MANUALE DI ISTRUZIONI SHAM: COME TRASFERIRE LE BEST PRACTICE EUROPEE NEL CONTESTO ITALIANO

Una delle forze del modello mutualistico di Sham è l’appartenenza a un grande gruppo europeo come Relyens. Un gruppo che non solo stimola la ricerca delle migliori pratiche di gestione del rischio e dei sinistri in sanità, ma condivide quelle stesse pratiche tra gli operatori e gli ecosistemi sanitari dei diversi Paesi.

In questo numero di Sanità 360° offriamo due esempi pratici.

Il 26 gennaio 2021 alle 14:00, ora di Roma, inizia “Are your patients safe? Cyber Risk in the heathcare industry”, il webinar dedicato agli enti ospedalieri privati organizzato da Sham in collaborazione con la European Union of Private Hospitals. Un appuntamento di respiro europeo che vedrà il contributo di professionisti internazionali come Paolo Silvano, Deputy Managing Director Resources & Transformation del secondo operatore francese nel settore, ELSAN; Athanasios Drougkas, Network & Information Security Expert, ENISA (European Union Agency for Cybersecurity); Amir Vashkover, Business Development & Strategic Alliances dell’azienda leader nella sicurezza informatica per la sanità – nonché partner Sham – CyberMDX; e di Lionel Prades, Technology Risk Manager Sham, Relyens group. Per informazioni e iscrizioni scrivete a: informazioni@sham.com.

Nell’articolo Claims Journey (LINK), invece, Roberta Azteni di Sham Italia racconterà l’aggiornamento della figura del Loss Adjuster sperimentata da Sham in Spagna e in via di introduzione nelle sedi italiana e francese del Gruppo. Una testimonianza aggiuntiva della capacità di sviluppare, sperimentare e condividere tra i diversi Paesi Europei le soluzioni migliori ad un contesto in continua evoluzione.

Non europeo ma mondiale, infine, è il fenomeno trattato da Luca Achilli quando coglie la fragilità connessa all’introduzione dei Big Data in ambito sanitario (LINK): il principale driver di innovazione sul fronte delle cure è, infatti, anche una nuova linea di faglia che la gestione del rischio deve imparare a governare se vuole garantire una matura – e sicura – digitalizzazione delle sanità.

Un numero ricco, dunque, che sono certo raccoglierà il vostro interesse.

 

Buona lettura,

Roberto Ravinale

Direttore Esecutivo di Sham in Italia

SINISTRI OSTETRICIA: UNO STUDIO DECENNALE DI SHAM

277 dossier raccolti da Sham in Francia nell’arco di una decade analizzano una delle tematiche più delicate del risk management sanitario. Tra gli elementi individuati c’è la carenza frequente di comunicazione tra i sanitari.

 

La gestione delle richieste di risarcimento ricopre un ruolo sempre più importante per la sostenibilità finanziaria dei sistemi sanitari e la crescita delle denunce in ostetricia è una sfida sia sul piano della prevenzione che della solidità finanziaria delle strutture ospedaliere.

Il “Panorama of medical risk Sham” ha mostrato come nel 2017, il 9,1% dei giudizi di risarcimento che hanno dichiarato le strutture sanitarie responsabili dei sinistri riguardava i reparti di ostetricia; tali sinistri rappresentano il 46,7% dei costi totali dei risarcimenti di quell’anno. Questa proporzione sbilanciata è ben nota: nonostante gli incidenti in ostetricia siano rari, le loro conseguenze sono spesso drammatiche, comportando quindi un alto costo di risarcimento.

Un aspetto che Alessandra Grillo, Direttore operativo di SHAM Italia, aveva affrontato durante il Global Meeting della International Gynecologic Cancer Society. Durante il suo intervento, Grillo aveva sottolineato come, tra tutti i claim, quelli che si rifanno al reparto di ostetricia e ginecologia risultano essere i più temuti, avendo uno dei più alti impatti emotivi e causando danni molto gravi alla struttura nella quale avvengono.

Una tematica che è, quindi, di grande interesse a livello europeo per chi si occupa di Risk Management. Al fine di approfondire la tematica, Sham Francia ha avviato uno studio retrospettivo per analizzare i sinistri nel reparto d’ostetricia, con l’obiettivo di identificare i punti critici presenti negli storici dei sinistri i e promuovere, quindi, una riflessione e condivisione sulle best practice.

Lo studio retrospettivo si è basato su 277 dossier, raccolti da Sham in un arco temporale di 10 anni riguardanti gli incidenti con gravi danni al nascituro. Tra questi sono stati inclusi: i neonati deceduti a seguito di un incidente durante il parto, quelli che soffrono di una infermità motoria e celebrale e, infine, bambini con paralisi ostetrica del plesso brachiale.

Il campione è risultato essere composto dalle categorie più fragili tra i nascituri.

Sono presenti infatti: prematuri (28,8% vs. 6%), post-maturi (21,7% vs. 16,8%) e gravidanze gemellari (8,7% vs. 1,5%).

In circa il 69% dei dossier analizzarti, è stata notata una mancanza: l’assenza di conformità delle buone pratiche mediche, accompagnata da un deficit di informazioni, una scarsa sorveglianza, una comunicazione sbagliata tra gli stessi medici e un evidente problema organizzativo.

Questo studio ha permesso di distingue due tipologie di nascite:

  • I bambini la cui nascita è stata segnata da un incidente grave come, ad esempio, la rottura dell’utero o il prolasso del cordone ombelicale;
  • I bambini la cui nascita non è stata accompagnata da un incidente grave.

