OSTETRICIA: LA SIMULAZIONE È LA MIGLIORE FORMAZIONE

L’efficacia dell’approccio interattivo nell’esperienza della ASL di ASTI. Le diverse situazioni simulate e i risultati raggiunti raccontati nell’intervista ad Anna Mesto, responsabile della struttura di Qualità, Accreditamento e Risk Management. Il progetto verrà presentato al Premio Sham 2019

 

“Sia l’esperienza sul campo che una crescente letteratura concordano nel ritenere che la simulazione sia in assoluto la migliore modalità di formazione in ambito sanitario. In particolar modo ciò è vero per quanto riguarda le attività che richiedono la coordinazione dell’attività individuale all’interno di un lavoro d’équipe”.

“Quest’ultimo dettaglio – spiega Anna Mesto dell’ASL di Asti – individua l’Ostetricia come un campo particolarmente indicato ove investire nella simulazione formativa, sia nell’ottica di gestire il rischio medico legale – al quale l’ostetricia si dimostra tra i settori sanitari essere particolarmente esposta – sia con il fine di migliorare l’affiatamento dei professionisti nell’ambito lavorativo”.

La dottoressa, responsabile Qualità, Accreditamento e Risk Management dell’azienda sanitaria astigiana ha visto avviarsi negli anni attività di simulazione formativa in diversi ambiti, con corsi per la rianimazione BLS (Basic Life Support) e ALS (Advanced Life Support), trovando un riscontro molto favorevole tra i partecipanti e ricadute positive riguardo alle competenze acquisite, dimostrate anche in occasione di prove pratiche.

“Tale tipo di formazione – spiega sulla base delle esperienze accumulate – trova maggiore efficacia quanto più è realistico il contesto simulato, da cui la necessità di riprodurre situazioni e condizioni simili a quelle effettivamente riscontrabili disponendo di manichini e altri materiali adatti a simulare i possibili scenari con precisione”.

Due sono le modalità impiegate. La prima concerne dimostrazioni tecniche senza esecuzione diretta dei partecipanti (d/t), metodo didattico svolto da docente/istruttore finalizzato a illustrare modalità di esecuzione di attività specifiche, che può prevedere l’utilizzo di filmati o altri sussidi didattici. La seconda è, invece, l’esecuzione diretta da parte di tutti i partecipanti di attività pratiche o tecniche (ed), metodo didattico svolto a livello individuale o a piccoli gruppi che prevede l’utilizzo di una strumentazione o l’esecuzione di pratiche precedentemente trasferite.

Dal 2014 la simulazione si è estesa alla formazione in campo ostetrico con l’impiego di un manichino per simulare la gravida in sala parto, per quanto concerne l’espletamento del parto e delle varie possibili presentazioni fetali.

Nel corso delle sessioni di formazione in Ostetricia le situazioni simulate sono state il triage ostetrico, la distocia di spalla e l’emorragia post partum.

“Tali tematiche – riprende la dottoressa Mesto – richiedono l’addestramento a maggiore frequenza, in quanto rappresentano situazioni critiche potenzialmente gravi che necessitano di competenze specifiche e di buon coordinamento. L’esigenza di codificare i criteri di triage nasce dalla necessità di uniformare le conoscenze del personale addetto, sia infermieristico sia ostetrico; l’emorragia post partum è stata oggetto di studio, nell’intento di contestualizzare le linee guida e di sviluppare negli operatori le abilità nella valutazione del rischio, evitando di sottovalutare le perdite ematiche e adottando i corretti strumenti per la giusta quantificazione”.

La misurazione è un elemento da tenere sempre in considerazione, perché permette di dimostrare l’impatto e il cambiamento delle tecniche di simulazione. Il metro quantitativo per eccellenza sulla base del quale valutare l’efficacia della formazione sarà la riduzione dei contenziosi nei prossimi uno o due lustri. Ciononostante, esistono altri metri di misurazione dell’impatto della simulazione, che non richiedono una simile attesa perché si incentrano sulla misurazione delle competenze trasmesse agli operatori, sulla verifica (Audit) presso gli operatori stessi di come si è evoluta la loro coordinazione professionale e, infine, sull’implementazione delle procedure quotidiane che sono state il frutto del processo di confronto che ha accompagnato i diversi momenti del progetto di formazione”.

Anna Mesto, responsabile Qualità, Accreditamento e Risk Management presso l’ASL di Asti

Tra i risultati ottenuti in seguito alle attività di simulazione in campo ostetrico nella ASL Asti si conta, in primis, l’applicazione durante le simulazioni stesse delle linee guida sul rischio dell’emorragia post partum, con l’attivazione dell’équipe multidisciplinare formata da ginecologo, anestesista e medico esperto in patologie della coagulazione nonché utilizzo dei presidi idonei per la corretta stima delle perdite ematiche e dei trattamenti farmacologici. Applicate anche le linee guida nella distocia di spalla, con l’adozione delle modalità operative utili ad evitare il ricorso a manovre invasive o cruente. Conseguente alle attività di simulazione sono stati, inoltre, diversi Audit: l’Audit di efficacia attestanti il contenimento dei parti cesarei e Audit dedicati al Team leadership. Nella pratica clinica, inoltre, è migliorato il coordinamento dell’équipe di sala e il reclutamento di ulteriore personale di reparto, per la gestione della paziente e di care-givers presenti, che sono stati informati e rassicurati su quanto stava avvenendo. In aggiunta è stata aggiornata la procedura dei parti cesarei in emergenza, con definizione della tempistica e della concatenazione delle azioni previste, nonché l’introduzione di modalità più rapide di attivazione dei componenti dell’équipe chirurgica. Infine, è stato costituito un Gruppo per le emergenze ostetriche, che fa da cabina di regia per la programmazione e attuazione delle azioni di miglioramento.

“Da tutte queste misurazioni – conclude Mesto – appare chiaro come la simulazione abbia stimolato una forte spinta al miglioramento e abbia rappresentato un ottimo strumento di formazione e insieme partecipazione degli operatori all’incremento nella sicurezza delle cure”.

Gli esiti del progetto di simulazione saranno, perciò, candidati all’edizione 2019 del premio Sham per la prevenzione dei rischi.

