RESPONSABILITÀ CIVILE SANITARIA IN EUROPA: IL SISTEMA FRANCESE

Sanità 360° presenta: “Noterelle sulla responsabilità civile sanitaria nelle esperienze di alcune realtà europee”

di Ernesto Macrì, Avvocato del libero foro di Roma

 

Le note che seguono intendono passare in rapida rassegna la disciplina della responsabilità civile sanitaria (della responsabilità penale nulla si scriverà) in alcuni ordinamenti europei di civil law, che possono rappresentare degli efficaci strumenti per misurare se la direzione in cui si sta muovendo la disciplina della responsabilità medica nel nostro Paese, è quella giusta.

Ed infatti, una lettura comparata è in grado di restituire un quadro generale e di offrire degli indicatori per cogliere le lacune, ma anche i pregi del nostro sistema, innescando un circuito di riflessione per analizzare in che misura correzioni e calibrature siano immaginabili senza destrutturarne la funzionalità.

Nasce da tali premesse una ricerca comparatistica – suddivisa in più parti, per ovvie ragioni di pubblicazione – nel tentativo di leggere le tormentate problematiche legate alla responsabilità sanitaria allontanandosi da una dimensione puramente settoriale e locale, nell’auspicio di ricevere degli stimoli critici provenienti da altre discipline.

 

 

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La responsabilità sanitaria nell’ordinamento francese

(Prima parte)

Anche in Francia, la traiettoria evolutiva della responsabilità medica è stata caratterizzata, negli ultimi decenni, da diversi fattori di crisi – primo fra i quali, un vertiginoso aumento delle controversie – che hanno portato a livello di guardia, tra gli altri, due aspetti: quello relativo ad un aumento esponenziale della responsabilità delle strutture sanitarie e dei professionisti sanitari e quello, in certo qual modo direttamente conseguente, della fuga delle assicurazioni dal settore della responsabilità civile.

In particolare, per quanto concerne il segmento assicurativo, si è registrata una profonda crisi dell’assicurabilità per i medici e le strutture sanitarie, con una forte diminuzione dell’offerta da parte delle compagnie, seguita nel tempo da un’impennata del costo dei risarcimenti e quindi dei premi assicurativi[1].

Ed è in questo contesto che si sono inserite, dopo anni di immobilismo legislativo[2], due provvedimenti normativi che hanno profondamente segnato il panorama della responsabilità sanitaria in Francia[3]: la loi 2002-303 del 4 marzo 2002, “aux droits des malades et à la qualité du system de santé” (c.d. Loi Kouchener, dal nome del ministro della Sanità promotore del provvedimento normativo)[4]e la loi 2002-1577 del 30 dicembre 2002 (nota come Loi About)[5].

Ciò detto, soffermiamoci sulla legge 2002-303, che nella prospettiva di sviluppare e realizzare una «démocratie sanitaire»[6], ha rifondato il regime della responsabilità sanitaria su un sistema a doppio binario: da un lato, il rimedio tradizionale della responsabilità civile ancorato alla colpa; dall’altro lato, l’introduzione di un sistema di solidarietà sociale dalla forma “no-fault”.

Ma procediamo per gradi.

Innanzitutto è stata riaffermata la centralità della colpa.

È stata eliminata tanto la distinzione riguardante la qualità del paziente (contraente o terzo) quanto quella sulla natura (pubblica o privata) della struttura sanitaria[7], rimanendo salvo il criterio di competenza giurisdizionale basato sulla natura della struttura presso la quale è avvenuto il ricovero: da un lato, ospedale pubblico/giurisdizione amministrativa; dall’altro lato, clinica privata/giurisdizione civile.

Nelle ipotesi in cui l’esercente la professione sanitaria sia un dipendente pubblico, non è previsto un rapporto contrattuale diretto con il paziente, analogamente a quanto avviene in Italia dopo l’avvento della riforma legislativa del 2017 (c.d. legge Gelli-Bianco).

Difatti, anche nell’ordinamento francese le strutture pubbliche rispondono dell’operato dei propri dipendenti[8].

Il regime prescrizionale della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria e della struttura viene individuato in dieci anni dalla data di consolidamento del danno, quale dies a quo.

È bene ricordare che a marzo del 2017 è stato presentato il “Projet de reforme de la responsabilité civile”, che all’art. 1233-1, alinea 1, stabilisce che “Les préjudices résultant d’un dommage corporel sont réparés sur le fondement des règles de la responsabilité extracontractuelle, alors même qu’ils seraient causés à l’occasion de l’exécution du contrat”, ricollocando così nell’alveo del regime della responsabilità extracontrattuale il risarcimento del danno all’integrità fisica[9].

L’ordinamento francese contempla, inoltre, due forme di responsabilità sanse faut[10]: in caso di infezioni nosocomiali[11] e qualora il danno sia conseguenza di un difetto del materiale impiegato.

Nelle ipotesi delle “infection nosocomiale”, l’ente ospedaliero è sempre ritenuto responsabile, salvo che non riesca a provare la causa “étrangère”.

Nell’ottica del risarcimento dei danni ai pazienti, la novità di maggior momento è che nell’ipotesi in cui si dovessero verificare dei danni in assenza di una responsabilità del professionista, della struttura o di un produttore, il ristoro dei medesimi è interamente devoluto ad un sistema di sicurezza sociale[12].

Da segnalare che anche le infezioni nosocomiali particolarmente gravi sono state attratte al regime della solidarietà nazionale.

Incaricato di provvedere all’indennizzo dei danneggiati è un ente pubblico, denominato ONIAM (Office national d’indemnisation des accidents medicaux, des affections iatrogénes et des infection nosocomiales).

Tale meccanismo opera quando il pregiudizio è anormale (rispetto allo stato di salute del paziente ed al suo prevedibile evolversi) e di particolare gravità, requisito quest’ultimo individuato tramite decreto e valutato in relazione alla perdita di capacità funzionali e alle ripercussioni sulla vita privata e professionale (valutate tenendo conto del tasso d’incapacità permanente o della durata della temporanea incapacità di lavorare).

Con riferimento allo stato di invalidità permanente, la soglia necessaria per poter accedere al sistema di indennizzo deve essere pari o superiore al 25%[13].

Gli altri requisiti in presenza dei quali l’ONIAM diviene competente al fine di procedere alla riparazione di un danno iatrogeno sono:

  1. a) l’interruzione dell’attività professionale di durata non inferiore a sei mesi consecutivi, ovvero sei mesi non consecutivi nell’arco di un anno.
  2. b) il deficit funzionale temporaneo pari o superiore al 50% nel corso di almeno sei mesi consecutivi, ovvero sei mesi non consecutivi nell’arco di un anno.
  3. c) l’inabilità definitiva all’esercizio dell’attività professionale svolta prima che avvenisse il danno iatrogeno.

Infine, è da notare che è comunque previsto un diritto di regresso da parte dell’ONIAM nei confronti del o dei responsabili che abbiano agito con “faute caracterisée”, ossia colpa grave.

 

 

[1] Cfr. in generale, N. Gombault, La situation de l’assurance de responsabilité médicale, in RDSS, 2010.