Per quanto riguarda i bambini nati con un parto caratterizzato da un grave incidente, si è visto che la rottura dell’utero è responsabile di una encefalopatia per il 13,8% dei casi e del decesso dell’infante nel 11,5% dei casi.

Nel tentativo di parto vaginale con utero sfregiato (16,2% delle pazienti con utero sfregiato nel campione), il tasso di rottura uterina è del 44,4% e la mortalità neonatale del 40% (contro 0,2-0,8% e 0,11% rispettivamente nella popolazione generale).

Nel secondo gruppo, ossia nei casi in cui non ci sono stati incidenti gravi durante il travaglio, i sinistri sarebbero avvenuti a causa di un’anomalia del ritmo cardiaco fetale non diagnosticata o scoperto tardivamente.

L’analisi degli incidenti ha posto in risalto anche una comunicazione particolarmente deficitaria nel 47,3% dei casi presi in esame con eventi avversi e nell’82,5% dei casi che riguardano nascite senza incidenti gravi.

La comunicazione con i pazienti è insoddisfacente ma l’elemento fondamentale è un inadeguato scambio d’informazioni tra lo stesso personale medico, che risulta essere impreciso, incompleto, ambiguo e sbagliato.

Lo studio francese dimostra che la comunicazione e lo scambio di informazioni sono essenziali in ostetricia, sia con le pazienti che all’interno del team interdisciplinare e permette di attuare una gestione ottimale.

Nel webinar SHAM del 30 ottobre 2020, incentrato sull’integrazione della gestione dei sinistri nel rischio clinico e su come lo storico degli eventi avversi può essere d’aiuto nella mappatura dei rischi, il Dott. Umberto Fiandra, Dirigente Medico Sc Qualità, RM, Accreditamento, AOU Città della Salute, aveva a sua volta sottolineato l’importanza della comunicazione, affinché il processo medico sia compreso da tutti, avendo a disposizione una visione sistematica e a largo raggio.

Da più fonti emerge, perciò, che per curare bene un paziente le informazioni devo essere trasmesse, conosciute e tracciate.

Anche per questo motivo Sham sostiene attivamente la formazione nel lavoro di squadra, attraverso la valorizzazione del lavoro di gruppo in team pluri-professionali aventi un obiettivo comune: la salute dei pazienti.

IL VACCINO COVID IN ITALIA E IN FRANCIA

Un approfondimento sul piano transalpino e il confronto con il modello italiano.

 

In Italia il Ministro della Salute Roberto Speranza ha presentato, il 2 dicembre 2020, il Piano strategico per la vaccinazione anti SARS-CoV-2/COVID-19 redatto dal Ministero della Salute, dal Commissario Straordinario per l’Emergenza, dall’Istituto Superiore di Sanità, insieme a Agenas e Aifa.

Il piano di vaccinazione italiano si sviluppa attraverso diversi punti fondamentali, primo tra tutti: la presentazione della vaccinazione gratuita e garantita a tutti. Con oltre 215 milioni di dosi disponibili, la campagna di vaccinazione è cominciata in Europa il 27 dicembre dello scorso anno, il famoso e tanto atteso giorno del Vaccine Day.

A fine dicembre 2020, a sua volta, il Ministero della Salute francese ha diffuso una guida di 45 pagine in cui spiega l’organizzazione delle vaccinazioni nelle strutture di cura per gli anziani, insieme alle federazioni del settore anziani, le federazioni ospedaliere, i rappresentanti dei professionisti della salute e le associazioni dei pazienti.

Sia in Italia che in Francia, infatti, sono state identificate delle categorie a rischio e che quindi richiedono prima di tutte le altre l’accesso al farmaco anti COVID-19. Esse sono:

  • gli operatori sanitari e sociosanitari;
  • gli anziani residenti in strutture di alloggio collettivo e quindi di conseguenza tutti gli istituti di assistenza per persone anziane non autosufficienti, le unità di cura a lungo termine, le residenze private e quelle di servizi per anziani;
  • i professionisti che lavorano in questi stabilimenti;
  • soggetti in età avanzata.

Sia il documento francese che quello italiano, provenienti dai rispettivi Ministeri della Salute, prevedono dei percorsi organizzati delle vaccinazioni che si riassumono in delle azioni chiavi, quali:

  • la preparazione della campagna di vaccinazione
  • l’organizzazione logistica delle strutture sanitarie e delle figure professionali coinvolte nella campagna di vaccinazione;
  • l’organizzazione di sessioni di vaccinazione;
  • la farmacovigilanza e follow-up post vaccinazione.

Preparazione della campagna di vaccinazione in Francia

Secondo il documento guida francese la campagna di vaccinazione inerente alle categorie ritenute a rischio, ed elencate precedentemente, deve essere fatta seguendo 9 azioni prioritarie:

