento Operante” di F.B. Skinner (1953), secondo il quale sono le conseguenze di un dato comportamento a modificarne la probabilità di ricomparsa.

Il Protocollo prevede che gli operatori di una stessa area si osservino reciprocamente (in forma anonima) e compilino una check-list contenente i comportamenti sicuri da adottare. Alla misurazione segue l’erogazione di un feedback immediato da parte dell’osservatore, che può essere sia positivo che correttivo: quest’ultimo mira ad analizzare le cause che hanno portato alla messa in atto del comportamento a rischio. I comportamenti da inserire in check-list vengono identificati da un Gruppo di Progetto (GdP), formato da lavoratori, che li identificano in base alla rilevanza per la sicurezza e al numero degli infortuni occorsi negli ultimi tre anni.

Centro di Riferimento Oncologico di Aviano

Attraverso la compilazione di check-list di sicurezza vengono, perciò, misurati e messi a confronto i comportamenti sicuri e a rischio, attuati dagli operatori sanitari coinvolti nell’attività oggetto dell’osservazione.

Tra giugno 2014 e 31 dicembre 2017 sono state compilate 13.182 check-list e misurati 156.769 comportamenti sui quali sono stati erogati 7.585 feedback. Tutti i dati sono stati inseriti in un software statistico dedicato, che ha permesso la produzione di grafici di andamento, presentati durante brevi incontri mensili a tutti gli operatori coinvolti.

L’esito del monitoraggio dimostra come l’applicazione del protocollo B-BS abbia:

  • ridotto notevolmente l’occorrenza degli infortuni

  • azzerato, secondo la UNI 7249, l’Indice di Gravità Infortunistica (Fig. 3)

 

MANTENERE LA PRESSIONE AMBIENTALE IN SALA OPERATORIA

Un percorso per ridurre il rischio di contaminazione microbiologica dovuto alla depressione ambientale parte da una check list sulla strumentazione chirurgica

 

Il controllo del gradiente pressorio ambientale nelle sale operatorie è stato al centro del progetto presentato dall’Ospedale Evangelico Betania Napoli al Premio Sham 2018.

La pressione ambientale in sala operatoria gioca un ruolo significativo nella prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza. La depressione ambientale è, infatti, un fattore di rischio della contaminazione microbiologica. Tale depressione avviene ogni volta che le porte delle sale si aprono per ripristinare il giusto gradiente pressorio è necessario un tempo variabile di ripristino tra i 10 e 20 minuti, definito recovery time.

Obiettivo del progetto è stato, pertanto, la standardizzazione dei rifornimenti delle sale operatorie attraverso la creazione di un sistema di check list tecniche che hanno lo scopo di anticipare tutto il materiale necessario all’esecuzione dell’intervento e ridurre al massimo le interruzioni, gli spostamenti e l’apertura delle porte per i rifornimenti.

La prima fase ha visto l’istituzione di 4 gruppi di lavoro composti da infermieri di sala operatoria e medici specialisti delle singole branche chirurgiche al fine di identificare lo strumentario e i presidi necessari per ogni singolo intervento. Successivamente è stato organizzato un unico gruppo operativo per l’allestimento delle check list, individuando lo schema e i colori più idonei a facilitare la rapida consultazione. A questa è seguita la formazione del personale con il doppio obiettivo di implementare le attività progettate e favorire la collaborazione di tutti gli operatori attraverso la condivisione del progetto. In questa fase è stato pianificato anche il timing e le modalità di approvvigionamento.

Il progetto ha sortito significativi risultati sia ottimizzando i tempi di preparazione delle sale operatorie che riducendo le aperture delle porte durante gli interventi chirurgici mantenendo il delta pressorio in un raggio di sicurezza.