[2] S. Cacace, Loi Kouchner: problemi di underdeterrence e undercompensation, in Danno e Responsabilità, 4/2003, p. 440, nota come «Il mondo tutto del diritto francese attendeva ed auspicava un intervento del legislatore, nel campo della responsabilità civile medica, da più di quarant’anni. L’idea d’istituire un sistema d’indennizzo che prescindesse dal ricorrere o meno di una condotta colposa in relazione a tutti gli incidenti medici fu infatti formulata per la prima volta da André Tunc nel 1966, in occasione del secondo Congresso internazionale di morale medica, organizzato dall’Ordine nazionale dei medici».

[3] Si sofferma sull’argomento in maniera approfondita L. Velliscig, Assicurazione e “autoassicurazione” nella gestione dei rischi sanitari, Milano, 2018, p. 215 ss.

[4] Per uno studio della riforma con uno sguardo di sintesi anche sulla giurisprudenza, v. Dossier du participant, Colloque des 20 et 21 octobre 2011, Santé et justice: quelles responsabilités? Dix ans après la loi du 4 mars 2002, Un colloque organisé par le Conseil d’État et la Cour de cassation, collana Droits et Débats, La Documentation française, 2013.

[5] Cfr. Lambert-Faivre, La responsabilité médicale: la loi du 30 décembre modifiant la loi du 4 mars 2002, in Dalloz, 2002.

[6] Tit. II, l. 2002-303.

[7] In argomento L. Klesta, La responsabilità medica in Francia: l’epilogo di un percorso movimentato?, in Nuova Giurisprudenza Civile Commentata, 2013, p. 479 ss.

[8] Sul punto v. L. Anzanello, La responsabilità professionale sanitaria dall’Arrêt Mercier alla Loi Kouchner, in Assicurazioni, 2-3/2017, p. 259, la quale rileva come «Con la sentenza del Consiglio Stato 28 luglio 1951, [è stato] poi stabilito che i pubblici dipendenti non possono essere civilmente responsabili nei confronti della Pubblica Amministrazione per i danni derivanti da fautes de service. I medici che svolgono la propria attività negli ospedali pubblici sono quindi personalmente responsabili secondo le regole di diritto civile solo in caso di colpe personali détachables du service e cioè in tutti quei casi in cui la colpa del medico è di tale gravità che non può farsi risalire alla Pubblica Amministrazione; (…). Per i danni prodotti nell’esercizio delle incombenze è invece responsabile

esclusivamente la Pubblica Amministrazione».

[9] Secondo V. Zambrano, Il pendolo di Foucault e la responsabilità medica. Tra regole definitorie e linee guida, in S. Aleo-P. D’Agostino-R. De Matteis-G. Vecchio (a cura di), Responsabilità sanitaria, Milano, 2018, p. 163, «l’obiettivo riconfermando la funzione riparatrice della responsabilità civile, è quello di mettere su un piano unico tutte le vittime di danni alla persona evitando diseguaglianze che dipendevano dal fatto che il paziente avesse concluso un contratto con una clinica, piuttosto che con un ospedale, o che si trattasse di responsabilità derivante “du fait des choses” o a seguito di una prestazione medica”.    

[10] L. Anzanello, La responsabilità professionale sanitaria dall’Arrêt Mercier alla Loi Kouchner, op. cit., sottolinea – condivisibilmente – come «L’attenzione è quindi rivolta alla vittima del danno più che all’autore che lo ha causato senza che però ciò conduca ad una deresponsabilizzazione del professionista essendo espressamente delineate le condizioni in cui è ammessa la responsabilità senza colpa».

[11] L. n. 303/2002 (c.d. Loi Kouchner), art. L. 1142-1, comma 2: “le strutture sanitarie sono responsabili per i danni da infezioni ospedaliere salvo che non dimostrino il caso fortuito”.

[12] Interessante quanto nota C. Amodio, La responsabilità medica nell’esperienza francese tra schemi consolidati e prospettive aperte dalla loi n. 2002-303, in Dir. economia assicur., fasc.2, 2004, pag. 519, il quale rileva come simili fattispecie di danni «caratterizzate dalle medesime imprevedibili dinamiche dell'”aléa thérapeutique” e integranti una parte consistente del contenzioso medico, sono sottratte all’apprezzamento (potenzialmente divergente) delle corti».

[13] G. D’Amico, Responsabilità medica e istituti alternativi negli ordinamenti europei di civil law, in Responsabilità Medica, 2019, n. 2, p. 154, pone in evidenza come la soglia del 25% necessaria per accedere all’indennizzo, «(…) lascia fuori dal sistema “indennitario” una parte notevole di “incidenti sanitari” (che non raggiungono la soglia di gravità prevista), e dall’altro finisce per lasciare “sotto-compensate” (perché semplicemente “indennizzate”, ma non pienamente “risarcite”) proprio le lesioni che determinano le conseguenze più gravi sulla vittima».

ICA: PER L’ITALIA È UN LUNGO ANNO ZERO

Al congresso ANIPIO il quadro sulle infezioni correlate all’assistenza. “Siamo il Paese più a rischio in Europa in numeri assoluti”, dice il presidente Maria Mongardi “e i recenti studi ECDC dimostrano che non c’è ancora abbastanza consapevolezza”. Ma il quadro non è del tutto negativo: ecco i 5 passi per mettersi alla pari

 

Le infezioni correlate all’assistenza e la contemporanea espansione dell’antibiotico resistenza attribuiscono all’Italia la maglia nera tra i Paesi industrializzati. Secondo i dati OECD[1] delle 33mila morti in Europa ascrivibili alla Resistenza Antimicrobica (Antimicrobial resistance – AMR) oltre 10mila accadono in Italia con una perdita di anni vita che è la più alta d’Europa.

“L’Italia ha un problema con le infezioni correlate all’assistenza ed il controllo della resistenza antimicrobica– spiega Maria Mongardi, presidente della Società Scientifica degli Infermieri Specialisti del Rischio Infettivo.  Come emerso anche nel recente congresso nazionale della Società Scientifica , “il quadro epidemiologico italiano dimostra che ancora non si è presa sufficiente consapevolezza di quanto grave il problema sia”.

 

Maria Mongardi, presidente della Società Scientifica degli Infermieri Specialisti del Rischio Infettivo

 

Già gli studi di prevalenza elaborati dall’Università di Torino sul biennio 2016/2017 con protocollo ECDC[2] in 135 ospedali per acuti e oltre 418  RSA[3] hanno dimostrato la prevalenza di infezioni nel 23 per cento delle Terapie intensive e del 6,23%, 5,97% e 9,32% negli ospedali per acuti con, rispettivamente, meno di 200 posti letto, con tra i 201 e 500 posti letto e con più di 500 posti letto. Sul campione di 14mila pazienti ospedalieri la presenza di Infezioni correlabili all’assistenza in corso è del 5 per cento in media, ma sale a più del 9 per le persone assistite con più di 65 anni, età oltre la quale i microrganismi resistenti, per diverse ragioni, sono più pericolosi. Per quanto riguarda le RSA, si ritiene che la presenza di batteri resistenti sia, ormai, pressoché endemica.