  • Creare un comitato direttivo delle vaccinazioni per ogni istituto, coinvolgendo il Direttore, il medico coordinatore, un medico di riferimento per il Covid, un dirigente sanitario ed un coordinatore amministrativo;
  • Informare i residenti nelle strutture, i professionisti che vi lavorano, gli assistenti e le famiglie dei degenti, in merito ai criteri necessari per l’accesso alle vaccinazioni e alla prima fase della campagna, ai principi alla base di questa coordinazione e dei futuri sviluppi. La guida francese propone inoltre che debba essere designata una persona di fiducia che accompagni i residenti che desiderano vaccinarsi durante la consultazione prevaccinazione e la raccolta del consenso;
  • Fornire le stesse informazioni agli organi di governo;
  • Identificare delle risorse mediche, paramediche, materiali e amministrative necessarie alla pianificazione e alla realizzazione delle consultazioni pre-vaccino;
  • Pianificare le consultazioni pre-vaccino al fine di permettere la prescrizione del vaccino stesso. Questo è un doppio passaggio che consiste sia nell’informare i medici curanti della necessità di effettuare queste consultazioni, al fine di identificare quelli di loro che non sono in gradi di farle e mobilitare di conseguenza  il medico coordinatore e un altro medico di supporto, sia invitare i professionisti stessi a consultare il proprio medico di famiglia o del lavoro per accedere alla prima fase della campagna ed informare gli altri della possibilità della prescrizione del vaccino nel caso in cui siano disponibili dosi extra il giorno della vaccinazione;
  • Verificare la disponibilità degli utensili necessari sia per la preparazione che per il monitoraggio della vaccinazione nel sistema Vaccin Covid, aperto dal 4 gennaio;
  • Identificare le risorse mediche, paramediche, materiali ed amministrative necessarie alla realizzazione stessa del vaccino entro le 72 ore dal ricevimento della medicina, essendo a conoscenza che “la data massima precisa di utilizzo delle dosi sarà indicata al momento della consegna”;
  • Stabilire, nel rispetto del segreto medico, la lista dei potenziali candidati (residenti e professionisti della struttura) almeno cinque giorni prima della consegna del medicinale in modo da comunicare al referente il numero preciso di dosi necessarie;
  • Realizzare un test di simulazione del percorso di vaccinazione nell’istituto.

Inoltre, secondo la guida francese, il vaccino contro il Covid-19, in questi casi, può essere realizzato solo su prescrizione medica preceduta da un consulto pre-vaccino realizzato dal medico curante, dal medico coordinatore, o in mancanza dei precedenti da un altro medico disponibile.

Questa consultazione può esser fatta sul luogo e di persona o in teleconsulto a distanza.

La consultazione pre- vaccino deve esser fatta almeno 5 giorni prima del vaccino stesso, in modo da avere le dosi di medicinale necessarie.

Per quanto riguarda la raccolta del consenso alla vaccinazione, la guida del Ministero francese ricorda che deve essere effettuata “nell’ambito della legge e delle regole abituali”, cioè dopo aver dato alla persona informazioni chiare, giuste e adeguate. In questo modo, il paziente sarà in grado di dare un consenso libero e informato.

Realizzazione delle vaccinazioni

In Italia l’organizzazione dei vaccini è sotto coordinamento costante del Ministero della salute, la struttura del Commissario Straordinario e le Regione e Province Autonome. Viene prevista l’identificazione di siti ospedalieri o peri-ospedalieri e l’utilizzo di unità mobili al fine di arrivare anche ai soggetti che sono impossibilitati nel raggiungimento dei punti di vaccinazione. Ogni unità vaccinale sarà composta da medici, infermieri, assistenti sanitari, OSS e personale amministrativo.

In Francia, il decreto n°2020-1691 del 25 dicembre 2020 precisa che qualsiasi professionista sanitario, che eserciti o meno la libera professione, e qualsiasi studente di medicina o facoltà sanitaria, può partecipare alla campagna di vaccinazione nel limite delle sue competenze per quanto riguarda le vaccinazioni.

Il medico coordinatore degli istituti per anziani può prescrivere e coordinare i vaccini dei residenti nella struttura e del personale. I medici curanti dei pazienti residenti devono essere informati delle prescrizioni fatte.

Gestione dei pericoli

Le attività di sorveglianza saranno pianificate in modo accurato attraverso la farmacovigilanza passiva sia in Italia che in Francia.

In Italia verranno attuate anche misure azioni proattive attraverso progetti di farmacovigilanza attiva e farmaco-epidemiologia.

In questa nuova situazione di sviluppo, è necessario, in qualsiasi parte del mondo, fornire informazioni che siamo accurate e obiettive al fine di attrarre quante più adesioni possibili alla campagna di vaccinazione.

 

 

 

Fonti:

IL CLAIMS JOURNEY, UN PERCORSO PER RIDEFINIRE, UNIFORMARE E SVILUPPARE LE COMPETENZE DEI LOSS ADJUSTER

Come si evolverà la figura del loss adjuster nel futuro? Il nuovo percorso di ridefinizione Sham analizza le prospettive di questa figura sempre più centrale nel mondo assicurativo.

 

Sham ha intrapreso un percorso di ridefinizione delle competenze dei Loss Adjuster del Gruppo al fine di identificare quali siano le basi tecnico/giuridiche (hard skills) e gli stili comportamentali (soft skills) essenziali per raggiungere livelli di eccellenza nell’ambito della gestione dei sinistri nell’ambito della Responsabilità Civile Medica.

L’ispirazione arriva dal modello italiano che vede il Loss Adjuster lavorare in binomio con la figura del Loss Adjuster Administrative Support. È infatti grazie al supporto di questo co-pilota che il Loss Adjuster può concentrarsi unicamente sulla gestione del sinistro e sull’istruttoria senza preoccuparsi degli aspetti più tecnici e operativi del processo.

Questo modello, già implementato in Spagna e che sarà presto applicato anche in Francia e Germania, vede queste due figure operare congiuntamente per la gestione dell’intero ciclo del Sinistro di Responsabilità Civile Medica.

Tali sinistri sono particolarmente complessi e delicati nell’ambito dell’intero arco della RC poiché riguardano danni a persone avvenuti all’interno delle Strutture Sanitarie e quindi in un momento delicato della vita del danneggiato.

