I SOCIAL MEDIA FANNO BENE ALL’INFORMAZIONE SANITARIA?

Intervista al Professor Eugenio Santoro, responsabile del laboratorio di Informatica medica dell’Istituto “Mario Negri” di Milano

 

Facebook non nuoce gravemente alla salute. Nemmeno Twitter, Instagram e tutti gli altri Social network. Anzi fanno bene. Il professor Eugenio Santoro lo sostiene da tempo e lo afferma sulla base di dati scientifici. Infatti, il responsabile del laboratorio di Informatica medica del dipartimento di Salute Pubblica dell’IRCCS, l’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano, da anni analizza il rapporto tra i Social media, la comunicazione sanitaria e la promozione della salute. E ci spiega quali sviluppi sono in atto.

In che modo Facebook, Twitter, Google+, LinkedIn, YouTube e altri strumenti social stanno trasformando la comunicazione, la formazione e l’assistenza in Sanità?

«Partendo dalla formazione, quello che è cambiato è sicuramente l’aggiornamento con le fonti che il medico usa e che, da tempo ormai, erogano i contenuti attraverso i social media: questa modalità facilita il reperimento delle informazioni. Nel campo della comunicazione – invece – opinion leader, medici affermati, in parte anche le istituzioni, ma soprattutto le associazioni sanitarie hanno iniziato a utilizzare i social media affinché il cittadino possa essere cosciente delle malattie a cui potrebbe andare incontro se dovesse mantenere o avere alcuni comportamenti. Si tratta di una prassi molto utilizzata all’estero e, di recente, pure in Italia».

Social media e comunicazione sanitaria. Che relazione ci può essere tra le nuove piattaforme di socializzazione e la promozione della salute?

«Esistono studi realizzati soprattutto all’estero (perché in Italia siamo ancora indietro in questo ambito) che dimostrano come l’uso dei Social media ha consentito di ottenere risultati migliori rispetto all’utilizzo degli strumenti tradizionali. Però bisogna specificare che tali studi non si riferivano ai Social media in generale, ma all’uso più specifico inteso, ad esempio, alla creazione di community come i gruppi di Facebook. Le ricerche hanno dimostrato che se aggrego più persone e fornisco loro una serie di informazioni – ad esempio consigli su come dimagrire o mantenersi in forma – ottengo risultati positivi determinati dalla possibilità di partecipare e condividere il proprio stato di salute.

È dimostrato scientificamente che le community, costruite sui Social, portano con più facilità il cittadino a modificare il comportamento e lo stile di vita. Tali studi sono stati applicati per dimostrare, ad esempio, l’efficacia della diminuzione del peso e la lotta al fumo, ma anche per la gestione di problemi legati all’ansia e alla depressione. Oggi quando si parla di Social media se ne discute in termini negativi. Ma, in realtà, sfruttando le stesse leve dell’emulazione si ottengono buoni risultati. È molto più facile demonizzare i Social che valorizzarne le potenzialità».

In che modo le aziende sanitarie o gli enti privati, che si occupano di Salute e prevenzione, possono migliorare oggi la comunicazione sanitaria 2.0?

«Bisogna fare una distinzione tra comunicazione esterna, rivolta ai cittadini, e quella interna, ovvero tra i componenti delle aziende. Uno degli aspetti più interessanti riguarda la comunicazione esterna: abbiamo realizzato uno studio nel quale è stato analizzato quante aziende usano i Social media, in che modo li usano e che esito ottengono. Ad esempio: quante persone vanno a leggere i post o li condividono. I risultati sono stati questi: le Asl sono presenti sui Social media, almeno su una piattaforma come Instagram o Linkendin. Tra i preferiti c’è Facebook, poi Twitter e Instagram. Ma, in realtà, le Asl prevalentemente utilizzano una comunicazione celebrativa e autoreferenziale, poco diretta al cittadino che invece deve sapere – ad esempio – a quali rischi va incontro se continua ad avere un certo stile di vita.

Questo genere di informazione manca. Anche in ambito sanitario resiste lo stesso trend di altri settori, ovvero che è Instagram il Social più commentato e citato, quello che funziona di più che non è però il più usato: lo utilizza, infatti, solo il 10% delle Asl anche se è quello che produce risultati migliori in termini di comunicazione. La fotografia è questa. Allora, quello che le Aziende sanitarie possono fare è dotarsi di competenze specializzate e ripensare a un Piano di comunicazione che integri i Social media. In sintesi: servono esperti di comunicazione sanitaria 2.0».

È necessario stabilire nuove regole per gestire forme di comunicazione con strumenti sempre più innovativi?

«Per quanto riguarda la comunicazione nei confronti dei cittadini non servono nuove regole ma nuove procedure e una nuova organizzazione perché in realtà manca il contesto in cui poter utilizzare questi strumenti. Per una comunicazione più partecipata serve anche un piano editoriale che sia ben fatto, il cui obiettivo è quello di creare quel rapporto di fiducia con i cittadini che al momento è piuttosto basso. Le istituzioni devono adottare un piano editoriale e mettere al centro la salute del cittadino. In che modo? Mettendo in rete post che aiutano a capire che cosa fare se non mi voglio ammalare o quali sono i fattori di rischio se adotto tale comportamento. Bisogna smettere di usare questi strumenti per divulgare l’orario di apertura dello sportello o promuovere servizi. I post, invece, dovrebbero parlare di prevenzione e salute. I Social consentono di fare ciò e di farlo a costo zero. Allora, perché non usarli con tale finalità?».

PAZIENTI FRAGILI E ANTIBIOTICO – RESISTENZE

I microrganismi resistenti sono, ormai, ovunque: reparti ospedalieri, RSA, lungodegenze. L’abuso medico, comunitario, veterinario e agricolo di antibiotici e antimicotici è alla base di questa emergenza planetaria. Ma non sono l’unica causa

 

Per capire come nasce, si sviluppa e si sta affrontando la piaga dei microrganismi Drug-Resistent, Sanità 360 intervista due professionisti che sono in prima linea dell’AULSS 9 SCALIGERA per contenere questa nuova minaccia alla salute delle persone: Diana Pascu, Responsabile U.O.S. Risk Management, e Mario Cruciani, Infettivologo del Comitato Infezioni Ospedaliere (CIO) e responsabile del Programma di Stewardship Antimicrobica.

RESISTENZA AGLI ANTIMICROBICI: QUAL È LA SITUAZIONE?

Mario Cruciani – Stanno emergendo ceppi di microrganismi resistenti, multi-resistenti o pan-resistenti alle medicine e questa è una minaccia alla salute seria e globale perché significa che sono sempre più numerose le infezioni che facciamo fatica o non riusciamo a curare. Non è una novità. In natura esistono e sono sempre esistiti batteri o funghi resistenti alle molecole che compongono gli antibiotici o gli antimicotici (molecole, a loro volta, in gran parte naturali). L’insorgenza delle resistenze è imprevedibile: ci sono batteri che non sviluppano resistenze in 70 anni, altri che entrano in contatto con le medicine e le sviluppano in pochi mesi. Più massiccio è l’uso degli antibiotici o simili, però, più è probabile che una mutazione resistente prenda il sopravvento nella popolazione microbica al posto dei ceppi non resistenti che vengono eliminati. La novità del presente, perciò, è il numero, la velocità e la diffusione dei ceppi resistenti che stanno invadendo ospedali e, elemento allarmante, non solo questi.

DOVE SI TROVANO I MICRORGANISMI RESISTENTI?

Diana Pascu – Sono molto diffusi. Non sono, o non sono più, concentrati unicamente nei reparti di Terapia Intensiva o nei reparti specialistici, ma viaggiano assieme alle persone assistite in tutto il circuito sanitario. È il territorio il vero bacino delle resistenze, oggi: luoghi come le RSA e le Case di Riposo, nonché le lungodegenze. Abbiamo fatto diversi monitoraggi per capire esattamente le dinamiche di diffusione. In uno di questi abbiamo seguito il percorso di un paziente che in ospedale risultava positivo per un batterio resistente ad un antibiotico. Dopo essere stato trasferito in vari setting assistenziali, il batterio era diventato resistente a più antibiotici.

COME SI MOLTIPLICANO LE RESISTENZE?

Mario Cruciani – Sintetizzando al massimo, ci sono due processi all’opera. Il primo è il numero crescente di pazienti fragili, il secondo è l’abuso di antimicrobici in praticamente qualsiasi ambito medico, veterinario o agricolo. Per quanto riguarda i pazienti fragili, la loro relazione con le resistenze è molto stretta. I pazienti fragili – spesso anziani e con più di una patologia – sono quelli che richiedono trattamenti più complessi ed ospedalizzazioni più prolungate. Cannule, cateteri ed altre soluzioni di continuo della cute e mucose sono veicoli di ingresso ideali per i microrganismi che, una volta entrati in circolo, trovano in questi pazienti debilitati degli ospiti adatti a farli proliferare. Nei microrganismi, fortunatamente, la resistenza agli antimicrobici si associa, spesso, ad una riduzione della virulenza. Microrganismi resistenti agli antimicrobici ma poco virulenti hanno molte più possibilità di attecchire in pazienti debilitati. È per questo che la letteratura di infezioni da microrganismi resistenti in pazienti giovani e sani è scarsa. La tipologia del paziente è ancora determinante nel caso di contaminazione con microrganismi resistenti. Questa spiega anche perché i pazienti fragili – gli stessi che usualmente circolano tra ospedali e RSA – non siano solo quelli più spesso contaminati, ma siano anche le vittime che vengono colpite di gran lunga più spesso dalle infezioni resistenti.

È un circolo pericoloso: più aumentano i pazienti fragili (anziani, pazienti con patologie croniche, etc) più aumentano i microrganismi resistenti; più aumentano i microrganismi resistenti, più i pazienti fragili si ammalano e, eventualmente, muoiono.

