RESPONSABILITÀ SANITARIA IN TEMPO DI COVID-19: IL 28 LUGLIO IL WEBINAR SHAM

Torna Sham on Air, il ciclo di incontri online per parlare con i protagonisti della prevenzione e del Risk Management in Sanità.

 

Il 28 luglio 2020 dalle ore 12:00 alle 13:00 un nuovo appuntamento con la sicurezza nel panorama sanitario italiano. Dopo il dibattito dedicato alla comunicazione e alla tutela di operatori e familiari coinvolti nell’emergenza COVID, la Mutua Sham dedica un nuovo confronto online ad un tema di grande attualità.

“Le proposte sul tavolo del Ministero della Sanità. Responsabilità sanitaria in tempo di COVID” affronterà la richiesta di stilare una nuova definizione di responsabilità per le strutture sanitarie alla luce delle condizioni eccezionali generate dalla diffusione del COVID-19. L’argomento è stato sollevato da più parti e approfondito da Sanità 360° nelle interviste a Tiziana Frittelli, Presidente di Federsanità-ANCI; Gabriele Gallone, Segretario Organizzativo Nazionale dell’ANAAO; e gli Avvocati Ernesto Macrì e Maria Nefeli Gribaudi.

Nel Webinar si affronterà, in particolare, la proposta sottoposta al Ministero della Salute da Federsanità-ANCI per circoscrivere la responsabilità sanitaria all’ambito della colpa grave (come per i medici), sottraendo le strutture alle implicazioni che la responsabilità contrattuale avrebbe relativamente alle infezioni ospedaliere da Coronavirus.

Il fulcro del problema, infatti, è il rischio che alle strutture sanitarie pervengano numerose richieste di risarcimento e siano chiamate a rispondere di tempi eccezionali secondo leggi previste per periodi di normalità.

Al dibattito parteciperanno, oltre alla sopra menzionata Frittelli, anche l’Avvocato Maurizio Hazan, esperto in diritto assicurativo e responsabilità civile sanitaria, e Alessandra Grillo, Direttore Operations di Sham Italia.

Sham vanta una lunga tradizione di confronto con la comunità dei professionisti del rischio clinico, di condivisione delle buone pratiche e di ricerca a fianco delle Università – spiega Alessandra Grillo -. Siamo convinti che la sicurezza dell’ecosistema sanitario debba essere un obiettivo comune e debba essere perseguito attraverso azioni concrete e partecipate. Una mission, questa, che non si circoscrive ai soli operatori sanitari: ognuno di noi, in qualità di professionista del proprio settore ma soprattutto in qualità di cittadino, ne è portatore di interesse e deve farsi parte attiva nel processo. Per questa ragione lo sforzo deve essere collettivo e condiviso. Inoltre, con questo ciclo di webinar vogliamo creare ulteriori momenti di riflessione anche nel difficile periodo di ripresa post-epidemia. Il distanziamento sociale ha imposto nuove modalità di confronto, focalizzate sul digital, rendendo così contenuti di rilevanza accessibili a una platea più ampia. E questo rende sicuramente più facile creare occasioni di scambio in termini di best practice, idee ed esperienze”.

Il calendario dei Webinar Sham On Air vedrà molteplici appuntamenti lungo tutto il 2020. Di seguito alcuni dei prossimi temi:

 

 

QUI IL LINK PER ISCRIVERSI AL PROSSIMO WEBINAR “Le proposte sul tavolo del Ministero della Sanità. Responsabilità sanitaria in tempo di COVID”

 

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DATA MANAGEMENT: LA SANITÀ ITALIANA È PRONTA A QUESTA SVOLTA? UN SONDAGGIO DÀ IL VIA ALLA RICERCA

20 domande per capire a che punto siamo e cosa serve per migliorare. Sham e Università di Torino lanciano l’indagine conoscitiva “Capire il rischio cyber: il nuovo orizzonte in sanità” che ha già ricevuto il patrocinio di cinque attori autorevoli nell’ambito della sanità e del risk management. “Quella che proponiamo è una call-to-action alle strutture sanitarie, nostre associate  e non  – annuncia il direttore esecutivo della Mutua Roberto Ravinale -. Un invito ad essere partecipi di una visione e di un processo congiunto. È necessario avere  informazioni affidabili per prepararci al nuovo”.

 

Già mesi fa l’App per il tracciamento del COVID-19 nel Regno Unito aveva raggiunto tra i 3 e i 4 milioni di utenti. La App Immuni in Italia ha superato i due milioni. “L’ingresso massiccio dei dati in ogni ambito sanitario è ormai inconfutabile e sono poche le realtà in Italia o in Europa realmente pronte a gestirlo – avverte Roberto Ravinale che annuncia il lancio, assieme al Dipartimento di Management dell’Università di Torino di una indagine conoscitiva aperta a tutto il panorama sanitario in Italia. Lo scopo è conoscere il livello di preparazione della Sanità italiana relativamente alla raccolta, all’impiego e alla conservazione dei dati sanitari.

“L’evoluzione sanitaria in ambito data management è in atto e si rende necessaria la rapida definizione di un framework per la sicurezza e l’impiego dei dati sanitari. Questa straordinaria fonte di informazioni può contribuire sensibilmente alla cura e alla prevenzione, ma è opportuno venga impiegata in modo omogeneo e sicuro su tutto il territorio nazionale; sicuro sia per i cittadini che per le realtà sanitarie che raccolgono, conservano e impiegano per la ricerca e per la cura i dati in questione. Dubbi sulla responsabilità civile, aree grigie nei protocolli o negli scambi tra attori sanitari e uno sviluppo dell’innovazione a macchia di leopardo sono una grave perdita di opportunità. Per evitarlo, per capire come adattarsi al cambiamento, è necessario un quadro oggettivo all’interno del quale muoversi”.

La ricerca “Capire il rischio cyber: il nuovo orizzonte in sanità” che si propone di fornirlo nasce in seno alla Borsa di studio istituita presso il Dipartimento di management sostenuta dalla Mutua Sham, e ha già ricevuto il patrocinio di autorevoli punti di riferimento nell’ambito della sanità e, nello specifico, del risk management sanitario[1]. Lo strumento scelto è un questionario digitale che prevede non più di 20 domande.

Gli esiti del questionario verranno poi restituiti in un white paper che illustrerà la sintesi integrata dei dati.

L’obiettivo della ricerca è avere una visione rappresentativa ed estremamente accessibile agli addetti ai lavori ma che consenta di valutare la preparazione del panorama sanitario.

Spiega Ravinale: “Vogliamo capire quale sia il grado di sensibilità in termini di gestione dei big data in ambito sanitario, quali siano le competenze sviluppate, quali le figure professionali assunte per cyber security; quali eventi avversi si siano verificati e quali precauzioni siano state prese per migliorare le difese”.

Informazioni affidabili da mettere al servizio di tutto l’orizzonte sanitario per prepararci al cambiamento, questo il nostro obiettivo –  conclude Ravinale.- Per questo lanciamo un appello agli stakeholder del panorama sanitario”. Vi invitiamo a divenire attori, ad impegnarvi in un processo partecipativo con una visione: sviluppare assieme le migliori soluzioni basate sull’evidenza e farle divenire best practice nazionali”.

 

Per partecipare alla ricerca clicca sul seguente link.