Il Loss Adjuster in Sham è una figura chiave all’interno dell’organizzazione. Deve da un lato essere in grado di garantire una gestione assicurativa del sinistro sostenibile per la compagnia; dall’altra parte il suo approccio deve essere distintivo e di altissimo valore per poter correttamente interpretare i valori di Sham e della sua filosofia mutualistica. L’impatto e la rappresentatività di questo ruolo hanno dato il via al Progetto Claims Journey. 

“In Sham il Loss Adjuster, o liquidatore di sinistri, è tradizionalmente un professionista con un’estrazione tecnico – giuridica che è stato poi formato secondo i principi dell’Harvard Negotiation Program, un modello di negoziazione che mette in risalto la necessità di capire e approfondire le vere ragioni che motivano la trattativa- afferma Roberta Atzeni, HR Manager per Sham in Italia.– Tale modello mette l’accento su soft skills come la capacità di ascolto, l’empatia, l’intelligenza emotiva, la curiosità e la comunicazione. Tutti elementi che, uniti alle competenze tecnico- giuridiche, mettono i nostri Loss Adjuster nelle migliori condizioni per svolgere la trattativa in maniera sostenibile tanto economicamente quanto eticamente”.

Quali sono le tappe di questo processo di trasformazione e come si immagina l’evoluzione della figura del Loss Adjuster in Sham?

Il primo passo del Claims Journey è stato quello di sottoporre a tutti i Loss Adjuster attualmente impiegati in Sham un questionario individuale per la valutazione di alcune soft skills che riteniamo rilevanti per la posizione. Possiamo citarne alcune: autonomia e capacità di prendere decisioni, saper lavorare in squadra e creare spirito collettivo, curiosità, saper ascoltare e saper comunicare. La lista è in realtà molto lunga. Partendo dalle risposte ai questionari siamo stati in grado di estrapolare una fotografia delle soft skills più comuni tra i nostri collaboratori. Grazie a queste informazioni saremo ora in grado di individuare (coinvolgendo gli stessi team dei Loss Adjuster) le soft skills sulle quali vogliamo lavorare nel 2021 e pianificare un’agenda formativa per l’anno in corso. In parallelo continuerà anche la formazione sulle hard skills e si proseguirà con la diffusione della metodologia dell’Harvard Negotiation Program.

Nella sua evoluzione il progetto Claims Journey ha come obiettivo quello di raggiungere un’uniformità dell’approccio negoziale e di gestione dei sinistri a livello Europeo. L’obiettivo è di far sì che si arrivi ad avere uno stile riconoscibile che contraddistingua i Loss Adjuster in tutti i Paesi in cui Sham opera. Tale riconoscibilità vorremmo fosse da un lato motivo di attraction per chi volesse intraprendere tale carriera e per gli specialisti già presenti sul mercato della Responsabilità Civile Sanitaria che volessero misurarsi con l’alto livello di competenze richiesto da Sham.  Da un altro lato vorremmo fosse una leva di retention e di engagement per i nostri collaboratori che si vedrebbero riconoscere tali competenze nel mercato RC Sanitaria. Infine questo progetto mira a rendere sempre più competitivi e ad alto valore aggiunto i servizi da noi resi ai nostri clienti e al nostro ecosistema.

È possibile una completa uniformità nei paesi in cui Sham è presente?

Ovviamente ci sono delle differenze di gestione della trattativa legale tra i diversi Paesi che possono influenzare il lavoro del Loss Adjuster da prendere in cosiderazione. Ad esempio in Italia la trattativa è sempre mediata dall’avvocato del danneggiato mentre in Francia e in Spagna può capitare di avere a che fare direttamente con il danneggiato o i suoi familiari.  D’altra parte anche le differenze di modello sanitario hanno la loro influenza e in Italia questo è vero addirittura tra regioni diverse. Tutte queste però sono differenze operative che rispondono alla domanda sul come.

Questo progetto intrapreso da Sham vuole invece rispondere più al “Cosa”. Per noi il Loss Adjuster Sham del futuro dovrà essere un professionista capace di integrare competenze hard e soft in modo da poter guidare una negoziazione delicata e complessa. Un professionista capace di farsi carico tanto degli aspetti tecnici che di quelli umani del sinistro, garantendo la sostenibilità e l’equità del compenso.

 

 

BIG DATA E ANALYTICS TRASFORMERANNO LA SANITÀ

La riflessione di Luca Achilli, Direttore Sviluppo Healthcare di Sham in Italia, sulla vulnerabilità dei dati sanitari e del sistema connesso.

 

Oggi giorno spendiamo 11 ore di media nel quotidiano per processare dati e ogni giorno produciamo milioni, trilioni di byte: l’ammontare di informazioni cresce esponenzialmente a una velocità tale che è stato stimato che le informazioni sviluppate negli ultimi 2-3 anni siano più di quelle sviluppate in tutta la storia dell’uomo.

Il settore sanitario non ne è esente, né ora né in futuro. Ai numerosi flussi di dati attualmente gestiti dal Ministero della Salute attraverso l’NSIS (es. flusso dispositivi medici, prestazioni sanitarie, emergenza urgenza, schede di dimissione ospedaliera) e dal Ministero dell’Economia (es. tessera sanitaria) si aggiungeranno ulteriori informazioni generate dall’utilizzo delle nuove tecnologie, adoperate sia all’interno delle strutture ospedaliere per l’utilizzo di nuove tecnologie (ad esempio la gestione delle immagini all’interno della sala operatoria) sia all’esterno, attraverso un sempre più ampio ricorso alla telemedicina e a dispositivi wearable che raccolgono informazioni in tempo reale sullo stato di salute dei pazienti,  monitorandone alcuni dei principali parametri vitali.