Diana Pascu e Mario Cruciani – A questa relazione si affianca quella che è da considerarsi l’origine delle resistenze: l’impiego stesso di antibiotici e antimicotici. Quando questo uso diviene abuso, le resistenze aumentano in maniera estremamente veloce come sta avvenendo davanti ai nostri occhi. L’abuso avviene in sede medica quando, per esempio, gli antibiotici vengono prescritti per infezioni non batteriche o somministrati oltre il tempo necessario (ad es. la profilassi chirurgica che diventa terapia), ma anche in veterinaria, quando vengono usati come promotori di crescita degli animali. Se usiamo gli stessi principi, o principi molto simili a quelli delle medicine in agricoltura o negli allevamenti, creiamo resistenze ai farmaci. Se i batteri di un allevamento sviluppano resistenze, quegli stessi batteri possono contaminare il nostro cibo o influenzare la mutazione di altri batteri che, successivamente, infettano delle persone. Anche la percezione che la popolazione ha dell’antibioticoterapia è sbagliata. Molti insistono per farsi prescrivere gli antibiotici, perché li considerano una medicina non pericolosa ed efficace. Ed hanno ragione, almeno su base individuale. Ma se viene usata quando non serve, ciò crea un danno ambientale, perché quella medicina perde di efficacia, si spunta e bisogna trovarne un’altra in fretta. C’è bisogno di un forte investimento nella sicurezza che regoli e riduca l’impiego globale di sostanze preziose come gli antimicrobici. Un approccio che si definisce ONE HEALTH perché tutto è collegato: salute delle persone, degli animali e sicurezza degli alimenti.

QUALI SONO LE PROSPETTIVE PER IL FUTURO DELLA SANITÀ?

Mario Cruciani – Io ho dei dubbi sulla precisione delle previsioni sul lungo periodo. Prevedere quante persone moriranno nel 2050 per i super bug è difficile. Quello che è assolutamente certo, già ora, è che le resistenze aumentano ed aumentano anche le infezioni difficili da curare o non curabili, con aumento conseguente del costo dei ricoveri, nella lunghezza delle degenze, nel rischio per gli interventi chirurgici ed i ricoveri di pazienti fragili. Tutto questo aumenterà ulteriormente anche il costo della spesa sanitaria, nonché il costo dei risarcimenti per le infezioni legate all’assistenza, rendendo ancora più difficile la situazione dei bilanci sanitari. In più, ogni volta che troviamo un paziente con infezioni da germi resistenti, impieghiamo quei pochi farmaci ancora utili. Più aumenteranno le resistenze, perciò, più dovremo dar fondo alle nostre riserve, più velocemente le nostre armi si spunteranno.

Diana Pascu, Responsabile U.O.S. Risk Management, e Mario Cruciani, Infettivologo del Comitato Infezioni Ospedaliere (CIO) e responsabile del Programma di Stewardship Antimicrobica

MA ESISTONO PROTOCOLLI DI DIFESA?

Diana Pascu – Sì ci sono. La prima linea di difesa è conoscere: capire il tipo di batterio o microrganismo che abbiamo di fronte. Subito dopo è necessario che la conoscenza circoli: ovvero che scatti l’allarme e in tempo brevi tutti gli interessati coordinino una risposta organizzata. A Verona seguiamo una lista di 12 microrganismi sentinella stilata dalla Regione Veneto. Appena uno di essi viene rilevato parte un Alert informatico che attiva il Risk Management e il CIO (Comitato infezioni ospedaliere). Da questo allarme scaturisce un’indagine mentre si attivano le procedure e i dispositivi fisici di sicurezza per affrontare e circoscrivere la contaminazione. Tutto questo avviene mentre una scheda dettagliata raggiunge il Dipartimento di Prevenzione e l’Azienda Zero.

MA LA RICERCA DI NUOVI ANTIBIOTICI?

Mario Cruciani – Questo è l’altro fronte. Per molti anni le ricerche o le scoperte sono state praticamente nulle. I costi enormi di sviluppo di una nuova molecola (600 milioni di dollari di media), le procedure lentissime di approvazione, il prezzo basso degli antibiotici sul mercato e il rischio – difficile da prevedere – che un nuovo antibiotico inducesse l’insorgenza di una nuova resistenza, di fatto annullando la sua efficacia, non hanno stimolato le aziende farmaceutiche in questa direzione. Bisogna, però, spezzare una lancia in loro difesa. Perché è vero che le aziende farmaceutiche agiscono per profitto, ma è altrettanto vero che è per questo che funzionano bene e sviluppano medicine che, presto o tardi, salvano la vita a moltissime persone. Io ricordo quando, all’inizio dell’epidemia dell’HIV, la mortalità nei pazienti con AIDS era altissima, e noi eravamo assolutamente inermi di fronte a questa emergenza. Poi sono arrivati i farmaci antiretrovirali e sembra passato un secolo. Ma ricordo anche che, all’epoca, Bill Clinton avviò una forte azione di incentivi e allentamento delle maglie burocratiche per lo sviluppo e l’immissione in commercio di terapie nuove e delle quali c’era disperato bisogno. Spero che, a livello mondiale, il sostegno allo sviluppo di nuovi antimicrobici si riveli altrettanto efficace nei prossimi anni senza dover aspettare che la situazione peggiori ulteriormente.

 

 

“NON C’È TEMPO DA PERDERE”: L’ALLARME ONU SULLA RESISTENZA ANTIMICROBICA

Se la crescente resistenza ai farmaci da parte dei microbi patogeni non viene arginata, un secolo di conquiste mediche rischia di essere messo in discussione. Il report delle Nazioni Unite riporta l’attenzione del mondo su una crisi silenziosa che uccide oltre 700 mila persone all’anno

 

Le malattie infettive hanno rappresentato una delle principali cause di morte fino all’avvento degli antibiotici. Oltre alle malattie, qualsiasi ferita, anche di lieve entità, poteva risultare un’infezione letale e lo stesso poteva dirsi di qualsiasi intervento chirurgico. L’introduzione della penicillina ha aperto le porte ad una nuova era. Eppure lo stesso Alexander Fleming, ricordato come lo scopritore della Penicillina, aveva intuito “un pericolo nell’uso degli antibiotici: esporre i microbi a dosi non letali della medicina che li rendano resistenti”. Era l’11 Dicembre 1945. Oggi quel pericolo si sta avverando.

A fine aprile 2019 l’Interagency Coordination Group on Antimicrobial Resistance delle Nazioni Unite ha presentato un rapporto destinato al Segretario Generale delle Nazioni Unite ed intitolato enfaticamente: “No Time to Wait: Securing the future from drug-resistant infections”.

L’analisi del rapporto è secca e non rassicurante: ogni anno muoiono 700 mila persone per malattie causate da gli agenti patogeni che hanno sviluppato una o più resistenze alle medicine che, fino ad oggi, erano state sufficienti per contrastarli. Nei prossimi decenni queste morti aumenteranno raggiungendo i dieci milioni nell’arco di 30 anni.

Non si tratta solo di una grande tragedia umana e di una catastrofe economica, i costi della quale saranno paragonabili alla crisi del 2008. Forse ancora più grave: i patogeni resistenti hanno la capacità di rimettere in discussione molte conquiste mediche date, ormai, per scontate.

“Sempre più numerose malattie comuni, come le infezioni del tratto respiratorio o urinario, non possono più essere curate – scrive la World Health Organization – procedure mediche in grado di salvare la vita diventano più pericolose e la catena di processazione del cibo si è fatta più precaria”.

E non si trattasolo di batteri,ma anche di funghi e protozoi patogeni che stanno sviluppando resistenze[1] perché messi troppo spesso in contatto[2] con le stesse medicine o principi attivi impiegati nella cura delle persone.Un problema che va molto oltre l’assistenza sanitaria e coinvolge direttamente i settori dell’allevamento o dell’agricoltura. É nell’allevamento, infatti, che gli antibiotici vengono profusi in maniera preventiva per garantire un tasso di crescita soddisfacente degli animali. Ed è nell’agricoltura che si usano antifungini praticamente identici a quelli impiegati in medicina. In entrambi i casi, i microbi –esposti in maniera massiccia a quelle che il Direttore del WHO Tedros Adhanom ha definito “le nostre più essenziali medicine” – vedono sorgere ceppi resistenti che proliferano al posto di quelli non resistenti i quali, invece, scompaiono.

The World Health Organization

Gli antimicrobici sono fondamentali per salvaguardare la produzione alimentarela sicurezza e il commerciocosì come la salute umana e animale.” – ha commentato José Graziano da Silva, Direttore Generale FAO – “I paesi possono promuovere sistemi alimentari sostenibili e pratiche agricole che riducano il rischio di resistenza agli antimicrobici ricercando valide alternative all’uso di questi ultimi, come stabilito nelle raccomandazioni del rapporto”.

“La resistenza antimicrobica – ha concluso alla presentazione del documento IACG il Vice Segretario Generale dell’ONU Amina Mohammed –è una delle maggiori minacce che affrontiamo come comunità globale. Questo rapporto riflette la profondità e la portata della risposta necessaria per frenare la sua ascesa e proteggere un secolo di progressi nel campo della salute. È proprio il caso di dire che non c’è tempo da perdere”.

 

[1] vedi anche Candida auris, il fungo killer che sfida i farmaci 

[2]  nel link la citazione riportata dal New York Times: “ Dr. Johanna Rhodes, an infectious disease expert at Imperial College London. “We are driving this with the use of antifungicides on crops,” she said of drug-resistant germs.

UN NUOVO ANNO DI CRESCITA PER RELYENS

Resi noti i risultati 2018 del gruppo assicurativo mutualistico Relyens che in Italia, con il suo marchio Sham, è leader nella RCM nelle regioni settentrionali del Paese servendo 70 ospedali pubblici e 1 fondazione privata. Sham in Italia si è aggiudicata i Piani Regionali di Piemonte, Veneto, Val d’Aosta, Friuli.  La caratteristica del modello mutualistico è quella di non limitarsi ad assicurare il rischio, ma abbinare proposte assicurative e servizi di gestione dei rischi integrati al fine di avviare percorsi di miglioramento della sicurezza

 

Relyens, Gruppo mutualistico europeo di riferimento nell’assicurazione e nella gestione dei rischi al servizio degli operatori sanitari e degli enti locali, presenta per la prima volta i suoi risultati annuali con la sua nuova identità. Il Gruppo, fortemente radicato nell’ecosistema dei propri clienti con i marchi Sham, Sofaxis e Neeria, propone soluzioni globali personalizzate abbinando proposte assicurative e servizi di gestione dei rischi.

– Nel 2018 Relyens ha raccolto premi per 847 mln di € (di cui 340 mln di € nel ramo danni e 507 mln € nelle assicurazioni di persone), con un incremento di 19 mln di € rispetto al 2017.

