FEDERSANITÀ: RIDEFINIRE LA COLPA GRAVE PER SALVARE IL SSN

Sanità pubblica e privata a rischio fallimento. “Rivedere la responsabilità alla luce della pandemia e prevedere un fondo di indennizzo per le vittime del COVID.  Aziende e operatori sanitari devono essere protetti assieme – dice la Presidente Tiziana Frittelli – altrimenti l’intero sistema rischia il collasso”.

 

Nessuno deve essere considerato responsabile per non aver portato a termine un compito impossibile. 

Così si potrebbe sintetizzare la posizione di Tiziana Frittelli, Presidente di Federsanità ANCI e DG del Policlinico Tor Vergata, sulla revisione della responsabilità sanitaria dopo il COVID.

Federsanità ha chiesto e ottenuto un tavolo di lavoro con il Ministero della Salute e le parti sociali per affrontare la seconda grande crisi che la pandemia scatenerà sulla sanità italiana man mano che i casi di ammalati diminuiranno.

Spiega Frittelli: “L’intero mondo della sanità in Italia – dai funzionari regionali ai medici; dai dirigenti agli amministratori responsabili degli acquisti – sarà chiamato a rispondere delle azioni in tempo di emergenza sulla base di linee guida e norme concepite prima dell’epidemia”.  

Questo non è giusto e non è, neppure, sostenibile. Non è giusto perché la responsabilità professionale e datoriale deve essere valutata sulla base delle informazioni e delle indicazioni in vigore al momento dell’azione. La risposta all’epidemia si è evoluta nel corso del tempo perché sono cambiate le istruzioni nazionali man mano che si accumulava evidenza scientifica sul comportamento del virus. A loro volta, queste istruzioni modificavano la – spesso stringente – procedura di accoglienza e diagnosi, stabilendo chi e come dovesse sottoporsi a specifici esami e trattamenti. Il rischio, al momento, è che gli operatori sanitari nonché il personale amministrativo e dirigenziale della sanità – ognuno per le sue funzioni – verranno chiamati a rispondere del loro operato sulla base di informazioni che non erano disponibili nel momento in cui l’azione avveniva. E questo si sommerà al rischio di venir giudicati secondo gli standard altissimi di sicurezza che il nostro Paese esige, ma che non potevano essere soddisfatti interamente nella situazione stravolta dall’epidemia”.

Come si fa – è il ragionamento sottostante – ad indire un bando per le maschere protettive quando, per il nuovo turno in Terapia intensiva, se ne avrà bisogno in poche ore? Come è possibile pretendere di rispettare scadenze – quali l’aggiornamento mensile del Documento valutazione rischi – quando un intero ospedale viene rivoltato come calzino per trasformarsi in una struttura per malati COVID? Come è possibile fare riferimento ai protocolli per il contenimento delle infezioni ospedaliere quando questi stessi sono stati tarati su patogeni infinitamente meno contagiosi dell’ancora non perfettamente compreso Sars-Cov-2?

“Per tutte queste ragioni – riprende Frittelli – abbiamo bisogno di una definizione di colpa grave aggiornata alla pandemia. Non è un colpo di spugna e non si tratta di un’amnistia preventiva: non cerchiamo alcuna impunità riferita genericamente al periodo dell’emergenza. Al contrario, chiediamo dei criteri precisi che stabiliscano i confini della responsabilità. Ma questi confini devono essere realistici:  ancorati strettamente alle circostanze correlate alla pandemia e alle disposizioni e linee guida specifiche in vigore al momento dell’azione. È un atto di giustizia”. 

“Ciò che deve essere altrettanto chiaro – prosegue il Presidente di Federsanità ANCI – è che la ridefinizione della colpa grave non può essere selettiva: deve essere estesa anche alle strutture sanitarie, agli amministrativi e ai dirigenti oltre che al personale negli ospedali. Altrimenti, oltre al dubbio sulla costituzionalità di un provvedimento che discrimini tra le categorie, si rischierebbe il totale fallimento della Sanità pubblica e privata in Italia. Stanti, infatti, le disposizioni della Legge Gelli – che pone in capo alle strutture la responsabilità contrattuale per la sicurezza delle cure – il rischio è che le richieste di risarcimento prosciughino in maniera insostenibile il Fondo Sanitario Nazionale facendo fallire, per le stesse ragioni, le strutture sanitarie private”. 

La proposta di estendere la revisione della colpa grave anche alle strutture e Aziende sanitarie ha, però, sollevato forti dubbi da parte dei sindacati – precludendo, finora, passi normativi in tal senso – per il timore che questa estensione possa eventualmente limitare la possibilità di risarcimenti verso i dipendenti.

“Su questo punto è indubbio che dobbiamo confrontarci – premette Frittelli – ma esistono comunque argomenti che dovrebbero temperare questa opposizione. Il primo è racchiuso nella Legge Gelli stessa che disciplina esclusivamente i limiti, la misura e le condizioni della responsabilità (risarcitoria e penale) degli operatori e della struttura verso i terzi assistiti e non direttamente verso gli stessi operatori. Il secondo è la considerazione che senza medici, infermieri, tecnici e tutte le altre figure professionali, la Sanità non esiste. Ma non esiste nemmeno senza direzioni generali, sanitarie, amministrative, uffici del personale, uffici acquisti, uffici tecnici, servizi di prevenzione e protezione”. 

“Tutti si sono impegnati in un’emergenza senza fine, con un denominatore comune: l’aver dovuto agire in fretta, senza alcun preavviso e possibilità di prepararsi al meglio. Dobbiamo trovare una pace sociale tra operatori e direzioni strategiche, altrimenti ci trascineremo un gorgo di vertenze e strascichi giudiziari che durerà anni, se non decenni, distruggendo completamente fiducia e missione del Sistema sanitario nazionale. Allo stesso tempo per tutelare i terzi vittime della pandemia, l’unica strada appare un fondo di solidarietà, distinto e separato rispetto all’ordinario Fondo sanitario, con l’individuazione di cluster specifici e l’adozione di una logica indennitaria e non risarcitoria, come avviene a seguito di eventi catastrofali”. 

“Venendo meno una e l’altra di queste condizioni, la crisi della Sanità in Italia rischia di essere inevitabile e senza uscita”.