“NON UNA PILLOLA IN PIÙ DEL NECESSARIO”

Il Progetto “Liberi dalla Contenzione” – raccontato dal Direttore della Casa Residenza Anziani (CRA) Anni Azzurri – Villa dei Ciliegi Stefano Crociani – è un esempio calzante di una filosofia di cura che parte dalla relazione umana con le persone fragili

 

“Ci sono momenti carichi di gioia personale, oltre che professionale, nell’assistenza agli anziani. Da qui mi piace iniziare: dal sorriso, dai momenti divertenti, dal calore umano e dalla carica di affetto che pervade le relazioni. Ricevere una persona ultraottantenne allettata, accompagnarla in un percorso di riabilitazione funzionale per poi vederla tornare a casa camminando è una grande soddisfazione. Ma – come spiega il Direttore Stefano Crociani – la vocazione della Residenza “Villa dei Ciliegi”, appartenente al Gruppo Kos – Anni Azzurri, è di accogliere nei suoi settanta posti letto soprattutto persone in età avanzata, parzialmente o totalmente non autosufficienti, fra i quali una parte significativa di ospiti con grave decadimento cognitivo, con demenza, con problematiche comportamentali che richiedono una specifica formazione e professionalità. È possibile effettuare ricoveri in lungodegenza o residenza temporanea, in seguito ad eventi acuti oppure a seguito di ospedalizzazioni, nonché “ricoveri di sollievo”.

“Il Gruppo Kos opera nell’assistenza e nella cura degli anziani tramite una rete di strutture residenziali attraverso la società Kos Care con il marchio Anni Azzurri; fare parte di un grande gruppo è una opportunità – spiega Crociani – perché si sviluppano sinergie e scambio di esperienze. Abbiamo la possibilità di avere il supporto competente di alte professionalità che ci consentono di pianificare la crescita e lo sviluppo di Villa dei Ciliegi in un’ottica di miglioramento continuo”.

“Se prendersi cura di una persona anziana significa sostenerla ed accompagnarla ad una buona qualità di vita, allora le cure non possono che essere individuali, costruite attorno ai bisogni assistenziali e sanitari del singolo e, ove presente, a supporto della sua famiglia. Bisogna riconoscere le sue debolezze e valorizzare i suoi punti di forza con l’obiettivo di conservare e fargli riguadagnare, quanto più possibile, la sua sfera di autonomia e di libertà”.

Un esempio che Crociani – una laurea in Pedagogia, una specializzazione in Psicosintesi e una vita spesa nel sociale alle spalle – considera particolarmente adatto a rendere l’idea è il Progetto “Liberi dalla Contenzione” che si sta realizzando con il programma di s-contenzione degli ospiti.

Villa dei Ciliegi insieme alle altre CRA del territorio aderisce a questo importante progetto promosso dalla AUSL di Bologna. “È un felice incontro tra la cultura e le esperienze maturate nelle residenze Anni Azzurri della Società Kos Care con la visione della Azienda USL di Bologna: una filosofia avanzata di assistenza che si astiene, finché possibile, dal contenere un paziente attraverso farmaci o restrizioni fisiche. «Non una pillola in più del necessario» potrebbe essere uno slogan che riassume il concetto – spiega Crociani. Ciò non significa assumere una posizione critica sui farmaci, se sono necessari a protezione del paziente. Al contrario. Il punto è capire che, quando una persona ha problematiche tali da mettere in pericolo l’incolumità propria o altrui, il contenimento se non è gestito con estrema cautela e con determinate precauzioni (nel rispetto dei protocolli previsti), può rappresentare una facile scorciatoia. Possiamo contenere o sedare il paziente ma, così facendo, rischiamo di ignorare la persona che probabilmente con quel comportamento, a modo suo, ci sta dicendo qualcosa”.

“La nostra intera filosofia, l’approccio professionale sul quale investiamo, è, invece, la personalizzazione degli interventi e delle prestazioni. Il paziente anziano, ammalato, confuso, fragile è, prima di tutto, una persona; ad essa ci rivolgiamo cercando di coniugare alta professionalità tecnica, procedure organizzative rigorose, controlli e verifiche di qualità accurate, con il punto centrale del nostro operare: la relazione con la persona”.

“In questi mesi stiamo sperimentando casi individuali dove abbiamo potuto constatare come sia realmente possibile ridurre le terapie farmacologiche (in accordo con il Medico di struttura e i familiari), introducendo contemporaneamente, in modo controllato, attività animative (individuali e di gruppo). Ecco perché la formazione del personale diventa centrale e fondamentale: formare all’ascolto, all’osservazione, alla relazione: formare gli operatori all’apprendimento di terapie non farmacologiche”.

“È un approccio – ammette Crociani – che, ovviamente, richiede molto impegno da parte di tutta la équipe: i programmi individuali sono messi a punto, monitorati costantemente dalla équipe di struttura che è composta dal Medico, dalla Responsabile Attività Sanitarie, la Responsabile Attività Assistenziali, la Animatrice e la Fisioterapista. Il servizio infermieristico (veramente di alta qualità professionale) è attivo h24 e gli operatori socio-assistenziali Oss costituiscono un fattore essenziale nell’economia del funzionamento e per la realizzazione della qualità complessiva del Servizio. Gli Oss, in particolare, svolgono un mestiere non sufficientemente valorizzato; personalmente ho la fortuna di avere incontrato a Villa dei Ciliegi un gruppo di operatori competenti e professionali; gli sono molto grato per l’impegno e la dedizione con cui si applicano ogni giorno, con affetto, alla cura dei nostri ospiti”.

Neppure è possibile dimenticare, per il buon funzionamento di una residenza, i servizi alberghieri, dalle pulizie alla cucina: abbiamo una cucina interna di qualità e questo è motivo di orgoglio e soddisfazione. Basti pensare all’importanza che costituisce il momento del pasto, in particolare per una persona anziana, per il proprio piacere e per la propria salute: avere una cucina interna con personale professionale e preparato è un valore aggiunto, per l’ospite e i suoi familiari”.

“Da parte mia – conclude il Direttore Crociani – è sempre un piacere quando, fra una incombenza quotidiana e l’altra, posso trascorrere un poco di tempo con i nostri ospiti, perché fra un racconto e l’altro, c’è sempre spazio e voglia di chiacchierare e per ridere insieme”.