– Il fatturato del gruppo ha raggiunto i 456 mln di €, in aumento di 17 mln di € rispetto al 2017.

– Il risultato netto è stato pari a 16 mln di €. È un risultato di buon livello, seppure in calo dopo un esercizio 2017 caratterizzato da utili molto elevati grazie all’attività di investimenti finanziari del gruppo.

Dominique Godet, Direttore Generale del Gruppo Relyens, ha dichiarato: «Gli ottimi risultati ottenuti nel 2018 testimoniano ancora una volta della fiducia dei nostri clienti e della validità della nostra strategia. Nel 2019 iniziamo una nuova fase dinamica nella vita del Gruppo, lanciando un progetto ambizioso per consolidare le nostre posizioni in Europa con un portafoglio di attività diversificato, per affermarci come un gruppo europeo di riferimento nelle assicurazioni e nella gestione dei rischi. In un contesto di profondi mutamenti strutturali, organizzativi e sociali, abbiamo la volontà di rappresentare un operatore di fiducia, per essere sempre più efficacemente al fianco dei nostri clienti nella realizzazione dei loro compiti di interesse generale».

Dominique Godet, Direttore Generale del Gruppo Relyens

Un gruppo di riferimento nei nostri mercati

– In Italia Sham è leader nella RCM nelle regioni settentrionali del Paese servendo 70 ospedali pubblici e 1 fondazione privata. La società mutualistica si è aggiudicata il contratto regionale del Veneto e ha confermato quello della regione Piemonte, portando a quattro il numero di programmi regionali assicurati (Piemonte, Veneto, Val d’Aosta, Friuli).

– In Francia il Gruppo collabora con gli operatori della sanità (Sham) e degli enti locali (Sofaxis) nella protezione contro tutti i loro rischi. Il contesto di mercato si evolve intorno a mutamenti rilevanti tuttora in corso (riforma del sistema sanitario, evoluzione della funzione territoriale), a vincoli normativi e finanziari notevoli sia a livello di strutture sanitarie che degli enti locali, ed è caratterizzato da una concorrenza intensa, accanita e persistente.

Grazie a Sham, prima compagnia assicuratrice della Responsabilità Civile Medica presso le strutture sanitarie pubbliche e private, il Gruppo non solo ha mantenuto la supremazia in questi due segmenti, ma ha anche rafforzato la presenza presso le strutture private. Il Gruppo ha proseguito l’espansione presso le strutture socio-sanitarie, in particolare nei segmenti degli anziani e dei disabili. Nel segmento dei professionisti della sanità, l’andamento degli anni precedenti ha accelerato il passo registrando un notevole incremento del fatturato, salito del 19%. Sham si è rafforzata anche nelle assicurazioni alle persone. Da maggio 2018 la società mutualistica collabora con i ministeri che svolgono funzioni sociali (Sanità, Lavoro, Istruzione Nazionale e Sport) nella protezione sociale dei loro addetti. Questo bando di gara è il secondo vinto da Sham in collaborazione con la MGAS, dopo quello aggiudicato nel 2017 per la protezione dei dipendenti della Direzione Generale dell’Aviazione Civile francese (DGAC).

Per quanto riguarda gli enti territoriali, il Gruppo, tramite la sua filiale Sofaxis, mantiene la posizione di leader nella protezione contro i rischi derivanti da obblighi di legge e registra un’intensa crescita nel settore della previdenza collettiva. Grazie alla collaborazione con Fonpel e Prefon per la parte pensionistica il Gruppo propone un’offerta completa in materia di protezione sociale.

– In Spagna, tramite Sham il Gruppo è il principale assicuratore nella Responsabilità Civile Medica (RCM) presso le strutture pubbliche ed è un operatore di primo piano con le associazioni professionali dei medici. Sham assicura oltre 46.000 medici, 150 strutture sanitarie e 1.250 centri di cura e ha registrato eccellenti risultati commerciali nel 2018 (rinnovo del contratto del sistema sanitario di Madrid e Contratto degli ospedali a gestione pubblica del Gruppo QuironSalud).

– In Germania Sham intensifica l’impegno e gli investimenti per contribuire all’evoluzione di un mercato molto competitivo, funzionante ancora in base ad eventi generatori di responsabilità e non alle richieste di risarcimento.

 

Una solidità finanziaria che consente di potenziare la capacità d’investimento e l’indipendenza del gruppo

L’attività di investimento di Sham, società capogruppo di Relyens, nell’anno in esame ha messo a segno un’altra eccellente performance ottenendo un risultato finanziario di 51,30 mln di €. Quest’attività riflette l’impegno di Relyens al servizio del proprio ecosistema. Dal 2006 Sham ha investito 60 mln di € in oltre 20 società innovative operanti nella sanità tradizionale e telematica, nelle biotecnologie e nello sviluppo di nuovi dispositivi medicali. Il gruppo partecipa anche al finanziamento dei progetti dei clienti con uno stanziamento 100 mln di € per prestiti che permettono alle strutture sanitarie di soddisfare le loro esigenze di investimenti, di sviluppo e di ristrutturazione.

Più recentemente, ossia a fine 2018, è stato istituito il Fondo Sofaxis Investissements et Territoires, grazie al quale gli enti locali potranno investire per finanziare i progetti locali.

Nel 2018 il livello di sinistrosità è rimasto elevato a 362 mln di € (rispetto a 361,70 mln di € nel 2017), a conferma della tendenza all’aumento del costo degli indennizzi dal 2011. L’andamento dell’indice di frequenza RCM è salito da 241 nel 2017 a 244 nel 2018.

I capitali propri hanno totalizzato 342,20 mln di € (da 322,50 mln di € nel 2017). Il coefficiente di solvibilità, ancora ampiamente superiore agli obblighi di legge, al 31 dicembre 2018 era invariato rispetto al 2017 a quota 170%. Per il 4° anno consecutivo l’agenzia di rating AM Best successivo ha sottolineato la nostra solidità e le performance finanziarie.

Un nuovo piano strategico che punta al 2021, per realizzare la nostra ambizione europea presso gli operatori che svolgono compiti di interesse generale

Il progetto strategico di Relyens, lanciato a gennaio 2019, si articola su 3 assi portanti:

1/ Restare al centro del proprio ecosistema: tramite le collaborazioni con le principali associazioni professionali dei Paesi in cui è presente, le comunità scientifiche, i circoli di riflessione e le attività di investimento, Relyens contribuisce attivamente allo sviluppo del proprio contesto e favorisce l’innovazione, la competenza e la creazione di valore.

2/ Proporre un’offerta di valore integrata incentrata sulle 2 grandi attività operative storiche del Gruppo – il rischio medico e la protezione sociale – facendo leva su tre marchi:

  • Sham è l’operatore di riferimento presso gli operatori sanitari e il primo operatore nella responsabilità civile medica in Europa;
  • Sofaxis è l’operatore leader nell’assicurazione dei rischi derivanti da obblighi di legge e nella protezione sociale presso gli enti territoriali;
  • Neeria è una società di Consulenza che fornisce servizi ed eroga formazione alle strutture sanitarie e agli enti locali, prestando particolare attenzione all’innovazione.

Attualmente Relyens propone un’ampia offerta che abbina soluzioni assicurative – assicurazioni di persone e beni (danni a terzi, auto, edilizia, cyber-rischio…) – e servizi di Risk Management.

3/ Affermare un modello aziendale diverso: dal 2017 tutti i collaboratori del Gruppo sono coinvolti in un processo di trasformazione culturale dell’azienda, coniugando autonomia e responsabilità, valore riconosciuto al cliente e rispetto delle esigenze professionali. Partendo dalla storia, del spirito mutualistico e dalla ricchezza dei profili e delle professionalità del Gruppo (per provenienza, lingue, cultura ed età), i nostri collaboratori hanno definito congiuntamente nuove modalità operative per allinearsi pienamente al progetto del Gruppo ed ottimizzare le interazioni non solo tra loro e con i clienti, com’è ovvio, ma anche con l’insieme degli stakeholder del Gruppo.

Dati chiave

Relyens assicura e protegge oltre 30.000 soci/assicurati e assicura 900.000 persone in 4 Paesi.

In Francia il Gruppo assicura:

●      2 strutture sanitarie su 3 per responsabilità civile medica

●      1 struttura sanitaria su 3 per i rischi del personale

●      2 Servizi provinciali antincendio e di soccorso su 3

●      1 ente locale su 2

●      2 centri di gestione su 3

Il Gruppo, presente in tutti i Poli ospedalieri territoriali francesi, assicura sia la struttura capogruppo che le altre strutture appartenenti al polo.

In Spagna il Gruppo assicura la Responsabilità Civile Medica di:

●      Oltre 46.000 medici

●      150 strutture sanitarie

●      1.250 centri di cura

In Italia il Gruppo garantisce la Responsabilità Civile Medica di:

●      70 ospedali pubblici

●      1 fondazione privata

«Informazione importante: i dati riportati nel presente documento sono tratti dal bilancio annuale approvato dal Consiglio di Amministrazione di Sham nella riunione del 5 aprile 2019 e saranno sottoposti al voto dei Soci nell’Assemblea Generale del 14 giugno 2019. Potranno quindi essere considerati definitivi solo dopo la loro approvazione in tale data.»

 

Qualche dato su Relyens

Con quasi 1.000 collaboratori, oltre 30.000 clienti e associati e 900.000 assicurati in 4 Paesi (Francia, Spagna, Italia e Germania), Relyens è un gruppo mutualistico europeo di riferimento nelle assicurazioni e nella gestione dei rischi, al servizio degli operatori della sanità, dei servizi sociali e degli enti locali che svolgono compiti di interesse generale. Il Gruppo, fortemente radicato nella clientela con i marchi Sham, Sofaxis e Neeria, propone soluzioni globali personalizzate abbinando soluzioni assicurative (assicurazioni di persone e beni) e servizi di gestione dei rischi. Nel 2018 Relyens ha raccolto 847 mln di € di premi realizzando un giro d’affari di 456 mln di €.

www.relyens.eu

Twitter: @Relyens

GESTIRE RISCHIO E STRESS IN SALA PARTO: IL PROGETTO DELLA FONDAZIONE POLIAMBULANZA

Intervista al professor Paolo Villani e alla dottoressa Sabrina Maioli, responsabile della formazione sui benefici e le potenzialità di simulare una nascita

 

Gestire il rischio in situazioni di stress. Creare una forte sinergia di gruppo. Può essere ancora più lungo l’elenco dei benefici del progetto di simulazione robotica della Fondazione Poliambulanza. A maggio un simulatore mamma, un simulatore neonato a termine e un simulatore bimbo prematuro occuperanno la sala parto della Fondazione che sarà costruita ad hoc per simulare la realtà. Con quale finalità? Lo scopo sarà quello di far trovare l’equipe davanti a situazioni imprevedibili che dovranno saper gestire con razionalità e professionalità. Tutto dovrà rigorosamente riprodurre la realtà.

