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ESEMPI DI SANITÀ DURANTE IL COVID: DAL TELEMONITORAGGIO AGLI INTERVENTI D’AVANGUARDIA SU FETO

Una panoramica non sistematica di reazioni e azioni durante la pandemia, che spazia tra picchi di innovazione, quali le T-shirt per il telemonitoraggio cardiorespiratorio e le aree buie della rinuncia alle cure e riduzione fino al 40 per cento delle procedure salvavita con effetti che si misureranno negli anni a venire.  

 

L’emergenza Covid-19 ha ridisegnato le priorità e gli assetti organizzativi della Sanità nazionale, dall’inizio di gennaio 2020 ad oggi il sistema ospedaliero è stato costretto a ripensare Reparti e gestione delle Risorse in un’ottica di confronto con una pandemia che ben difficilmente avremmo ritenuto essere così radicata nel presente.

Siamo passati da una Fase 1 determinata dagli sforzi volti a comprendere la natura dell’agente patogeno ed a porre in atto strategie di contenimento (che hanno visto coinvolto totalmente il Sistema Sanitario italiano) all’odierna Fase 2 focalizzata non solo sulla definitiva e radicalizzazione del virus ma anche sullo studio ed implementazione di nuovi modelli operativi nell’interazione sanità/paziente.

A tale proposito l’introduzione di soluzioni informatiche in ambito sanitario finalizzate ad una gestione delle visite “a distanza” se nell’immediato presente risponde a quelle esigenze di tutela imposte dal fenomeno pandemico, nel prossimo futuro risponderanno a criteri di ottimizzazione e gestione dell’attività sanitaria.

Come affermato dal Prof. Sergio Pillon (Direttore del CIRM, ex ricercatore del CNR) nel corso di un’intervista  rilasciata al dr. Guido Bartolomei (Manager presso Health Point) la Telemedicina è l’insieme dei processi che si declinano in televisita, telemonitoraggio, telecooperazione e teleassistenza, ridisegnando il rapporto tra il paziente ed il medico curante.

Nella televisita il paziente condivide con il medico informazioni ed esiti di accertamenti già eseguiti ed il curante esprime un parere in relazione ai dati messi a disposizione.

Il Telemonitoraggio consente al medico di ottenere in modo costante informazioni e dati obiettivi riguardanti i parametri generali o specifici dell’assistito.

La Telecooperazione riguarda le attività sinergiche tra operatori sanitari (un infermiere che sotto indicazioni di un’odontoiatra introduce una telecamera endorale per la diagnosi a distanza di eventuali patologie) 

La Teleassistenza che si esplica in un contesto socio sanitario, fornisce supporto alle figure assistenziali prive di una formazione medica approfondita ed incaricate della cura di persone particolarmente fragili o bisognose di continue attenzioni. 

Grazie alla telemedicina è inoltre possibile attivare un network ospedale-medici-territorio, per monitorare i pazienti, assisterli nelle malattie croniche e favorire la prevenzione.

Con una delibera approvata il 5 maggio 2020, su proposta dell’Assessore alla Sanità, Manuela Lanzarin, la Giunta regionale del Veneto ha dato indicazione alle Ulss di utilizzare la telemedicina nell’erogazione dei servizi sanitari, incaricando al contempo Azienda Zero di redigere un documento di definizione degli standard di servizio propri delle prestazioni di telemedicina e di elaborare un progetto specifico.

Come evidenziato dallo stesso Assessore in un’intervista rilasciata al “Quotidiano Sanità.it” l’avvio su ampia scala dell’erogazione di servizi sanitari in telemedicina è diventato una necessità al fine di limitare il rischio di contagio da Covid-19.

In conclusione lo sviluppo e l’applicazione di nuove tecnologie informatiche e nel campo della sensoristica permettono la creazione di supporti per la telemedicina perfettamente esemplificati dal progetto realizzato presso il Centro Cardiologico Monzino: una speciale T-shirt consentirà il monitoraggio dei principali parametri cardiorespiratori dei pazienti dimessi dall’ospedale con polmonite da Covid-19. La rilevazione verrà effettuata tramite sofisticati sensori incorporati nel tessuto della T- shirt indossata dal paziente mentre è a casa.

Nonostante la pandemia abbia catalizzato risorse umane ed economiche, la Sanità italiana ha continuato nel suo percorso di eccellenza in settori quali la chirurgia. Il 17 aprile 2020 presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma viene eseguito un intervento su un feto alla 28 settimana, ancora nel grembo materno, per trattare un’ernia diaframmatica congenita, patologia che nelle forme più gravi ha un tasso di mortalità del 90%.