 

Anni Azzurri e Villa dei Ciliegi si presentano:

Le Residenze Anni Azzurri offrono ambienti accoglienti in cui vivere, interagire e ricevere visite, perché la terza età sia un periodo sereno. L’impegno costante del personale è, infatti, quello di far sentire ogni ospite a casa propria, per quanto possibile. La qualità del soggiorno che tutte le residenze offrono è monitorata costantemente secondo procedure applicate all’intera rete di accoglienza e presa in carico degli ospiti, con l’obiettivo di mantenere standard di servizio ad alti livelli per la piena soddisfazione delle attese.  Il sorriso e il clima familiare rappresentano il tratto caratteristico del soggiorno nelle residenze Anni Azzurri, come “metodo terapeutico” che rafforza l’efficacia dell’assistenza medica specialistica e delle più attuali tecniche di riabilitazione e stimolazione cognitiva. La Residenza Villa dei Ciliegi fa parte della rete dei Servizi territoriali della Azienda USL del Distretto di Casalecchio di Reno e opera in stretta collaborazione con il Comune Valsamoggia. Grazie alla collocazione nel verde della campagna, ai piedi delle colline bolognesi della località Monteveglio, la struttura si presenta gradevole e accogliente. Kos Care ha pianificato azioni tese al miglioramento dell’organizzazione interna, della sicurezza, nell’uso degli spazi esistenti, investendo importanti risorse economiche anche nell’acquisto di nuovi ausili, arredi e attrezzature. Nei prossimi mesi si realizzerà una prima ristrutturazione interna, per migliorare gli spazi a disposizione; contemporaneamente stiamo mettendo a punto un progetto di ampliamento della struttura che ci potrà consentire una maggiore capacità ricettiva del servizio. Il territorio potrà così beneficiare di una migliore possibilità di risposta ai bisogni dei cittadini.

Fonte: Gruppo Kos

PUBBLICO E PRIVATO SULLO STESSO PIANO GRAZIE AL PREMIO SHAM

Per la prima volta tre grandi associazioni della sanità, sia pubblica che privata, concedono il proprio patrocinio al Premio Sham per la prevenzione dei rischi. Strutture private con AIOP, senza fine di lucro con ARIS e ASL pubbliche con FEDERSANITÀ partecipano assieme per promuovere i progetti che rendono le cure più sicure

 

Formalizzato il patrocinio dell’Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP) alla IV edizione del ‘Premio SHAM per prevenzione dei rischi’, un’iniziativa unica in Italia che ha come scopo promuovere, conoscere e premiare economicamente i progetti sanitari che rendono le cure più sicure. Caso unico in Italia è, anche, l’incontro e il confronto di progetti pubblici e privati dedicati alla prevenzione e al miglioramento di qualità e gestione del rischio.

“Queste – inizia Roberto Ravinale, Direttore esecutivo di SHAM in Italia – sono state, fin dall’inizio, le finalità del Premio: diffondere la cultura della prevenzione, far conoscere e replicare a livello nazionale le migliori pratiche locali; restituire a livello mediatico un’immagine veritiera dell’ecosistema sanitario italiano che, quotidianamente, investe in sicurezza e prevenzione”.

“Sono valori che sposiamo in pieno, rispetto ai quali siamo felici di contribuire sensibilizzando i nostri associati a partecipare al Premio Sham 2019 –  spiega Filippo Leonardi, Direttore della Sede nazionale AIOP. Dal punto di vista della sicurezza del paziente, pubblico e privato devono divenire intercambiabili. I pazienti sono gli stessi; ma sulla qualità delle cure bisogna fare a gara per dare il meglio, sia dal punto di vista tecnologico che organizzativo. Come Associazione siamo fortemente impegnati nel favorire e promuovere il confronto e il miglioramento nella cultura e nella pratica della gestione del rischio”.

Negli ultimi tre anni il Premio ha ricevuto, raccontato e promosso oltre 100 progetti da tutta Italia. Nel 2019 e per la prima volta, il Premio accoglierà progetti provenienti dall’intero ecosistema della sanità italiana: strutture pubbliche – con il patrocinio di FEDERSANITÀ-ANCI; private no profit – con il patrocinio di ARIS; e private con il patrocinio di AIOP.

“La sicurezza è un ottimo comun denominatore per la sanità italiana – conclude Ravinale di SHAM. Pubblico, Privato e Privato no Profit devono potersi incontrare e spesso, al fine di sviluppare una gestione del rischio omogenea e uniforme. Contribuire a diffondere questa cultura della sicurezza condivisa e le buone pratiche che l’accompagnano è uno degli obiettivi fondativi di SHAM: una Mutua che, da oltre 90 anni, non si limita ad assicurare il rischio ma promuove percorsi di miglioramento all’interno delle strutture sanitarie con conoscenze specializzate e iniziative aperte a tutti gli attori sanitari, indipendentemente dall’essere essi nostri associati o meno”.

Il premio SHAM è una di queste iniziative e, anche quest’anno, una speciale commissione di Risk Manager sceglierà tre progetti vincitori assegnando i premi di 6mila euro che verranno reinvestiti in prevenzione. La premiazione avverrà durante Forum Risk Management Sanità a Firenze tra il 26 e il 29 novembre 2019.

 

FONDAZIONE GEMELLI: LA FIDUCIA DEGLI OPERATORI È FATTORE DI PREVENZIONE

I sanitari seguono le procedure che contribuiscono a creare”. La strategia, le parole chiave e i casi studio della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma per superare la logica della colpa e far abbracciare al personale l’Incident reporting come cultura e prassi quotidiana

 

“Le procedure di sicurezza devono essere pezzi di pratica molto prima che pezzi di carta”. Così Giuseppe Vetrugno, Risk Manager della Fondazione Policlinico Gemelli e Professore Associato di Medicina Legale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Gli operatori sanitari devono venir coinvolti durante il disegno e in fase di stesura e devono ricevere riscontri tempestivi nella loro implementazione. Per far questo abbiamo bisogno di creare un clima di fiducia, fiducia che è la prima parola chiave all’interno della gestione del rischio. Sappiamo, infatti, che la segnalazione dell’evento avverso è fondamentale per affrontare il rischio clinico. Solo le segnalazioni del personale possono offrire i dati certi sui quali basare le azioni di miglioramento. Il personale, però, deve avere la certezza di essere tutelato dalla struttura, se vogliamo che riporti senza paura o ritrosie gli eventi avversi”.

Per ottenere questa fiducia, già nel 2016 – cioè ancor prima che la Legge 24 venisse promulgata – la Fondazione Gemelli ha rinunciato formalmente al diritto di rivalsa nei confronti dei suoi dipendenti e dei suoi collaboratori. “Di fatto – spiega Vetrugno – è come se la Fondazione dicesse ai propri dipendenti esercenti le professioni sanitarie: «Voi preoccupatevi solo di dare il meglio; se qualcosa va storto la responsabilità l’assume la struttura. Voi siete tutelati comunque». È stata una buona intuizione – prosegue il risk manager – perché dal punto di vista economico, con l’attuale assetto normativo, la rivalsa non conviene neppure, mentre, dal punto di vista della fiducia, la rinuncia a rifarsi sui dipendenti in caso di sinistro crea una grande effetto motivazionale. Le persone che lavorano si sentono e sono protette”.