Un esperimento che sarà possibile realizzare grazie al contributo delle Aziende bresciane, le quali finanzieranno l’acquisto di tutte le strumentazioni necessarie. Il professor Paolo Villani, responsabile della TIN e Neonatologia, ha spiegato in modo esaustivo vantaggi e potenzialità della simulazione robotica che prende spunto da quella utilizzata nell’aviazione americana. «Lo scopo – ha evidenziato Villani – è quello di aumentare le competenze senza perdita di tempo e districarsi in situazioni di emergenza. Bisogna ricordare che il parto è uno degli eventi più delicati: statisticamente, su 10 bambini che nascono su tre non sappiamo come evolverà, anche se oggi con la medicina moderna riusciamo a prevenire quasi tutto. Spesso è possibile trovarsi in situazioni in cui è possibile avere conseguenze maggiori nelle quali è necessario essere sempre pronti e svolgere la propria funzione rapidamente».

Si tratta della prima stazione di simulazione in Lombardia e per il dottore Villani non ci sono dubbi che «potrà essere una risorsa per tutti quelli che lavorano in sala parto perché permette di creare situazioni che sono verosimili e ha dei vantaggi enormi rispetto ai manichini del passato. È un progetto pilota in Italia anche se ci sono alcune aziende che lo hanno già attivato perché la simulazione è considerata la scala per governare situazioni difficili. Lo scopo è proprio quello di imparare a gestire lo stress, in particolare negli ospedali in cui il personale è meno preparato ad affrontare situazioni di emergenza. Il parto in sé è un momento critico e le cause possono essere tantissime. Le aziende, quindi, sono molto interessate anche perché a volte da tali situazioni vengono fuori procedimenti penali, ma soprattutto è importante per tutelare il bene dei bambini. Bisogna sapersi comportare come fa il pilota di un aereo. Il rischio va gestito con tempestività e in gruppo».

Fondazione Poliambulanza

Affinché tutto funzioni alla perfezione diventa fondamentale la formazione. Qui si inserisce il lavoro della dottoressa Sabrina Maioli, responsabile della Formazione di Fondazione Poliambulanza: «I simulatori sono innovativi ma da soli non sono sufficienti. Cioè, non basta avere un super simulatore se non hai formatori capaci. Si tratta di un lavoro che stiamo portando avanti da tempo e che, comunque, anche i professionisti più anziani riescono a recepire. Certamente i giovani medici entrano subito in quest’ottica».

Si punta tantissimo sulla formazione perché la sperimentazione non si ferma. «Il passo successivo? Bisogna aumentare il numero dei formatori – ha spiegato la dottoressa Maioli – incrementare l’equipe e i corsi per i formatori. Ecco perché è necessario coinvolgere altri dipartimenti che è quello che già stiamo facendo. Abbiamo iniziato con la Rianimazione e avevamo medici con competenze avanzate. Inizialmente poteva esserci un po’ di diffidenza, ma adesso assolutamente no. Basti pensare che in Spagna c’è un ospedale trasformato completamente in un ospedale simulato. Questo è il futuro: il simulatore dà un senso di sicurezza e consente l’integrazione dell’equipe».

GIOCO D’AZZARDO: LA MINACCIA NASCOSTA ALLA SALUTE DELLA DONNA

La patologia da gioco colpisce uomini e donne in egual misura, ma le donne chiedono aiuto ancora meno degli uomini. Un sommerso che il SERD dell’ASST Cremona sta cercando di portare alla luce

 

“In Italia la dipendenza da gioco è un fenomeno esteso e sommerso – spiega Roberto Poli, Direttore SERD dell’ASST Cremona – Esteso perché culturalmente l’abitudine al gioco, dal lotto ai ‘gratta e vinci’, è diffusa, ha una tradizione storica ed è socialmente accettata. Sommerso perché più la persona si indebita e consuma le risorse della famiglia, più si vergogna di un comportamento che non riesce a correggere e agli effetti del quale cerca di rimediare, il più delle volte, continuando a giocare”.

Dottor Poli, quand’è che il gioco viene classificato come malattia?

Quando impedisce alla persona di scegliere. La condizione che chiamiamo dipendenza è dipinta con precisione dalla radice latina della parola inglese addiction: il significato letterale è schiavitù. Quando i tentativi delle persone di smettere di giocare, fumare, assumere alcolici o stupefacenti si rivelano infruttuosi nonostante la sua volontà, allora la libertà è messa a tacere dal bisogno. Lì inizia la malattia.

Qual è l’incidenza della patologia da gioco nelle donne?

Uguale a quella degli uomini, ma ancora più difficile da intercettare. Le donne sono vittime di questa dipendenza, ma, ancora meno degli uomini sono inclini a chiedere aiuto.

Quand’è che una persona che gioca accede al vostro servizio?

Tendenzialmente ciò avviene negli stadi avanzati, quando la situazione economica è compromessa. Molto spesso i primi che vediamo sono i familiari che cercano di capire come affrontare il problema del congiunto.

Quali sono le vostre strategie per far sì che le donne chiedano aiuto?

Il SERD di Cremona ha creato un percorso di cura espressamente riservato alle donne che soffrono da dipendenza da gioco. Un percorso dove confidiamo le donne possano sentirsi più a loro agio e superare la ritrosia a intraprendere un percorso terapeutico. Parallelamente, ci sforziamo di comunicare che questo servizio esiste. Un esempio è stata la partecipazione all’Open Day BeneEssere Donna, la giornata dedicata dall’ASST Cremona alle visite gratuite e senza prenotazione in ambito senologico, ginecologico e ai servizi territoriali collegati alla maternità e alla salute femminile.

Quale forma assume la dipendenza da gioco nelle donne?

Spesso si esprime nel consumo di ‘gratta e vinci’ e simili, meno attraverso le sale scommesse, le macchinette nei bar o nelle sale da gioco che sono ambiti prevalentemente maschili.

Quanto è esteso il fenomeno della dipendenza da gioco d’azzardo?

Molto. Le stime variano, ma moltissime più persone avrebbero bisogno di essere seguite di quante effettivamente accedano ai servizi. Il SERD dell’ASST Cremona ne ha in carico 52: una frazione di quelli che speriamo di coinvolgere nei percorsi di cura. É una tematica molto sentita a livello regionale al punto che stiamo per ricevere finanziamenti specificamente diretti ad intercettare il bisogno sommerso di cure attraverso un importante investimento in comunicazione e sensibilizzazione, oltre che, ovviamente, di prevenzione nelle scuole.

Qual è il percorso di cura?

Premetto che la cura è sempre su base volontaria e che le persone che si presentano lo fanno, spesso, quando la situazione economica è già compromessa. Alla luce di questi elementi il SERD offre due grandi ambiti di aiuto. Il primo è un percorso psicoterapeutico, a volte individuale, al quale si affiancano i gruppi di auto aiuto guidati da una persona che ha avuto lo stesso problema e sostiene le altre nel superarlo. Il secondo è rappresentato da misure che arginano il rischio di spendere perché limitano le possibilità di spesa, sia attraverso un amministratore di sostegno (sempre volontario) sia attraverso un controllo periodico dei conti fatto assieme all’assistenza sociale del SERD e, spesso, con a fianco un familiare.

Roberto Poli, Direttore SERD dell’ASST Cremona

Nel profilo delle persone che sviluppano dipendenza da gioco ci sono degli elementi ricorrenti?

Sì. I più frequenti sono il consumo di bevande alcoliche e l’assunzione di cocaina, ovvero sostanze disinibenti ed eccitanti. Molto frequente, anche, la compresenza di stati di ansia, disturbi psichiatrici e depressione. Una percentuale statisticamente ragguardevole delle persone che il gioco d’azzardo rovina partono da una condizione economica già disagiata e non hanno un livello di istruzione alto. In pratica, il gioco tende ad impoverire ulteriormente persone che sono povere di partenza. Anche per questo l’accesso al SERD è costruito per essere molto facile e assolutamente gratuito: basta una telefonata, una mail o, semplicemente, accedere alla struttura.

Ci sono analogie tra il gioco d’azzardo e altre dipendenze?

Le dipendenze da sostanze o comportamenti hanno delle fortissime radici comuni, sia dal punto di vista delle dinamiche psicologiche che dei percorsi biochimici. Tutte le dipendenze hanno un forte rischio di cronicità e di ricadute. Tutte le dipendenze attivano il percorso della ricompensa, ovvero si inseriscono sui meccanismi di rilascio della dopamina. Sostanze come la nicotina o comportamenti come il gioco alterano questo percorso biochimico che genera appagamento e sul quale, una volta alterato, si innesta il meccanismo della dipendenza. Ci sono tante sostanze e tanti comportamenti che lo fanno e, infatti, si possono sviluppare dipendenze anche in ambiti che non vengono frequentemente associati a questa patologia, come lo sport. Ma esistono alcune sostanze e alcuni comportamenti che sono particolarmente efficaci nel generare scariche di dopamina e, conseguentemente, creare dipendenze più forti e più difficili da sradicare. Il gioco d’azzardo, purtroppo, è uno di questi.

IL NUOVO MODELLO DI INTEGRAZIONE OSPEDALE-TERRITORIO

La copertura dei bisogni assistenziali, il potenziamento delle prestazioni residenziali extraospedaliere e la contemporanea riorganizzazione della rete ospedaliera nell’esperienza della ASL Brindisi

 

Di Giuseppe Pasqualone, Direttore Generale dell’ASL Brindisi

Con il DM 70/2015 e con la Legge di Stabilità 2016 sono stati individuati su tutto il territorio nazionale i nuovi standard qualitativi, tecnologici e quantitativi al fine di portare le reti ospedaliere all’interno di omogenei parametri di sicurezza, efficacia di cura ed efficienza gestionale.