In sala operatoria l’équipe di specialisti dell’Ospedale Policlinico di Milano, Dell’Ospedale San Piero-Fatebenefratelli e dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, hanno posto in essere una delicata procedura posizionando nella trachea del feto un palloncino che consentirà lo sviluppo dei polmoni aumentando le chance di sopravvivenza del feto stesso.

Occorre, però per spirito di obiettività, soffermarsi non solo sulle luci ma anche sulle ombre.

Se la pandemia ha generato un forte impulso verso l’innovazione e la riorganizzazione è altresì vero che sono emerse significative criticità nella gestione di alcune patologie come ad esempio quelle cardiovascolari.

La Società Italiana di Cardiologia negli ultimi mesi ha lanciato un allarme in ragione della diminuzione degli accessi in P.S. di pazienti con manifestazione dell’infarto del miocardio, causati dalla paura del COVID -19. (questo tema è trattato da Sanità 360° anche qui, ndr: Le morti indirette del covid-19: lo studio sul calo dei ricoveri per infarto)

Uno studio effettuato in Piemonte ha evidenziato come tra marzo e aprile del 2019 gli accessi in P.S. per patologie cardiache trattati poi con angioplastica primaria era di 382, nel 2020 nello stesso periodo il dato si riduce a 239 accessi. Anche per quanto attiene le procedure di riapertura dei vasi ostruiti (contando anche gli interventi programmati) passa da 1.714 del 2019 a 945 nel 2020. 

La riduzione di cui sopra è stata riscontrata anche dal Centro Cardiologico Monzino, i cui sanitari hanno rilevato che la mortalità per infarto acuto è quasi triplicata e le procedure salvavita si sono ridotte del 40%. Non risulta infatti possibile che il numero degli infarti sia calato, laddove questa tendenza venisse confermata, si avrà una mortalità per infarto superiore a quella legata alla pandemia. 

A livello nazionale sono stati creati degli Ospedali hub deputati al trattamento delle emergenze cardiovascolari. In Piemonte l’Ospedale Mauriziano di Torino ha creato e messo in atto un protocollo per accogliere in sicurezza i pazienti con patologia cardiaca che necessitano di un trattamento urgente salvavita, percorsi dedicati con personale specializzato in modo che il paziente che necessita di cure possa accedervi in assoluta sicurezza.

Il responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia dell’Ospedale Mauriziano Dott. Giuseppe Musumeci ritiene che vi sia un altro aspetto che rischia di provocare un aumento dei decessi, ovvero la mancata aderenza terapeutica.  Rileva come durante l’emergenza COVID-19 siano stati annullati tutti gli interventi programmati e le visite di controllo. Appare opportuno rilevare come molti malati cronici, in cura per ipertensione e/o ipercolesterolemia (fattori di rischio cardiovascolari), potrebbero aver sospeso le cure durante il Look down, nonostante l’Agenzia Italiana del Farmaco abbia rinnovato per un periodo di tre mesi i piani terapeutici in atto, consentendo ai pazienti, terminati i medicinali, di non recarsi in ospedale e/o in ambulatorio per la prescrizione. 

Le conseguenze di tali comportamenti potrà essere scoperto con sicurezza solo con una latenza di due anni. 

 

Alessandra Berra e Monica Marchetti

LA COSA GIUSTA DA DIRE

Come parlare ai familiari dei pazienti alla luce dell’epidemia? Come mantenere una distanza fisica che non sia anche emotiva? Come dare le informazioni necessarie evitando tensioni e contenziosi? Al primo Webinar “Sham On Air” il position paper COMUNICoViD offre dieci spunti per equilibrare umanità, sicurezza e tutela legale.

 

Medici e familiari dei pazienti Covid-19: a distanza di sicurezza ma non di umanità. Il documento “COMUNICoViD: comunicare con i familiari in condizioni di isolamento” fornisce una guida per mantenere un rapporto sano e funzionale con i familiari dei ricoverati durante l’emergenza coronavirus (e non solo).

Comunicare con le famiglie dei pazienti è sempre una sfida, oltre che professionale, anche emotiva per il personale ospedaliero. Ci sono delle linee guida da seguire, per proteggere non solo i familiari del malato, ma anche lo stesso staff, obbligato a trovare una sorta di via media tra l’empatia e il distacco. Ai tempi del CoViD-19 questa sfida, già di per sé ricca e delicata, si è evoluta: comunicare con i familiari in fase di isolamento significa farlo prevalentemente in via telematica, che sia tramite telefono o videochiamata. Conversazioni difficili da avere, aggravate anche dalla situazione epidemica e di alto stress per medici, infermieri e personale sanitario. Come farlo nel migliore dei modi senza potersi incontrare di persona? A questa domanda ha dato una risposta concreta lo studio “COMUNICoViD: comunicare con i familiari in condizioni di isolamento” che i coautori Giovanni Mistraletti, Medico rianimatore e Ricercatore dell’Università degli Studi di Milano, e Maria Nefeli Gribaudi, Avvocato ed esperta di Responsabilità Civile Sanitaria, hanno presentato in occasione del primo Webinar della serie “Sham On Air” organizzato dalla mutua leader nel settore delle assicurazioni per la Responsabilità Civile Sanitaria con il patrocinio di ARIS, rappresentato nell’incontro da Nevio Boscariol, Responsabile Economico, Servizi e Gestionale.