 

 

 

[1] In ordine alfabetico:  Associazione Nazionale dei Medici delle Direzioni Ospedaliere (ANMDO); Associazione Religiosa Istituti Socio Sanitari ( ARIS);   Consorzio universitario per l’ingegneria nelle assicurazioni (CINEAS); Federsanità – ANCI; la Società Italiana Rischio Clinico (SIRiC).

 

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OBESITÀ: COMBATTERE LO STIGMA PER RIDURRE IL RISCHIO

Un quarto dei 25 milioni di italiani sovrappeso è minorenne e il trattamento viene spesso ritardato con il rischio di sviluppare danni e patologie collaterali. Il progetto ObeCity punta a far riconoscere l’obesità come malattia organica, genetica e sociale, e a curarla conseguentemente e per tempo.

 

Secondo un rapporto redatto dall’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation in collaborazione con Istat, sono 25 milioni di italiani in sovrappeso o obesi. Tra questi il 46% è composto da adulti e il 24% da giovani under 18. Eppure, parlare di obesità è ancora un tabù. Si sa che dare il giusto nome alle cose aiuta a conoscerle e quindi, a combatterle. Per questo la comunità scientifica preme da diversi anni affinché l’obesità venga riconosciuta a tutti gli effetti come una malattia. «Finché non comprenderemo che l’obesità è una malattia in parte organica, in parte genetica e in parte sociale, non potremo combattere lo stigma e offrire le cure necessarie» spiega infatti il Professor Michele Carruba, Presidente Advisory Board ObeCity, Presidente del Centro di Studi e Ricerche sull’obesità dell’Università degli studi di Milano.

Con il contributo di SG Company e Medtronic, ha fondato il progetto ObeCity proprio per avviare una campagna di sensibilizzazione in materia: per ora si tratta di una attività solo digitale, ma non appena sarà possibile si trasformerà in una serie di interventi nel territorio. Perché parlare di obesità non solo aiuta a ridurre lo stigma sociale, ma anche a favorire la prevenzione e la corretta cura, facendo appello anche ad un sistema sanitario che deve necessariamente aggiornarsi con le necessità dei propri cittadini.

 

Michele Carruba, Presidente Advisory Board ObeCity

Michele Carruba, Presidente Advisory Board ObeCity

 

Perché parlare di obesità è ancora così difficile e non viene riconosciuta come una malattia vera e propria?

 

È un problema molto italiano: l’Organizzazione Mondiale della Sanità infatti da tempo ha riconosciuto l’obesità come una malattia, e molti paesi si sono adeguati, permettendo quindi al sistema sanitario di poter curare la malattia in maniera adeguata. Oggi in Italia c’è molta confusione su quanto il nostro sistema sanitario aiuti una persona obesa nelle cure, perché spesso non sono disponibili i servizi dietetici, o sono presenti a macchia di leopardo, seppur con diverse eccellenze. Una risposta che però non è sufficiente ed adeguata alle richieste della popolazione.

Il sistema sanitario nazionale purtroppo interviene, anche economicamente, nel momento in cui la malattia è già in stato avanzato. In un certo senso, una persona obesa per poter accedere alle cure di cui ha bisogno si trova a dover aspettare di aumentare il peso di decine e decine di chili, esponendosi quindi anche ad altre malattie connesse. Ad esempio, è difficile, se non impossibile, avere accesso ai dati di persone decedute per obesità: questo perché vengono considerate proprio le altre malattie conseguenti e non quella a monte, con evidenti ostacoli anche per la ricerca e lo studio.

 

Oltre al problema del sistema sanitario, all’obesità e alla sua percezione è connessa anche una forte componente sociale…

 

L’obesità è una malattia multifattoriale. C’è una parte organica della malattia, dove l’aumento di peso è dovuto ad un evidente squilibrio nel funzionamento omeostatico dell’organismo, nella sua autoregolazione, che va indagato a dovere per poter essere curato. Esiste anche un fattore genetico, che porta alcune persone ad essere predisposte all’obesità. Queste a volte non ne sono nemmeno a conoscenza, perché la predisposizione non significa necessariamente lo sviluppo della malattia. Infine, c’è un aspetto sociale e culturale, a sua volta ambivalente. Intanto l’utilizzo di insulti legati al peso è molto diffuso e concesso, e fa trasparire una percezione del problema come una incapacità di controllare l’appetito: questo ha degli evidenti risvolti psicologici nel malato che peggiorano inevitabilmente la condizione. Inoltre, la non percezione dell’obesità come malattia porta chi ne è affetto a dover aspettare l’aggravarsi delle sue condizioni per poter avere un riscontro, e a volte la situazione degenera, diventando troppo grave per poter essere affrontata a dovere.

 

ObeCity quindi si pone come ponte tra la sensibilizzazione, la prevenzione e la cura?

 

Assolutamente. Da ragionamenti di questo tipo è nata l’idea di creare uno spazio, per ora digitale, che promuovesse un cambiamento culturale e di conseguenza istituzionale. Vogliamo rendere noto il problema alla popolazione e alla comunità scientifica. L’obiettivo è quello di far in modo che gli obesi vengano presi in considerazione e trattati al pari di altri malati. Contemporaneamente è importante promuovere una cultura dell’alimentazione corretta e bilanciata al nostro contesto sociale, che in un certo senso è “obesogeno”, dove spesso la tecnologia ci porta a fare meno fatica ed usare meno energie.

 

Quali sono gli step che si pone adesso ObeCity?

 

Il percorso di Obecity Digital Village è iniziato a giugno, con la presentazione in anteprima durante il Wired Health 2020, e sui nostri canali social abbiamo già cominciato a proporre dei contenuti di sensibilizzazione. A settembre la piattaforma editoriale Obecity Digital Village prenderà ufficialmente vita, utilizzando sempre i nostri social network come amplificatori del nostro messaggio. Solo nel 2021, quando si spera l’emergenza legata al Covid-19 sarà superata, potremo passare allo step fisico del progetto, promuovendo una serie di eventi mirati nel territorio nazionale.

 

Per scoprire di più sul progetto ObeCity, è possibile vistare il sito ufficiale, o seguire gli account social Facebook e Instagram.

 

 

 

RIFIUTARE LA PROPOSTA CONCILIATIVA DEL GIUDICE PUÒ COSTAR CARO

Responsabilità aggravata e (potenziale) danno erariale in capo alle aziende sanitarie. A cura degli Avvocati Ernesto Macrì e Diana Gervasio.

 

I giudizi civili pendenti nel nostro Paese sono circa 3.300.000 [1].

Troppi, e troppo difficili da smaltire con un numero di Giudici che – in proporzione alla popolazione – è tra i più bassi in Europa.

In un sistema giudiziario conseguentemente incapace di far fronte in tempi ragionevoli a quella domanda di giustizia che è suo compito soddisfare, ormai da diversi anni il legislatore si sforza di trovare soluzioni atte a deflazionare il contenzioso, sia in via preventiva – come accade ad esempio con la obbligatorietà della mediazione prima della instaurazione del giudizio -, sia attraverso strumenti processuali a disposizione del Giudice – come accade, ad esempio, con la proposta conciliativa ex art. 185-bis c.p.c, o ancora con la mediazione delegata ex art. 5, II co., d. lgs. 28/2010-.