Ciò che manca sono i dati sugli outcome: in questo senso è estremamente utile, l’analisi dei dati relativi ai reclami (claims/sinistri) che noi assicuratori abbiamo modo di raccogliere, analizzare, verificare.

Questa mole di dati può essere infatti molto utile per diverse finalità, quali ad esempio:

  • Programmazione sanitaria

L’utilizzo dei dati e l’uso delle nuove tecnologie permette di sviluppare un modello predittivo del fabbisogno di salute della popolazione italiana che sia in grado di simulare diversi scenari, per supportare le scelte di programmazione sanitaria e la corretta distribuzione delle risorse, rendendole quindi maggiormente coerenti con gli scenari evolutivi di medio-lungo periodo e tutelando la sostenibilità del sistema.

Consentirebbe inoltre di modificare la tradizionale lettura verticale per “silos” della spesa sanitaria, basata sul monitoraggio dei fattori produttivi per aree di assistenza (farmaceutica, ambulatoriale, ospedaliera), affiancandola anche con una logica di valutazione orizzontale per “patologia”. Questa infatti permette una visione complessiva del costo delle malattie e quindi lo svolgimento di una programmazione più efficiente e di una valutazione predittiva di cambiamenti e innovazioni tecnologiche introdotte nel sistema.

Occorre a riguardo considerare che alcune ricerche compiute negli Stati Uniti dimostrano come mediamente il 34% della spesa in healthcare non consista in una spesa di valore (es. fallimento nei trattamenti, over trattamenti).

  • Perfezionamento delle cure

Inutile sottolineare come le nuove tecnologie, insieme alla disponibilità di un sempre più ampio set informativo sul paziente e sulle specifiche patologie, porti inevitabilmente a diagnosi più accurate, alla possibilità di intervenire sul paziente a distanza a cure più mirate, precise e personalizzate  e ad interventi dove alla componente umana si associ quella tecnologica; basti pensare alla capacità di elaborazione di alcuni sistemi in grado di confrontare in pochi secondo migliaia di cartelle, operazione che la mente umana compirebbe in mesi, anni.

Relativamente a questa mole di dati in continuo aumento è opportuno fare due osservazioni.

In primo luogo, rischiamo di affogare nei dati, senza avere la capacità di processarli. Il possesso dei così detti “Big Data” non è da solo sinonimo di conoscenza, ma può esserlo l’analisi delle correlazioni. Sono quindi necessari sistemi e modelli predittivi, tecniche e sistemi per interpretare i dati, per validare e testare ipotesi e conseguentemente impostare valide strategie.

La sfida quindi è utilizzare i dati per prendere decisioni migliori. Migliorare gli outcomes, migliorare l’esperienza dei pazienti e controllare i costi.

La seconda osservazione invece sposta ulteriormente l’asse sul nostro ruolo di assicuratori e di risk manager in grado di portare innovazione di processo e tecnologia a presidio dei rischi.

I dati raccolti e adeguatamente trattati costituiscono un asset strategico fondamentale e in quanto tali devono essere protetti. In una struttura sanitaria il numero di dispositivi medici connessi, sistemi e applicazioni è molto alto: banalmente da computer, mobile device, server, terminali informatici ai letti, fino ai software di gestione, sistemi PACS (sistema di archiviazione e trasmissione di immagini), sistemi di fatturazione medica, portali per i pazienti e molti altri.

Le problematiche legate alla presenza di questi dispositivi sono caratterizzate da:

  • mancanza di visibilità e di inventario. In media, ci sono tra i 1.000 e i 10.000 dispositivi all’interno di un ospedale.
  • un’ampia varietà di protocolli e fornitori. Le aziende di tecnologia medica producono attualmente più di 500.000 diversi tipi di dispositivi medici e ci sono più di 32.000 aziende specializzate in Europa.

È da sottolineare che gli attaccanti non sono più “semplici hackers” (più o meno organizzati e pericolosi), ma si tratta spesso di gruppi criminali organizzati transnazionali che fatturano miliardi e che hanno come bersaglio le infrastrutture, le reti, i server, i client, i device mobili, le piattaforme social su scala globale.

Questi attacchi possono interrompere l’attività del pronto soccorso, mettere a rischio i dati sensibili dei pazienti e potenzialmente disattivare i dispositivi medici. Il settore Healthcare è tra quelli con il numero maggiore di attacchi gravi, con un aumento dell’incidenza degli stessi pari al +17%. Basti pensare all’avvertimento di innalzare i livelli di allerta – e quindi di sicurezza-  lanciato dal FBI nel 2020 rivolto a ospedali e fornitori di servizi sanitari statunitensi, o il fatto di cronaca accaduto a Dusseldorf.

La Sanità è quindi un settore già sotto assedio, ma è preparata per un nuovo assalto? La domanda attuale non è più “se” avverrà l’attacco, ma “quando”.

Nonostante esista consapevolezza del rischio di potenziali incidenti relativi alla sicurezza informatica, non ha preso pienamente piede una cultura della gestione del rischio in tutto il sistema sanitario, che conseguentemente non ha ancora implementato specifiche misure.

Ciò che sta accadendo è anche che gli operatori sanitari trascorrono anni di formazione medica focalizzata sulla minaccia fisica della malattia, ma non sono chiaramente istruiti sulle minacce virtuali e attrezzati nei loro ruoli di sicurezza dei dati.

Sono quindi necessari nuovi approcci al risk management, nuovi sistemi informativi per prevenire la violazione di informazioni sensibili e altri tipi di incidenti di sicurezza in modo da fare un uso efficace dei grandi dati medici e da proteggere il più importante asset del sistema sanitario.