Contestualmente, è stato riconosciuto che la riorganizzazione delle reti ospedaliere, necessaria per garantire i predetti standard nella gestione delle malattie tempo dipendenti, non poteva essere sufficiente rispetto all’esigenza di garantire una copertura piena dei mutati bisogni assistenziali (ad esempio l’aumento della cronicità) in una logica di maggiore integrazione/interazione funzionale tra le strutture ospedaliere e quelle territoriali.

In questa ottica la Regione Puglia, con i vari regolamenti regionali approvati dal 2015 ad oggi, ha inteso determinare un incremento dell’offerta di assistenza sanitaria territoriale attraverso la riconversione di alcune strutture ospedaliere in strutture territoriali di assistenza. Denominate Presidi Territoriali di Assistenza (c.d. PTA), tali strutture hanno l’obiettivo, appunto, di potenziare l’offerta sanitaria di prestazioni residenziali extraospedaliere per persone gravemente non autosufficienti e affette da patologie croniche.

Parallelamente, si è voluto qualificare l’offerta ospedaliera ridefinendo una rete di Presidi a ciascuno dei quali è stato assegnato un ruolo specifico, in modo da garantire tempestività della diagnosi, appropriatezza e sicurezza delle cure in un’ottica di razionalizzazione dei percorsi. La ridefinizione della nuova rete ospedaliera è stata accompagnata da una nuova programmazione delle risorse per il potenziamento delle strutture ospedaliere e per la realizzazione di nuovi ospedali (vedasi la realizzazione del nuovo Ospedale Monopoli-Fasano) e dalla realizzazione di percorsi assistenziali in rete.

In questo modo, la riorganizzazione dell’offerta ospedaliera e di quella territoriale sono avvenute contemporaneamente.

Contestualizzata accanto alla definizione della nuova rete ospedaliera, l’organizzazione di una nuova rete territoriale di assistenza ha rappresentato, infatti, il completamento necessario per la razionalizzazione di tutta l’offerta sanitaria. Nel nuovo disegno della rete dei servizi territoriali di assistenza è stato ritenuto strategico assicurare ai cittadini un presidio sanitario non ospedaliero per garantire, in un unico luogo, l’offerta dei servizi di assistenza primaria e intermedia (a.e. l’Ospedale di Comunità).

In questo nuovo disegno della rete dei servizi territoriali, il Presidio Territoriale di Assistenza ha rappresentato il nuovo modello di riorganizzazione dell’assistenza che pone al centro il paziente, facilitando allo stesso l’accesso ai servizi sanitari territoriali e l’iter assistenziale complessivo.

In sostanza, il PTA rappresenta la porta di accesso del cittadino ai servizi territoriali, aggregando e integrando funzionalmente le diverse componenti dell’assistenza territoriale, secondo livelli di complessità variabili a seconda di fattori di comorbilità.

La Regione Puglia, con i regolamenti del 2018, ha previsto l’istituzione di N. 29 PTA in corrispondenza di strutture ospedaliere riconvertite e che saranno riqualificate da un punto di vista strutturale, tecnologico e dei percorsi con l’impiego di importanti risorse comunitarie per il finanziamento di tutti gli investimenti necessari alla riconversione e alla implementazione di luoghi di cura conformi alle norme sull’accreditamento.

Per la ASL di Brindisi la Regione Puglia ha previsto N. 5 PTA negli ex ospedali di Fasano, Cisternino, Ceglie Messapica, Mesagne e San Pietro Vernotico.

La ASL di Brindisi, in coerenza con la programmazione regionale in materia di organizzazione dell’offerta sanitaria e di investimenti infrastrutturali e strutturali, fermo restando il set minimo dei servizi da garantire, ha definito specifici servizi sanitari, sociosanitari e sociali da implementare in ciascun PTA. Da un punto di vista strutturale, inoltre, ciascun PTA includerà differenti tipi di spazi suddivisi in macro-aree omogenee raggruppate per funzione. In particolare, sono previste tre macro aree di attività: Pubblica, Clinica e di Direzione.

In definitiva, il PTA diventa la chiave di volta del nuovo modello organizzativo della sanità pugliese in quanto rappresenta un luogo che fisicamente consente il superamento della dispersione dei servizi sul territorio a favore di un forte coordinamento all’interno di percorsi diagnostico-terapeutici condivisi.

All’interno dei PTA si trovano gli Ospedali di Comunità (OdC) che sono strutture di ricovero breve rivolte a pazienti che necessitano di interventi sanitari a bassa intensità clinica, gestiti dai Medici di Medicina Generale mediante apposi protocolli operativi. L’OdC rappresenta una sorta di “domicilio allargato” per quei pazienti che necessitano di completare il processo di stabilizzazione clinica, con una valutazione prognostica di risoluzione a breve termine ovvero di una fase di osservazione e continuità terapeutica e riabilitativa. L’obiettivo principale dell’OdC è il recupero funzionale cercando di evitare un re-ricovero a breve distanza di tempo.

La ASL di Brindisi è stata la prima Azienda pugliese ad implementare il nuovo modello di assistenza sanitaria territoriale, seppur non prevedendo il setting minimo assistenziale previsto dalla recente programmazione regionale, con i PTA di Cisternino (nel 1999) e di Ceglie Messapica (nel 2011), conseguendo importantissimi risultati in termini di gestione delle cronicità con particolare riferimento ai pazienti affetti da BPCO, cardiopatie scompensate, diabete mellito, neoplasie avanzate in terapia palliativa. Nelle esperienze fatte a Ceglie e Cisternino, inoltre, è stato sviluppato un iter riabilitativo in soggetti con fratture di femore e artroprotesi in dimissione precoce da reparti per acuti, con una casistica che praticamente ha azzerato i ricoveri della popolazione di questi due paesi in strutture riabilitative convenzionate.

Nelle esperienze di Cisternino e Ceglie si è assistito a un’importante sinergia con gli ospedali per acuti per i trasferimenti di pazienti in dimissione protetta o riabilitazione post-acuzie. A Ceglie, in particolare, si è anche avviato un progetto sperimentale di telemedicina che ha consentito di migliorare ulteriormente gli standard assistenziali. Abbiamo così assistito ad una degenza territoriale, con il supporto anche di specialisti ambulatoriali concentrati nel PTA, che, da una parte, è stata largamente accettata dai pazienti inquadrabili nelle cure intermedie prima del rientro a domicilio e, dall’altra parte, ha fornito un eccellente filtro per le condizioni di cronicità non sempre gestibili in ambiente specialistico o non supportate dal contesto familiare e sociale.

È importante sottolineare che l’ambito operativo e il coordinamento tra i diversi livelli istituzionali sono progrediti parallelamente contribuendo entrambi a dare forma al modello dei PTA.

Giuseppe Pasqualone, Direttore Generale dell’ASL Brindisi

Le esperienze a Cisternino e Ceglie, per esempio, sono state molto importanti perché hanno rappresentato un importante punto di riferimento, all’interno della ASL di Brindisi, per avviare la riconversione dei Presidi di Fasano, Mesagne e San Pietro Vernotico con dei protocolli sottoscritti dai rappresentanti regionali, aziendali e dei Comuni interessati. Ciò è avvenuto nel 2015, ovvero nell’anno che ha visto l’approvazione del regolamento regionale sulla nuova rete ospedaliera. Dalla firma di questi protocolli operativi è scaturito il regolamento regionale sui PTA approvato dalla Giunta regionale pugliese con DGR N. 2025 del 15 novembre 2018.

Da allora, i nuovi PTA di Fasano e Mesagne si sono caratterizzati per un’importante attività di Day service, di prestazioni ambulatoriali e di Ospedale di Comunità. In particolare, Fasano ha sviluppato l’attività ambulatoriale oncologica e reso disponibili immediatamente 12 posti letto sui venti previsti nell’Ospedale di Comunità. Attività che saranno ulteriormente potenziate nel prossimo anno una volta completati i lavori di ristrutturazione dell’intera struttura. Il PTA di Mesagne contempla anche un’importante area dedicata ai 16 Posti letto di Hospice. Per il PTA di San Pietro Vernotico, infine, è in itinere un importante progetto di ristrutturazione che prevede l’avvio di 80 posti letto di riabilitazione e 20 posti letto per la REMS (Residenza per Esecuzione di Misure di Sicurezza nei confronti di soggetti psichiatrici autori di reato). Il PTA erogherà anche ulteriori prestazioni di Day service chirurgico non appena ultimate le forniture relative alle nuove sale operatorie.

Nella tabella seguente è rappresentato il volume di attività registrato nel 2018 dai 5 PTA attivi nella ASL di Brindisi.

CONCLUSIONI

I dati registrati nel 2018 evidenziano un’importantissima attività erogata all’interno dei PTA (attività anche in forte crescita) e, contestualmente, un sensibile miglioramento degli indicatori di efficienza delle strutture ospedaliere. In particolare, è migliorato l’indice di complessità dei ricoveri del 4%, ed è aumentato dell’8% il numero dei casi acuti trattati. Dati che dimostrano come la creazione di una rete territoriale influisca positivamente sull’attività degli ospedali, permettendo loro di focalizzare le energie sui casi più gravi e urgenti. A questo si aggiunge che l’attività ospedaliera ha iniziato già dal 2016 a registrare importanti miglioramenti anche sotto l’aspetto della economicità (ovvero del rapporto costi/ricavi). Le ultime analisi pubblicate dalla Regione Puglia dimostrano che la ASL di Brindisi è l’unica ASL pugliese ad aver registrato già nel 2016 un rapporto costi/ricavi addirittura migliore dei costi standard ministeriali di riferimento.

Due indicazioni emergono da questo quadro: primo, che i servizi territoriali possano essere gestiti meglio se si concentrano in strutture che offrano un unico punto di riferimento ai cittadini; secondo, che l’integrazione dell’ospedale con servizi territoriali gestiti secondo questa formula migliora le performance di entrambi sia in termini di efficacia che di efficienza ed economicità.