La fiducia, però, non è l’unico ingrediente necessario. “Segnalare eventi avversi urta, spesso, la sensibilità dei professionisti e, non di rado, ferisce l’orgoglio. Medici, infermieri e tecnici sanitari devono capire perché è necessario farlo; devono entrare nei meccanismi della gestione del rischio guardandoli dall’interno”. Per far sì che questo proposito non rimanga lettera morta si devono tenere a mente altre due parole chiave: il tempo e la formazione.

Al Gemelli ci assicuriamo di rispondere ad ogni segnalazione nell’arco delle 48 ore. Ed è molto importante che ciò avvenga. I sanitari devono avere il riscontro delle loro azioni; vedere che quello che viene mandato dalla periferia trova una risposta immediata nel centro.  Dare una risposta veloce è un modo di riconoscere il contributo del singolo nel progresso generale delle sicurezze. Un altro è coinvolgere direttamente gli operatori sanitari nella stesura delle procedure di sicurezza. Un lavoro difficile che diventa, di fatto, una grande opera di formazione capillare a piccoli gruppi di operatori per volta che, confrontandosi sul rischio, offrono soluzioni che possono essere adottate dall’intera struttura”.

Nella storia recente del Policlinico Gemelli ci sono diversi casi studio che provano come si può applicare in pratica questa teoria.

Il primo caso riguarda il trattamento dei pazienti ricoverati al Gemelli che manifestino, oltre alla malattia che è all’origine del ricovero, anche una patologia psichiatrica. I nostri psichiatri ambulatoriali hanno contribuito a realizzare una procedura che, oltre a migliorare l’offerta assistenziale per questa tipologia di pazienti quando degenti presso un Policlinico non direttamente collegato ad un SPDC, ha posto le premesse per un’integrazione concreta tra Policlinico e gli SPDC del territorio, che, già per alcune realtà, si è tradotta in una prassi di ottimizzazione dei trasferimenti di pazienti tra Presidi dotati di SPDC e Gemelli e viceversa, a seconda delle esigenze dei pazienti.

Il secondo caso nasce dall’aumentata sensibilità degli infermieri sul tema delle cadute stimolata dalle segnalazioni che ha suggerito loro di estendere la portata dall’educazione sanitaria per la prevenzione delle cadute ospedaliere anche in ambito ambulatoriale, promuovendo la realizzazione di una informativa mirata ai pazienti che tornano a casa contenente piccoli suggerimenti comportamentali da mantenere a domicilio per limitare  il rischio cadute anche oltre le mura della struttura sanitaria. Questo contributo del personale, del resto, non è stato un caso isolato e improvviso, ma il risultato di un percorso. Già prima, infatti, il Gemelli non si era accontentato del formalismo ‘difensivo’ delle procedure cartacee ma aveva provato a sviluppare, con il personale dei reparti, una serie di azioni pratiche: dalla riduzione dell’altezza dei letti al contenimento del tempo di attesa tra la chiamata e l’arrivo dell’infermiere per alzarsi dal letto. Sempre con gli infermieri abbiamo verificato “sul campo”, durante i turni notturni, l’applicazione e l’applicabilità degli accorgimenti e siamo stati premiati con una riduzione dell’entità delle cadute in determinate fasce orarie. Un risultato che ha ulteriormente incoraggiato il personale a fare segnalazioni e suggerimenti per contribuire al miglioramento della sicurezza.

Anche il terzo caso nasce da una segnalazione di evento avverso che ha portato al disegno sperimentale di introduzione di due addetti alla riabilitazione motoria e respiratoria in terapia intensiva. Il razionale che sostiene la sperimentazione è la previsione che, grazie ad una riabilitazione precoce, si potrà ridurre il tempo di degenza, migliorare il recupero del paziente e limitare il rischio di contrarre infezioni.

Un ulteriore disegno sperimentale prevede la prossima introduzione di un sistema di ripresa audio-video in una sala operatoria, grazie al quale sarà possibile per l’equipe rivedersi in azione, valutare la coordinazione tra i membri e, ove possibile, migliorare l’omogeneità delle azioni, e anche di un sistema di ripresa audio-video dei colloqui informativi funzionali all’acquisizione dei consensi informati ai piani di cura in una specifica unità operativa.

“Esiste un minimo comun denominatore di tutti questi esempio – conclude Vetrugno – ed è l’attenzione all’unicità delle persone. Non esistono interventi di Risk Management preconfezionati. Se vogliamo sviluppare una procedura che funzioni, dobbiamo partire sempre dalle persone che saranno chiamate a farla funzionare: dalla storia, dalle loro opinioni, dalla loro fiducia in quello che stanno facendo”.

 

 

IL PREMIO PER I PROGETTI DI RISK MANAGEMENT E PREVENZIONE

Tempo fino al 30 settembre per presentare la candidatura al Premio SHAM 2019. 6mila euro ai vincitori da reinvestire in prevenzione. Per la prima volta il Premio si apre anche alle strutture private abbracciando, così, l’intero ecosistema sanitario

 

Sarà il quarto anno per il Premio SHAM in Italia, l’iniziativa organizzata dalla Mutua francese in partnership con Federsanità ANCI e, dal 2019, con l’Associazione Religiosa Istituti Socio Sanitari. Nel corso delle precedenti tre edizioni il Premio ha permesso di conoscere e confrontare oltre 100 progetti di prevenzione, gestione del rischio e miglioramento nella sicurezza delle cure. Ci sono tre categorie di partecipanti – strutture pubbliche, private e private senza scopo di lucro – e i progetti presentati negli anni precedenti spaziavano dall’introduzione di alert informatici in Pronto Soccorso alla pulizia dei cateteri venosi.

“Il Premio, che in Francia è giunto alla 19esima edizione – spiega la Risk Manager di SHAM Anna Guerrieri – è uno strumento concreto per diffondere la cultura della sicurezza e della gestione del rischio. Alle aziende o strutture sanitarie non costa nulla, perché possono partecipare solo progetti che sono già in corso e che vedono il coinvolgimento degli stessi professionisti sanitari che erogano quotidianamente cure e servizi. Partecipare al Premio significa, infatti, offrire un riconoscimento dell’investimento fatto dalla struttura sanitaria nell’ambito della sicurezza al lavoro di sanitari e Risk Manager. In secondo luogo, il Premio è l’occasione per presentare buone pratiche locali a livello nazionale, comunicarle tra gli addetti ai lavori e sulla stampa specializzata e offrire, così, la possibilità ai progetti sviluppati sul territorio di divenire modelli adottati in tutto il Paese. Infine, i tre premi da 6mila euro vengono reinvestiti nel progetto di prevenzione stesso, creando un circuito virtuoso”.