 

Gli Avvocati Diana Gervasio ed Ernesto Macrì

Gli Avvocati Diana Gervasio ed Ernesto Macrì

Affinché questi strumenti possano riuscire – almeno in parte – a sortire gli effetti sperati, è tuttavia necessario un contributo fattivo dei contendenti, quasi a realizzare una sorta di patto di alleanza, sinergia e collaborazione con l’ordinamento e con la giurisdizione stessa, perché quando entrano in gioco “i diritti fondamentali – qui quello alla salute – come «diritti concreti e effettivi e non teorici e illusori», non basta descrivere i contorni del diritto che si vuol far valere, ma occorre anche esaminare le condizioni che fanno sì che un diritto enunciato nelle leggi, nella Costituzione, nei trattati internazionali, diventi appunto «concreto e effettivo»”[2].

Due ordinanze – una del 20.01.2020 [3] ed una seconda di qualche giorno fa, del 25.05.2020 [4] – emesse dalla XIII Sezione del Tribunale di Roma – cioè, quella deputata a trattare la responsabilità civile e dunque anche quella sanitaria – inducono ad una seria riflessione sulle scelte da adottare laddove un barlume di soluzione bonaria si appalesi all’orizzonte, a maggior ragione se su input del Giudice.

La portata innovatrice, su cui concentrare la dovuta attenzione, è data dal fatto che il Tribunale ha trasmesso gli atti alla Procura Generale presso la Corte dei Conti, affinché valuti se integra danno erariale la condotta processuale della struttura sanitaria convenuta, in ragion di essa destinataria sia di una corposa sanzione pecuniaria, ex art. 96 III co. (20.000,00 €), sia del pagamento di una somma pari al contributo unificato.

Il Giudice capitolino, ponendo l’accento proprio sulla condotta delle parti – la cui lealtà e probità dovrebbe essere il faro che guida il loro agire nel corso dell’intero giudizio -, con la sentenza di condanna della convenuta, sanziona altresì pesantemente la medesima pubblica amministrazione per quella che definisce una “condotta volontariamente deresponsabilizzata e agnostica” rispetto al percorso conciliativo disegnato dall’Ufficio.

Il Tribunale aveva infatti formulato ex art. 185 bis c.p.c. una proposta di massima, ovvero un range all’interno del quale le parti avrebbero potuto trovare un punto di incontro.

La proposta si articolava, altresì, attraverso un secondo passaggio, a seguire e solo eventuale: se, entro un certo termine, attore e convenuto non fossero riusciti a trovare un’intesa all’interno delle coordinate poste, si sarebbero dovuti attivare in un percorso di mediazione (delegata ex art. 5, II co., d.lgs. 28/2010) di modo che un soggetto terzo, con la sua serietà e professionalità, li potesse aiutare a “chiudere il cerchio”.

Ebbene, la condotta tenuta dall’Ente rappresenta agli occhi del Tribunale una vera e propria mancanza di serietà ed attenzione rispetto alla proposta conciliativa, una condotta gravemente colposa, inaccettabile e meritevole di sanzione: se infatti da un lato è certo che le parti abbiano la possibilità di rifiutare la proposta del Giudice, e che una adeguata ed esplicitata motivazione delle ragioni che hanno portato al diniego costituisce pur sempre prova di una condotta comunque leale e collaborativa, è del pari vero che non è consentito un atteggiamento “agnostico ed anodino[5] verso una soluzione che si dimostri comunque più vantaggiosa di quella poi ottenuta con la sentenza, e che per di più – proprio perché proveniente dal Giudice – mette al riparo i vertici dell’ente pubblicodal timore di eventuali addebiti (contabili) per le scelte discrezionali ad essa afferenti[6].

Nella serie di provvedimenti in esame, il disinteresse alla trattativa è provato – secondo il Tribunale – ex se: talvolta dal comportamento inutilmente dilatorio tenuto dalla parte; talaltra dalla ingiustificata mancata partecipazione della struttura alla mediazione delegata (secondo step del percorso conciliativo); talvolta ancora dalle inconsistenti motivazioni che portano al rifiuto della proposta conciliativa.

Detta “posizione processuale di ostinata, pregiudiziale e pervicace resistenza[7] autorizza il Tribunale ad una condanna del soccombente al pagamento, in favore della controparte, di una somma equitativamente determinata, come sancito dal III comma dell’art. 96 c.p.c.

Con le relative ordinanze di invio degli atti alla Procura della Corte dei Conti, dunque, il Tribunale demanda la valutazione di un possibile danno erariale rispetto alle somme (punitivamente) risarcitorie così comminate.

Sotto l’angolo prospettico del danno erariale, invero le scelte transattive adottate dalle Aziende sanitarie sono «(…) vagliabili solo se abnormi o illogiche», con il relativo corollario delle «(…) scelte di resistere in giudizio invece di chiudere in via amministrativa stragiudiziale un contenzioso o un possibile contenzioso (c.d. liti temerarie)»[8].

Ancora di recente sulla tematica delle transazioni nella P.A. è intervenuta la giurisprudenza contabile, ritenendo che: «Un ente pubblico e una società in house non godono dunque di un arbitrio transattivo, riconoscibile ad un privato, ma devono pur sempre avere come parametro l’equilibrio di bilancio che impone una attenta e oculata valutazione delle poste in transazione. Del resto, sia in sede di controllo che di giurisdizione contabile, sulla scorta degli insegnamenti della Consulta di recente ribaditi e meritoriamente affinati, la c.d. ”umanizzazionedella finanza, dei precetti contabili e dei concetti finanziari, rimarca l’evidente interconnessione tra equilibri di bilancio e garanzia dei diritti sociali dei cittadini, ed in tale ottica anche una cattiva impostazione di una pur opportuna transazione lede l’obiettivo ultimo di un equilibrio di bilancio valevole per ogni società in house e per i suoi soci pubblici». Pertanto, è «(…) fisiologico addivenire ad una buona transazione, che non è tecnicamente un “vantaggio”, ma un’ordinaria scelta gestionale tesa a non patire esborsi maggiori in contenzioso»[9].

La Corte dei conti si richiama, perspicuamente, al profilo gestionale della decisione di pervenire ad una transazione da parte della P.A.: in buona sostanza, l’accettazione della proposta transattiva deve essere preceduta da una adeguata istruttoria sotto il profilo tecnico e legale, che dia conto della «(…) dettagliata motivazione (…) del percorso logico seguito, che non deve prescindere da un giudizio prognostico circa l’esito della lite». Ed infatti, «(…) un maggior danno all’erario può derivare da una sentenza di condanna conseguente ad una mancata transazione che, sulla base di un giudizio prognostico ex ante, sarebbe risultata chiaramente conveniente per l’amministrazione la quale, tra l’altro, può in tal modo evitare un aggravio di costi per spese legali, consulenze tecniche ed oneri accessori. Ne consegue la necessità di operare un’attenta valutazione di ogni proposta di transazione, nonché di motivare dettagliatamente non solo l’accettazione, ma, altresì, l’eventuale mancata adesione, al fine di consentire la comprensione e la verifica delle ragioni sottese alla scelta assunta»[10].