MINORE PERMANENZA IN PRONTO SOCCORSO: UN MODELLO RIPRODUCIBILE

All’AOU Novara ridotta sotto le sei ore la permanenza per i pazienti anche al crescere dei codici gialli e rossi. Una batteria di processi coordinati e un alert informatico scattano all’aumentare della fila. Un progetto a iso-risorse esportabile ad altre realtà ospedaliere

 

Diminuire la permanenza in Pronto Soccorso sotto le sei ore per il 95 per cento dei pazienti anche nei periodi di maggiore criticità e affluenza come, per esempio, durante i picchi influenzali. Era questo l’obiettivo raggiunto dal progetto “Prevenzione del rischio di sovraffollamento in Pronto Soccorso (Ps): l’elaborazione di un modello efficace e facilmente riproducibile”, presentato al Premio Sham 2018 dall’AOU Novara.

L’idea ha origine dalla Direzione Sanitaria, quando nel novembre del 2015 ha inizio un primo monitoraggio della situazione, proseguito nel 2016-2017 e 2017-2018. Dopo un attento studio, è stato possibile realizzare un algoritmo in grado di attivare una batteria di processi coordinati e finalizzati a prevenire i livelli di criticità causati dal sovraffollamento.

Per esempio: quando i pazienti in triage e attesa superano i 50 e i codici rossi superano le cinque unità, un pop up informatico allerta tutte le postazioni di Pronto Soccorso e la Radiologia del Dea: il pronto soccorso entra, così, in codice rosso e si convoca un’unità di crisi. Seguendo un percorso prestabilito, vengono attivate nuove postazioni e richiamati medici e infermieri o allertati i reparti e la rianimazione per il supporto in pronto soccorso o il ricovero dei pazienti a seconda dell’esigenza.

Analizzando i dati raccolti nei monitoraggi degli ultimi tre anni, è emerso chiaramente un significativo aumento dei codici rossi, gialli e verdi, oltre ad una significativa riduzione dei codici bianchi. Che cosa significa? Considerando che nei codici bianchi sono inseriti molti dei ricoveri impropri, tutto ciò si traduce in un sostanziale aumento dell’efficienza del triage dopo l’introduzione delle nuove disposizioni che regolano il piano di gestione del sovraffollamento.

Ospedale Maggiore della Carità, Novara

Se nell’inverno del 2016/2017 un paziente in codice rosso rimaneva in Pronto Soccorso 377 minuti – cioè oltre 6 ore – prima di essere dimesso o ricoverato, nell’ultimo inverno, invece, la permanenza è diminuita a 334 minuti, ovvero circa mezz’ora in meno.

Ridotti anche i tempi per la dimissione dei codici gialli: da 366 a 342 minuti. E questo, appunto, nonostante un numero maggiore di pazienti in Pronto soccorso: 120 codici rossi e oltre 250 gialli in più rispetto all’inverno precedente.

COME CREARE UN OSPEDALE A MISURA DI DONNA

Perché la formula dell’Open Day BenEssere Donna funziona. Visite gratuite e senza prenotazione hanno portato 843 donne e 323 nuovi accessi all’ASST Cremona l’8 marzo 2019: numeri 10 volte superiori a dieci anni fa. La ragione non è solo un’opportunità di cura in più. L’ospedale stesso cambia nel giorno di festa, attirando un target di persone che difficilmente avrebbero fatto prevenzione

 

Fare prevenzione; far conoscere i servizi ospedalieri e territoriali; dare risposte a problemi che esistono ma che molte donne, per impegni o riserbo, trascurano. A volte finché non è troppo tardi per effettuare una diagnosi precoce.

Questi sono gli obiettivi di Open Day BenEssere Donna, la giornata di visite gratuite e senza prenotazione che da dieci anni l’ASST Cremona organizza durante l’8 marzo.

“Quel giorno l’ospedale stesso cambia volto – spiega la responsabile Comunicazione Aziendale Stefania Mattioli – ed è questo cambiamento una delle ragioni per le quali donne di ogni condizione ed estrazione culturale decidono di farsi visitare”.