“Sono dati da Anno Zero dice Mongardi – ma è, comunque, a partire dai numeri che si comincia a costruire una risposta basata sulla realtà italiana. Troppo spesso, infatti, i dati stessi sono lacunosi in quest’ambito. Al momento tutti gli ambiti dell’Infection Control – ovvero prevenzione, la sorveglianza  e il contenimento delle infezioni – necessitano di essere rafforzati perché lasciare che un’infezione in ospedale si sviluppi significa aggiungere malattia alla malattia per la quale la persona è ricoverata”.

In questo scenario c’è però, qualche elemento positivo. “Il Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico Resistenza è arrivato nel novembre 2017[4] e ha generato un bel fermento spingendo ogni Regione, sebbene con tempi diversi, ad attivarsi”.

“Abbiamo bisogno di 5 elementi che ci permetteranno di recuperare il tempo perduto e raggiungere il livello dei nostri partner europei. Il primo sono le risorse da destinare specificatamente alla Infection Control, perché non è possibile immaginare che un fronte così importante non abbia fondi adeguati. Ricordo, come metro di paragone, che l’investimento nella prevenzione delle infezioni ospedaliere è, in sanità, uno di quelli con maggior margine di ritorno[5][6][7][8], sia in sicurezza per il paziente che in risparmi sul lungo periodo venendo meno, tra gli altri fattori, i costi correlati a ricoveri più lunghi  e cure aggiuntive che caratterizzano tutte le infezioni ospedaliere. Il secondo passo riguarda un coordinamento nazionale per una strategia da applicare in tutto il SSN. Il terzo passo lo sviluppo di una formazione di alto livello ed omogenea su tutto il territorio nazionale per i diversi livelli professionali coinvolti; tutti devono aver chiara l’importanza del loro ruolo, il rischio che possono contribuire  ad abbattere e le azioni da compiere per riuscirci. Il quarto passo è rafforzare la tracciabilità delle azioni, una forma di trasparenza che va a vantaggio sia del personale che dei pazienti. Il quinto e ultimo passo è sviluppare una cultura e una prassi di auditing continuo, ovvero l’abitudine a misurare il livello della qualità nel tempo e far nascere le proposte di miglioramento dagli operatori che lavorano sul campo”.

COS’È ANIPIO

L’Associazione Nazionale Infermieri Prevenzione Infezioni Ospedaliere, nasce il 27 settembre 1991 a Bologna, dalla volontà di un gruppo di infermieri addetti al controllo delle infezioni (ICI) di mettere in rete energie, conoscenze ed esperienze per la lotta alle infezioni ospedaliere.

ANIPIO nel tempo si evolve, aumenta il numero degli iscritti e, a livello nazionale, diventa un’organizzazione di riferimento sul tema delle infezioni ospedaliere. Nel tempo si rinnova a partire dagli organi elettivi e attiva collaborazioni con nuovi professionisti che svolgono o sono interessati alle attività di prevenzione, controllo e sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza.

Codice Etico & Missione su (LINK)

 

[1] OECD_ Antimicrobial Resistance: Tackling the Burden in the European Union , pp. 10-11 “Each year, in the EU/EEA, more than 670 000 infections occur due to bacteria with AMR. 33 000 people die as a direct consequence of these infections. […]”. 10.762 di questi decessi avvengono in Italia.

[2] European Centre for disease Control

[3] Rispettivamente 1) Studio di prevalenza italiano sulle infezioni correlate all’assistenza e sull’uso di antibiotici negli ospedali per acuti – Protocollo ECDC 2) Studio di prevalenza europeo sulle infezioni correlate all’assistenza e sull’utilizzo di antibiotici nelle strutture di assistenza socio-sanitaria extraospedaliera – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO.

[4] Anche noto come PNCAR: http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=2660

[5] OECD_Documento citato. Delle oltre 10mila morti per AMR, quasi 9mila secondo il report possono essere evitate mentre l’investimento di circa 4 euro per capita può ridurre i costi sanitari sul lungo periodo di 10 euro.

[6] The return on investment for successful hand hygiene promotion has been shown to up to 23 times the initial amount invested– Pittet D, Sax H, Hugonnet S, Harbarth S., Cost implications of successful hand hygiene promotion, Infect Control Hosp Epidemiol. 2004;25:264–6.  //// Graves N., The economic impact of improved hand hygiene. In: Hand Hygiene: Wiley-Blackwell; 2017. p. 285–93. https://doi.org/10.1002/9781118846810.ch39

[7] For example, one relatively small outbreak with approximately 40 cases cost a hospital over €1 million- Otter JA, et al. Counting the cost of an outbreak of carbapenemaseproducing Enterobacteriaceae: an economic evaluation from a hospital perspective. Clin Microbiol Infect. 2017;23:188–96.

[8] Le frasi in grassetto nelle Note 6 e 7 e ,e relative fonti sono citate in Keeping hospitals clean and safe without breaking the bank; summary of the Healthcare Cleaning Forum 2018.

Alexandra Peters, Jon Otter, Andreea Moldovan, Pierre Parneix, Andreas Voss and Didier Pittet

 

 

LA CURA DEL PAZIENTE CONTINUA ANCHE DOPO LE DIMISSIONI 

L’esperienza dell’Ospedale Sant’Anna di Como che ha aperto un ambulatorio che si prende cura dei pazienti dimessi dal reparto di Geriatria. Il dottor Pellegrino: “Il nostro obiettivo è quello di monitorarli nelle fasi più delicate anche quando tornano a casa”

 

Prendersi cura del paziente anche quando esce dal reparto. È questa la mission che l’Ospedale Sant’Anna di Como si è prefissato di raggiungere con l’istituzione di un ambulatorio che è attivo dal mese di luglio tutti i venerdì dalle 13.30 alle 17.30. L’obiettivo è proprio quello di colmare quel vuoto che si crea dal momento delle dimissioni al periodo di convalescenza a casa. Il Direttore del Dipartimento di Medicina e primario di Geriatria, Domenico Pellegrino, spiega: «La Geriatria ospita 54 posti letti di cui 44 per malati acuti e 10 per sub acuti e dimette in un anno circa 1.700 pazienti. Ricovera direttamente dal Pronto soccorso e accoglie pazienti più o meno giovani, l’anziano e il grande anziano; sono comunque pazienti portatori di più comorbilità e la causa del ricovero, di solito, è la riacutizzazione di una patologia che provoca uno stato di scompenso generale».

«Le patologie più frequenti trattate sono lo scompenso cardiaco, la bronchite cronica riacutizzata, stati di sepsi (infezioni urinarie o altro), scompenso diabetico, polmoniti, traumi da caduta, neoplasie, insufficienze renali acute, accidenti cerebro-vascolari».

Al momento delle dimissioni, i pazienti più fragili meritano di essere rivisti in tempi brevi per una rivalutazione clinica e terapeutica. Pertanto, si è pensato che è giusto attivare questo tipo di ambulatorio dove il paziente accede con un appuntamento già fissato da noi al momento della dimissione, evitando alla famiglia la trafila delle prenotazioni attraverso CUP o Medico di Medicina Generale.