A questo link il Regolamento e i Moduli per le diverse categorie di partecipanti. A questo link, invece, sono raccolte le schede tecniche dei progetti 2018 dalle quali si coglie la varietà dei progetti presentati e degli ambiti nei quali andavano ad incrementare la sicurezza di pazienti ed operatori.

Le candidature potranno essere presentate entro il 30 settembre 2019.

ICA: OBIETTIVO MENO 70 PER CENTO. A COSTO ZERO

Presentato in Sicilia uno studio che conferma lo spazio di miglioramento. Dai dati forniti congiuntamente da HCRM e SIAARTI, sono 11 i milioni risparmiati ogni 4 investiti in alcune tra le più semplici misure di prevenzione: dal lavaggio delle mani alla normotermia in sala operatoria. E dal Meridione si fanno strada un nuovo approccio al Risk Management Sanitario e nuove occasioni di incontro

 

“Il riscaldamento del paziente in sala operatoria, il lavaggio delle mani, i programmi di corretta somministrazione degli antibiotici sono solo alcuni esempi di interventi economici o addirittura a costo zero che la Sanità Italiana può adottare in maniera decisa e capillare con un ritorno di prevenzione altissimo. Se cominciamo a ragionare in quest’ottica possiamo sperare di ridurre del 70 per cento l’insorgere delle Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA)”. A dirlo è Alberto Firenze, Assistant Professor all’Università di Palermo e Presidente dell’Associazione Scientifica Hospital & Clinical Risk Managers (HCRM). Giovedì 13 giugno, a Catania, è stato presentato uno studio realizzato dalla stessa HCRM assieme alla Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI).

“Il razionale del progetto normotermia in regione Sicilia è stato quello di elaborare un protocollo operativo per la gestione della normotermia del paziente chirurgico, che riprenda le raccomandazioni presenti nelle BPC SIAARTI nell’ottica della prevenzione dei rischi per il paziente come da linee di indirizzo HCRM.

Il progetto è stato avviato in tre ospedali di riferimento della regione Sicilia, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Paolo Giaccone di Palermo, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Vittorio Emanuele di Catania e l’Ospedale San Vincenzo di Taormina.

È stato previsto lo sviluppo di una serie di fasi consequenziali. Dapprima è stato svolto il monitoraggio iniziale per verifica dello stato dell’arte nelle tre strutture ospedaliere partecipanti attraverso uno studio osservazionale condotto per un’intera settimana su tutti gli interventi chirurgici di una o due sale operatorie campione. Successivamente, è stata condotta la formazione del personale ospedaliero tramite incontri dedicati al fine di sensibilizzare sulla tematica ed illustrare il protocollo operativo. Infine, è stato svolto il monitoraggio sperimentale con una nuova analisi osservazionale nei medesimi reparti campione per verificare gli eventuali miglioramenti ottenuti in termini comportamentali e di frequenza di ipotermia accidentale.

I risultati ottenuti dal confronto del monitoraggio iniziale e sperimentale suggeriscono che la corretta gestione della normotermia perioperatoria è strettamente correlata al monitoraggio continuo della temperatura centrale del paziente, inoltre una percentuale elevata di ipotermie è stata riscontrata nei primi 30 minuti dall’induzione dell’anestesia suggerendo che la fase di preriscaldamento è fondamentale per contrastare l’abbassamento termico successivo all’induzione dell’anestesia.

In ultima analisi possiamo affermare che lo Studio ha fornito informazioni importanti facilitando la comprensione di processi e dinamiche all’interno dei blocchi operatori. Pertanto l’implementazione del protocollo operativo porterebbe a solide prove di efficacia clinica proiettate verso l’Evidence Based Medicine”.

“Le ICA non sono solo una grave minaccia per la salute del paziente che la presenza crescente di microrganismi resistenti rende ancora più seria – spiega Firenze che è, anche, membro, in qualità di esperto del Ministero della Salute, dell’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità – ma anche una minaccia alla sostenibilità finanziaria della sanità.

La più recente indagine su tutto il territorio nazionale copre il periodo dal 2004 al 2011 e fissa intorno al 3 per cento i sinistri correlati alle Infezioni ospedaliere. Le nostre più recenti analisi, però, alzano, in alcuni casi, questa percentuale al 6,4. Si tratta di una quota significativa che incide in maniera palpabile sulle risorse destinate alle cure”.

La portata dello studio presentato a Catania va, però, oltre il tema circoscritto delle ICA. “Per noi è, anche, l’occasione di dimostrare la validità di un approccio più concreto al Risk Management. Un approccio che accoglie appieno lo spirito e le previsioni della Legge 24/2017. Il periodo che stiamo vivendo verrà ricordato come un bivio nella storia del Risk Management in Italia. Le pedine, infatti, sono tutte sulla scacchiera: abbiamo le conoscenze, abbiamo i requisiti di legge, abbiamo le tutele – offerte sempre dalla legge – per pazienti e professionisti sanitari. Per queste motivazioni la rete di Risk Manager, che l’associazione HCRM sta costruendo in Italia, pensa che non servano altri convegni: servono piani operativi. Sappiamo già quasi tutto su cosa funziona o cosa no, cosa è pericoloso, dove migliorare e come. Dobbiamo solo attuarlo e contestualizzarlo”.

“Il Sud Italia è il territorio nel quale la consapevolezza del rischio è meno diffusa e il rischio della ICA più sottostimato; eppure è proprio da qui che partiamo per sviluppare una nuova formula di Risk Management”.

“Questa formula – spiega Firenze – si poggia su tre idee di fondo che, per varie ragioni sia economiche che di correttezza verso i pazienti, alle Aziende del Servizio Sanitario Nazionale, risulta necessario:

  1. mettere fine alle varie forme di autoassicurazione esistenti;
  2. puntare sulla prevenzione nelle persone sane prima che si ammalino (perché non si può aspettare, prima di intervenire, che una persona si ammali esattamente come non si può aspettare che un incidente si verifichi senza fare nulla per impedirlo);
  3. costruire percorsi pratici concreti di prevenzione sia negli ospedali che sul territorio. Percorsi che siano stabili nel tempo e omogenei, a livello nazionale, negli interventi e nel linguaggio”.