 

TRE ORIZZONTI DI CAMBIAMENTO IN SANITÀ: RISK MANAGEMENT, CYBER RISK, RIFORMA RSA

Con l’auspicio che la breve pausa natalizia sia stata ristoratrice per molti di noi, inauguriamo il 2021 con i nostri consueti e interessanti approfondimenti: apriamo con la riforma delle RSA alla luce del COVID nell’intervista al Dottor Riccardo Tartaglia, professionista di riferimento del mondo della Sanità; proseguiamo poi con la panoramica sul dolore nel decennale della legge 38 e con un nuovo racconto degli infermieri in corsia.

Ma i contenuti in evidenza in questa nuova edizione di Sanità 360° non terminano qui: mentre si moltiplicano le evidenze della crescente minaccia cyber a livello mondiale, Sham ha concluso la prima ricerca in Italia – condotta assieme all’Università di Torino – sulla preparazione e consapevolezza della sicurezza informatica tra le strutture sanitarie. Uno studio basato su 68 questionari redatti in 14 regioni che vedrà la luce nel white paper “Capire il rischio Cyber: il nuovo orizzonte in sanità” di prossima pubblicazione.

Sempre in tema di cyber security in ambito ospedaliero, vi segnalo un importante momento di confronto il 26 gennaio 2021: Are your patients safe? Cyber Risk in the heathcare industry?” è il webinar dedicato agli enti ospedalieri privati organizzato da Sham in collaborazione con la European Union of Private Hospitals e con la partecipazione della European Union Agency for Cybersecurity. Un appuntamento di respiro europeo che vedrà il contributo di professionisti internazionali, per un tema che rappresenta uno dei principali driver dell’innovazione sanitaria. Ne parleremo più approfonditamente nei prossimi numeri. Per informazioni e iscrizioni scrivete a: informazioni@sham.com.

Concludiamo infine con un’interessante intervista targata Sham; tra tante declinazioni che la sicurezza sta assumendo e date le crescenti applicazioni del Risk Management, Sham offre al mondo sanitario un nuovo approccio alla prevenzione del rischio che trasforma l’assicuratore in reale partner e risk manager. Una rivoluzione quieta ma inarrestabile (LINK) raccontata dalla nostra Claims Manager Claudia Maiolo.

 

Buona lettura e buon inizio 2021 a tutti.

Roberto Ravinale

Direttore Esecutivo di Sham in Italia

GESTIONE SINISTRI: LA RIVOLUZIONE TRANQUILLA DELLA SANITÀ

Affrontare la richiesta di risarcimento in maniera condivisa tra assicurazione, ospedale e operatori sanitari riduce sia i costi per la sanità, sia il rischio clinico, liberando risorse per le cure. Un modello che crea cultura della prevenzione tra gli operatori.

 

Esistono sostanzialmente due modi di assicurare ospedali e strutture sanitarie dal rischio MedMal. Il primo si limita a proporre una polizza e a pagare i risarcimenti. Il secondo si impegna a ridurre il rischio e, con esso, il costo dei risarcimenti e della polizza stessa nel medio e lungo periodo.

Questo è il modello proposto da Sham, società di Relyens, gruppo mutualistico europeo di riferimento nelle assicurazioni e nella gestione dei rischi, al servizio delle aziende ospedaliere, delle strutture sanitarie e degli operatori che agiscono nell’ambito della sanità, dei servizi sociali e degli enti locali. La strategia di Sham affonda quindi le sue radici nel proprio modello mutualistico: una mutua assicuratrice è una società di persone, composta da persone o enti, che si fidano l’uno dell’altro. Questo modello di business è radicalmente differente da quelli ai quali siamo abituati: una mutua non ha capitale sociale e non è destinata a distribuire i risultati agli azionisti. Il suo scopo è innanzitutto quello di sviluppare un rapporto di fiducia duraturo con i suoi membri-soci e, più in generale, con i suoi stakeholder. Inoltre una mutua compone la propria governance grazie alla scelta operata dai propri membri-soci. In sostanza, attraverso la governance, Sham coinvolge i propri clienti e gli assicurati nella vita del Gruppo. L’obiettivo finale, nel mondo della sanità, è una gestione del rischio integrata assieme ai nostri assicurati, che rimangono i primi decision maker.

Il modello è arrivato in Italia nel 2015 – spiega Claudia Maiolo, Claims Manager di Sham in Italia – e si sta dimostrando un’alternativa più performante rispetto all’auto ritenzione del rischio, modello al quale ricorre ancora una parte importante della sanità italiana. Siamo convinti che il nostro modello di risk management, che copre l’intera filiera del rischio sanitario, possa sensibilmente ridurre i costi dei risarcimenti e aumentare la cultura della prevenzione. È una dinamica di lungo corso e confidiamo che tra qualche tempo sarà possibile dimostrarlo in maniera incontrovertibile –dati alla mano-  poiché le evidenze finora raccolte vanno in questa direzione”.

 

Quale è il meccanismo alla base del miglioramento? 

La gestione dei sinistri è e deve essere sempre tempestiva: per Sham è un processo condiviso, che prevede diversi punti di contatto e confronto tra azienda, assicuratore e operatori sanitari. Il percorso parte dal confronto non solo con il medico legale ma anche con un medico specialista. Il coordinamento tra due figure professionali così diverse, ma necessariamente complementari, permette di offrire un’analisi completa, fondata non solo sulle evidenze normative e sul confronto con le linee guida, ma anche sulla comprensione delle reali condizioni cliniche dalle quali nasce la richiesta di risarcimento.

 

Cosa offre in più alla struttura sanitaria?