«Non dobbiamo comunicare bene perché siamo buoni, ma dobbiamo esserne capaci perché siamo professionisti. Una buona comunicazione è fondamentale per i pazienti, per i familiari e per gli operatori» ha dichiarato il dott. Mistraletti, spiegando che l’attività comunicativa deve essere trattata come una priorità dall’ospedale, che a questo deve dedicare tempo, formazione e attenzione, poiché «specialmente in un momento di isolamento come quello che abbiamo vissuto, le competenze in questo campo diventano fondamentali ed emergono con ancora più forza». Coordinatore di un gruppo di eccellenza multiprofessionale per la stesura del position paper, Mistraletti ha evidenziato con decisione come il focus del documento si concentri in particolare sulla possibilità di far star meglio innanzitutto i familiari, ma anche «di aiutare chi lavora negli ospedali, quando si trovano in situazioni davvero difficili in cui non è affatto scontato comunicare empatia e si è maggiormente esposti ad un rischio di burnout, di esaurimento emotivo».

«Non possiamo pensare di curare bene i nostri malati se non ci prendiamo cura anche dei loro familiari e degli operatori» ha aggiunto. Non è casuale, infatti, che la comunicazione venga riconosciuta dalla Società Europea di Medicina Critica tra le competenze fondamentali ed irrinunciabili per la professione medica. Come curarla al meglio quindi? Le regole basilari sono quelle valide in assoluto, che però devono essere declinate nell’era CoViD-19 e che nel position paper vengono riassunte in 10 statement, organizzati in macroaree che vanno dalla competenza relazionale, alla confidenzialità, alla giustizia distributiva fino alla gestione del benessere degli operatori. Come ha evidenziato anche l’avvocato Maria Nefeli Gribaudi, «una buona comunicazione, sia interna tra gli operatori sanitari che esterna verso paziente e familiari, ha delle ricadute positive sotto diversi ambiti. Sia per quanto riguarda il risk management, sia in termini di continuità e qualità terapeutica assistenziale, e quindi di outcome, sia sotto il profilo della alleanza terapeutica e fiducia nel sistema sanitario». Soprattutto, ha «valenza deflattiva del contenzioso. Capita che alla base di una conflittualità tra medico e paziente spesso non vi sia un errore tecnico, terapeutico o diagnostico, ma una carenza dal punto di vista relazionale e comunicativo – ha aggiunto Gribaudi – che tra l’altro ha una propria autonomia risarcitoria».

Fondamentale sia dal punto di vista di medico che giuridico durante tutto il processo comunicativo, specialmente tramite dispositivi, come è diventata prassi durante l’emergenza CoViD-19, è fornire in maniera comprensibile e chiara le informazioni circa la malattia, ottenendo da parte dei familiari notizie sull’anamnesi e soprattutto sui valori e le scelte della persona ricoverata. Necessario, soprattutto nel momento in cui si debbano dare notizie tragiche e/o delicate, è mostrare empatia e partecipazione, mantenendo un atteggiamento non asettico e distaccato, ma senza esagerare o uscire dai confini professionali. Un equilibrio difficile da trovare, che però «è un’occasione per manifestare una sincera partecipazione – continua Mistraletti – ed anche per legittimare le emozioni dei familiari». Trattasi di modalità comunicative già note in letteratura, ma durante l’emergenza del coronavirus sono emerse nuove considerazioni. «I familiari di un paziente erano a loro volta sottoposti ad uno stato di isolamento, di quarantena e quindi soggetti già ad un carico di stress non indifferente. Nella fase della comunicazione di un aggravio delle condizioni o di un lutto, il medico non può non tenere conto della condizione emotiva dei familiari, che soffrono del fatto di non poter essere vicini al proprio caro in un momento così delicato». Ecco perché nella seconda parte del documento presentato, sono state realizzate delle vere e proprie guide operative e check-list per svolgere al meglio le telefonate o le videochiamate ai familiari dei pazienti affetti da CoViD-19. Ha infatti evidenziato Mistraletti come «grande importanza va data alla fase di preparazione: sto parlando con le persone giuste? Sono nel luogo più adatto per telefonare o videochiamare? Sono emotivamente pronto a far fronte a delle reazioni emotive molto forti?». Una check-list che non solo aiuta la gestione dell’emotività del familiare del paziente, ma anche del personale ospedaliero stesso, che in questo modo può essere protetto dal rischio di burnout e pronto a soddisfare richieste come quella di mostrare al familiare il proprio caro sedato o vicino al decesso attraverso la videochiamata senza esserne travolti.