“L’HCRM – conclude Firenze – sta cercando di costruire queste proposte in maniera condivisa, mettendo assieme le persone che, in tutta Italia, si scontrano ogni giorno con il rischio e le sue conseguenze”.

Prossimo banco di prova sarà, perciò, l’HACKATHON dedicato al contenimento delle Infezioni Correlate all’Assistenza che si terrà all’Ospedale del Mare di Napoli i 4 e 5 novembre prossimi. Un appuntamento concepito e svolto nel Meridione per trovare soluzioni di miglioramento applicabili in tutta Italia.

GESTIONE DEL RISCHIO: I DATI PER INTERVENIRE PRIMA E MEGLIO

Alla ASL TO 3 entra in funzione una Piattaforma digitale integrata con un’APP messa a disposizione degli operatori per riportare near miss, eventi sentinella ed eventi avversi. Uno strumento che aumenta sia la comprensione del rischio a livello gestionale sia la sensibilità degli operatori alla prevenzione

 

Check No Risk è la nuova Piattaforma digitale integrata con una APP per dispositivi mobili progettata e realizzata dalla ASL TO 3 (in collaborazione con la Società Dedalus) per la raccolta ed elaborazione dei dati relativi alle segnalazioni nell’ambito del sistema di gestione del rischio clinico. Da poco entrata in vigore, è stata presentata il 27 maggio scorso a “Les Journees de Chirurgie du Cheb”, organizzato dal Raggruppamento Ospedaliero del Territorio delle Alpi Meridionali (l’equivalente francese di una grande Azienda Sanitaria italiana) a Briancon.

Per Michele Presutti, Responsabile Qualità e Rischio Clinico dell’azienda sanitaria ASL TO 3, “il superamento dei supporti cartacei come strumento di trasferimento dei dati e delle informazioni, rappresenta un grande passo in avanti sia per la gestione sanitaria sia per il coinvolgimento degli operatori e la diffusione della cultura della sicurezza”.

Il primo vantaggio della Piattaforma e della sua APP integrata è di carattere eminentemente pratico: “Utilizzando moduli digitali abbiamo ridotto tempi di trasmissione e di latenza delle informazioni, le possibilità di errore e il rischio di compilazioni incomplete, dato che le schede non si ‘aggiornano’ se non sono stati compilati correttamente tutti i campi obbligatori”.

Molto più importante, però, è l’impatto sulla gestione sanitaria perché, “grazie alla Piattaforma, possiamo avere i dati in forma aggregata e organizzata in tempo reale e distribuiti su un ampio periodo di tempo, per tipologia di evento e per sede di accadimento. Nel prossimo futuro ci proponiamo anche di incrociare i dati su near miss, eventi sentinella e eventi avversi con i dati sul contesto nel quale questi eventi si sono verificati. Allora potremmo rispondere a domande come: Quanta affluenza è stata registrata in contemporanea ad una caduta? Qual era il carico di lavoro al momento di una dimenticanza?”.

Questa galassia di dati si rivelerà strumento fondamentale per chi è chiamato a scegliere le politiche di gestione sanitaria ai diversi livelli: sono i dati che offrono gli elementi reali sui quali basare le decisioni e – elemento non di poco rilievo – questi dati non sono più racchiusi in centinaia di schede cartacee, ma sono facilmente reperibili, e da molti attori qualificati, sui nostri server. Con il passare del tempo potremo avere un quadro sempre più chiaro dell’andamento del rischio nella nostra ASL e sviluppare e mettere in campo, di conseguenza, nuove e sempre più efficaci misure per contrastarlo”.

Michele Presutti, Responsabile Qualità e Rischio Clinico dell’azienda sanitaria ASL TO 3

“Già adesso stiamo procedendo ad una serie di audit reattivi sulla base dei primi eventi segnalati, a dimostrazione ulteriore che la raccolta dei dati, nella gestione del rischio, è l’origine di quasi tutte le azioni di miglioramento”.

Un principio che è sia scientifico che culturale: “Non bisogna mai smettere di sottolineare come i reparti che segnalano più incidenti non sono i più pericolosi, ma i più sicuri, perché sono quelli che pensano quotidianamente a come migliorare la sicurezza”.

In quest’opera di sensibilizzazione “la digitalizzazione ci aiuta ulteriormente, perché facilita il coinvolgimento di tutti gli operatori e, nel contempo, li introduce alle tematiche della gestione del rischio. Già la stesura delle schede rappresenta una sorta di introduzione formativa al Risk Management oltre che un vero e concreto contributo alla sicurezza di pazienti e professionisti sanitari”.

OSPEDALE-TERRITORIO: COSA STA FACENDO L’ALTO ADIGE?

Il nuovo ruolo dei Medici di base, il rapporto tra cronicità e deprivazione economica, l’invecchiamento inesorabile della popolazione e gli ostacoli al cambiamento. Un’intervista a tutto campo con il DG dell’ASL Bolzano Florian Zerzer che parte da una radicale riorganizzazione dei servizi territoriali

 

Da circa un anno l’Alto Adige ha avviato un processo di riorganizzazione dei servizi territoriali per i suoi 524.000 abitanti partendo dall’esigenza di far fronte, e sul lungo periodo, all’aumento delle cronicità e dell’invecchiamento della popolazione. Tra le tante misure intraprese, una è l’organizzazione di oltre 280 medici di medicina generale in 27 Aggregazioni funzionali territoriali.“Questo – spiega il DG dell’ASL Bolzano, Florian Zerzer – ci ha permesso di garantire un orario di apertura mediamente di 12 ore”. Non è una misura isolata ma un esempio di una strategia più vasta. Da anni l’Alto Adige ha puntato su un sistema di servizi sociali che è divenuto il primo nel Paese con oltre 4.300 posti letto residenziali e servizi alla persona integrati da un assegno di cura per oltre 19.000 persone. Recentemente l’ASL ha adottato un Piano per le Cronicità modellato sulle esigenze particolari della Provincia e nel quale è centrale la definizione del rapporto tra ospedale e territorio.

Direttore Zerzer: perché è così importante definire i confini dell’assistenza ospedaliera e territoriale?

L’Italia è destinata a diventare nei prossimi anni il Paese più vecchio del mondo. L’anno scorso 24 milioni di italiani hanno dichiarato di essere affetti da una patologia cronica e nel 2028 il valore sarà di 25 milioni di cui 14 con multicronicità. Attualmente, si stima che si spendano circa 67 miliardi per affrontare il problema e la richiesta di risorse aumenterà, soprattutto se non si affrontano iproblemi socio-economici. È dimostrato che la percentuale di pazienti cronici aumenta in presenza di fenomeni di deprivazione.