Dunque, la scelta discrezionale di addivenire ad una composizione stragiudiziale della controversia «(…) spetta all’Amministrazione nell’ambito dello svolgimento della ordinaria attività amministrativa e come tutte le scelte discrezionali non è soggetta a sindacato giurisdizionale, se non nei limiti della rispondenza delle stesse a criteri di razionalità, congruità e prudente apprezzamento, ai quali deve ispirarsi l’azione amministrativa. Uno degli elementi che l’ente deve considerare è sicuramente la convenienza economica della transazione in relazione all’incertezza del giudizio, intesa quest’ultima in senso relativo, da valutarsi in relazione alla natura delle pretese, alla chiarezza della situazione normativa e ad eventuali orientamenti giurisprudenziali»[11].

Dunque, i vertici delle aziende sanitarie non solo responsabili, ma anche responsabilizzati[12]: è indispensabile che queste ultime sappiano collocare al centro della propria attività accanto al tema della “sicurezza delle cure” – posto dalla legge n. 24/2017 quale principio dalla centralità assoluta per ridisegnare il perimetro della responsabilità delle strutture sanitarie e del personale medico e paramedico – quello relativo alle esigenze di salvaguardia delle risorse pubbliche e di contenimento della spesa sanitaria, nell’ottica di una “riflessione pluriprospettica[13].

Per concludere: Agatha Christie amava ripetere che “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova”: è possibile supporre che all’orizzonte si stia profilando un certo orientamento giurisprudenziale, che le strutture sanitarie dovrebbero iniziare a prendere seriamente in considerazione prima di dire “no” alle soluzioni conciliative, non solo di matrice giudiziale?

 

Avv. Diana Gervasio, Foro di Bologna

Avv. Ernesto Macrì, Foro di Roma

 

 

[1] Il dato è riferito al 2019 ed è tratto dal Monitoraggio della Giustizia civile anni 2003-2019, sito del Ministero della Giustizia; https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.page?contentId=SST1287132&previsiousPage=mg_2_9_13

[2]Cfr. W. Zagrebelsky, Prefazione, in E. Grasso – S. Coppola (a cura di), La gestione dell’insuccesso medico. Nuove strategie per contenere la litigiosità nelle strutture sanitarie, Il Mulino, 2014, p. 8.

[3] Cfr. https://www.adrmedyapro.it/Massimario/detail/652

[4] L’ordinanza è reperibile al seguente indirizzo www.adrcenter.it.

[5] Così nell’ordinanza del 20.01.2020.

[6] Così nell’ordinanza del 20.01.2020.

[7] Così nell’ordinanza del 20.01.2020.

[8] Cfr. V. Tenore – A. Napoli (a cura di), Studio sulla responsabilità amministrativo-contabile davanti alla Corte dei Conti, Napoli, 2019, p. 134 ss.

[9] Corte Conti, Sez. Giur. Lombardia, Sent. 19 luglio 2019, n. 196, con nota di G. Noviello, Sindacato giuscontabile sulle transazioni pubbliche, in Rassegna dell’Avvocatura dello Stato, 2019, 3, p. 167 ss.

[10] Corte Conti, Sez. Reg. Controllo Emilia-Romagna, Deliberazione n. 27/2018/VSGO.

[11] Corte Conti, Sez. Reg. Controllo Lombardia, Lombardia 108/2018PAR.

[12] Cfr. S. BATTINI, Responsabilità e responsabilizzazione dei funzionari e dipendenti pubblici, in Rivista Trimestrale di Diritto Pubblico, fasc.1, 2015, pp. 53 ss.

[13] Sono parole di G. ROMAGNOLI, Autoassicurazione della responsabilità medica: compatibilità con i principi di diritto interno ed europeo, in Danno e responsabilità, 4/2015, p. 330, il quale rileva come una tale riflessione non deve essere limitata alla visuale civilistica.

LE MORTI INDIRETTE DEL COVID-19: LO STUDIO SUL CALO DEI RICOVERI PER INFARTO

Uno studio italiano pubblicato sul New Journal of Medicine ha appurato il calo di ricoveri per infarto nel pieno dell’emergenza coronavirus. Non perché fossero diminuiti i casi, ma perché era molto alta la paura del contagio.

 

“State a casa”: questo il messaggio che è stato dato fin dai primi momenti in cui l’Italia ha compreso che il Covid-19 non era una banale influenza. Stare a casa per non contagiare e per non essere contagiati, anche in ospedale. Il pronto soccorso è diventato agli occhi di molti cittadini come il luogo simbolo da evitare per non contrarre il virus. Con il risultato che molte patologie sono state quindi trascurate, una su tutte la sindrome coronarica acuta (ACS), ovvero l’infarto. Un dato che è stato appurato dallo studio “Reduced rate of Hospital admission for ACS during Covid-19 Outbreak in Northern Italy” condotto da Ovidio De Filippo, Fabrizio D’Ascenzo e da Gaetano Maria De Ferrari – Professore di Cardiologia all’Università di Torino e Direttore di Cardiologia della Città della Salute – e pubblicato sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine[1]. Il team ha eseguito un’analisi retrospettiva delle caratteristiche cliniche e angiografiche di pazienti consecutivi che sono stati ricoverati per ACS in 15 ospedali del nord Italia, verificando un tasso effettivamente ridotto di un terzo dei ricoveri ospedalieri. Sanità 360° ne ha parlato direttamente con il Prof. De Ferrari.

Gaetano De Ferrari, Professore di Cardiologia all’Università di Torino e Direttore di Cardiologia della Città della Salute

Come è nato e si è sviluppato questo studio?

Lo studio nasce da una forte impressione soggettiva, nata da una breve consultazione con colleghi e amici. Parlando con loro abbiamo notato che in diversi centri si stava verificando una marcata riduzione di ricoveri di pazienti per infarto. È quindi nata l’idea di approfondire il fenomeno, facendo un’analisi precisa e accurata sulla scomparsa di una fetta importante di pazienti affetti da Sindrome Coronarica Acuta.

Abbiamo confrontato i ricoveri avvenuti nel periodo che va dal primo paziente di Codogno ( 20 febbraio ) fino alla fine di marzo 2020 con quelli avvenuti in due periodi distinti: nello stesso arco temporale nel 2019 e nel periodo dal 1 gennaio al 20 febbraio del 2020. I due periodi di confronto avevano un simile numero di ricoveri quotidiani, viceversa negli ospedali coinvolti nella ricerca -che si trovano prevalentemente in Piemonte ed Emilia-Romagna unitamente a pochi ospedali lombardi, toscani e laziali – si è rilevata una riduzione importante di oltre un terzo (33%) dei ricoveri per infarto. In alcuni casi, come nell’Ospedale di Vercelli, la riduzione dei ricoveri per infarto è arrivata al 50%. Andando poi a suddividere il periodo analizzato usando l’inizio del lockdown come spartiacque, osserviamo nei giorni dopo il 6 marzo una riduzione ancor più marcata.

Lo studio ha rilevato altri fenomeni oltre alla riduzione dei ricoveri?

Anche se non abbiamo dati esatti su tutti i pazienti, abbiamo osservato come sono numerosi i casi di ricoveri tardivi. Appurato che sono meno i pazienti che si sono recati in Ospedale, emerge un altro dato preoccupante: anche gli infarti che arrivano, tendono ad arrivare più tardi rispetto all’insorgenza dei sintomi. Nel caso dell’infarto STEMI (infarto miocardico acuto con sopraslivellamento del tratto ST ndr), si dice che il tempo è muscolo”: infatti ogni minuto che passa è un piccolo pezzo di cuore che muore. La precocità delle cure è quindi fondamentale.