Un’analisi super partes, una riduzione dei costi, un aumento nella sicurezza. Tre traguardi che si situano in passaggi diversi del processo. L’analisi a opera di un occhio esterno è determinante perché tende ad escludere alcuni bias, offrendo perciò una ricostruzione obiettiva degli eventi.

 

Come si traduce in un vantaggio per l’azienda?

Quando, a seguito dell’istruttoria, la responsabilità della struttura risulta acclarata, la nostra visione è che sia più efficiente per tutte le parti raggiungere in tempi rapidi un accordo. In questo modo si persegue un duplice obiettivo: in primo luogo si attenuano le frizioni con le controparti; in secondo luogo si riducono i costi. Una transazione rapida favorisce una maggior propensione al dialogo e previene l’alea del contenzioso: il margine di trattativa, infatti, si riduce esponenzialmente in presenza di una Consulenza tecnica di ufficio  mentre i costi di gestione del contezioso crescono. Vogliamo porci nelle condizioni di avere tutti gli elementi necessari, per procedere nel modo più corretto possibile. Per questa ragione il primo passo, una volta esaminata l’istruttoria, è quello di analizzare il caso prospettando all’azienda sanitaria gli scenari più probabili e il loro costo eventuale. La nostra ambizione è quella di avviare una dinamica collaborativa e di prossimità, in un mercato, quello della medical malpractice, che storicamente viene considerato molto conflittuale.

 

In che modo il processo influisce sulla prevenzione?

Ciò avviene nel momento in cui la reazione al sinistro diventa proattiva. In Sham chi gestisce i claim si confronta in modo sistematico con i risk manager, individuando le eventuali criticità e i pattern che si ripetono nelle diverse richieste di risarcimento. Ad esempio, spesso le strutture sanitarie risultano carenti nella documentazione. È infatti in capo alla struttura e al sanitario, durante il processo, dimostrare di aver agito seguendo le linee guida. Se la cartella clinica è compilata in maniera approssimativa, a prescindere dalla correttezza dell’intervento, la struttura purtroppo non potrà difendersi. Se invece l’assicuratore agisce anche come Risk Manager della struttura sanitaria – ed è il caso di Sham – allora questa consapevolezza si trasforma in formazione, in perfezionamento continuo dell’operatività.

 

Qual è l’esito che avete riscontrato?

 La cultura cambia, gli operatori sono molto recettivi nei confronti di questa nuova logica di prevenzione del rischio condivisa con l’assicuratore. Lo stiamo osservando in diversi ambiti: dalla già nominata cartella clinica al contrasto resistenze antibiotiche. È il risultato di un processo collaborativo che parte dalla gestione sinistro e si dipana attraverso numerosi momenti di confronto e analisi multidisciplinare. Il risultato finale è composito: parliamo di prevenzione, tutela dei professionisti e risparmio economico.

 

Come si concretizza il risparmio per le strutture sanitarie?

Inizialmente nella riduzione dei claim e successivamente – si auspica – nella riduzione di costi di polizza, motivata dallo storico dei sinistri in decrescita. È uno scenario molto interessante, che su scala nazionale comporterebbe importanti benefici: ciò che viene risparmiato sui risarcimenti  infatti  può essere investito nel miglioramento delle cure, nella ricerca e nell’innovazione tecnologica, nella formazione e molto altro, contribuendo così alla creazione di un circolo virtuoso del sistema Salute.

 

 

GIUSEPPE SALVATO DALLA RETE: QUANDO LA COMUNITÀ COMPLETA IL LAVORO DELL’OSPEDALE

Il racconto tratto da “Storie di persone, voci di infermieri” spinge alla riflessione sul lavoro coordinato delle equipe mediche multiprofessionali.

  

Con la storia “Giuseppe salvato dalla rete” si chiude la collaborazione di Sanità 360 con il Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano. Questo nuovo racconto, come i precedenti “Inshallah e Il peso della farfalla” già pubblicati, è anch’esso incluso nel libro “Storie di persone, voci di infermieri” (McGraw Hill, 2020). 

Giuseppe, sottoposto a un delicato intervento neurochirurgico in seguito ad una caduta accidentale, è un paziente in stato vegetativo che viene trasferito in un centro riabilitativo e preso in carico da un’equipe multiprofessionale. Ed è lì che il “lavoro della rete” va ad integrare quello di cura dello staff ospedaliero, cambiando la vita di Giuseppe: è proprio grazie all’attivazione di un sistema di relazioni che si riesce a trovare il contesto di cura più adeguato a Giuseppe. Una storia che evidenzia come sia fondamentale mantenere un contatto con il mondo esterno, con il territorio e con la comunità che può essere d’aiuto a medici e infermieri nel trovare le soluzioni più idonee da un punto di vista medico e soprattutto umano per il paziente e i suoi familiari.  

 

Giuseppe salvato dalla rete 

Giuseppe ha 48 anni, vive in una città di medie dimensioni della Lombardia ed è fidanzato da diverso tempo con Carlotta. É in carico ai servizi sociali territoriali, inserito in “housing sociale” dopo diversi anni trascorsi senza fissa dimora a causa di gravi problemi economici. Prima dell’evento acuto lavorava per alcune ore alla settimana tramite un progetto realizzato da un ente del terzo settore. 

Un giorno ha una caduta accidentale che gli provoca un grave trauma cranico encefalico con fratture multiple. Viene ricoverato in ospedale e operato per ematoma cerebrale. Dopo l’intervento il quadro neurologico è di stato vegetativo. Viene quindi trasferito presso un centro riabilitativo come da normativa. 

All’arrivo Giuseppe è portatore di cannula tracheostomica e di sonda enterale per la nutrizione artificiale (PEG) e privo di rete famigliare. 