Questa tendenza vale chiaramente anche in Alto Adige dove i 154.000 pazienti cronici sono destinati ad aumentare progressivamente fino a sfiorare i 190.000 nel 2035 e dove la spesa è per il 70% orientata alla loro assistenza.

I nuovi bisogni, sanitari e – sottolineo – sociali,possono essere affrontati con strumenti nuovi di riorganizzazione dell’assistenza primaria che vedono i medici di medicina generale, gli infermieri, il personale del sociale lavorare insieme secondo percorsi assistenziali condivisi.

Questa è la sfida che molte Regioni stanno affrontando secondo modelli organizzativi centrati sulla presa in carico della persona.

Quale principio deve regolare la relazione tra i due ambiti dell’assistenza?

L’assistenza ospedaliera deve focalizzarsi sul trattamento delle condizioni acute. Il principio guida è quello dell’intensità delle cure: percorsi interni diversificano il flusso dei pazienti, orientando i più gravi verso le aree a più elevata assistenza in regime di ricovero ordinario e i pazienti meno gravi verso modelli organizzativi “aperti” come il day service, la day surgery, il day hospital.

Il territorio, invece, deve dare risposte sia abisogni sanitari che sociali. Queste risposte devono essere integrate e devono poter garantire la continuità delle cure nel tempo anche nell’ottica di ridurre gli accessi ospedalieri ai soli casi appropriati. Per questo uno degli aspetti centrali dell’assistenza sul territorio è la coordinazione degli interventi tra molte e diverse figure professionali.

Nel prossimo futuro la spesa sociale è destinata ad aumentare come quella sanitaria e l’intercettazione dei pazienti fragili, prevalentemente cronici, non può che avvenire a carico dei servizi sul territorio. Certamente queste due metà della mela, ospedale e territorio, dovranno integrarsi in maniera crescente, definendo, in particolare, le modalità di transito dei pazienti da un ambito all’altro.

Florian Zerzer, DG dell’ASL Bolzano

Quali soluzioni sviluppate o applicate in Alto Adige possono divenire buone pratiche alle quali altre ASL potranno ispirarsi?

Alla fine del mese di gennaio i medici di medicina generale coinvolti dall’Azienda nell’arruolamento dei pazienti diabetici secondo un PDTA condiviso, saranno ricontattati ed inseriti in una piattaforma informatica collegata al fascicolo sanitario elettronico e ad un sistema di prenotazione che dovrebbe consentirci di governare meglio le liste di attesa. Altri percorsi assistenziali condivisi tra medici di medicina generale e specialisti ospedalieri sono in fieri e andranno ad arricchire il fascicolo e i sistemi di interconnessione tra servizi.

Sono partite importanti esperienze territoriali di integrazione con il mondo del sociale (punti unici di accesso), sono stati individuati i requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi dei posti letto di cure intermedie, sono stati avviati i primi corsi di formazione sul campo.

Quali elementi, infine, ostacolano l’evoluzione?

Il problema culturale è al centro di tutti i cambiamenti. Convincere ed orientare il personale medico e le altre professioni sanitarie e sociali a lavorare assieme è complesso. Negli ospedali questa cultura è più diffusa e favorita dalle ‘mura’ all’interno delle quali i servizi si sono sviluppati nel tempo. Non è così per il territorio dove i servizi, spesso lontani tra loro, non si interconnettono e non si scambiano informazioni. Anche la carenza di flussi informativi provenienti dai servizi territoriali è un problema in quanto non consente di conoscere i bisogni delle persone.

Anche per questosento di dover ringraziare i tanti gruppi di professionisti che hanno lavorato e stanno lavorando in Azienda su questi temi, ma anche le Associazioni dei cittadini con i quali abbiamo condiviso la Carta dei servizi, le Associazioni di volontariato che stiamo coinvolgendo in alcune iniziative, i Dirigenti dell’Assessorato che hanno portato avanti le delibere di Giunta e alla Giunta stessa che le ha prontamente adottate.

Penso che il bilancio della nostra esperienza fin qui sia positivo ma anche che il lavoro da fare sia ancora molto lungo.

PREMIO SHAM 2019: TUTTI I VOLTI DELLA SANITÀ UNITI NELLA PREVENZIONE

Nel 2019 il Premio Sham vedrà protagoniste sia strutture sanitarie pubbliche che private commerciali o senza scopo di lucro, con progetti innovativi che migliorano la gestione del rischio e aumentano la qualità delle cure. 6mila euro destinati ai vincitori da reinvestire nella sicurezza. 31 i progetti del 2018 da 9 regioni italiane

 

Roma, 06 Maggio 2019 – Ci sarà tempo fino a settembre 2019 per partecipare alla 4a edizione del Premio Sham per la prevenzione dei rischi, un’iniziativa unica in Italia che raccoglie, confronta e promuove i progetti di prevenzione messi in atto dalle strutture sanitarie su tutto il territorio nazionale. Una speciale commissione di Risk Manager deciderà i vincitori a novembre assegnando i premi da 6mila euro destinati a essere reinvestiti nella sicurezza delle cure.

Novità dell’edizione 2019 è la partecipazione non solo delle strutture pubbliche, grazie alla partnership con Federsanità ANCI, ma anche di quelle private senza scopo di lucro grazie alla partnership con ARIS e di quelle private commerciali. Un campione vario e rappresentativo della Sanità italiana con azioni o progetti all’avanguardia volti a migliorare la sicurezza dei pazienti e del personale socio-sanitario.

Scopo del Premio Sham, infatti, è condividere le best practice sviluppate a livello delle singole strutture e farle conoscere perché vengano applicate a livello nazionale.

“Sin dalla sua fondazione in Francia 90 anni fa – spiega Roberto Ravinale, Direttore Esecutivo di Sham in Italia – la nostra Mutua ha lavorato al fianco di istituzioni sanitarie, sociali e medico-sociali per supportare le loro iniziative di prevenzione e Risk Management, sviluppando strumenti innovativi e buone pratiche da condividere per diminuire il rischio in sanità. Siamo un attore europeo di primo piano nel campo della responsabilità civile sanitaria e, in virtù del nostro modello mutualistico, consideriamo la cultura e la prassi della prevenzione un obiettivo indipendente dalle logiche di mercato. Per questo condividiamo strumenti e buone pratiche nella sanità italiana senza distinzioni tra strutture associate o non. Il Premio Sham si basa, infatti, sull’assunto fondamentale che il rischio sia uguale per tutti e che tutti possano contribuire a trovare soluzioni comuni ad un problema comune”.