Nei due Ospedali di Cremona e Casalmaggiore, nei consultori e presso l’Opera Pia Fondazione Don Luigi Mazza le donne hanno potuto presentarsi ed accedere a visite senologiche e ginecologiche, al test valutazione del rischio di tromboembolismo venoso o partecipare agli incontri informativi su temi quali la preparazione al parto e all’allattamento, approccio alla menopausa e rapporto con i figli adolescenti. Quest’anno ha partecipato anche il SERD per parlare alle donne con problemi di gioco d’azzardo: un fenomeno che riguarda sempre di più anche la sfera femminile, ma nel quale le persone, e le donne in particolare, raramente chiedono aiuto.

All’Open Day BenEssere Donna 2019 si sono presentate 843 donne tra le quali 323 che non avevano partecipato alle edizioni precedenti. Quando l’iniziativa venne lanciata, circa 10 anni fa, erano meno di 100.

“Conta molto il passaparola – spiega Mattioli – ma conta, anche, la formula e l’atmosfera che si respira perché mette a proprio agio. L’8 marzo gli ospedali e consultori sono interamente dedicati alle donne. Ci sono banchetti informativi che indirizzano le partecipanti ai diversi ambulatori e oltre 50 volontari di varie associazioni che dismettono i panni della loro specificità e si mettono al servizio dell’organizzazione. Abbiamo code autogestite che portano agli ambulatori dove medici e operatori sanitari (in tutto 46) partecipano con il loro lavoro al buon esito dell’iniziativa”.

“Sono molte le ragioni per le quali una donna può trascurare la prevenzione: impegni di lavoro e a casa, barriere culturali e linguistiche, la procedura burocratica per prenotare una visita o, da non sottovalutare, la paura della diagnosi che, solo a prima vista paradossalmente, può diventare più grande al crescere dell’informazione e consapevolezza sui rischi che si corrono. L’Open Day risponde a questa galassia di problemi, offrendo l’occasione di visitarsi ad un target vario di persone che, per una ragione o per l’altra, non l’avrebbero mai fatto. Abbiamo donne di ogni condizione che arrivano con un’amica, con la figlia o con la madre. Anche diverse donne straniere per accogliere le quali possiamo contare su mediatori culturali che forniscono un tramite tra paziente e operatore”.

“La stessa formula dell’Open Day funziona anche per altri ambiti, come la nefrologia. Ogni volta intercettiamo, in un certo numero di pazienti, problemi che sarebbero rimasti nascosti e con gravi conseguenze”.

Raggiungere i pazienti nelle loro vere esigenze e lavorare a fianco degli operatori è, per me e miei collaboratori, il vero senso della comunicazione in sanità che non è, come può essere frainteso, mera attività informativa di ufficio stampa, ma di costruzione di narrazioni e scenari possibili capaci di parlare alle persone”.

“Molte più donne di quanto si pensi trascurano la prevenzione – conclude Mattioli – la rimandano perché non trovano il tempo, non conoscono i servizi che possono aiutarle o, semplicemente, hanno paura ad entrare in ospedale. Per tutte l’Open Day dell’8 marzo è un regalo che fanno a loro stesse. Un momento in cui gli ospedali e i servizi dell’ASST di Cremona sono a misura di donna, colmi di solidarietà, di comprensione con professionalità e leggerezza. Per questo, ogni anno, decidiamo di riproporre l’iniziativa nonostante le energie e lo sforzo organizzativo che richiede. Perché è la formula giusta per raggiungere un target di persone che non saremmo riusciti a raggiungere altrimenti”.

IL DOSAGGIO DEI FARMACI NEI NEONATI

Il Monitoraggio terapeutico per la definizione del dosaggio corretto dei farmaci in pazienti nati pretermine e neonati (NeoTDM) all’A.O.U. San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona

 

L’importanza della terapia ad personam. La farmacologia moderna si basa, in modo sempre più efficiente, sulla scelta non solo del farmaco più opportuno per ciascun paziente, ma anche sulla scelta del regime terapeutico ideale per la cura di ogni individuo.