Una cosa è infatti curare un infarto dopo tre ore, un’altra è dopo tre giorni.

Il risultato complessivo mostra che almeno un paziente su tre con infarto non si è recato in ospedale, e di quei due che sono stati ricoverati uno sembra essere arrivato troppo tardi.

Perché concentrarsi solo sugli infarti? Avete notato stessa tendenza in altre patologie?

L’infarto è una delle più evidenti patologie “tempo dipendenti”. Quindi il ritardo o l’assenza di ricovero, oltre ad essere stati particolarmente marcati, sono anche forieri di evoluzioni negative. In generale si sono ridotti tutti i ricoveri urgenti legati a molte altre patologie. Le sedi di Pronto Soccorso nel mese di marzo delle zone molto interessate dal Covid-19, Lombardia, Piemonte, parte dell’Emilia e del Veneto, erano quasi prive di pazienti non Covid. Passata la fase di angoscia in cui i Pronto Soccorsi erano pieni di pazienti contagiati, dalla fine di marzo, quando gli accessi Covid si sono ridotti, i pazienti pur di non rischiare di contrarre il virus non cercavano il ricovero per altre patologie ed i Pronto Soccorsi erano quasi deserti. Una tendenza che noi abbiamo accertato riguardare i ricoveri per infarto, ma che ha sicuramente toccato tutte le malattie tempo dipendenti, come ictus, embolie polmonari, patologie di tipo vascolare, ad esempio la rottura di un aneurisma.

Quale il motivo? Solo paura?

Noi non possiamo dire con certezza cosa abbia spinto a non venire i pazienti che non sono giunti, tuttavia, interrogando i pazienti arrivati tardi, abbiamo avuto conferma che il ritardo nel cercare soccorso era dovuto alla paura di andare in ospedale e contrarre il virus. I pazienti che abbiamo intervistato hanno raccontato di aver sopportato il dolore a lungo per evitare di venire al Pronto Soccorso, fino a quando questo non è diventato insopportabile.

Paura irrazionale o motivata?

È una paura che soprattutto nella prima fase della pandemia era oggettivamente motivata. Nelle prime fasi dell’emergenza Coronavirus recarsi in Pronto Soccorso in alcune zone poteva essere rischioso. Ma dal periodo che va circa dal momento del lockdown, quando quasi tutti gli ospedali si erano ormai già dotati di percorsi separati per pazienti Covid o presunti tali, la paura era poco motivata e soprattutto il rischio contagio era minore rispetto a quello legato all’infarto non curato. Mettendo sul piatto della bilancia il rischio di contrarre il virus andando in un buon ospedale che ha organizzato percorsi ad hoc a confronto con il non curare una patologia grave, beh, è più alto il rischio di tenersi una patologia grave non curata. In medicina, come in tutto nella vita credo, è spesso una questione di rapporto tra rischi e benefici.

Come si può combattere questa paura?

Un messaggio forte da dare è che questa preoccupazione deve essere completamente fugata.

Sicuramente un ruolo importante è quello dei mezzi di comunicazione, che possono diffondere la notizia che soprattutto negli ospedali di una certa rilevanza sono stati disegnati dei percorsi per proteggere il più possibile dai rischi infettivi, evidenziando che in generale i rischi legati ad una malattia seria sono importanti e maggiori del rischio infettivo.

Passata questa ondata di paura, potrebbe esserci un rebound, un rimbalzo? Gli ospedali come possono prepararsi a questa evenienza?

Per la verità io credo che siamo pronti ad affrontare un rebound. Le difficoltà che gli ospedali potrebbero trovarsi ad affrontare sono che in alcune strutture non tutta la cardiologia e le terapie intensive sono state liberate dal Covid. Le unità coronariche infatti si sono rivelate strutture estremamente adatte per far fronte ai ricoveri Covid, essendo intensive ma un gradino sotto la rianimazione. Strutture che quindi idealmente potevano raccogliere pazienti con problemi gravi di respirazione a causa del Covid, e che per questo sono state riconvertite totalmente o in parte. Quello che gli ospedali possono fare ora, ovviamente entro i limiti possibili, è riassegnare alla cardiologia quelle sezioni trasformate in unità Covid.

Nello studio parlate anche del rischio di una conseguente “nuova epidemia cardiologica”…

Le cure, sono state meno efficaci, quindi i pazienti che hanno avuto una cura tardiva non hanno potuto trarne i soliti benefici. In maniera colloquiale si parla di un paziente che “sull’infarto ci ha camminato sopra”: come tutte le patologie, una malattia trascurata avrà conseguenze maggiori di una prontamente affrontata. Questo si verifica anche con lo stesso Covid-19.

Ma il modello italiano ha funzionato o meno?

Io credo che gli ospedali abbiano funzionato complessivamente bene. C’è stato sicuramente un difetto in alcuni casi di protezioni adeguate, che ha portato ad un eccesso di contagio all’interno del personale sanitario. Quindi, direi che nel far fronte a questo tsunami senza precedenti, gli ospedali hanno risposto abbastanza bene, ma le protezioni “interne” non sono state adeguate. Ad essere stata estremamente inadeguata è l’assistenza extraospedaliera. Con una lodevole eccezione di parte del Veneto. Abbiamo aspettato che i pazienti si aggravassero nelle loro case, arrivando al punto di ricoverarli quando ormai erano in condizioni gravissime, senza peraltro offrire una decorosa assistenza ai pazienti rimasti nelle loro abitazioni. La Lombardia in particolare ha commesso questo errore metodologico, quello di tenere i contagiati dal Covid a casa facendoli arrivare negli ospedali quando ormai le loro condizioni erano estremamente gravi.

Ecco, mi sento di dire che l’assistenza extraospedaliera è stata un grossissimo flop.

Dobbiamo constatare che paesi meglio organizzati, come la Germania, hanno disposto cure extraospedaliere migliori e protetto meglio il proprio personale sanitario. In Italia la quota di personale infettato e ammalato e persino deceduto è impressionante.

Un flop dovuto ad una impreparazione nei confronti di evento così raro, alla sottovalutazione del rischio o a un problema strutturale?

A mio parere, una combinazione di tutte e tre le cose. Sicuramente all’inizio il virus è stato sottovalutato e non ci si è fatti trovare preparati. Molte regioni, poi, come la Lombardia, hanno fatto molto affidamento sui grandi ospedali come punta di diamante della loro attività svilendo un po’ il ruolo della medicina generale. Questo è un problema chiaramente antecedente al Covid. Per esempio, la Germania, ha avuto qualche settimana in più per prepararsi e dispone di un sistema extraospedaliero che rispetto al nostro è anni luce avanti. Questi fattori hanno contribuito alla differenza. Quindi in Italia, la carenza maggiore è stata nell’organizzazione territoriale e nel sistema extraospedaliero.

 

 

[1] Reduced Rate of Hospital Admissions for ACS during Covid-19 Outbreak in Northern Italy  (link)

INFERMIERI: PROTAGONISTI SILENZIOSI DELLA SICUREZZA

Vicini ai malati nel percorso assistenziale e punto focale nelle misure di prevenzione: gli infermieri sono una categoria sempre più importante nella sicurezza delle cure.