Domenico Pellegrino, Direttore del Dipartimento di Medicina e Primario di Geriatria

«Questo comporta terapie mirate con prolungamento dello stato di benessere del paziente, evitando ricoveri ripetuti, dovuti spesso a terapie non adeguate all’eventuale cambiamento dello stato clinico del paziente. L’esperimento a distanza di pochi mesi è da ritenersi soddisfacente: da luglio ad oggi sono stati visitati circa 80 pazienti».

Il dottor Pellegrino ci tiene a ribadire lo spirito che ha animato questa iniziativa: «Una verifica in tempi brevi della risposta alla terapia e delle condizioni generali del paziente». In questo modo, inoltre, il paziente anziano si sente più tranquillo perché sa di non essere solo nel suo percorso di guarigione.

APPROPRIATEZZA DELLA TERAPIA ANTIBIOTICA IN ASL CN1

Il metodo della doppia misurazione prima e dopo l’intervento di stewardship convalida la bontà di una pratica che ha ridotto il rischio di antibiotico resistenza migliorando l’appropriatezza e l’uso delle risorse con beneficio per il paziente e la collettività. “Un ciclo che, in buona sostanza, è di formazione e miglioramento – dice l’RM Maurizio Salvatico – e va rinfrescato, come da letteratura, dopo qualche anno, per mantenere alto il livello di guardia e coinvolgere il personale che è arrivato nel frattempo”

 

Il progetto può essere condotto in 6 mesi di lavoro da un gruppo multidisciplinare formato da un farmacista, un infettivologo, un microbiologo e un facilitatore per la patient safety (secondo quanto prescritto dalle Linee Guida della Infectious Diseases Society Of America – IDSA).

Lo ha condotto la ASL CN1 Cuneo nel reparto di Rianimazione e Terapia intensiva dell’Ospedale di Savigliano riducendo la pressione e la spesa antibiotica di un terzo e un quarto, rispettivamente tra il 2016 e il 2018. “Ciò implica – spiega il Risk Manager Maurizio Salvatico – l’aumento di appropriatezza delle prescrizioni: un traguardo dal quale derivano poi, nell’ordine, un beneficio immediato per il paziente, il contenimento, a medio lungo termine, della resistenza della flora batterica e, collateralmente, una riduzione della spesa totale. Riduzione, non razionamento per il singolo paziente. Al contrario, nel nostro caso ha significato aumentare la spesa per singola prescrizione diminuendo il numero delle prescrizioni. In una frase: spendere meno perché si spende meglio e dove/quando serve [1]”.

Vista la soddisfazione, il lavoro del gruppo di antibiotic stewardship, nella rotazione delle numerosissime strutture aziendali, ha ora interessato le medicine interne e le chirurgie, dove si è quasi terminato il ciclo, ed è appena partita l’attività in DEA-PS.

Maurizio Salvatico, Risk Manager

I risultati del progetto in Terapia Intensiva, intanto, sono stati presentati il 15 ottobre 2019 durante la Prima Giornata Regionale delle Buone pratiche per la sicurezza delle cure, organizzata dal Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente del Piemonte.

“Si tratta di un ciclo che, in buona sostanza, è di formazione e miglioramento –  afferma Maurizio Salvatico – e va rinfrescato, come da letteratura, dopo qualche anno, per mantenere alto il livello di guardia e coinvolgere il personale che è arrivato nel frattempo”.

La giornata, infatti, aveva lo scopo di mostrare, davanti ai responsabili della Qualità e Risk Management dell’intera Regione, le buone pratiche presentate da ogni singola ASL alla 12a Call di Agenas, in modo che ognuno potesse trarre spunto dal lavoro dei colleghi in Regione.

[1] Nota dell’intervistato: “Su quantità e qualità di prescrizioni e sulla spesa le variazioni sono state statisticamente significative; sugli esiti paziente e sulla variazione delle sensibilità batteriche i risultati sono molto positivi ma la P non è significativa, a causa dei piccoli numeri e di altre variabili molto influenti come il case mix e la provenienza da altri ospedali”.

 

CONTENZIONE MECCANICA: LA SCELTA CORAGGIOSA DELLA ASL VCO

Dal 2011 partono gli sforzi per bandirla completamente dal Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Ad oggi, l’Azienda di Verbano Cusio Ossola vanta un livello così basso da eguagliare le migliori esperienze europee. “Per noi non è ancora abbastanza – dice, però, la RM Margherita Bianchi. L’obiettivo è rinunciarvi del tutto. Anche condividere i successi parziali è una buona pratica”

 

Il 5 per cento di pazienti oggetto di contenzioni meccaniche nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) dell’ASL VCO si classifica tra i più bassi in Italia e in Europa. “Eppure – spiega la Risk Manager [1] Margherita Bianchi – per noi è un insuccesso, perché il nostro vero obiettivo è di rinunciarvi del tutto”.

“La contenzione meccanica – ovvero l’atto di contenere con dei supporti fisici le persone assistite in psichiatria nei momenti durante i quali c’è un forte rischio che arrechino danno a sé e agli altri – è stata normata fin dalla fine del XIX secolo ed è, attualmente, considerata una pratica che non rispetta la dignità dell’individuo e a forte impatto negativo sia per il paziente che la subisce che per il personale coinvolto, compreso il Responsabile del SPDC. La contenzione meccanica non è un atto terapeutico né risulta regolamentata o autorizzata sul piano legislativo. Essa deve essere praticata come misura eccezionale dettata unicamente da uno stato di necessita (articolo 54 codice penale). È necessario tenere alta l’attenzione sulla pratica, in tutti i setting, al fine di evitare abusi e violazioni dei diritti della persona.

Dal 2013 al 2018, grazie al lavoro e all’attenzione del personale del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, diretto dalla Dr.ssa Ermelinda Zeppetelli, siamo passati dal 7,6 (una media di 21 pazienti su 290 ricoveri) al 5 per cento di contenzioni al 30 giugno 2019 (7 pazienti su 140 ricoveri). Ogni paziente è contenuto in media circa tre volte e per pochissime ore durante il singolo episodio di ricovero. Un percorso iniziato nel 2011 con la validazione della prima procedura interna per la gestione della contenzione (che prevede un registro e delle schede di monitoraggio dedicate) e proseguita negli anni con il costante monitoraggio e la formazione del personale sanitario per riconoscere il rischio di violenza e attuare le strategie di de-escalation”.

“Quello che abbiamo intrapreso è un percorso impegnativo che, grazie ad una buona pratica, ha consentito di tenere sotto controllo l’uso inappropriato della contenzione, a tutt’oggi molto diffusa, spesso non tracciata e quindi non rintracciabile nella documentazione sanitaria dei pazienti. L’intenzione – conclude Bianchi – è mettere a disposizione e condividere con i colleghi [2] un’esperienza che possa allargare la riflessione sulla necessità di far emergere, e quindi prevenire, situazioni di abuso, clinicamente inappropriate e fortemente rischiose”.

 

 

[1] Responsabile Governo Clinico Qualità Appropriatezza Rischio Clinico.