«Questo atteggiamento e questo modello operativo ci permettono di limitare ed evitare le incomprensioni e i conflitti, con le conseguenze anche medico legali» ha sostenuto Mistraletti. Un tema su cui ha insistito anche Maria Nefeli Gribaudi, ricordando come il punto di riferimento da tenere onnipresente sia la Legge n. 219/2017 in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento, «culmine di un lungo percorso giurisprudenziale, etico e culturale proprio in tema di relazione medico paziente di comunicazione e obblighi formativi che ha trovato nella legge la sua positivizzazione». La legge 219 infatti sancisce un principio molto importante: la comunicazione come tempo di cura. Essa «sottende a monte un concetto di malattia e a valle un concetto di cura che trascendono aspetti meramente biologici ma che abbracciano anche aspetti relazionali e comunicativi» aggiunge l’avvocato Gribaudi, implicando che «anche a livello organizzativo e formativo le strutture si attivino in questo senso». Dal punto di vista giuridico, il contesto di emergenza sanitaria ha fatto emergere nuove sfide dovute anche alla situazione di isolamento. «Si è trattato indubbiamente di un momento connotato da grande incertezza scientifica, da mancanza di evidenze e di linee guida e di buone pratiche clinico-assistenziali che fossero state accreditate dalla comunità scientifica e di grande scarsità di risorse», ha detto Gribaudi. Ecco allora che in questo scenario la comunicazione di questi fattori deve avvenire «in modo trasparente sia al paziente che ai suoi familiari, anche per quanto concerne il ricorso alla somministrazione di terapie sperimentali». La buona comunicazione con i familiari infatti permette di ricostruire anche il sistema di valori e desideri di un paziente incompetente o incapace di intendere e di volere: «Anche in questa prospettiva una buona comunicazione, modulata anche in base alle conoscenze o allo stato emotivo dell’interlocutore, funge da protezione per l’operatore sanitario e per la struttura» ha ricordato Gribaudi «anche per quelle fasi relative alla somministrazione di cure palliative o di terapie del dolore».

L’emergenza pandemica ha evidenziato come il punto di equilibrio tra informazione, rispetto delle norme di privacy e protezione da eventuali contenziosi venga a trovarsi proprio nella comunicazione. Un aspetto a volte sottovalutato ma che questa situazione straordinaria di emergenza ha riportato alla luce, riportandone il valore e l’importanza tra i principi che invece devono essere centrali e fondamentali.

 

Il primo webinar di Sham On Air “ComuniCovid: comunicare con i familiari in condizioni di isolamento” è disponibile a questo link.

ANIPIO: I DECALOGHI PER GLI OPERATORI SANITARI

L’Associazione Nazionale Infermieri Prevenzione Infezioni Ospedaliere-Società Scientifica degli Infermieri Specialisti del Rischio Infettivo mette a disposizione delle strutture i decaloghi per gli operatori sanitari e sociosanitari impegnati nell’emergenza, per aiutarli a gestire situazioni complesse.  

 

“Come comportarsi durante il Covid-19” e “Contagiati dalle emozioni” sono i decaloghi realizzati da Anipio, messi a disposizione delle aziende sanitarie impegnate in prima linea nella lotta al coronavirus. I codici di comportamento si rivolgono agli operatori sanitari e sociosanitari per fornire loro un supporto nella gestione di situazioni cliniche e organizzative estremamente difficili.

Il primo decalogo, recepito anche dall’Istituto Superiore di Sanità, presenta una serie di misure volte al rispetto dell’igiene e alle modalità comportamentali alle quali fare riferimento all’interno delle strutture ospedaliere. Il secondo è invece una vera e propria guida per assistere gli operatori nella gestione dello stress, aiutandoli a preservare l’equilibrio psichico. Il codice fa leva, in particolare, sull’importanza di condividere le proprie emozioni e di mantenere alto il sentimento sociale attraverso il contatto quotidiano con amici e parenti.