IL RISCHIO NELLA RESIDENZIALITÀ PSICHIATRICA

L’esperienza di Colle Cesarano, la più grande realtà riabilitativa per i pazienti psichiatrici del Centro-Sud Italia, mette in risalto la particolarità del Risk Management in un territorio in gran parte inesplorato: un ambito nel quale è la malattia stessa a tracciare un confine impalpabile tra quantificazione e stima del rischio. La condivisione delle pratiche è alla base di una letteratura ancora in gran parte da scrivere

 

Intervista a Guido Lanzara, Risk Manager Colle Cesarano, tratta in esclusiva per Sanità 360° dalla monografia “C’è chi nasce due volte nel mondo dei matti” di prossima pubblicazione.

“L’introduzione della legge n.24/2017 ha contribuito in maniera significativa a rafforzare e definire il ruolo del Risk Management in Italia, stabilendo che gestire il rischio è un dovere in sanità e una parte integrante di qualsiasi attività clinica e gestionale. Sebbene questa sia una conquista e uno spartiacque di importanza storica, il lavoro è appena iniziato e lo è, in particolar modo, per quanto riguarda la condivisione di buone pratiche nell’ambito della residenzialità psichiatrica: un ambito che rimane ancora in gran parte inesplorato nella letteratura medica”.

Guido Lanzara è il Risk Manager di Colle Cesarano che, con i suoi 200 posti letto, 170 operatori e 700 ricoveri all’anno, è la struttura polivalente più grande del Centro-Sud dedicata alla residenzialità e riabilitazione psichiatrica. Oltre ad una piccola porzione di pazienti non autosufficienti con elevata necessità di tutela sanitaria – ospitati nella RSA – Colle Cesarano ricovera persone affette da gravi disturbi psichici e doppia diagnosi di disturbo psichico e dipendenza, dove la prima è prevalente sulla seconda. Colle Cesarano affronta, quindi, l’intero spettro dei sintomi correlati alle patologie psichiatriche gravi: delirio, decadimento fisico, completa esclusione o autoesclusione sociale, sindromi schizoaffettive, gravi disturbi bipolari, perduta autosufficienza nell’igiene, vestizione, alimentazione personale, cumulati, spesso, con dipendenza da stupefacenti e alcolismo, non di rado compresenti nei singoli pazienti.

“In questo contesto – riprende Lanzara – la gestione del rischio affronta molti dei rischi comuni alle strutture sanitarie quali il rischio caduta, le infezioni correlate all’assistenza, il percorso del farmaco o l’igiene delle mani. Ma, in aggiunta, fronteggia altri rischi che sono correlati alla natura particolare della malattia psichiatrica e alla sua fondamentale impalpabilità. La malattia psichiatrica, infatti, non può essere compresa fino in fondo e, di conseguenza, si presta meno ad un inquadramento rigidamente statistico. Le metodologie di gestione del rischio in questo contesto vengono testate a loro limite, perché il rischio stesso che può essere quantificato in un reparto di chirurgia è diverso da quello che, oltre un certo grado, in una struttura psichiatrica può essere solo stimato”.

“Come si fa, infatti, a valutare con precisione il rischio di suicidio quando sono numerosi gli ospiti a blandirlo? Come sviluppare un protocollo che vada a salvaguardare in maniera mirata solo coloro che ne hanno realmente bisogno senza venire ‘sommersi’ da falsi positivi? Come valutare il rischio di caduta quando gli ospiti di Colle Cesarano si muovono autonomamente tutto il giorno? Che scala usare per il rischio di allontanamento o il danno auto-inflitto e come affrontare il percorso del farmaco, quando il pericolo non si annida solo nell’erogazione del farmaco stesso – com’è per tutta la Sanità – ma si espande in un territorio peculiare solo alla psichiatria: il rapporto tra la persona e il farmaco che oscilla tra il rifiuto e l’assunzione incontrollata?”.

“Per tutti questi ambiti – dice Lanzara – la letteratura medica deve ancora essere scritta”. Per costruirla è necessario creare un canale di comunicazione tra strutture e istituzioni, condividendo metodi, analisi, successi e difficoltà. “Per questo i nostri risultati, i progressi e gli ostacoli vengono condivisi sia internamente che con le autorità preposte a sviluppare misure di prevenzione da applicare in tutte le realtà sanitarie del territorio, nel nostro caso il Centro Regionale Rischio Clinico della Regione Lazio”.

Secondo il Risk Manager, infatti, le dimensioni e la complessità di Colle Cesarano lo candidano a divenire “struttura pioniere, capace di aprire la via che altre strutture nel Paese seguiranno”.

Struttura polivalente di Colle Cesarano

Il primo fondamentale ingranaggio di questo meccanismo virtuoso è, perciò, la trasparenza: “Il vero volano della prevenzione”.

La trasparenza, spiega Lanzara, si riflette sia dentro le mura di una struttura che nella condivisione di dati e pratiche all’esterno ed “è una conquista culturale prima che di prassi perché richiede l’accettazione di una filosofia che la letteratura anglosassone ha definito “No Blame”: senza colpa. Il cuore del Risk Management, infatti, è un esame reattivo degli eventi dannosi o degli eventi che stavano per materializzarsi in un danno. Il fine di questa analisi è capire dove si annidino i rischi e correggere tutte le procedure organizzative o cliniche che si sono rivelate migliorabili. L’incident reporting a Colle Cesarano prevede l’analisi minuziosa, includendo le diverse prospettive professionali coinvolte (risk manager, psichiatri, psicologi, infermieri, educatori, esperti legali), di tutte le cartelle cliniche, le segnalazioni e i contenziosi pregressi. Per questo il Comitato di Gestione del Rischio Clinico a Colle Cesarano è chiamato “Integrato”: perché si basa sul confronto e sulla conoscenza di tutti gli attori che possono influire sul processo. È solo la conoscenza intima di quanto è avvenuto, infatti, che permette di capire come prevenirlo in futuro. Da tutto ciò emerge, perciò, che nessuna attività di gestione del rischio può avere successo senza il contributo – attivo e quotidiano – dell’intero personale sanitario. Sono coloro che operano a tutti i livelli nei reparti a dover segnalare cosa non funziona e, nel contempo, ad applicare i nuovi protocolli sviluppati in risposta. Solo tenendo conto di ciò si capisce perché la rivoluzione del Risk Management parte dalla cultura: l’evento avverso, l’incidente o il near miss non sono e non devono essere considerati una colpa. Sono eventi fisiologici in una qualsiasi struttura sanitaria e devono essere segnalati senza vergogna o pudori perché è solo attraverso la trasparenza interna che si conquista il miglioramento. Passo dopo passo. Il rischio non è un errore nelle cure. Il rischio c’è e ci sarà sempre. A fare la differenza è la capacità di accettare la sua presenza e costruire, di conseguenza, barriere che lo contengano e gli impediscano di diventare danno”.

Questa consapevolezza è la prima vittoria della prevenzione e il capitale umano di Colle Cesarano si è dimostrato inestimabile nel contribuire a sviluppare uno strumento di incident reporting calibrato sulle caratteristiche peculiari della Residenzialità Psichiatrica.  Il lavoro ha richiesto oltre un anno di studio e, come qualsiasi strumento di gestione del rischio, continua ad essere migliorato man mano che gli effetti della sua applicazione vengono a loro volta riportati e discussi. Da questa dinamica emerge chiaramente un altro elemento cruciale del Risk Management: la formazione continua. A Colle Cesarano, ed in ogni realtà sanitaria che investa nella prevenzione, gli incontri formativi sono periodici per tutte le categorie di professionisti e sono biunivoci: i professionisti vengono sensibilizzati sulle procedure da applicare per ridurre il rischio e, nello stesso tempo, contribuiscono a sviluppare quelle stesse procedure basandosi sulla loro conoscenza della realtà nelle quali operano tutti i giorni”.

È letteralmente un circuito virtuoso sul quale la trasparenza si inserisce una seconda volta: nella condivisione dei risultati all’esterno della struttura.

“Anche qui c’è una grande battaglia culturale da affrontare perché una struttura che sia trasparente sui propri rischi appare, paradossalmente, meno sicura rispetto ad altre realtà che tendono a non pubblicizzarli. È vero il contrario. Le strutture che parlano apertamente di rischio clinico sono quelle che dimostrano di prenderlo maggiormente sul serio e di investire di più nella sua prevenzione”.

“Sia con l’esempio che con il nostro lavoro Colle Cesarano sta aprendo la strada in un territorio in gran parte inesplorato e ci auguriamo che tante strutture omologhe potranno seguirne la traccia nel breve futuro”.

ALCUNE PRONUNCE GIURISPRUDENZIALI RELATIVE ALLA LEGGE N. 24/2017 (C.D. LEGGE GELLI-BIANCO)

Continua la collaborazione con l’Avv. Ernesto Macrì, che dal 2007 ha focalizzato il suo impegno professionale nel campo del diritto assicurativo, della responsabilità sanitaria e del risarcimento del danno. Consulente legale della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, del Sindacato degli Ortopedici e Traumatologi Italiani e dell’Ordine dei Medici di Roma, Macrì si è parimenti dedicato all’attività forense, alla formazione permanente e alla divulgazione come autore di libri e di articoli su riviste scientifiche e quotidiani nazionali, divenendo, nel tempo, una voce autorevole nel campo della responsabilità e dell’assicurazione in sanità

 

Premessa   

Il 1° aprile del 2017 è entrata in vigore la legge n. 24 (cd. Legge Gelli-Bianco), accompagnata da inusitate voci acclamanti, che hanno finito per alimentare enormi (quanto vane?) speranze nei professionisti sanitari.

Una riforma che il nostro legislatore ha voluto di ampio respiro, con l’ambizione di rimodulare la disciplina sostanziale della responsabilità professionale e di valorizzare le misure di prevenzione, per poi, tuttavia, declinarla per principi, finendo così per rimetterne la specifica definizione alla decretazione delegata, che, ad oggi, ha prodotto come unico risultato quello di avere una legge inapplicabile in alcune sue parti fondamentali, come ad esempio quella che concerne le norme di diritto assicurativo.

Queste brevi note, intendono presentare una sintesi – senza entrare nel merito delle decisioni – dello stato dell’arte sotto l’angolo prospettico della giurisprudenza, soffermandosi esclusivamente su quelle sentenze che hanno riguardato gli aspetti processuali e sostanziali della normativa in questione nell’ambito della responsabilità civile e amministrativo-contabile, tralasciando la responsabilità penale per palese incompetenza funzionale de materia da parte di chi scrive.