[2] La presentazione è avvenuta durante la 1a Giornata Regionale delle Buone pratiche per la sicurezza delle cure, svoltasi a Torino il 15 ottobre 2019, allo scopo di condividere tra i referenti della gestione del rischio delle ASL piemontesi, sotto l’egida del Centro Regionale per la gestione del rischio, le buone pratiche presentate alla 12a Call for Good Practice di Agenas.

 

 

 

 

MASSIMIZZARE E DIFFONDERE: 18 BUONE PRATICHE SI INCONTRANO IN PIEMONTE

Dalla ricognizione del farmaco con armadi Wi-Fi ai tanti progetti di Antimicrobial Stewardship che hanno ridotto drasticamente l’uso improprio di antibiotici e la diffusione dei microbi resistenti. Tante buone pratiche che il Centro Regionale del rischio ha voluto fossero condivise tra tutte le ASL piemontesi

 

“Massimizzare le energie e uniformare le buone pratiche saranno una parte importante del Risk Management sanitario nel prossimo futuro”. Per Franco Ripa, Coordinatore del Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente della Regione Piemonte, “l’orizzonte è quello di una crescente sintonia tra le aziende sanitarie regionali per mettere a fattore comune le buone pratiche che si sono dimostrate valide nell’aumentare la sicurezza”.

Già ora, secondo il Sistema Informativo per il Monitoraggio degli Errori in Sanità (SIMES), gli eventi avversi nella sanità piemontese sono in diminuzione. Calano del 30 per cento in 5 anni le denunce di sinistro e diminuiscono di quasi la metà dal 2015 gli eventi sentinella, ovvero gli eventi avversi qualificati dal Ministero della Salute quali eventi di particolare gravità e potenzialmente evitabili.

“Ora – riprende Ripa – è arrivato il momento di fare un ulteriore passo in avanti: diffondere le esperienze e i successi delle singole Aziende e strutture sfruttando al massimo le energie a disposizione. Ci sono, infatti, tantissime buone pratiche che ogni ASL può adottare prendendo spunto dall’esperienza del territorio limitrofo e risparmiando molto in termini di tempo, investimenti e ore-lavoro. La conditio sine qua non di questa “razionalizzazione”, però, è la conoscenza e la condivisione delle best practice nel pool dei professionisti regionali”.

È stato questo il senso della prima Giornata Regionale delle Buone pratiche per la sicurezza delle cure – incontro avvenuto il 15 ottobre 2019 a Torino – nel quale sono stati presentati 18 progetti di miglioramento: il frutto di anni di lavoro da parte delle Aziende Sanitarie regionali convogliato nella 12a Call for Good Practice di Agenas.

Oltre a venir condivise a livello nazionale, perciò, le buone pratiche piemontesi sono state raccontate di persona ai colleghi, dai risk manager medici ai farmacisti che le avevano pensate e implementate.

Così è stata condivisa la sperimentazione della ASL Città di Torino che ha analizzato i tre momenti di transizione in cui può frammentarsi l’informazione sulla terapia farmacologica e ha tratteggiato un modo per armonizzare il flusso informatico dal medico di medicina generale al triage, dal triage al reparto e dal reparto di nuovo ai Medici di Medicina Generale (MMG) o alla struttura territoriale. Così è stata parimenti esposta la prassi degli audit settimanali tra reparti di degenza, medico infettivologo e farmacista che ha portato alla de-escalation antibiotica e alla riduzione drastica nella diffusione dei batteri multiresistenti al Mauriziano di Torino e in molte altre strutture piemontesi che hanno presentato la Antimicrobial Stewardship come loro best practice. Ognuno dei 18 progetti presentati – che Sanità 360° racconterà singolarmente e nel dettaglio nelle prossime settimane – ha aggiunto qualcosa alla consapevolezza generale: dall’esperienza con gli armadi dei farmaci collegati in Wi-Fi all’efficacia e necessità delle consulenze psicologiche per gli operatori vittime di aggressione o coinvolti in un evento avverso.

“È in questo scambio di conoscenze che si sviluppa una corrente orizzontale di miglioramento: il primo passo verso una maggiore uniformità di pratiche che nasce dal confronto delle singole ASL e si sviluppa grazie al coordinamento regionale in un clima di grande sinergia ed entusiasmo tra i professionisti. Professionisti che credono fortemente in quello che fanno e sentono, sempre più, che la cultura della sicurezza sta crescendo attorno a loro”.

ASL PIEMONTE: CONDIVIDETE BUONE PRATICHE

La risposta alla 12esima Call for Good Practice di Agenas catalizza un incontro tra tutte le Aziende sanitarie della Regione. Lo scopo: imparare le une dalle altre condividendo le esperienze che funzionano

 

Tutte le Aziende sanitarie della Regione Piemonte si incontreranno il 15 ottobre 2019 in Corso Regina Margherita 174, presso il Rondò della Forca.

Invitati all’incontro,voluto dall’Assessorato alla Sanità, i Direttori generali e sanitari ed i referenti per il rischio clinico. Ogni azienda sceglierà una buona pratica tra quelle inserite sul portale di Agenas [1] e avrà l’occasione di presentarla ai colleghi.

Lo scopo dell’iniziativa, spiegano alla Direzione Sanità della Regione, è duplice: in primo luogo stimolare la partecipazione delle aziende piemontesi alla 12esima Call for Good Practice di Agenas. La Call 2019 è dedicata alla segnalazione di pratiche riguardanti la prevenzione dell’antibiotico-resistenza e delle infezioni correlate all’assistenza e, in continuità con l’edizione precedente, alle pratiche di miglioramento della sicurezza nella terapia farmacologica. Queste ultime fanno riferimento, in particolare, ai tre pilastri che caratterizzano la campagna OMS in materia di: gestione dei farmaci e dei casi ad alto rischio; gestione dei pazienti in politerapia; sicurezza dei farmaci durante la transizione di cura.

Ma c’è un altro, importante, obiettivo: permettere alle esperienze che funzionano, come le nuove check-list o i miglioramenti nelle procedure, di venir conosciute e applicate a livello regionale.

Troppe volte, infatti, una buona pratica rimane confinata a livello locale perché mancano occasioni di confronto. Grazie a momenti come il 15 ottobre, invece, le esperienze potranno essere conosciute e diffuse, evitando che le Aziende investano tempo e risorse sulla stessa tematica. Questo, inoltre, permette ad ognuna di focalizzare le proprie energie in una direzione inedita, condividendo il risultato su tutto il territorio regionale e, auspicabilmente, su quello nazionale.

Infine, la giornata sarà l’occasione per far conoscere e condividere con i cittadini le buone pratiche sviluppate a livello aziendale, che rappresentano il punto centrale dell’azione di ogni Azienda sanitaria.

Sanità 360° sarà presente alla giornata e offrirà un racconto sulle pagine della prossima newsletter.

 

[1] L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS), istituita nel 1993, è un ente pubblico non economico, sottoposto alla vigilanza del Ministero della Salute. Svolge una funzione di supporto tecnico e operativo alle politiche di governo dei servizi sanitari di Stato e Regioni, attraverso attività di ricerca, monitoraggio, valutazione, formazione e innovazione.