L’iniziativa è nata dal confronto con le strutture sanitarie attive sul territorio, svolto nelle videoconferenze regionali tenute all’Associazione: “Il contatto quotidiano con le strutture di tutte le regioni d’Italia – ha raccontato Maria Mongardi, Presidente di Anipio – ha portato ad intercettare uno stress psicologico tra gli operatori dovuto all’emergenza ‘organizzativa’ ed ‘esistenziale’. Lo stress, causato da uno stato di urgenza, ha colpito all’improvviso le persone, non risparmiandole da una situazione in cui bisognava dare una risposta tempestiva e massiva e che comportava una riorganizzazione ‘hard’ del layout strutturale degli Ospedali”. Uno stress psicologico che appare legato a più situazioni ed è mutuato da diversi driver: “C’è il coinvolgimento di professionisti provenienti da setting assistenziali diversi – ha spiegato Mongardi –. C’è un tempo di formazione che è stato scarso, al di là del pacchetto obbligatorio e prioritario su come indossare e rimuovere i dispositivi di protezione individuale. Poi ci sono la paura e la preoccupazione di contagio, per sé e i propri familiari, così come lo stress per l’impatto delle condizioni cliniche dei pazienti, persone anche giovani che si capiva avrebbero rischiato la vita. Infine, abbiamo verificato una scarsa conoscenza delle opportunità di trattamento e la conseguente condizione di disagio che essa comporta, come il sentirsi incapaci di affrontare il problema”.

La possibilità per le aziende sanitarie è quella di effettuare una richiesta ad Anipio per utilizzare i decaloghi e personalizzarli con il proprio logo.

 

Per consultare i decaloghi:

Come comportarsi durante il Covid-19

Contagiati dalle emozioni

LA REALTÀ VIRTUALE CHE AIUTA GLI OPERATORI IN PRIMA LINEA NELL’EMERGENZA

 “Limbix” è il visore per la realtà virtuale che aiuta gli operatori del Covid Hospital di Schiavonia a gestire l’ansia e a ridurre la preoccupazione e lo stress.

 

La realtà virtuale “Limbix” entra a supporto degli operatori in prima linea presso il Covid Hospital di Schiavonia, grazie all’intervento avviato dalla Direzione dell’Ulss 6 Euganea con il coordinamento operativo degli Ospedali Riuniti Padova Sud.

Il programma di sostegno psicologico prevede “la formazione in ambiente virtuale a tecniche di recovery psicologiche – ovvero di recupero di emozioni positive – e fisiologiche, funzionali a contrastare lo stress e i momenti di picco di ansia, tutelando la salute degli operatori e aumentandone la performance”. Il protocollo è stato messo a punto dall’équipe del Prof. Alessandro De Carlo, docente alle Università Giustino Fortunato e Lumsa, in collaborazione con l’Università di Padova e l’Istituto di psicoterapia Psiop.

“Nella prima seduta – ha spiegato il Prof. De Carlo – si utilizza il visore di realtà virtuale per il training alla respirazione diaframmatica, strumento psicofisiologico che consente di controllare le emozioni. La persona, indossando un visore, viene portata all’interno di un ambiente in cui il respiro viene visualizzato (con un flusso che entra ed esce dalla bocca) e il tempo scandito (sia con pulsazioni dell’ambiente virtuale che con indici che appaiono davanti agli occhi). Nella seconda seduta si ‘conduce’ la persona in luoghi reali legati ad esperienze pregresse positive”.

Grazie al collegamento con la rete, Limbix consente di accedere a immagini 3D di luoghi reali, divenendo uno stimolo positivo per gli operatori in prima linea nella cura dell’epidemia. In questo modo, lo strumento aiuta a “ridurre lo stress, l’affaticamento, la preoccupazione del personale sanitario impegnato nell’emergenza Covid-19, con un approccio all’avanguardia a livello internazionale”.

La tecnologia di realtà virtuale utilizza i software creati in collaborazione con le Università di Stanford, Harvard e Yale. Le apparecchiature tecnologiche sono state messe a disposizione da Limbix Italia.

A questo link è possibile leggere il comunicato dell’Azienda ULSS 6 Euganea.

 

 

 

 

 

I TAMPONI “DRIVE-IN” ARRIVANO A VARESE

L’ATS Insubria punta ad effettuare almeno 100 test al giorno: “Un volume suscettibile di revisione in base all’evoluzione dell’epidemia”.

 

Dopo il caso della Asl Roma 1 , il test Covid-19 in modalità “drive-in” arriva a Varese. La postazione è coordinata da ATS Insubria e gestita dalla Croce Rossa Italiana civile e militare di Busto Arsizio.