Si tratta della cosiddetta “medicina personalizzata” fondata sulla biodisponibilità reale di un farmaco che è fortemente influenzata da fattori sia ereditari che fisiologici. Ecco perché la capacità di assorbire un farmaco ad azione sistemica è modificata da condizioni specifiche. Se tutto questo ha un ruolo importante nelle terapie adatte a individui che hanno raggiunto la completa maturazione dei tessuti e degli organi, è evidente che ciò può essere drammatico per pazienti il cui corpo è ancora in via di sviluppo.

In questo ambito si inserisce il progetto realizzato all’A.O.U. San Giovanni di Dio e Ruggi di Aragona di Salerno che ha sperimentato un metodo ottimale e funzionale al corretto dosaggio dei farmaci. L’obiettivo del progetto, che è stato presentato al Premio Sham 2018, è stato quello di ottimizzare e validare le metodiche per l’analisi quali-quantitativa di diverse tipologie di farmaci (quali antibiotici, antimicotici, anticonvulsivanti e stimolanti del sistema nervoso centrale) in pazienti in età neonatale. Tenendo conto della particolare categoria di pazienti a cui ci si è rivolti, è stato necessario scegliere un sistema di micro-campionamento, che consentiva il prelievo di campioni ematici da neonati anche 2-3 volte a settimana.

Tutto ciò è stato realizzato con tecniche molto accurate. Tale ricerca si è concentrata, fino a questo momento, soprattutto su antibiotici beta-lattamici (imipenem e meropenem), penicilline (amoxicillina ed ampicillina) e amminoglucosidici (gentamicina e streptomicina), antimicotici (fluconazolo), anticonvulsivanti (phenobarbital) e stimolanti del sistema nervoso centrale (caffeina). Per ciascuna di queste molecole è stato messo a punto e validato un protocollo analitico. In tutti i casi oggetto di studio, sono emerse concentrazioni limite rilevabili e intervalli di linearità della risposta analitica idonei a quanto richiesto, sulla base degli intervalli terapeutici previsti per ciascun farmaco.

A.O.U. San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona, Salerno

Nello specifico, i campioni ematici sono stati prelevati da neonati ricoverati nel reparto di Terapia intensiva neonatale dell’A.O.U. San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno e sottoposti a specifici trattamenti farmacologici. È stato utilizzato uno specifico protocollo di prelievo su carta sul quale il personale del reparto era stato istruito. I risultati ottenuti hanno permesso di determinare la concentrazione ematica dei farmaci ricercati e l’analisi accurata di queste concentrazioni ha consentito di valutare l’idoneità del trattamento farmacologico. In alcuni casi sono stati evidenziate anche eventuali situazioni nelle quali era necessario un cambio di terapia.

Quali sono stati, quindi, gli obiettivi raggiunti? In questo modo, è stato possibile definire un protocollo per il monitoraggio terapeutico di tutti i neonati e per i nati prematuri sottoposti a trattamento con farmaci, che hanno un ridotto intervallo terapeutico o la cui efficacia è in ogni caso soggetta a una grande variabilità interindividuale. Ma, soprattutto, uno degli aspetti più importanti è la possibilità di ridurre gli eventi avversi causati da un sovradosaggio da farmaci tossici. E non solo. Infatti, è possibile ridurre i casi di sotto-dosaggio di farmaci antimicrobici o antimicotici che può causare un persistere o un aggravarsi dell’infezione.

I 4 PROGETTI DALL’ATS BERGAMO AL PREMIO SHAM 2018

Dalle malattie infettive nelle comunità scolastiche ad un livello ulteriore di screening per il tumore della mammella sulla base della familiarità ereditaria

 

Sono i 4 i progetti presentati dalla ATS della città di Bergamo al Premio SHAM 2018; che condivide il primato solo con AUSL Bologna.