 

Ogni giorno gli infermieri sono attori primari nel funzionamento del sistema salute. Nella giornata internazionale a loro dedicata, perciò, non è retorico ma dovuto il riconoscere esplicitamente a queste figure professionali non solo il contributo nell’erogazione delle cure, ma la crescita costante in competenza e consapevolezza.

Nel confronto costante con gli operatori sanitari coinvolti nei percorsi di miglioramento del risk management sanitario – coordinati da Sham negli ultimi anni -, abbiamo toccato con mano la passione e la competenza degli infermieri nel mappare il rischio clinico nei processi che sovrintendevano quotidianamente, e nell’implementare azioni di miglioramento destinate a ridurlo progressivamente.

Seguendo l’esempio di tutte le sanità avanzate, anche in Italia gli infermieri hanno accumulato una crescente sicurezza e autonomia, oltre che un progressivo riconoscimento del loro ruolo all’interno delle équipe.

Il contributo nel rendere le cure più sicure è solo uno dei tanti, silenziosi, ambiti nei quali abbiamo visto gli infermieri fare la differenza nella sicurezza delle cure.

A fianco di questa poco pubblicizzata ma fondamentale attività va, inoltre, ricordata la più visibile e apprezzata tra le caratteristiche del loro lavoro: la prossimità. L’infermiere è il punto di riferimento del percorso assistenziale, colui che in virtù di questa vicinanza (che è anche emotiva e non solo legata all’esecuzione di uno o più compiti), percepisce i bisogni del paziente e, per effetto di questo, rappresenta non solo un punto di congiunzione tra medico e malato, ma un vero e proprio snodo, un fulcro attorno al quale spesso si giocano le relazioni e i rapporti tra azienda/medico/persona assistita e familiari.

Pochi si accorgono e pochi riconoscono agli infermieri la complessità e profondità del loro impatto, eppure essi condividono alla pari con tutti gli operatori sanitari il merito di una sanità che è tra le migliori al mondo, come ha saputo dimostrare anche nel difficilissimo frangente del COVID-19.

Perciò, vogliamo estendere il nostro grazie all’intera categoria e, personalmente, ai tantissimi infermieri che ci hanno seguito e guidato nei tanti progetti e interventi che hanno reso la gestione del rischio più forte nella sanità italiana e i processi di cura ed assistenza più sicuri.

Anna Guerrieri e Alessandra Orzella, Risk Manager di SHAM

 

COVID-19: UNA PROPOSTA TRA ETICA, SOLIDARIETÀ E RESPONSABILITÀ

A cura degli Avvocati Ernesto Macrì e Maria Nefeli Gribaudi. 

 

La temperie emergenziale, come quella che il nostro Paese sta vivendo in questi giorni a causa della pandemia da Covid-19, sta scuotendo dalle fondamenta l’equilibrio dell’intero Sistema Sanitario Nazionale, pubblico e privato, già di per sé molto fragile a causa della continua riduzione, nel corso degli anni, delle risorse finanziarie. La rapida diffusione del contagio e la necessità di ricorrere alla terapia intensiva per i casi più gravi, ha sottoposto – e continua ad esporre – ad una forte pressione, soprattutto nella loro capacità ricettiva, l’organizzazione delle strutture sanitarie, in particolare di quelle situate nelle Regioni particolarmente investite dall’epidemia. La problematica della capacità di risposta sotto l’aspetto organizzativo e funzionale finisce per intersecare in maniera dirompente la dimensione della responsabilità sanitaria, sulla quale converge – più che mai nell’attuale situazione di emergenza socio-economica – il tema del contenimento ed equilibrio della spesa pubblica.

Sotto quest’angolo prospettico, nelle scorse settimane, alcune forze politiche, di maggioranza e di opposizione, hanno presentato degli emendamenti, in sede di conversione del Dl “Cura Italia”, volti ad escludere la responsabilità di strutture sanitarie e professionisti in relazione agli eventi dannosi che abbiano trovato causa nel COVID-19, salvo i casi di dolo o colpa grave. Tali istanze normative, seppur condivisibili ed auspicabili sul piano etico-normativo e di politica del diritto, devono tuttavia essere analizzate attentamente e devono confrontarsi con la tutela del diritto alla salute, nella sua dimensione individuale e collettiva, con la sicurezza delle cure oltre che con i principi di universalità, uguaglianza ed equità che ispirano il Servizio Sanitario Nazionale.

Così, al contempo, non si può prescindere dal considerare il contesto di straordinaria eccezionalità e di emergenza con cui tanto la prestazione clinico-assistenziale quanto l’organizzazione sanitaria sono chiamate a misurarsi, non solo a livello nazionale ma globale, non solo sul piano sanitario ma sistemico. Sotto il profilo della responsabilità, se è vero che sia in ambito civile che, a fortiori, in ambito penale, la disciplina ordinaria consente di per sé di valorizzare in senso esonerativo l’attuale contesto emergenziale, non mancano tuttavia preoccupazioni legate ad un possibile aumento del contezioso che, sebbene molto probabilmente destinato a concludersi con esito favorevole, certamente contribuirebbe, per la sua sola stessa sussistenza, ad aumentare le pressioni economiche, sociali e psicologiche mettendo ulteriormente alla prova il Sistema Sanitario Nazionale.

Segnatamente, l’assenza di conoscenze scientifiche, di linee guida e buone pratiche clinico-assistenziali nonché di terapie eziologiche che connotano l’infezione da COVID-19 consentono di richiamare l’art. 2236 c.c. e i limiti soggettivi ivi previsti e di compiere una valutazione ponderata e 2 benevola sul piano della colpa/inadempimento, in sé giudizio elastico e concreto, così come può ritenersi che la sproporzione tra le risorse umane e materiali disponibili e il numero di pazienti su cui è necessario intervenire debba incidere favorevolmente sul piano eziologico deponendo per la sussistenza di una “causa non imputabile”. Lo stesso può dirsi per quanto attiene i profili strettamente organizzativi e gestionali delle strutture sanitarie, chiamate a misurarsi con tempi strettissimi, con limiti economici, strutturali, tecnologici, di risorse e di materiali disponibili e ad attuare rapide riorganizzazioni e ridistribuzioni di compiti ed attività in ragione delle contingenze.

Ciò nonostante il sistema della responsabilità civile, seppur di per sé capace di valorizzare il contesto emergenziale, deve confrontarsi, sul versante processuale, con i gravosi oneri della prova discendenti dalla natura contrattuale della responsabilità delle strutture sanitarie definitivamente sancita dall’art. 7 della l. 24/17 – ancor più stringenti a fronte dell’ipotesi non remota di infezione da COVID -19 correlate all’assistenza e contratte in ambito ospedaliero – specie in un contesto in cui la tenuta della documentazione sanitaria – prova principe nei giudizi di responsabilità sanitaria – può, per evidenti ragioni di contesto, rivelarsi insufficiente ed inadeguata. A ciò si aggiunga che, in ogni caso, qualsiasi considerazione di contesto di carattere generale ed astratto è tuttavia chiamata a confrontarsi con le specificità del caso concreto e del singolo quadro di riferimento, e a variare in considerazione dell’andamento dell’emergenza sanitaria e dell’area geografica portando a valutazioni e conclusioni diametralmente differenti. Tutte le considerazioni sin qui svolte depongono per un auspicabile intervento legislativo.