 

Nel comunicato stampa della Direzione si legge che “è stata inaugurata la seconda postazione in provincia di Varese per effettuare i test per la ricerca del Covid-19 in modalità drive-in nell’area di Malpensa Fiera di Busto Arsizio, grazie alla preziosa collaborazione della Camera di Commercio di Varese, del Comune di Busto Arsizio e della Croce Rossa. La postazione è coordinata da ATS Insubria e gestita dalla Croce Rossa Italiana civile e militare di Busto Arsizio. Analogamente a quanto già avviene a Varese in Via O. Rossi, e a Como in Via Castelnuovo, si tratta di una sede mobile con caratteristiche logistico-organizzative tali da consentire ai cittadini, per i quali è stato prescritto e programmato il tampone, di accedere con la propria auto e sottoporsi al test senza uscire dall’abitacolo. I tamponi e i Dispositivi di Protezione Individuale sono forniti agli Operatori della CRI da ATS”.

Inoltre, “con questa ulteriore postazione, ATS intende implementare l’attività di esecuzione dei tamponi che, in una prima fase, saranno prioritariamente rivolti agli operatori sanitari e sociosanitari, oltre ai soggetti addetti a servizi essenziali, che possono così, una volta accertata la negativizzazione, rientrare in servizio”.

Per tale attività sono state valutate tutte le condizioni di rispetto della normativa in tema di biosicurezza. In questa prima fase si punta ad effettuare almeno 100 test al giorno, volume suscettibile di revisione in base all’evoluzione dell’epidemia”.

“Tale attività, che si aggiunge a quelle già in corso presso le altre sedi, consentirà di arrivare a processare un maggior numero di tamponi a settimana, così da soddisfare le necessità epidemiologiche attuali, grazie alla disponibilità di nuovi laboratori, recentemente accreditati”.

IL VADEMECUM COVID-19 DELLA ASL TO4

Un sito Intranet per operatori ospedalieri sul territorio.

Grazie alla SS Qualità, la SC Risk Management ASL TO4 ha allestito, immediatamente dopo la dichiarazione di emergenza coronavirus, un sito Intranet aziendale dedicato al Covid-19 per poter aiutare gli operatori sanitari a districarsi tra le diverse normative (DL, circolari del Ministero della Salute, ISS, Protezione Civile, Delibere Regionali ecc.) che si sono succedute in brevissimo tempo. Sono state predisposte delle Aree tematiche sintetiche, per ogni tema d’interesse, e tali aree sono aggiornate in tempo reale e corredate da strumenti di lavoro stampabili; inoltre, sono stati effettuati collegamenti a link istituzionali per l’approfondimento dei diversi argomenti.

“Nel Vademecum  – spiega la responsabile della Struttura Vincenza Palermo – sono contenute le informazioni ritenute essenziali ed indispensabili, quotidianamente aggiornate, che tutti gli operatori dell’ASL TO4 (ospedalieri e territoriali) devono conoscere ed applicare rigorosamente al fine di contenere e gestire al meglio l’emergenza epidemiologica Covid-19”.

 

Il Vademecum Covid-19 della ASL TO4

 

Il documento è stato redatto allo scopo di contenere in un unico documento le diverse informazioni, succedutesi in breve lasso di tempo, e pervenute in Azienda attraverso diversi canali istituzionali ed è organizzato in Aree Tematiche: “Clinico assistenziali” e per i “dipendenti”, completato da area dedicata a “Link istituzionali”, ovvero la parte riservata all’approfondimento delle comunicazioni del Ministero della Salute, Governo, Protezione Civile o Regione Piemonte.

“Le Aree Tematiche così strutturate contengono disposizioni operative, organizzative ed amministrative e, laddove sia necessario, sono previsti specifici allegati. In ogni Area Tematica, alla voce “Protocolli aziendali”, sono stati inserite le disposizioni pervenute ufficialmente con protocollo aziendale o mail da parte dei vari responsabili dei settori, componenti dell’Unità di Crisi Aziendale.

“Il Vademecum così strutturato – conclude Palermo – rappresenta il documento di riferimento aziendale per tutti i professionisti a cui fare riferimento per l’applicazione delle buone pratiche”.

Decalogo per l’accesso alle strutture ospedaliere

Una guida per le persone che accedono alle strutture sanitarie in tempo di Covid-19, pubblicata dall’AULSS 9 Scaligera e promossa dalla Regione Veneto per ridurre i rischi di contagio.