Il Progetto AMICO comporta l’introduzione dell’Audit per prevenire il rischio clinico nella gestione delle malattie infettive nelle collettività scolastiche. Si tratta di un contesto complesso perché, rispetto per esempio all’ambiente famigliare, la diffusione delle malattie può contare su un vasto numero di contatti mentre la risposta deve basarsi sulla tempestiva valutazione e comunicazione tra numerosi soggetti da coordinare: dai pediatri alle famiglie, dai medici di Medicina Generale a quelli ospedalieri. Per superare questa difficoltà l’ATS ha predisposto una progettualità per migliorare la gestione utilizzando la metodologia dell’Audit e formando gli operatori attraverso lo studio di casi complessi per prepararli a raccogliere tutte le informazioni rilevanti e analizzarle con tempestività.

I “Giri per la sicurezza” è il secondo progetto presentato dall’ATS di Bergamo: un’iniziativa interaziendale in collaborazione con le Aziende Socio Sanitarie Territoriali nella quale team congiunti di operatori hanno applicato un metodo strutturato e validato a livello internazionale per mappare il rischio per l’utenza Servizio di Continuità Assistenziale della provincia di Bergamo e l’implementazione di misure di miglioramento.

Un terzo progetto è stato mirato alla riduzione del rischio di infezioni legate all’assistenza nelle Residenze RSA; mappatura alla quale hanno fatto seguito corsi di formazione per il personale di assistenza in tema di diagnostica delle infezioni e attuazione di strategie adeguate all’uso di pratiche assistenziali “sicure”.

Quarto ed ultimo progetto presentato dalla ATS di Bergamo è stato un potenziamento dello screening per il tumore della mammella che ha previsto una visita aggiuntiva per le donne con un livello di rischio superiore dovuto alla familiarità ereditaria.

TRE ANNI DI SPERIMENTAZIONE: IL TELEMONITORAGGIO DI 256 PAZIENTI CRONICI OFFRE MIGLIOR CONTROLLO DELLE CURE E MAGGIOR RISPARMIO

Giuseppe Pasqualone, Direttore Generale dell’ASL Brindisi, racconta lo sviluppo di TeleHomeCare, il progetto che ha permesso ai Medici di Medicina Generale di seguire i propri pazienti a domicilio e del quale la Regione Puglia ha autorizzato l’estensione all’intera Provincia sulla base dei risultati raggiunti. Si prevede che l’impiego a pieno regime di tutti i 137 device permetterà di liberare oltre 800.000 Euro annui da reinvestire nelle cure

 

La dinamica demografica e la modificazione dei bisogni di salute della popolazione evidenzia una quota crescente di popolazione over 65, rendendo non più procrastinabile un ridisegno strutturale ed organizzativo della rete dei servizi assistenziali con particolare riferimento al setting dell’assistenza territoriale. L’innovazione tecnologica e, in particolare, la telemedicina può contribuire in modo significativo a tale riorganizzazione, assicurando una migliore qualità dell’assistenza nell’erogazione delle prestazioni sanitarie e sociosanitarie, con economie di spesa da non trascurare.

L’ESPERIENZA A CEGLIE MESSAPICA (Ottobre 2015-Marzo 2018)

Il Progetto TeleHomeCare, attivato nel territorio di Ceglie Messapica a partire dal mese di ottobre 2015, è stato proposto come supporto tecnologico dell’attività già strutturata di assistenza domiciliare, al fine di migliorare l’erogazione delle prestazioni sanitarie nell’Ospedale di Comunità (attivato all’Ospedale di Ceglie Messapica riconvertito in Presidio Territoriale di Assistenza) e presso il domicilio dei pazienti, contribuendo ad assicurare equità nella fruizione delle cure territoriali, supporto nella gestione della cronicità, maggiore accessibilità, migliore continuità delle cure e maggiore efficacia degli interventi, attraverso il confronto multidisciplinare e l’integrazione tra professionisti.

