ICA: PER L’ITALIA È UN LUNGO ANNO ZERO

Al congresso ANIPIO il quadro sulle infezioni correlate all’assistenza. “Siamo il Paese più a rischio in Europa in numeri assoluti”, dice il presidente Maria Mongardi “e i recenti studi ECDC dimostrano che non c’è ancora abbastanza consapevolezza”. Ma il quadro non è del tutto negativo: ecco i 5 passi per mettersi alla pari

 

Le infezioni correlate all’assistenza e la contemporanea espansione dell’antibiotico resistenza attribuiscono all’Italia la maglia nera tra i Paesi industrializzati. Secondo i dati OECD[1] delle 33mila morti in Europa ascrivibili alla Resistenza Antimicrobica (Antimicrobial resistance – AMR) oltre 10mila accadono in Italia con una perdita di anni vita che è la più alta d’Europa.

“L’Italia ha un problema con le infezioni correlate all’assistenza ed il controllo della resistenza antimicrobica– spiega Maria Mongardi, presidente della Società Scientifica degli Infermieri Specialisti del Rischio Infettivo.  Come emerso anche nel recente congresso nazionale della Società Scientifica , “il quadro epidemiologico italiano dimostra che ancora non si è presa sufficiente consapevolezza di quanto grave il problema sia”.

 

Maria Mongardi, presidente della Società Scientifica degli Infermieri Specialisti del Rischio Infettivo

 

Già gli studi di prevalenza elaborati dall’Università di Torino sul biennio 2016/2017 con protocollo ECDC[2] in 135 ospedali per acuti e oltre 418  RSA[3] hanno dimostrato la prevalenza di infezioni nel 23 per cento delle Terapie intensive e del 6,23%, 5,97% e 9,32% negli ospedali per acuti con, rispettivamente, meno di 200 posti letto, con tra i 201 e 500 posti letto e con più di 500 posti letto. Sul campione di 14mila pazienti ospedalieri la presenza di Infezioni correlabili all’assistenza in corso è del 5 per cento in media, ma sale a più del 9 per le persone assistite con più di 65 anni, età oltre la quale i microrganismi resistenti, per diverse ragioni, sono più pericolosi. Per quanto riguarda le RSA, si ritiene che la presenza di batteri resistenti sia, ormai, pressoché endemica.

“Sono dati da Anno Zero dice Mongardi – ma è, comunque, a partire dai numeri che si comincia a costruire una risposta basata sulla realtà italiana. Troppo spesso, infatti, i dati stessi sono lacunosi in quest’ambito. Al momento tutti gli ambiti dell’Infection Control – ovvero prevenzione, la sorveglianza  e il contenimento delle infezioni – necessitano di essere rafforzati perché lasciare che un’infezione in ospedale si sviluppi significa aggiungere malattia alla malattia per la quale la persona è ricoverata”.

In questo scenario c’è però, qualche elemento positivo. “Il Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico Resistenza è arrivato nel novembre 2017[4] e ha generato un bel fermento spingendo ogni Regione, sebbene con tempi diversi, ad attivarsi”.

“Abbiamo bisogno di 5 elementi che ci permetteranno di recuperare il tempo perduto e raggiungere il livello dei nostri partner europei. Il primo sono le risorse da destinare specificatamente alla Infection Control, perché non è possibile immaginare che un fronte così importante non abbia fondi adeguati. Ricordo, come metro di paragone, che l’investimento nella prevenzione delle infezioni ospedaliere è, in sanità, uno di quelli con maggior margine di ritorno[5][6][7][8], sia in sicurezza per il paziente che in risparmi sul lungo periodo venendo meno, tra gli altri fattori, i costi correlati a ricoveri più lunghi  e cure aggiuntive che caratterizzano tutte le infezioni ospedaliere. Il secondo passo riguarda un coordinamento nazionale per una strategia da applicare in tutto il SSN. Il terzo passo lo sviluppo di una formazione di alto livello ed omogenea su tutto il territorio nazionale per i diversi livelli professionali coinvolti; tutti devono aver chiara l’importanza del loro ruolo, il rischio che possono contribuire  ad abbattere e le azioni da compiere per riuscirci. Il quarto passo è rafforzare la tracciabilità delle azioni, una forma di trasparenza che va a vantaggio sia del personale che dei pazienti. Il quinto e ultimo passo è sviluppare una cultura e una prassi di auditing continuo, ovvero l’abitudine a misurare il livello della qualità nel tempo e far nascere le proposte di miglioramento dagli operatori che lavorano sul campo”.

COS’È ANIPIO

L’Associazione Nazionale Infermieri Prevenzione Infezioni Ospedaliere, nasce il 27 settembre 1991 a Bologna, dalla volontà di un gruppo di infermieri addetti al controllo delle infezioni (ICI) di mettere in rete energie, conoscenze ed esperienze per la lotta alle infezioni ospedaliere.

ANIPIO nel tempo si evolve, aumenta il numero degli iscritti e, a livello nazionale, diventa un’organizzazione di riferimento sul tema delle infezioni ospedaliere. Nel tempo si rinnova a partire dagli organi elettivi e attiva collaborazioni con nuovi professionisti che svolgono o sono interessati alle attività di prevenzione, controllo e sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza.

Codice Etico & Missione su (LINK)

 

[1] OECD_ Antimicrobial Resistance: Tackling the Burden in the European Union , pp. 10-11 “Each year, in the EU/EEA, more than 670 000 infections occur due to bacteria with AMR. 33 000 people die as a direct consequence of these infections. […]”. 10.762 di questi decessi avvengono in Italia.

[2] European Centre for disease Control

[3] Rispettivamente 1) Studio di prevalenza italiano sulle infezioni correlate all’assistenza e sull’uso di antibiotici negli ospedali per acuti – Protocollo ECDC 2) Studio di prevalenza europeo sulle infezioni correlate all’assistenza e sull’utilizzo di antibiotici nelle strutture di assistenza socio-sanitaria extraospedaliera – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO.

[4] Anche noto come PNCAR: http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=2660

[5] OECD_Documento citato. Delle oltre 10mila morti per AMR, quasi 9mila secondo il report possono essere evitate mentre l’investimento di circa 4 euro per capita può ridurre i costi sanitari sul lungo periodo di 10 euro.

[6] The return on investment for successful hand hygiene promotion has been shown to up to 23 times the initial amount invested– Pittet D, Sax H, Hugonnet S, Harbarth S., Cost implications of successful hand hygiene promotion, Infect Control Hosp Epidemiol. 2004;25:264–6.  //// Graves N., The economic impact of improved hand hygiene. In: Hand Hygiene: Wiley-Blackwell; 2017. p. 285–93. https://doi.org/10.1002/9781118846810.ch39

[7] For example, one relatively small outbreak with approximately 40 cases cost a hospital over €1 million- Otter JA, et al. Counting the cost of an outbreak of carbapenemaseproducing Enterobacteriaceae: an economic evaluation from a hospital perspective. Clin Microbiol Infect. 2017;23:188–96.

[8] Le frasi in grassetto nelle Note 6 e 7 e ,e relative fonti sono citate in Keeping hospitals clean and safe without breaking the bank; summary of the Healthcare Cleaning Forum 2018.

Alexandra Peters, Jon Otter, Andreea Moldovan, Pierre Parneix, Andreas Voss and Didier Pittet

 

 

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