Al fine di coniugare le istanze, anche di carattere etico, sottese alla opportunità di sollevare le strutture e gli operatori sanitari da eventuali responsabilità in relazione all’emergenza sanitaria con quelle di tutela del fondamentale diritto alla salute, pare utile percorrere, in ossequio al principio solidaristico nonché di proporzionalità e ragionevolezza, una via mediana e bilanciata attraverso la previsione di una tutela indennitaria scevra da giudizi di colpa e dalle logiche sostanziali e processuali del sistema della responsabilità civile che mal si attagliano ad una situazione di tale drammaticità e straordinarietà.

Lo scenario prospettico di profonda crisi sanitaria, economica e sociale, depone nel senso di scelte etiche e politico-legislative tese al riconoscimento di un sistema indennitario automatico e standardizzato di natura assistenziale e di ispirazione solidaristica basato sull’accertamento del solo nesso causale tra comportamenti e conseguenze, che sia espressione del senso di responsabilità e di un concreto impegno delle Istituzioni e di un tempestivo intervento reattivo di tutela.

L’emergenza pandemica, che ha colto tutto il mondo impreparato, deve essere occasione per ripensare profondamente in senso sistemico il SSN, sotto il profilo economico, etico, preventivo, organizzativo, di sicurezza delle cure, di alleanza terapeutica, anche attraverso l’adozione di efficaci e concrete azioni di risk assessment e di risk management, affinché la trattazione e la definizione della liquidazione, in sede stragiudiziale e giudiziale, sia sempre più di frequente il punto di arrivo di un percorso che riveli tanto la sua sostenibilità economica, quanto la sua capacità a consentire alle aziende sanitarie il governo consapevole della gestione delle richieste di risarcimento.

 

Avv. Ernesto Macrì, Foro di Roma
Avv. Maria Nefeli Gribaudi, Foro di Milano

TUMORE AL SENO: AUMENTANO LE DIAGNOSI PRECOCI

Identificare il tumore quando non è ancora clinicamente palpabile: all’ASST Lariana succede nel 15 – 20 per cento dei casi e, in queste condizioni, la prognosi è favorevole nel 98 per cento dei casi nell’arco di 5 anni. La dottoressa Monica Giordano, primario di Oncologia al Sant’Anna, spiega le novità diagnostiche e terapeutiche nella lotta al tumore alla mammella

 

“Tumore della mammella in situ, novità diagnostiche, cliniche e terapeutiche” è il titolo del corso di aggiornamento che si è tenuto venerdì 4 ottobre, all’ospedale Sant’Anna, per il personale dipendente dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale Lariana-Como (Asst Lariana). La Responsabile scientifica del corso è la Dottoressa Monica Giordano, primario di Oncologia al Sant’Anna, che in questa intervista fornisce le principali novità sulla lotta al tumore al seno.

Dottoressa, che cos’è il tumore alla mammella in situ?

Il tumore della mammella in situ è un sottotipo di tumore che possiamo classificare come un tumore nella sua forma iniziale. Questa forma viene intercettata quando la lesione non è clinicamente palpabile, e spesso si presenta sotto forma di millimetriche microcalcificazioni. In percentuale, grazie agli screening e alle diagnosi precoci, è una forma di tumore che oggi riscontriamo nel 15-20% dei casi. Proprio grazie al fatto che riusciamo a identificare il tumore nella sua fase iniziale, la prognosi è favorevole (la sopravvivenza a cinque anni nelle donne trattate è del 98%, fonte Aiom/Airtum).

Quanto è importante lo screening nella rilevazione di questo tipo di tumore?

La partecipazione agli screening, che in termini di età è stata anticipata di un quinquennio, offre la possibilità di intercettare le neoplasie allo stadio iniziale. Oggi lo screening mammografico per il tumore al seno, offerto dal Servizio Sanitario Nazionale, inizia a 45 anni ed è esteso fino a 75. Prima, invece, il programma veniva effettuato dai 50 ai 69 anni. L’aver anticipato l’età di chiamata e, allo stesso tempo, aver allungato quella di uscita dal programma rappresenta un passo in avanti per la diagnosi precoce della patologia.

Quali novità ci sono nella cura e nella diagnosi del tumore alla mammella?

A livello di diagnosi, le novità più grandi afferiscono all’ambito della genetica e riguardano le conoscenze sui fattori di rischio e, in particolare, sul rischio di trasmissione ereditaria. Queste novità consistono nell’opportunità di seguire programmi di prevenzione personalizzati, non solo per le donne, ma anche per gli uomini che possono essere portatori di mutazioni genetiche ereditate da mamme che si sono ammalate. Queste mutazioni, infatti, sono trasmesse dai genitori ai figli e determinano un rischio elevato di sviluppo di tumore alla mammella o all’ovaio, e anche in altre sedi. Una volta individuata la mutazione vengono studiati tutti i componenti della famiglia per individuare gli eventuali portatori e sottoporli a programmi di prevenzione “ad hoc”. A livello terapeutico, invece, oggi ci sono tante possibilità in termini di nuovi farmaci e nuove strategie terapeutiche, anche per la cura del tumore al seno metastatico. In quest’ottica, è aumentata la percentuale di controllo della malattia nel tempo e anche la qualità della vita.

Quali sono i trend della lotta al tumore al seno?

Quello che noi consigliamo oggi è la prevenzione e, in particolare, quella personalizzata, considerato il rischio di familiarità ed ereditarietà della malattia. La percentuale di adesione agli screening gratuiti, ad esempio, nella provincia di Como è molto alta e raggiunge oltre il 70%. È importante però proseguire nelle campagne di sensibilizzazione, perché la percentuale di adesione non è adeguata su tutto il territorio nazionale. Osservare un corretto stile di vita rappresenta poi la prevenzione primaria e costituisce la vera sfida. Mantenere un’alimentazione adeguata, evitare obesità e sovrappeso, praticare attività fisica costante, ridurre il consumo di alcol e naturalmente non fumare sono infatti fattori fondamentali. Può sembrare banale, ma queste pratiche sono le più difficili da attuare, mentre costituiscono i principali fattori di rischio evitabili delle malattie, sia oncologiche che cardiovascolari e rappresentano azioni alla portata di tutti.

Un altro aspetto rilevante, infine, è l’attività di sensibilizzazione svolta dalle associazioni di volontariato, sia attraverso l’aiuto offerto dalle stesse donne ammalate, che portano le loro testimonianze, sia grazie alle attività di assistenza praticate nelle realtà di Oncologia, su tutto il territorio nazionale. Le associazioni sono vere alleate dei pazienti e del personale sanitario nella costante ricerca di soluzioni ai bisogni espressi da chi affronta un percorso oncologico.