I destinatari del servizio sono stati pazienti affetti da patologie croniche – prevalentemente Broncopneumopatia Cronico-Ostruttiva (BPCO), diabete e scompenso cardiaco – in fase di instabilità clinica, mentre gli attori del progetto sono stati i Medici di Medicina Generale (MMG), gli specialisti di branca, gli infermieri dell’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata), i caregiver e i familiari. I pazienti, opportunamente selezionati secondo il livello di fragilità, sono stati arruolati e seguiti dai propri medici di famiglia attraverso il telemonitoraggio dei parametri vitali mediante l’utilizzo di device carrellabili H@H (Hospital at Home), in grado di rilevare i principali parametri clinici e strumentali.

Oltre a un miglioramento organizzativo ed assistenziale, con consolidamento dei rapporti di collaborazione ed integrazione tra le figure professionali impegnate nel progetto (elemento da non trascurare considerato l’atavico distacco tra attività dei medici di medicina generale e dei medici specialisti), i risultati clinici hanno evidenziato un miglior controllo della patologia attraverso il monitoraggio dei parametri vitali che ha consentito di intervenire tempestivamente modificando il trattamento farmacologico e ottimizzando i tempi di stabilizzazione clinica del paziente.

L’analisi costo/beneficio con riferimento al numero dei ricoveri evitati e alla riduzione delle giornate di degenza ha evidenziato un risparmio economico, anche in termini di risorse liberate. Su un totale di 256 pazienti arruolati nel periodo ottobre 2015 – marzo 2018, mediante l’utilizzo di 11 device, n° 61 pazienti risultavano affetti da BPCO, n° 16 dei quali con comorbilità; n° 77 affetti da scompenso cardiaco, n° 42 dei quali con comorbilità; n° 118 pazienti diabetici, n° 43 dei quali con comorbilità. I risultati hanno evidenziato complessivamente un miglior controllo della patologia, attraverso il monitoraggio quotidiano dei parametri vitali (tempo medio di monitoraggio pari mediamente a 25 giorni), che ha consentito di intervenire tempestivamente modificando il trattamento farmacologico.

Il costo del servizio di telemedicina è stato pari a circa Euro 30,50 per paziente al giorno. L’analisi costo/beneficio, con riferimento al numero di ricoveri evitati (n° 15 nel periodo esaminato) per patologie DRG-correlate nei pazienti residenti a Ceglie Messapica, confrontati con i ricoveri di tutti i residenti nella ASL di Brindisi registrati ad esempio nel periodo 2016-2017, ha consentito di stimare un risparmio netto (ossia detraendo il costo del servizio di telemedicina attivato in favore degli stessi pazienti) pari ad Euro 26.665. Considerando, inoltre, il numero delle giornate di degenza, si è ottenuto un risparmio netto pari ad Euro 46.222. Complessivamente il risparmio netto conseguito in due anni (2016-2017) mediante l’utilizzo di soli 11 device è stato pari ad Euro 72.887.

Giuseppe Pasqualone, Direttore Generale dell’ASL Brindisi

L’ESTENSIONE DEL PROGETTO SULL’INTERO TERRITORIO DELLA ASL

Sulla base dei risultati positivi conseguiti nella fase di sperimentazione triennale a Ceglie Messapica, è stata proposta agli organi regionali l’implementazione di tale progettualità sull’intero territorio aziendale. Tale progettualità è stata autorizzata in data 13 marzo 2017 dal Coordinamento regionale della telemedicina e quindi inserita nella prima trance di finanziamenti erogati alla ASL BR, a valere sulle risorse del PO FERS 2014/2020. Si è, quindi, proceduto all’indizione della gara che è stata aggiudicata alla ditta ITEM-Oxygen nei primi mesi del 2018; è stato quindi sottoscritto il contratto, definito il cronoprogramma delle attività con la consegna dei device presso le sedi dei Distretti Socio Sanitari (41 apparecchiature carrellate e 96 portatili, complessivamente quindi n° 137 device) e il successivo collaudo concluso nel dicembre 2018. Contestualmente è stato attivato presso il PTA (Presidio Territoriale di Assistenza) di Ceglie Messapica il Centro Servizi Telemedicina (CST), presieduto da personale operante h. 12; è stata inoltre avviata e conclusa la formazione teorica del personale con la realizzazione di due eventi formativi, rispettivamente in data 22 settembre e 15 dicembre 2018, mentre è tuttora in atto la formazione pratica sul campo.