 

LA PREVENZIONE SENOLOGICA NELL’ASL TO4: PRESTAZIONI IN CONTINUA CRESCITA CON LA COLLABORAZIONE PREZIOSA DELL’ORGANIZZAZIONE DI VOLONTARIATO A.D.O.D.

Arriva OTTOBRE ROSA e Silvia Bagnera, medico dell’ASL TO4 e Presidente dell’Organizzazione Donna Oggi e Domani (ODV), racconta un percorso di crescita nelle prestazioni senologiche e nella promozione della prevenzione oncologica

 

L’ASL TO4 Chivasso-Ciriè-Ivrea della Regione Piemonte conferma il proprio impegno nell’attività di senologia, rimarcando un progressivo trend di crescita nel numero di prestazioni offerte negli ultimi sette anni. I risultati raggiunti in questo campo, disponibili nel comunicato stampa pubblicato dall’Azienda stessa già a febbraio 2019, sono piuttosto esaustivi: “Se si confronta l’anno 2018 con il 2011 – si legge nel comunicato – si rileva un incremento di 28.595 prestazioni di Senologia complessive, pari a più 108,6%; dal confronto del 2018 con il 2014 emerge un incremento di 20.668 prestazioni di senologia complessive, pari al 60,3% di prestazioni in più”. La quota più rappresentativa delle prestazioni offerte è rappresentata dalle mammografie, che nel 2018 hanno raggiunto un più 180,5% (16.568 prestazioni in più) rispetto al 2011.

Silvia Bagnera è medico radiologo specializzato in senologia all’ASL TO4 e Presidente dell’Associazione Donna Oggi e Domani (A.D.O.D. – ODV). L’Associazione, che è parte integrante della Breast Unit ASL TO4, lavora in prima linea sulla sensibilizzazione alla prevenzione del tumore al seno ed opera nel Centro di Screening Mammografico ASL TO4 con sede a Strambino e in alcuni reparti dell’Ospedale di Ivrea (quali la SC Radiologia, la SC di Chirurgia e la SC di Radioterapia).

L’ASL TO4 – afferma la dottoressa – ha fatto un grosso investimento, sia in termini di risorse che di apparecchiature e di professionisti dedicati. È un segno evidente di attenzione nei confronti dell’utenza per offrire il massimo del servizio possibile con strumenti di ultima generazione. Il trend degli ultimi anni, inoltre, rileva un significativo incremento «produttivo» nelle mammografie che è destinato ad aumentare anche nel futuro. La nascita della Breast Unit nel 2012, composta da un’équipe multidisciplinare a servizio della donna, rappresenta un fiore all’occhiello per garantire una diagnosi precoce ed elevati standard di cura. All’interno di questa Unità di Senologia, si interseca il lavoro dell’associazione A.D.O.D. con l’impegno di volontarie specificatamente formate”.

La presenza dell’Associazione risulta fondamentale, in particolare, per fornire informazioni sulle modalità di accesso ai servizi sanitari aziendali e per accogliere le utenti, considerando il vasto bacino dello screening mammografico, che nel territorio dell’ASL TO4 conta circa 55 mila persone (tra i 45 e i 75 anni). “Donne per la maggior parte sane – prosegue Bagnera – ma a rischio, e non possiamo parlare individualmente a tutte. Per questo è importante sensibilizzare alla prevenzione primaria e secondaria, che sono due aspetti diversi. Con la prima, si cerca di sensibilizzare i cittadini a mantenere lo stato di salute, con corretti stili di vita (attraverso l’attività fisica, una sana alimentazione, l’assenza di fumo e la riduzione dell’assunzione di alcol), ossia riducendo i fattori di rischio al fine di evitare che nasca una patologia. Con l’adesione allo screening mammografico per le donne comprese tra i 45 e i 75 annisi fa, invece, prevenzione secondaria e si cerca di diagnosticare precocemente un tumore in fase asintomatica. Si tratta di un’attività dal forte impatto sociale perché curare una persona in uno stadio iniziale consente di poter accedere ad una chirurgia sempre più conservativa (con eccellenti risultati estetici) e a terapie mediche sempre più efficaci e mirate. Tutto questo aumenta le percentuali di guarigione, consente un’elevata qualità di vita e diminuisce i costi della malattia a carico della collettività”.

“La messa in atto di eventi come ‘Le Camminate in Rosa’ o i ‘Weeked della Salute’ organizzati in occasione di Ottobre Rosa – spiega la Presidente dell’Associazione – è un modo per condurre la comunità a stare assieme facendo movimento e divulgando concetti importanti per la salute. Spesso in queste occasioni coinvolgiamo anche donne malate e si innesca quello che noi chiamiamo «effetto del sorriso», con un vantaggio psicologico e di miglioramento per la cura della malattia. Inoltre, sono occasioni per raccogliere fondi che sostengono le attività associative e che permettono di concretizzare l’aiuto dell’A.D.O.D. alle donne. Ad esempio, con i proventi ottenuti da Ottobre Rosa 2018 abbiamo potuto donare un microscopio ottico di ultima generazione alla S.C. di Anatomia Patologica dell’ASL TO4”.

Conclude Bagnera: “Con la campagna di Ottobre Rosa e tutte le iniziative organizzate sul territorio nell’intero anno si riesce a porre l’attenzione sul tumore al seno e far sì che venga affrontato con meno paura possibile. Questo grazie anche all’aiuto delle nostre volontarie che supportano e partecipano agli eventi e che sanno raccontare come prevenzione e guarigione siano, oggi, entrambe possibili”.

 

A.D.O.D. COSA FA L’ASSOCIAZIONE

Tante anche le iniziative messe in campo in vista di “Ottobre Rosa 2019” (visionabili sul sito www.adod.it). Tra gli eventi in programma si annoverano un incontro letterario con una cena di beneficienza a cura de “Le Cusinere del Ricettario Rottarese” (il 5/10 a Settimo Rottaro) ed un pomeriggio in musica con passeggiata e castagnata al Castello di Albiano (il 13/10 ad Albiano d’Ivrea). L’A.D.O.D. sarà presente anche quest’anno al Weekend della Salute (il 19/10 a Chivasso e il 20/10 a Strambino).

Anche nell’ambito della diagnosi precoce l’associazione A.D.O.D. è attivissima nella realizzazione di Giornate di Prevenzione (ben due nel solo anno 2019!), con la possibilità per le donne di sottoporsi a visite senologiche ed ecografie mammarie gratuite: volontarie, associate e medici della Breast Unit ASL TO4 collaborano insieme in queste iniziative per offrire un servizio prezioso sul territorio.

Il progetto “Prevenzione e Benessere” iniziato a gennaio 2018 (presso lo screening mammografico ASL TO4 con sede a Strambino) e finanziato dall’associazione A.D.O.D., si rivolge alle donne e opera attraverso proposte di prevenzione primaria, come la realizzazione di un ciclo di incontri teorico-pratici gratuiti dedicati alla sana alimentazione e la sponsorizzazione dei “Gruppi di Cammino” (molto diffusi nel territorio dell’ASL TO4, costituiti da persone che si incontrano regolarmente in un luogo predefinito, per camminare insieme gratuitamente, guidati da Walking Leader certificati).