Di seguito le norme:
  1. In tutti i reparti di degenza l’accesso dei visitatori è limitato a una sola persona per paziente al giorno. La visita dovrà essere breve e il visitatore dovrà indossare una mascherina di protezione
  2. Tutte le persone, in particolare gli anziani, sono invitate a non recarsi nelle strutture sanitarie solamente per problematiche urgenti e non procrastinabili
  3. In tutti i reparti di degenza l’accesso dei visitatori è vietato a persone con sintomi respiratori (raffreddore, tosse, mal di gola, febbre)
  4. Non sono consentite le visite ai pazienti in isolamento per COVID-19
  5. Nelle sale d’attesa del Pronto Soccorso non possono sostare gli accompagnatori dei pazientisalvo diverse specifiche disposizioni del personale sanitario
  6. Tutte le persone che accedono in ospedale devono indossare una mascherina di protezione
  7. Tutte le persone devono mantenere la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro
  8. Per l’igiene delle mani nelle sale d’attesa sono messe a disposizione soluzioni disinfettanti
  9. Tutte le persone sono tenute ad osservare tutte le misure di prevenzione igienico sanitarie raccomandate dal Decalogo del Ministero della Salute

A questo link il documento ufficiale.

“Covid-19”: la nuova piattaforma della Regione Piemonte

Creata dal Consorzio per il Sistema Informativo, “Covid-19” è la piattaforma open source dell’Unità di Crisi della Protezione Civile del Piemonte per tenere sotto controllo tutte le attività che riguardano i pazienti affetti da coronavirus.

 

Esecuzione dei test e analisi dei tamponi, presa in carico dei pazienti e accompagnamento ai percorsi di cura, disponibilità e assegnazione dei posti letto, dimissioni e trasferimenti verso reparti o strutture: sono queste le principali funzioni della nuova “Piattaforma Covid-19”, voluta dalla Regione Piemonte e messa a disposizione dell’Unità di Crisi regionale per affrontare con maggiore efficacia l’emergenza coronavirus[1].

Una piattaforma open source, realizzata dal Consorzio per il Sistema Informativo, per gestire l’emergenza sanitaria in modo rapido ed efficace, dove le informazioni sono fruibili facilmente anche in mobilità e con dispositivi diversi. Ad usarla oggi sono “tutti gli attori coinvolti dall’emergenza”[2]: Unità di Crisi, 18 Aziende Sanitarie regionali, 13 laboratori analisi e laboratori privati convenzionati, per una distribuzione complessiva delle credenziali di accesso a circa 700 operatori sanitari, 1.181 sindaci e oltre 90 rappresentanti delle forze dell’ordine e 20 operatori dell’Unità di crisi”.

Rilevante soprattutto la funzione di monitoraggio dei posti letto disponibili nelle varie strutture collegate all’Unità di Crisi, con una panoramica in tempo reale di tutti i posti letto liberi o occupati in ogni Ospedale e nelle diverse aree critiche (terapia intensiva, semi-intensiva o media intensità), e la possibilità per ciascuna persona di essere presa in carico dal sistema sanitario regionale.

Una piattaforma mirata poi a supportare i sindaci: “In primo luogo – ha spiegato sul sito della Regione Piemonte l’assessore alla Sanità, Luigi Genesio Icardi – la piattaforma è in grado di supportare i sindaci piemontesi nella gestione delle quarantene. L’obiettivo è di fornire a ogni primo cittadino un elenco delle persone del proprio comune che le Aziende sanitarie regionali decideranno di mettere in isolamento”.

Due, infine, le funzioni che verranno implementate: l’acquisizione di nuovo personale medico e infermieristico da parte delle aziende sanitarie in prima linea nella lotta al Covid-19 e la gestione del post ricovero per tutte le persone dimesse dall’Ospedale.

 

[1] https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/comunicati-stampa/coronavirus-piemonte-presentata-nuova-piattaforma-informatica-gestione-dellemergenza

[2] Ibidem

“AllertaLOM” e “Lazio Doctor Covid”: due App per il contrasto al coronavirus

Disponibili su Google Play e Apple Store, le due applicazioni di Regione Lombardia e Lazio sono attive per supportare il contenimento del coronavirus.

 

AllertaLOM è la nuova applicazione della Regione Lombardia, sviluppata della Protezione civile nell’ambito delle azioni di contrasto all’emergenza coronavirus. A tutti i cittadini, con o senza sintomatologia da Covid-19, che hanno scaricato l’applicazione, viene proposto in forma anonima un breve questionario. In questo modo, da una parte, l’applicativo raccoglie informazioni complete e strutturate sulla diffusione del contagio, da mettere a disposizione dell’Unità di Crisi regionale; dall’altra, gli utenti ricevono notifiche e informazioni sulle allerte emesse dalla Regione. La sezione Coronavirus e il questionario permettono una sorta di “triage a distanza[1]: l’obiettivo – si legge sul sito della Regione[2] – è quello di raccogliere una grande quantità di dati, in forma anonimizzata, per mettere a disposizione dell’Unità di Crisi regionale e degli specialisti informazioni complete e strutturate sulla diffusione del contagio sul territorio lombardo.