Qualche ora dopo il ricovero arriva Carlotta. Carlotta riferisce all’equipe della struttura di aver avuto nell’ultimo periodo una relazione instabile con Giuseppe e di essere lei stessa seguita da alcune realtà di volontariato. Carlotta racconta anche il suo senso di smarrimento e chiede di essere aiutata a vivere questa nuova sfida che il destino le ha riservato. Nei giorni successivi l’educatore di Giuseppe illustra il contesto in cui vive il paziente e la mancanza di risorse economiche e familiari che possano sostenerlo in questo percorso di cura. Spiega, inoltre, che Carlotta è affetta da neoplasia mammaria e che la sua situazione clinica è instabile.  Si viene a conoscenza da Carlotta dell’esistenza di una sorella di Giuseppe, Agata, residente in una grande città del Nord Italia, che non ha contatti con il fratello da almeno dieci anni. Si decide di contattarla e di programmare un incontro con le reti familiare e dei servizi al fine di illustrare la situazione clinica, la necessità di inoltrare le relative pratiche burocratiche (invalidità civile e istanza nomina dell’amministratore di sostegno [ADS]) e iniziare a ipotizzare le possibili realtà di dimissione. All’incontro sono presenti Agata, Carlotta, l’equipe sanitaria (medico referente e coordinatrice infermieristica), l’assistente sociale ospedaliera, Mario (educatore del progetto housing sociale). Assente a tale incontro è il servizio sociale comunale: l’assistente sociale di Giuseppe è al momento in maternità e non è ancora stato individuato un nuovo referente. 

Vengono illustrati il percorso clinico e gli obiettivi riabilitativi in programma. Si affronta anche il tema del “dopo riabilitazione” illustrando la normativa di riferimento per le persone con diagnosi di stato vegetativo (ricovero in strutture dedicate completamente a carico del servizio sanitario). 

Durante la degenza ospedaliera, protrattasi per circa sei mesi, le condizioni di Giuseppe non migliorano significativamente. Cambia però lo stato neurologico. Giuseppe è ora in condizione di minima coscienza con necessità di assistenza continua e monitoraggio nelle 24 ore, 7 giorni su 7. Il miglioramento clinico modifica la riorganizzazione progettuale della dimissione: in base alla normativa non è più possibile un ricovero in struttura con nucleo dedicato ai pazienti in stato vegetativo con costi a carico del servizio sanitario regionale. Si convoca nuovamente un incontro di rete. Sono presenti tutti gli attori del precedente incontro (assente nuovamente il servizio sociale). 

Carlotta e Agata sono naturalmente più sollevate dal miglioramento clinico, ma esprimono la loro impossibilità a sostenere economicamente il proprio caro in vista della dimissione. Mario informa che non è più possibile accogliere Giuseppe nell’abitazione di housing sociale, sia per le finalità del progetto non compatibili con le condizioni cliniche di Giuseppe, sia per la presenza di barriere architettoniche. 

Giuseppe, per poter rientrare al domicilio, ha infatti bisogno: di un letto ortopedico con materasso antidecubito, di un sollevatore con bascula, di presidi per la gestione della nutrizione enterale e l’incontinenza, di un assistente familiare a tempo pieno e alcuni accessi infermieristici settimanali tramite l’attivazione dell’assistenza domiciliare integrata (ADI). 

Agata, che nel primo incontro era apparsa disponibile a sostenere il proprio caro, si irrigidisce affermando la sua impossibilità ad accogliere Giuseppe presso la propria abitazione (abitazione che veniamo a conoscenza essere per una piccola parte anche di Giuseppe) e di non avere nessuna possibilità economica per pagare una quota della struttura. Veniamo inoltre a conoscenza che Agata nei mesi successivi al primo incontro non ha collaborato con Carlotta per l’istanza da presentare al Giudice Tutelare per la nomina di un ADS poiché, a suo dire, impegnata sul lavoro. Vuole essere informata in merito al percorso che intraprenderà Giuseppe, ma afferma di non poter garantire la sua presenza e collaborazione effettiva. 

Vengono a questo punto dati ulteriori “compiti” ai membri della rete al fine di assicurare al meglio una dimissione tutelante per Giuseppe: l’ospedale dovrà redigere la documentazione clinica e sociale da presentare alle residenze sanitarie per disabili (RSD) e prendere contatti con i servizi sociali per la richiesta di integrazione economica; Carlotta, in accordo con Agata e aiutata dall’educatore e dall’assistente sociale ospedaliera, presenterà la documentazione presso il Tribunale del territorio per l’istanza di nomina di ADS, che avrà il ruolo di referente esterno a tutta la rete, e permetterà di poter compilare e ottenere la documentazione burocratica necessaria. Viene quindi nominato un avvocato esterno come ADS che prende contatti con la struttura, con Carlotta e il comune di residenza per l’avvio della pratica di integrazione della retta in RSD, successivamente approvata.  

Attraverso le buone prassi, dopo circa sei mesi di ricovero: 

– la struttura riabilitativa dimette Giuseppe in una RSD del territorio, ubicata vicino a Carlotta; 

– Giuseppe viene “affidato” a un amministratore di sostegno; 

– il comune di residenza contribuisce al pagamento della retta e coadiuva l’ADS nella presa in carico sociale di Giuseppe. 

 

Questo racconto, scritto da Sara Figliuolo, è parte de “Storie di persone, voci di infermieri. Un approccio innovativo allo studio della bioetica e della deontologia”, libro del Laboratorio di Nursing Narrativo di Milano ed edito da McGraw-Hill Education 2020.