 

 

OSTETRICIA: LA SIMULAZIONE È LA MIGLIORE FORMAZIONE

L’efficacia dell’approccio interattivo nell’esperienza della ASL di ASTI. Le diverse situazioni simulate e i risultati raggiunti raccontati nell’intervista ad Anna Mesto, responsabile della struttura di Qualità, Accreditamento e Risk Management. Il progetto verrà presentato al Premio Sham 2019

 

“Sia l’esperienza sul campo che una crescente letteratura concordano nel ritenere che la simulazione sia in assoluto la migliore modalità di formazione in ambito sanitario. In particolar modo ciò è vero per quanto riguarda le attività che richiedono la coordinazione dell’attività individuale all’interno di un lavoro d’équipe”.

“Quest’ultimo dettaglio – spiega Anna Mesto dell’ASL di Asti – individua l’Ostetricia come un campo particolarmente indicato ove investire nella simulazione formativa, sia nell’ottica di gestire il rischio medico legale – al quale l’ostetricia si dimostra tra i settori sanitari essere particolarmente esposta – sia con il fine di migliorare l’affiatamento dei professionisti nell’ambito lavorativo”.

La dottoressa, responsabile Qualità, Accreditamento e Risk Management dell’azienda sanitaria astigiana ha visto avviarsi negli anni attività di simulazione formativa in diversi ambiti, con corsi per la rianimazione BLS (Basic Life Support) e ALS (Advanced Life Support), trovando un riscontro molto favorevole tra i partecipanti e ricadute positive riguardo alle competenze acquisite, dimostrate anche in occasione di prove pratiche.

“Tale tipo di formazione – spiega sulla base delle esperienze accumulate – trova maggiore efficacia quanto più è realistico il contesto simulato, da cui la necessità di riprodurre situazioni e condizioni simili a quelle effettivamente riscontrabili disponendo di manichini e altri materiali adatti a simulare i possibili scenari con precisione”.

Due sono le modalità impiegate. La prima concerne dimostrazioni tecniche senza esecuzione diretta dei partecipanti (d/t), metodo didattico svolto da docente/istruttore finalizzato a illustrare modalità di esecuzione di attività specifiche, che può prevedere l’utilizzo di filmati o altri sussidi didattici. La seconda è, invece, l’esecuzione diretta da parte di tutti i partecipanti di attività pratiche o tecniche (ed), metodo didattico svolto a livello individuale o a piccoli gruppi che prevede l’utilizzo di una strumentazione o l’esecuzione di pratiche precedentemente trasferite.

Dal 2014 la simulazione si è estesa alla formazione in campo ostetrico con l’impiego di un manichino per simulare la gravida in sala parto, per quanto concerne l’espletamento del parto e delle varie possibili presentazioni fetali.

Nel corso delle sessioni di formazione in Ostetricia le situazioni simulate sono state il triage ostetrico, la distocia di spalla e l’emorragia post partum.

“Tali tematiche – riprende la dottoressa Mesto – richiedono l’addestramento a maggiore frequenza, in quanto rappresentano situazioni critiche potenzialmente gravi che necessitano di competenze specifiche e di buon coordinamento. L’esigenza di codificare i criteri di triage nasce dalla necessità di uniformare le conoscenze del personale addetto, sia infermieristico sia ostetrico; l’emorragia post partum è stata oggetto di studio, nell’intento di contestualizzare le linee guida e di sviluppare negli operatori le abilità nella valutazione del rischio, evitando di sottovalutare le perdite ematiche e adottando i corretti strumenti per la giusta quantificazione”.

La misurazione è un elemento da tenere sempre in considerazione, perché permette di dimostrare l’impatto e il cambiamento delle tecniche di simulazione. Il metro quantitativo per eccellenza sulla base del quale valutare l’efficacia della formazione sarà la riduzione dei contenziosi nei prossimi uno o due lustri. Ciononostante, esistono altri metri di misurazione dell’impatto della simulazione, che non richiedono una simile attesa perché si incentrano sulla misurazione delle competenze trasmesse agli operatori, sulla verifica (Audit) presso gli operatori stessi di come si è evoluta la loro coordinazione professionale e, infine, sull’implementazione delle procedure quotidiane che sono state il frutto del processo di confronto che ha accompagnato i diversi momenti del progetto di formazione”.

Anna Mesto, responsabile Qualità, Accreditamento e Risk Management presso l’ASL di Asti

Tra i risultati ottenuti in seguito alle attività di simulazione in campo ostetrico nella ASL Asti si conta, in primis, l’applicazione durante le simulazioni stesse delle linee guida sul rischio dell’emorragia post partum, con l’attivazione dell’équipe multidisciplinare formata da ginecologo, anestesista e medico esperto in patologie della coagulazione nonché utilizzo dei presidi idonei per la corretta stima delle perdite ematiche e dei trattamenti farmacologici. Applicate anche le linee guida nella distocia di spalla, con l’adozione delle modalità operative utili ad evitare il ricorso a manovre invasive o cruente. Conseguente alle attività di simulazione sono stati, inoltre, diversi Audit: l’Audit di efficacia attestanti il contenimento dei parti cesarei e Audit dedicati al Team leadership. Nella pratica clinica, inoltre, è migliorato il coordinamento dell’équipe di sala e il reclutamento di ulteriore personale di reparto, per la gestione della paziente e di care-givers presenti, che sono stati informati e rassicurati su quanto stava avvenendo. In aggiunta è stata aggiornata la procedura dei parti cesarei in emergenza, con definizione della tempistica e della concatenazione delle azioni previste, nonché l’introduzione di modalità più rapide di attivazione dei componenti dell’équipe chirurgica. Infine, è stato costituito un Gruppo per le emergenze ostetriche, che fa da cabina di regia per la programmazione e attuazione delle azioni di miglioramento.

“Da tutte queste misurazioni – conclude Mesto – appare chiaro come la simulazione abbia stimolato una forte spinta al miglioramento e abbia rappresentato un ottimo strumento di formazione e insieme partecipazione degli operatori all’incremento nella sicurezza delle cure”.

Gli esiti del progetto di simulazione saranno, perciò, candidati all’edizione 2019 del premio Sham per la prevenzione dei rischi.

“NON UNA PILLOLA IN PIÙ DEL NECESSARIO”

Il Progetto “Liberi dalla Contenzione” – raccontato dal Direttore della Casa Residenza Anziani (CRA) Anni Azzurri – Villa dei Ciliegi Stefano Crociani – è un esempio calzante di una filosofia di cura che parte dalla relazione umana con le persone fragili

 

“Ci sono momenti carichi di gioia personale, oltre che professionale, nell’assistenza agli anziani. Da qui mi piace iniziare: dal sorriso, dai momenti divertenti, dal calore umano e dalla carica di affetto che pervade le relazioni. Ricevere una persona ultraottantenne allettata, accompagnarla in un percorso di riabilitazione funzionale per poi vederla tornare a casa camminando è una grande soddisfazione. Ma – come spiega il Direttore Stefano Crociani – la vocazione della Residenza “Villa dei Ciliegi”, appartenente al Gruppo Kos – Anni Azzurri, è di accogliere nei suoi settanta posti letto soprattutto persone in età avanzata, parzialmente o totalmente non autosufficienti, fra i quali una parte significativa di ospiti con grave decadimento cognitivo, con demenza, con problematiche comportamentali che richiedono una specifica formazione e professionalità. È possibile effettuare ricoveri in lungodegenza o residenza temporanea, in seguito ad eventi acuti oppure a seguito di ospedalizzazioni, nonché “ricoveri di sollievo”.