Sono già oltre 50mila gli utenti iscritti ad AllertaLOM che ricevono notifiche e informazioni sull’emergenza in atto. Gli utenti sono invitati a ripetere ogni giorno (non più di una volta al giorno) la compilazione del questionario, aggiornando il proprio stato di salute. Le informazioni raccolte contribuiranno ad alimentare una “mappa del rischio contagio” continuamente aggiornata, che permetterà agli esperti di sviluppare modelli previsionali sulla diffusione dello stesso, andando ad agire direttamente in quelle zone ove si riscontrino maggiori probabilità di sviluppare un focolaio[3].

Con Lazio Doctor Covid (LazioDrCovid), la Regione Lazio ha invece lanciato una nuova applicazione per contattare il proprio medico quando si ha necessità. L’applicazione conta già oltre 80mila utenti registrati, di cui più di 2mila medici di famiglia e oltre 300 pediatri con almeno un accesso alla piattaforma. L’App si rivolge in particolare a[4]:

  • tutti i cittadini che vogliono entrare in contatto con il proprio medico di famiglia da remoto;
  • chi manifesta sintomi legati al Covid19 (febbre, tosse, bruciore agli occhi);
  • chi è entrato in contatto stretto con persone positive al Covid19;
  • chi è stato sottoposto a misure di sorveglianza attiva da parte della Asl.

Grazie a questi applicativi sarà dunque possibile ricevere assistenza anche a casa. Queste misure però non sostituiscono il servizio del Numero Unico delle Emergenze 112 o 118 che deve essere attivato da parte del cittadino in caso di emergenza sanitaria.

 

 

[1] https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioRedazionale/servizi-e-informazioni/cittadini/salute-e-prevenzione/coronavirus/app-coronavirus

[2]https://www.openinnovation.regione.lombardia.it/b/572/regioneaicittadiniunapppermonitorareladiffusionedelcovid

[3] https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioRedazionale/servizi-e-informazioni/cittadini/salute-e-prevenzione/coronavirus/app-coronavirus

[4] http://www.regione.lazio.it/rl/coronavirus/scarica-app/

 

“DRIVE-IN”: IL SISTEMA PER EFFETTUARE DALL’AUTO IL TAMPONE AL CORONAVIRUS

La ASL Roma 1 amplia il bacino di utenza proteggendo gli operatori. Con la tecnica “drive-in” il test Covid-19 viene eseguito direttamente sull’autovettura del cittadino.

 

È attivo dal 1° aprile il test Covid-19 in modalità “drive-in” grazie al supporto dall’unità mobile della ASL Roma 1. Il test viene effettuato presso il Comprensorio di Santa Maria della Pietà in assoluta sicurezza: i cittadini restano nella propria autovettura mentre il personale infermieristico effettua il tampone faringeo indossando gli idonei dispositivi di protezione.

Non si tratta di un test somministrato su base volontaria o a richiesta”, spiega nel comunicato la ASL Roma 1[1]. A raccogliere le segnalazioni è il SISP[2], l’UOC Servizio Igiene Sanità Pubblica del Dipartimento di Prevenzione, che valuta le condizioni cliniche delle persone in sorveglianza sanitaria o segnalate dai Medici di Medicina Generale, in grado di effettuare lo spostamento dal proprio domicilio. La condizione è che la persona sia in grado di raggiungere da sola l’unità mobile e, dunque, non versi in grave stato di salute. In caso contrario, il tampone viene eseguito direttamente a casa.

“È una modalità molto efficiente e anche efficace – racconta in una video intervista rilasciata all’Ansa[3] Maurizia D’Amore, Infermiera volontaria presso la ASL Roma 1 – sia dal punto di vista della sicurezza che dell’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Le persone transitano qui davanti, noi confermiamo i dati anagrafici e dopodiché, facendo rimanere le persone all’interno della loro autovettura, eseguiamo il tampone. Le persone possono poi tranquillamente andare. In questo modo, possiamo eseguire molti più tamponi nella giornata mantenendo una sola tuta e cambiando di volta in volta soltanto il materiale d’uso”.

 

 

[1] Comunicato del 2 aprile 2020: https://www.aslroma1.it/comunicati/tamponi-drive-in-da-ieri-operativo-il-servizio-della-asl-roma-1-al-santa-maria-della-pieta

[2] https://www.aslroma1.it/azienda-dipartimentieri/dipartimento-di-prevenzione

[3] https://www.ansa.it/sito/videogallery/italia/2020/04/01/coronavirus-allasl-roma-1-il-tampone-si-fa-dallauto_a3c650d8-5cc9-4c58-8c1d-4d107a6f6c68.html