Preliminarmente alla fase di avvio delle attività si è proceduto alla definizione e condivisione tra la Direzione Aziendale e i MMG di un protocollo d’intesa allo scopo di definire sia gli aspetti organizzativo-gestionali (definizione di ruoli e funzioni dei vari attori coinvolti, definizione delle patologie croniche e dei criteri di eleggibilità dei pazienti, protocolli di monitoraggio, integrazione con gli specialisti di branca, etc), di quelli di natura giuridico-amministrativa (informativa e consenso informato del paziente, trattamento dei dati personali e sensibili, copertura assicurativa dei medici, etc), e di quelli di natura economica (previsione di incentivi/remunerazione rispetto alle prestazioni erogate in telemedicina sia presso gli OdC che presso il domicilio dei pazienti).

La previsione di risparmio netto complessivo, con l’impiego a pieno regime di tutti i 137 device, è di almeno 800.000 Euro annui.

 

Giuseppe Pasqualone

Direttore Generale

Azienda Sanitaria Locale di Brindisi

LEAN MANAGEMENT NELLA GESTIONE AZIENDALE DEL SINISTRO ALL’AUSL BOLOGNA

Il progetto dell’AUSL Bologna, uno dei tre vincitori del Premio Sham 2018, raccontato da chi l’ha concepito e messo in pratica. L’obiettivo è stato l’analisi e riprogettazione della procedura riferita ai sinistri per la minimizzazione del tempo che intercorre tra l’avvio e la conclusione delle pratiche

 

Un protocollo operativo per aggiornare i percorsi operativi nella gestione dei sinistri. È uno dei progetti presentati dall’AUSL Bologna e vincitore dell’edizione 2018 del premio Sham.

“La personalizzazione dei servizi in rapporto alle esigenze dell’azienda e dei nostri assistiti e il miglioramento continuo delle tecniche di gestione nell’ambito del programma sinistri aziendali – spiega Andrea Minarini, Direttore Medicina Legale e Gestione del Rischio Clinico – sono i due elementi fondamentali che ci hanno spinto a riconsiderare le procedure riferite ai sinistri”.

“Le contromisure sono orientate sostanzialmente alla definizione di un protocollo operativo volto a garantire standardizzazione, eliminazione delle ridondanze, accelerazione dei processi di gestione del sinistro con riduzione della tempistica di lavorazione delle pratiche”, sottolinea la responsabile del progetto Teresa Palladino. “Il progetto – prosegue – ha previsto il coinvolgimento di un team work costituito da tutti gli attori che intervengono in termini di attività e responsabilità nelle varie fasi del processo di gestione del sinistro. L’obiettivo è stato quello di ridurre il tempo che intercorre dalla fase di input (apertura del sinistro) e la fase di output (formulazione di una proposta di transattiva o di rigetto) aggredendo quelle attività che valore non portano ma che valore consumano, i cosiddetti sprechi improduttivi. Per raggiungere questo obiettivo l’analisi è stata svolta nel luogo dove i professionisti producono il valore attraverso gli strumenti della filosofia Lean”.

“La metodologia Lean – conclude Palladino – ha permesso di mappare la situazione allo stato attuale quindi verificare come le attività vengono effettivamente svolte, misurarne i tempi, individuare i colli di bottiglia e gli sprechi improduttivi, individuando tutte quelle attività ‘non a valore’ che devono essere rimosse e favorendo il miglioramento in tutte le attività a valore o di quelle non a valore che, però, non possono essere rimosse”.