 

REGIONE PIEMONTE, IL PUNTO SULLA SICUREZZA

Denunce sinistri in calo del 30 per cento in 5 anni ed eventi sentinella quasi dimezzati dal 2015. I dati SIMES sulla sanità piemontese premiano il Risk Management regionale. Ma i risultati non bastano: vanno comunicati ad operatori e cittadini per aumentare la fiducia

 

Secondo il Sistema Informativo per il Monitoraggio degli Errori in Sanità (SIMES), gli eventi avversi nella sanità piemontese sono in netta diminuzione. Calano del 30 per cento in 5 anni le denunce di sinistro e diminuiscono di quasi la metà dal 2015 gli eventi sentinella, ovvero gli eventi avversi qualificati dal Ministero della Salute quali eventi di particolare gravità e potenzialmente evitabili.

Sono i dati diffusi dalla Direzione Sanità della Regione Piemonte in occasione della Giornata Mondiale per la Sicurezza del Paziente il 17 settembre scorso.

“Sono dati che, da soli, testimoniano l’efficacia e la bontà delle energie investite nel Risk Management”, sostiene Franco Ripa, Coordinatore del Centro regionale per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente. “La necessità di promuovere nel Sistema Sanitario Regionale l’adozione di strumenti di gestione del rischio clinico di carattere sistematico a garanzia della sicurezza dei pazienti è all’origine di numerosi atti intervenuti nella disciplina della specifica materia. In particolare è stata disciplinata la costituzione di un sistema regionale secondo un modello a rete – con la creazione di unità aziendali di gestione del rischio clinico – nonché la messa a punto di taluni strumenti operativi per la promozione e il consolidamento delle buone pratiche”.

“È stato definito un programma regionale per la gestione del rischio clinico che si propone specifiche azioni in molteplici ambiti, quali: monitoraggio, implementazione, raccomandazioni ministeriali, sicurezza in sala operatoria, prevenzione delle cadute, sicurezza nella terapia farmacologica con particolare riguardo ai farmaci oncologici e al monitoraggio di azioni di miglioramento realizzate a livello aziendale a seguito dell’occorrenza di un evento avverso”.

Ma i buoni risultati necessitano di essere comunicati per far crescere consapevolezza dell’efficacia del Risk Management tra gli operatori e la fiducia nella sanità tra le persone.

Per questo la Regione Piemonte ha aderito all’iniziativa nazionale e mondiale organizzando un evento al quale sono state invitate tutte le Aziende sanitarie e le Associazioni rappresentative dei cittadini, un’occasione per effettuare un confronto con i cittadini e gli stakeholder sullo specifico tema della gestione del rischio clinico, nonché per consolidare la collaborazione fra cittadini eAmministrazione nel processo di miglioramento della qualità e della sicurezza delle cure.

La Regione ha altresì invitato le Aziende a realizzare nella giornata del 17 settembre momenti di confronto, a livello locale, con cittadini e stakeholder.

Invito raccolto, tra gli altri, dalla ASL TO4, la cui esperienza è raccontata in questo articolo di Sanità 360°.

LA RIDUZIONE DEL RISCHIO CON IL TRAPIANTO LAMELLARE

Minor probabilità di complicanze intra e post operatorie e minor rischio di rigetto dopo il trapianto di cornea. Per il Dr. Domenico Schiano dell’IRCCS Fondazione G.B. Bietti, ecco i motivi che spingono a scegliere le nuove tecniche rispetto all’intervento tradizionale

 

Come non di rado avviene nella chirurgia oculistica, le radici di un intervento affondano in un passato sorprendentemente remoto. Il trapianto di cornea, per esempio, è stato eseguito per la prima volta all’inizio del novecento ed è rimasto per decenni sostanzialmente invariato. Questo fino a 15 anni fa, quando le nuove tecniche – dette di chirurgia lamellare – hanno cominciato a diffondersi e stanno, ora, superando quelle convenzionali.

Sanità 360° ne parla con Domenico Schiano, oculista all’IRCCS Fondazione Giovan Battista Bietti di Roma e uno dei primi – e ancora pochi – chirurghi in Italia ad effettuare i nuovi interventi.

Cominciamo dall’inizio: cos’è la cornea?

La cornea avvia il processo di messa a fuoco effettuando la prima convergenza. È, di fatto, la prima lente dell’occhio. Ma la cornea ricopre anche un’altra importante funzione, detta tettonica: chiude l’occhio e lo protegge dall’esterno.

Quando è che si rende necessario un intervento di trapianto?

Quando le alterazioni della trasparenza, rigidità o curvatura strutturale alterano la vista. Avviene nel cheratocono (assottigliamento della cornea), nell’opacità post infettiva, o in caso di patologie dell’endotelio corneale, come la distrofia di Fuchs o gli edemi post operatori.

È un trapianto d’organo o di tessuto?

Un trapianto d’organo che la legge italiana, grazie in particolare agli sforzi del Prof. Mario Stirpe al Parlamento e dell’allora Ministro del Lavoro Franco Marini, permette dal 1993, trattando l’intervento come un trapianto di tessuto e rendendo così molto più facile la procedura.

Cosa comporta l’intervento tradizionale?

La rimozione completa della cornea e la sua sostituzione integrale. La tecnica si chiama PKP (Penetrating Keratoplasty) o trapianto a tutto spessore.

Qual è il limite di questa tecnica?

Il fatto che bisogna ‘trapanare’ l’occhio per sostituire l’intera cornea comporta tre ordini di rischi: intraoperatori, perché l’intervento è molto più invasivo; post operatori, perché la possibilità di complicanze è maggiore; e, da ultimo, una probabilità più alta di rigetto.

In cosa differiscono gli interventi lamellari?

Sono interventi che sostituiscono solo una parte della cornea a seconda delle esigenze senza dover asportare l’intero organo. Vi sono i trapianti lamellari anteriori (Deep Anterior Lamellar Keratoplasty) che lasciano intatto lo strato dell’endotelio; e vi sono, viceversa, le cheratoplastiche lamellari posteriori o endoteliali (DMEK o DSAEK) che sostituiscono l’endotelio e lasciano intatto lo strato superficiale. Questi ultimi trapianti si effettuano quando, per esempio, gli strati interni della cornea perdono trasparenza in seguito ad una compromissione dell’impermeabilità e ad un conseguente accumulo di liquido nei tessuti.

Ma, a prescindere dai singoli casi, il minimo comun denominatore di queste nuove tecniche è lo sforzo di intervenire solo sulla parte della cornea che necessita un trapianto, lasciando intatte e in situ le parti che non sono alterate. Questo approccio riduce l’impatto e i rischi per le persone che si sottopongono a intervento e permette anche di utilizzare al meglio le cornee provenienti dal donatore.

Qual è stata l’accoglienza riservata ai nuovi interventi all’estero?

I trapianti lamellari hanno iniziato a sostituire gli interventi tradizionali all’inizio degli anni 2000 e si stanno imponendo come standard. In Germania, per esempio, nel 2014 sono stati effettuati, per la prima volta, più trapianti lamellari che PKP tradizionali [1].

In Italia dove vengono effettuati?

In Italia esistono alcuni centri specializzati che eseguono questi approcci chirurgici all’avanguardia. La Fondazione Bietti è uno di questi. Non è più necessario, perciò, andare all’estero come poteva succedere un decennio fa.

 

[1] Aa.Vv., Trends in Corneal Transplantation from 2001 to 2016 in Germany: A Report of the DOG–Section Cornea and its Keratoplasty Registry, in AMERICAN Journal of Ophthalmology, n. 188, April 2018, pp. 91-98.