Da qui nasce la condizione che i progetti presentati siano misurabili e replicabili in altre realtà sanitarie che vogliano adottarli. “Il Premio Sham vuole, così, offrire un contributo concreto alla sicurezza delle cure e, nel 2019, si dimostrerà ancora più efficace rispetto agli anni passati grazie alla creazione di due nuove categorie dedicate, rispettivamente alle strutture sanitarie private con o senza scopo di lucro. In questo modo – conclude Ravinale – tutti i volti della Sanità italiana saranno riuniti in un unico progetto dedicato alla prevenzione”.

Per candidarsi al Premio Sham 2019 e scaricare la documentazione tecnica: http://bit.ly/PremioSham2019

Ascolta le testimonianze dei vincitori 2018

Scopri tutti i progetti dell’edizione 2018

 

ASL TO 3: LA GRANDE TRASFORMAZIONE ALL’INSEGNA DEL CHRONIC CARE MODEL

Il passaggio da ospedale per acuti a polo territoriale: l’esperienza di Avigliana e il ruolo della ‘medicina della convalescenza’ nel prevenire le riacutizzazioni delle cronicità

Integrazione ospedale-territorio, invecchiamento della popolazione, necessità di adattare gli ospedali ai bisogni di salute. Sono questi i punti chiave che hanno guidato la trasformazione del Polo Sanitario di Avigliana nel territorio della ASL TO 3 Collegno e Pinerolo: ospedale per acuti nel 2013; Casa della Salute per le cure domiciliari e le degenze post acuzie sotto la supervisione dei Medici di Medicina Generale (MMG), oggi.

“Una trasformazione che non affonda le sue radici in un’esigenza di razionalizzazione economica, ma nel bisogno di salute della popolazione che invecchia” tiene a precisare il direttore del Distretto Val Susa – Val Sangone, il dottor Mauro Occhi.

Il cambiamento di Avigliana ѐ stato profondo. Meno di sei anni fa c’erano reparti di medicina interna, chirurgia e ortopedia, un punto nascite e un centro prelievi e altri servizi ancora.

Nel 2019 tutto questo non c’ѐ più e le prestazioni sanitarie ruotano attorno a tre capisaldi. Il primo sono 18 posti letto per degenze post acuzie, con i pazienti inviati principalmente dai reparti specialistici di medicina interna, chirurgia e ortopedia degli ospedali limitrofi per la convalescenza. 20 MMG a turno assistono questi pazienti e possono, ove lo reputino necessario, effettuare esami diagnostici, a cardiologici o radiologici, inviandoli in telemedicina ai medici specialisti per refertazione o consulto. Lo stesso servizio di telemedicina ѐ inserito nel secondo caposaldo del polo di Avigliana: le cure domiciliari.

Gli infermieri coordinano gli interventi e, dove necessario, coinvolgono i medici negli interventi domiciliari, utilizzando strumenti compatti e portatili per effettuare esami diagnostici e diversi device mobile per documentare, ad esempio, il progresso di lesioni o piaghe e richiedere diagnosi e terapie. Il terzo caposaldo di Avigliana ѐ la Casa della Salute propriamente detta, ovvero la possibilità, da parte dei MMG, di inviare i pazienti al Polo sanitario e ai loro colleghi in turno affinché vengano visitati, sottoposti ad accertamenti come l’elettrocardiogramma, tenuti in osservazione per qualche tempo e, eventualmente, ricoverati”.

“Abbiamo riacquistato una fortissima integrazione tra assistenza sanitaria e assistenza sociale – spiega Piero Genovese, Coordinatore infermieristico nel Distretto Val Susa – Val Sangone. La cura degli acuti spesso non cura le ragioni dell’acuzie. Ci sono dimensioni sociali, economiche e abitative della malattia che non possono essere affrontate in un setting specialistico. Le cure domiciliari e il lavoro a fianco della famiglia affrontano queste dimensioni mentre la riabilitazione riduce di molto la probabilità che una nuova crisi si ripresenti. Quello che facciamo al Polo di Avigliana è un correttivo ad uno sviluppo iper tecnico della medicina al quale abbiamo assistito. Oggi torniamo a curare la persona come persona”.

A sx la dottoressa Monica Rebora, DS ASL TO 3; a dx Piero Genovese, Coordinatore infermieristico nel Distretto Val Susa – Val Sangone

In pratica, il Polo offre una valvola di sfogo importante, soprattutto per quei pazienti che vengono dimessi dai reparti specialistici dopo pochi giorni dall’intervento ma non possono dirsi del tutto guariti.

“Quello che possiamo chiamare ‘medicina della convalescenza’ – scandisce il dottor Occhi – ѐ importante tanto quanto qualsiasi altro ambito delle cure e lo ѐ, in particolar modo, quale strumento di prevenzione delle riacutizzazioni nella cronicità. Con l’invecchiamento della popolazione, la corretta convalescenza e l’assistenza sanitaria nello spazio intermedio tra il reparto specialistico e il domicilio hanno la possibilità concreta di ridurre le ospedalizzazioni, confinandole negli ultimi mesi di vita, e non negli ultimi venti anni come avviene, oggi, con le malattie croniche e gli anziani che entrano ed escono continuamente dagli ospedali”.

Polo Sanitario di Avigliana

“Questa visione ѐ alla base del Chronic Care Model applicato nel Polo di Avigliana. È un progetto di gestione delle cronicità che sostituisce la responsabilità individuale del singolo specialista con una responsabilità condivisa nel percorso di cura tra tutti i professionisti sanitari. É, perciò, un modello che cambia non solo l’approccio alla persona assistita ma il ruolo e l’autonomia dell’infermiere, che diventa il vero case manager, lo snodo di tutte le informazioni e il coordinatore di tutti gli interventi che costellano la storia sanitaria di ogni singolo paziente. É, infine, il modello scelto da alcune tra le maggiori compagnie assicuratrici statunitensi, il che testimonia il valore, sia in salute sia economico, racchiuso in un approccio che favorisce la prevenzione piuttosto che la cura degli stadi acuti”.

“In quest’ottica, e considerando l’invecchiamento della popolazione, la riduzione delle risorse e il peso insostenibile che la cura delle cronicità promette di rovesciare sui sistemi sanitari, il Chronic Care Model è anche l’unica scelta possibile per i Paesi ad alto reddito al fine di arginare l’ospedalizzazione seriale degli anziani e garantire una nuova risposta sanitaria calibrata sui loro nuovi bisogni di salute”.