 

Sulla efficacia nel tempo della norma

Come più sopra ricordato, la l. 8 marzo 2017 n. 24 (pubblicata in G.U. 17 marzo 2017 n. 64) è entrata in vigore il 1° aprile 2017 e, cioè, il quindicesimo giorno successivo alla sua pubblicazione, in Gazzetta Ufficiale, avvenuta il 17 marzo 2017. A parte la previsione di entrata in vigore differita di alcune norme – di cui agli artt. 3, 4, 5, 10, 12 e 14 – per il resto il provvedimento non contempla delle norme transitorie, dirette a regolare i rapporti giuridici che sono sottoposti al c.d. ius superveniens. Detto altrimenti, la questione riguarda se la legge nuova vada a disciplinare anche fatti accaduti prima dell’entrata in vigore della riforma. Si tratta di una delle questioni affrontate – nella prima fase applicativa delle nuove disposizioni sulla responsabilità medica – tanto dai giudici civili quanto da quelli contabili.

Orbene, non sono mancate differenti prese di posizione, sostanzialmente riconducibili a due linee interpretative: i) da una parte, coloro che sostengono che la legge nuova non possa essere applicata, oltre ai rapporti giuridici esauritisi prima dell’entrata in vigore della legge, a quelli sorti anteriormente ancora in vita; ii) dall’altra parte, chi ritiene che le regole introdotte nel 2017 hanno veste di norme di interpretazione autentica, con l’ovvio corollario che le stesse trovano applicazione nei giudizi in corso.

Al primo filone, si ascrive una pronuncia del Tribunale Roma, sentenza del 4 ottobre 2017, la quale ha precisato che «(…) il principio della irretroattività della legge, contenuto nell’art. 11 delle disposizioni preliminari al codice civile, comporta che la legge nuova non possa essere applicata, oltre ai rapporti giuridici esauritisi prima della sua entrata in vigore, a quelli sorti anteriormente ancora in vita se, in tal modo, si disconoscano gli effetti già verificatisi nel fatto passato o si venga a togliere efficacia, in tutto o in parte, alle conseguenze attuali o future di esso; la legge nuova è, invece, applicabile ai fatti, agli “status” e alle situazioni esistenti o sopravvenute alla data della sua entrata in vigore, ancorché conseguenti ad un fatto passato, quando essi, ai fini della disciplina disposta dalla nuova legge, debbano essere presi in considerazione in se stessi, prescindendosi totalmente dal collegamento con il fatto che li ha generati, in modo che resti escluso che, attraverso tale applicazione, sia modificata la disciplina giuridica del fatto generatore». In particolare, «Per quanto riguarda le norme sostanziali, il principio di irretroattività, in assenza di diverse disposizioni, comporta che la legge nuova possa essere applicata ai fatti, agli status e alle situazioni esistenti o sopravvenute alla data della sua entrata in vigore, ancorché conseguenti ad un fatto passato, quando essi, ai fini della disciplina disposta dalla nuova legge, debbano essere presi in considerazione in se stessi, prescindendosi totalmente dal collegamento con il fatto che li ha generati, in modo che resti escluso che, attraverso tale applicazione, sia modificata la disciplina giuridica del fatto generatore».

Del medesimo avviso Tribunale Avellino, sentenza del 12 ottobre 2017, n. 1806, che ha sottolineato come «(…) l’applicazione della c.d. legge Gelli a fatti già verificatesi al momento della sua entrata in vigore inciderebbe negativamente sul fatto generatore del diritto alla prestazione, ledendo, così, ingiustificatamente il legittimo affidamento dei consociati in ordine al regime contrattuale della responsabilità del medico». Da ciò ne consegue che, «le fattispecie perfezionatesi in epoca antecedente all’entrata in vigore della riforma de qua dovranno continuare ad essere regolate dai principi del previgente quadro normativo e giurisprudenziale, sicché si dovrà applicare la normativa della responsabilità contrattuale anche al medico – a prescindere da un formale rapporto di dipendenza – in quanto fondata sulla oramai ben nota teoria del contatto sociale».

Non si discosta da questo indirizzo ermeneutico Tribunale Catania, sentenza del 3 aprile 2018, n. 1456, nella quale il Giudice ha sottolineato che «(…) in assenza di una norma transitoria che autorizzi l’applicazione retroattiva di tale ius superveniens ai fatti generatori di responsabilità pregressi rispetto alla sua entrata in vigore, deve ritenersi operante la regola generale di cui all’art. 11 disp. prel. cod. civ.». Pertanto, nella fattispecie sottoposta all’esame del Giudice etneo si è continuato a fare applicazione dei «(…) principi del previgente (…) quadro normativo e giurisprudenziale, con conseguente applicazione (…) del regime della responsabilità contrattuale sulla base della nota teoria del “contatto sociale”».

Da ultimo, si richiama Tribunale Brindisi, sentenza del 3 settembre 2018, n. 1298, che ha confermato che «(…) nel caso di specie, deve trovare applicazione il regime vigente al momento della proposizione della domanda, e non quello dettato della l. Gelli-Bianco (n. 24/2017) che è intervenuta in riforma della materia, qualificando come extracontrattuale la responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, con il richiamo dell’art. 2043 c.c. (all’art. 7, commi 3, 4 e 5), e come contrattuale quella della struttura sanitaria di riferimento. L’applicazione della Legge Gelli-Bianco a fatti già verificatesi al momento della sua entrata in vigore inciderebbe infatti negativamente sul fatto generatore del diritto alla prestazione, ledendo così ingiustificatamente il legittimo affidamento dei consociati in ordine al regime contrattuale della responsabilità del medico».

Anche la giustizia contabile, con un orientamento sin qui pacifico, ha ritenuto non applicabile retroattivamente la novella legislativa.

In particolare, si segnala Corte Conti, sezione giurisdizionale per la Lombardia, sentenza n. 35/2018, che ha deciso, da un lato, per l’esclusione dell’applicabilità retroattiva di quanto disposto dall’art. 13 della legge 8 marzo 2017, n. 24 con riferimento all’obbligo di comunicazione all’esercente la professione sanitaria del giudizio basato sulla sua responsabilità; dall’altro lato, dell’art. 9, comma 5, in merito all’importo al quale sarebbe tenuto il professionista sanitario dipendente di struttura sanitaria pubblica, nel caso di condanna per responsabilità amministrativa. In specie, per quanto concerne l’art. 13, secondo il giudice contabile detta inapplicabilità «(…) è dettata da ragioni formali, in assenza di una espressa previsione di efficacia retroattiva della norma, e da ragioni sostanziali, in quanto ne deriverebbe una ingiustificata sterilizzazione di tutte le azioni risarcitorie in cui le Aziende Ospedaliere non abbiano seguito, in assoluta buona fede, una procedura all’epoca non prevista e non richiesta né da previsioni di legge né tantomeno regolamentari (cfr. in proposito sentenze di questa Sezione n. 191/2017 e 196/2017)».

Sul versante opposto – cioè, per l’applicazione della cd. legge Gelli-Bianco anche fatti accaduti prima dell’entrata in vigore della riforma – di sicuro interesse è la pronuncia del Tribunale Milano, sentenza del 16 febbraio 2018, che, a proposito del profilo concernente la quantificazione dei danni, ha ritenuto che «(…) concordemente all’orientamento seguito dalla Sezione, debba trovare applicazione l’art. 7, comma 4, l. n. 24 del 2017, che prescrive che il danno biologico e non patrimoniale conseguente all’attività dell’esercente la professione sanitaria sia da risarcire sulla base delle tabelle di cui agli artt. 138 e 139 del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209». Infatti, sotto quest’angolo di prospettiva, «(…) l’applicazione della c.d. legge Gelli-Bianco a fatti già verificatesi al momento della sua entrata in vigore non incide negativamente sul fatto generatore del diritto alla prestazione, ma si limita a fissare i criteri di liquidazione del danno non patrimoniale sulla base, appunto, delle tabelle di cui agli artt. 138 e 139 del Codice delle assicurazioni».

Si è espresso di recente – per chiudere sul punto – il Tribunale Latina, sentenza del 27 novembre 2018, che ha stabilito che le disposizioni di cui all’art. 7 della legge Gelli-Bianco, «(…) trovano piena applicazione nel caso di specie, in quanto, in punto di qualificazione della responsabilità del sanitario e della struttura, la normativa sopravvenuta è di carattere sostanziale e non processuale e dunque trova applicazione anche nei processi in corso, sia in quanto previsioni aventi valore interpretativo (qualificazione della natura della responsabilità sanitaria) e dunque comunque applicabile retroattivamente».

La partecipazione della Compagnia di assicurazione all’ATP di cui all’art. 8 della legge Gelli-Bianco

Un’altra serie di pronunce concernenti la legge n. 24/2017, ha riguardato l’individuazione dei soggetti passivamente legittimati, nei procedimenti di accertamento tecnico preventivo ex art. 696-bis c.p.c. La l. 8 marzo 2017, n. 24, introduce, difatti, un nuovo tentativo di conciliazione, disciplinato dall’art. 8 che prevede che chi intende esercitare un’azione civile relativa ad una controversia di risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria è tenuto preliminarmente ad espletare, ai sensi dell’art. 696-bis c.p.c., una consulenza tecnica preventiva, pena l’improcedibilità della domanda. In realtà, tale condizione di procedibilità si pone in ottica alternativa all’esperimento del tentativo di media-conciliazione, già previsto dal comma 1-bis dell’art. 5 d.lgs. 4 marzo 2010, n. 28. Con riguardo al procedimento di ATP si è posto un problema di diritto transitorio dell’applicabilità della norma (art. 12, comma 4) che prevede il litisconsorzio necessario dell’impresa di assicurazione e del sanitario nell’azione diretta svolta dal danneggiato [1].

Peraltro, sempre con riguardo all’azione diretta, mentre l’art. 8 è norma di immediata applicazione, le disposizioni di cui all’azione diretta nei confronti dell’assicurazione si applicano a decorrere dall’entrata in vigore del decreto ministeriale che dovrà essere emanato (a dire il vero doveva essere emanato entro 120 giorni dall’entrata in vigore della legge) a norma dell’art. 10, comma 6, ove devono essere dettati i requisiti minimi sulle polizze assicurative. Deve dunque valutarsi l’opportunità/necessità che le compagnie partecipino in ogni caso al procedimento ex art. 696-bis c.p.c. Sulla questione si registra un evidente contrasto giurisprudenziale. Secondo una parte della giurisprudenza di merito, la partecipazione è senz’altro ammissibile, anche alla luce della funzione conciliativa dell’ATP e del rilievo che, essendo di norma l’assicuratore il soggetto “pagante”, difficilmente potrà raggiungersi un accordo in sede di ATP in sua assenza.