“Il Gruppo Kos opera nell’assistenza e nella cura degli anziani tramite una rete di strutture residenziali attraverso la società Kos Care con il marchio Anni Azzurri; fare parte di un grande gruppo è una opportunità – spiega Crociani – perché si sviluppano sinergie e scambio di esperienze. Abbiamo la possibilità di avere il supporto competente di alte professionalità che ci consentono di pianificare la crescita e lo sviluppo di Villa dei Ciliegi in un’ottica di miglioramento continuo”.

“Se prendersi cura di una persona anziana significa sostenerla ed accompagnarla ad una buona qualità di vita, allora le cure non possono che essere individuali, costruite attorno ai bisogni assistenziali e sanitari del singolo e, ove presente, a supporto della sua famiglia. Bisogna riconoscere le sue debolezze e valorizzare i suoi punti di forza con l’obiettivo di conservare e fargli riguadagnare, quanto più possibile, la sua sfera di autonomia e di libertà”.

Un esempio che Crociani – una laurea in Pedagogia, una specializzazione in Psicosintesi e una vita spesa nel sociale alle spalle – considera particolarmente adatto a rendere l’idea è il Progetto “Liberi dalla Contenzione” che si sta realizzando con il programma di s-contenzione degli ospiti.

Villa dei Ciliegi insieme alle altre CRA del territorio aderisce a questo importante progetto promosso dalla AUSL di Bologna. “È un felice incontro tra la cultura e le esperienze maturate nelle residenze Anni Azzurri della Società Kos Care con la visione della Azienda USL di Bologna: una filosofia avanzata di assistenza che si astiene, finché possibile, dal contenere un paziente attraverso farmaci o restrizioni fisiche. «Non una pillola in più del necessario» potrebbe essere uno slogan che riassume il concetto – spiega Crociani. Ciò non significa assumere una posizione critica sui farmaci, se sono necessari a protezione del paziente. Al contrario. Il punto è capire che, quando una persona ha problematiche tali da mettere in pericolo l’incolumità propria o altrui, il contenimento se non è gestito con estrema cautela e con determinate precauzioni (nel rispetto dei protocolli previsti), può rappresentare una facile scorciatoia. Possiamo contenere o sedare il paziente ma, così facendo, rischiamo di ignorare la persona che probabilmente con quel comportamento, a modo suo, ci sta dicendo qualcosa”.

“La nostra intera filosofia, l’approccio professionale sul quale investiamo, è, invece, la personalizzazione degli interventi e delle prestazioni. Il paziente anziano, ammalato, confuso, fragile è, prima di tutto, una persona; ad essa ci rivolgiamo cercando di coniugare alta professionalità tecnica, procedure organizzative rigorose, controlli e verifiche di qualità accurate, con il punto centrale del nostro operare: la relazione con la persona”.

“In questi mesi stiamo sperimentando casi individuali dove abbiamo potuto constatare come sia realmente possibile ridurre le terapie farmacologiche (in accordo con il Medico di struttura e i familiari), introducendo contemporaneamente, in modo controllato, attività animative (individuali e di gruppo). Ecco perché la formazione del personale diventa centrale e fondamentale: formare all’ascolto, all’osservazione, alla relazione: formare gli operatori all’apprendimento di terapie non farmacologiche”.

“È un approccio – ammette Crociani – che, ovviamente, richiede molto impegno da parte di tutta la équipe: i programmi individuali sono messi a punto, monitorati costantemente dalla équipe di struttura che è composta dal Medico, dalla Responsabile Attività Sanitarie, la Responsabile Attività Assistenziali, la Animatrice e la Fisioterapista. Il servizio infermieristico (veramente di alta qualità professionale) è attivo h24 e gli operatori socio-assistenziali Oss costituiscono un fattore essenziale nell’economia del funzionamento e per la realizzazione della qualità complessiva del Servizio. Gli Oss, in particolare, svolgono un mestiere non sufficientemente valorizzato; personalmente ho la fortuna di avere incontrato a Villa dei Ciliegi un gruppo di operatori competenti e professionali; gli sono molto grato per l’impegno e la dedizione con cui si applicano ogni giorno, con affetto, alla cura dei nostri ospiti”.

Neppure è possibile dimenticare, per il buon funzionamento di una residenza, i servizi alberghieri, dalle pulizie alla cucina: abbiamo una cucina interna di qualità e questo è motivo di orgoglio e soddisfazione. Basti pensare all’importanza che costituisce il momento del pasto, in particolare per una persona anziana, per il proprio piacere e per la propria salute: avere una cucina interna con personale professionale e preparato è un valore aggiunto, per l’ospite e i suoi familiari”.

“Da parte mia – conclude il Direttore Crociani – è sempre un piacere quando, fra una incombenza quotidiana e l’altra, posso trascorrere un poco di tempo con i nostri ospiti, perché fra un racconto e l’altro, c’è sempre spazio e voglia di chiacchierare e per ridere insieme”.

 

Anni Azzurri e Villa dei Ciliegi si presentano:

Le Residenze Anni Azzurri offrono ambienti accoglienti in cui vivere, interagire e ricevere visite, perché la terza età sia un periodo sereno. L’impegno costante del personale è, infatti, quello di far sentire ogni ospite a casa propria, per quanto possibile. La qualità del soggiorno che tutte le residenze offrono è monitorata costantemente secondo procedure applicate all’intera rete di accoglienza e presa in carico degli ospiti, con l’obiettivo di mantenere standard di servizio ad alti livelli per la piena soddisfazione delle attese.  Il sorriso e il clima familiare rappresentano il tratto caratteristico del soggiorno nelle residenze Anni Azzurri, come “metodo terapeutico” che rafforza l’efficacia dell’assistenza medica specialistica e delle più attuali tecniche di riabilitazione e stimolazione cognitiva. La Residenza Villa dei Ciliegi fa parte della rete dei Servizi territoriali della Azienda USL del Distretto di Casalecchio di Reno e opera in stretta collaborazione con il Comune Valsamoggia. Grazie alla collocazione nel verde della campagna, ai piedi delle colline bolognesi della località Monteveglio, la struttura si presenta gradevole e accogliente. Kos Care ha pianificato azioni tese al miglioramento dell’organizzazione interna, della sicurezza, nell’uso degli spazi esistenti, investendo importanti risorse economiche anche nell’acquisto di nuovi ausili, arredi e attrezzature. Nei prossimi mesi si realizzerà una prima ristrutturazione interna, per migliorare gli spazi a disposizione; contemporaneamente stiamo mettendo a punto un progetto di ampliamento della struttura che ci potrà consentire una maggiore capacità ricettiva del servizio. Il territorio potrà così beneficiare di una migliore possibilità di risposta ai bisogni dei cittadini.

Fonte: Gruppo Kos