Di tale avviso il Tribunale di Venezia, ordinanza del 18 gennaio 2018, che ha rigettato l’eccezione di difetto di legittimazione passiva sollevata dalla Compagnia di assicurazione convenuta in un procedimento di ATP, ritenendo «(…) irrilevante la mancata adozione dei decreti ministeriali alla cui entrata in vigore è subordinata l’esperibilità dell’azione diretta del danneggiato nei confronti dell’assicurazione della struttura sanitaria e del medico ex art. 12 della legge n. 24/2017: nel caso di specie, infatti, non si discute di un’azione diretta proposta dal danneggiato nei confronti dell’assicurazione, ma del tentativo obbligatorio di conciliazione previsto dall’art. 8 della legge n. 24/2017, il cui comma 4 prevede come “obbligatoria” la partecipazione di tutte le parti, e anche delle “imprese di assicurazione”; tale obbligo di partecipazione, ad una prima sommaria valutazione, appare indipendente dall’esperibilità dell’azione diretta e dall’entrata in vigore dei decreti ministeriali previsti dall’art. 12 della legge n. 24/2017 (…); infine, si osserva che la partecipazione dell’impresa di assicurazione appare conforme alla ratio della normativa e alla finalità conciliativa dello strumento processuale previsto dall’art. 696-bis c.p.c., essendo strumentale fornire all’assicurazione i possibili elementi di natura tecnica necessari all’eventuale formulazione di un’offerta di risarcimento che tenga conto dell’an e del quantum della responsabilità e che consenta la chiusura in via transattiva della controversia prevendo l’instaurazione di un giudizio di merito, anche solo nei confronti dell’assicurato».

Sulla stessa linea interpretativa anche Tribunale di Verona, sentenza del 10 maggio 2018, che aggiunge ulteriori considerazioni circa la possibilità di coinvolgere già nell’ATP le compagnie di assicurazione, evidenziando come ciò consenta «(…) anche sotto il profilo funzionale, di meglio perseguire la finalità conciliativa che caratterizza l’istituto e che vale a contraddistinguerlo, sotto tale profilo, dalla mediazione, che pure può essere esperita in alternativa all’ATP, ai sensi del comma 2 dell’art. 8, ma nella quale le compagnie di assicurazione raramente vengono coinvolte».

D’altra parte, a stare con il giudice di prime cure, «(…) giova anche evidenziare che, per molti anni a venire, gli ATP riguarderanno ipotesi di responsabilità da valutarsi sulla scorta delle discipline di diritto sostanziale anteriori alla legge Gelli (si tratta delle norme del codice civile e della l. 8 novembre 2012 n. 189, c.d. legge Balduzzi, per i fatti commessi dopo l’entrata in vigore della stessa), cosicché la definizione dell’ambito soggettivo dell’istituto non può dipendere dalla piena entrata in vigore delle nuove norme» (il carattere grassetto e sottolineato è aggiunto).

Non si discosta da un simile orientamento Tribunale di Benevento, sentenza del 24 ottobre 2018, che sottolinea – con considerazioni alquanto opinabili – come peraltro «(…) senza la Compagnia nell’ATP, (…) la CTU espletata nella fase sommaria non sarebbe a lei opponibile nel giudizio di merito, dove dovrebbe procedersi all’espletamento di una nuova consulenza, pertanto, anche se è vero che il danneggiato (o il suo erede) non ha ancora (prima dei decreti ministeriali attuativi) titolo per agire direttamente contro la Compagnia, il legislatore ha previsto espressamente la presenza della Compagnia di assicurazioni in questa fase proprio per garantire che l’ATP possa avere qualche possibilità di utile esito (ipotizzabile solo con la presenza della tasca solvile della Compagnia) e per evitare che la CTU debba essere rifatta nel giudizio di merito, dove comunque normalmente viene chiamata anche la compagnia assicurativa» (il carattere grassetto e sottolineato è aggiunto).

Altro indirizzo ritiene invece inammissibile il ricorso per ATP verso la Compagnia di assicurazione in mancanza dell’entrata in vigore dei succitati decreti.

In specie, si richiamano Tribunale di Milano, sentenza del 18 gennaio 2018 (inedita); Tribunale di Ivrea, sentenza del 16 aprile 2018 (inedita); Tribunale di Ferrara, sentenza del 23 maggio 2018 (inedita). In particolare, il giudice meneghino ha evidenziato come le Compagnie chiamate a partecipare all’ATP, vengono «(…) individuate non in via generale, ma sulla base dell’espresso richiamo all’art. 10. Tale norma prevede l’obbligo per le strutture sanitarie di dotarsi di copertura assicurativa e di rendere pubblica la denominazione dell’impresa che presta la copertura assicurativa, indicando per esteso i contratti e le clausole che determinano la copertura assicurativa. Non è stato però ancora emanato, come invece previsto dal medesimo art. 10, il decreto ministeriale che deve stabilire quali siano i requisiti minimi delle polizze, con conseguente inoperatività – allo stato – della previsione di cui al comma 1 e, conseguentemente, di quella ad essa collegata di cui all’art. 8. Coerentemente l’art. 12 comma 6 L. 24/17 prevede che l’azione diretta del danneggiato nei confronti dell’istituto assicurativo sarà possibile solo a decorrere dall’emanazione del citato decreto ministeriale».

Infine, merita di essere segnalata, per il percorso argomentativo seguito, Tribunale di Marsala, ordinanza del 7 dicembre 2017, non andata esente dal fascino dell’ammissibilità della chiamata della Compagnia di assicurazione nel procedimento di ATP, arrivando addirittura a prevedere una chiamata iussu iudicis ex art. 107 c.p.c.

Così il giudice siciliano argomenta che: «(…) In relazione alla questione relativa a chi debba chiamare nel giudizio di accertamento tecnico preventivo la Compagnia di Assicurazioni, dopo l’introduzione dell’azione diretta e l’emanazione del decreto ministeriale attuativo può chiamare in sede di ATP la detta Compagnia anche direttamente il danneggiato», per poi proseguire precisando che «(…) Comunque, pur non essendo pacifico che la partecipazione obbligatoria all’ATP da parte della Compagnia di Assicurazioni prevista dall’art. 8 comporti litisconsorzio necessario della stessa prima che diventi operativa la possibilità di azione diretta in forza del citato decreto ministeriale, è preferibile ritenere che se nessuno chiama nel procedimento per ATP la detta Compagnia, allora sarà il giudice che ne disporrà la chiamata ex art. 107 c.p.c. a cura della parte ricorrente, pure tenuto conto di esigenze di economia processuale» (il carattere grassetto e sottolineato è aggiunto).

 

La breve rassegna giurisprudenziale citata conferma di quale trama complessa consta la riforma della responsabilità sanitaria operata dalla recente legge Gelli-Bianco, di cui, allo stato, dovrà essere sospesa ogni valutazione, almeno sino all’adozione definitiva della regolamentazione secondaria, che andrà finalmente a definire tutta una serie di aspetti nodali e alla luce della quale si potrà, davvero, misurare in maniera più compiuta l’effettiva portata dell’impianto riformatore.

[1] Su tale profilo di veda V. Amirante, La consulenza tecnica preventiva e la nuova condizione di procedibilità: disciplina, tempi, soggetti, su RIDARE, Focus del 18 luglio 2017; M. Vaccari, L’accertamento tecnico preventivo, Milano, 2018, p. 218  

SHAM CONFERMA IL RATING: “ECCELLENTE”

Secondo l’agenzia A.M. Best il livello di capitalizzazione è adatto ai rischi

 

Lione 20 dicembre 2018 – Sham, partner di riferimento nel settore della sanità e dell’assistenza sociale, specializzata nella gestione, nella conoscenza, nella cartolarizzazione dei rischi di attività e primo assicuratore di responsabilità civile sanitaria in Europa (e secondo in Italia), ha ricevuto conferma da parte dell’agenzia A.M. Best del suo rating “A-” (Eccellente) prospettiva “stabile” per solidarietà finanziaria (Financial Strength Rating) e ente creditizio emittente (Issuer Credit Ratings).

Per il quarto anno consecutivo questo rating consolida la performance del modello Sham e, più in generale, quella del Gruppo Sham.

Il bilancio finanziario di Sham è caratterizzato da un livello di capitalizzazione perfettamente adattato ai rischi e un portafoglio di investimenti di qualità gestito in maniera prudente.

Il rating di A.M. Best riflette “un bilancio finanziario robusto, prestazioni operative adeguate, un profilo e una gestione dei rischi d’impresa appropriati”.

A.M. Best sottolinea nuovamente la performance del modello Sham per:

  • un marchio forte e storicamente riconosciuto per le sue attività di responsabilità civile sanitaria;
  • un grande rigore in materia di sottoscrizione, di tariffazione e di trattamento dei reclami;
  • una diversificazione economica con Sofaxis, punto di riferimento per quanto riguarda la mediazione presso gli enti locali;
  • una presenza europea (Spagna, Italia, Germania);
  • Sham dispone, infine, di un coefficiente di solvibilità elevato per far fronte agli impegni e per sostenere i suoi sviluppi strategici.

Per Dominique Godet, Amministratore delegato del Gruppo Sham: “Il rating di A.M. Best sottolinea la nostra esperienza in materia, il rigore della nostra gestione finanziaria e la capacità di far fronte ai nostri impegni, di particolare importanza nell’attuale contesto europeo di maggiore concorrenza. L’elevato coefficiente di solvibilità del gruppo ci permette di rafforzare le nostre capacità di investimento e di consolidare la nostra indipendenza.”

“Questi risultati sono particolarmente significativi per il mercato italiano nel quale Sham opera dal 2015 – spiega il country manager di Sham Italia Christophe Julliard – perché dimostrano la solidità e la validità del modello mutualistico in campo assicurativo. Sham, infatti, non è una società di capitali che deve rispondere agli azionisti, ma una Mutua nella quale gli assicurati partecipano alla strategia di Sham e vengono affiancati in una crescita graduale di mappatura e riduzione del rischio”.