INFEZIONI RESISTENTI: IL 30 PER CENTO DI QUELLE EUROPEE È IN ITALIA

I microrganismi resistenti sono praticamente endemici nel nostro Paese ma, lamenta un recente rapporto UE, manca il senso di urgenza che questa situazione dovrebbe generare. “Serve coordinazione ed omogeneità delle misure di prevenzione dal livello nazionale a quello locale – dice Annalisa Pantosti dell’Istituto Superiore di Sanità – e serve farlo in fretta perché la situazione sta peggiorando”

 

“Esistono due problemi nella sanità italiana che sono distinti ma fortemente interconnessi – spiega Annalisa Pantosti, Dirigente di Ricerca del Dipartimento Malattie Infettive Istituto Superiore di Sanità: il primo è quello dei microrganismi resistenti agli antibiotici; il secondo è quello delle Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA)”.

“La situazione dei microrganismi resistenti in Italia è molto grave: sono più numerosi e sempre più diffusi sia negli ospedali che nella rete delle strutture assistenziali sul territorio. Il 30 per cento delle infezioni resistenti in Europa è registrata in Italia, il che vuol dire che l’incidenza è drammaticamente maggiore nel nostro rispetto ad altri Paesi europei”.

Il secondo problema, quello delle ICA, sembra, a prima vista, meno grave: le infezioni negli ospedali, RSA e luoghi di cura sono, all’incirca, a livello della media europea e rimangono stazionarie. Questo, però, non è un risultato particolarmente incoraggiante per due motivi: il primo è il fatto che, nonostante gli sforzi, le infezioni contratte nei luoghi di cura non stiano diminuendo; il secondo è che, data la peculiare situazione italiana, una quota molto alta – circa un terzo – delle 530mila nuove ICA all’anno, è data da un microrganismo resistente”.

“Va da sé che ogni infezione resistente, ICA o meno, è più difficile da curare, più lunga e più costosa, ha maggiori probabilità di uccidere i malati e, anche in caso di guarigione, di aumentare il bacino e l’estensione delle resistenze, perché i pazienti anziani e fragili, che sono i più colpiti dalle infezioni resistenti, continuano a spostarsi da un setting assistenziale all’altro aumentando la diffusione delle resistenze”.

Perché la situazione italiana è tanto più grave di quella europea?

“In un recente rapporto [1] del Centro Europeo per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (ECDC) sono stati indicati due fattori di particolare rilievo. Il primo è quella che potremmo chiamare una sorta di ‘rassegnazione’: le resistenze sono così diffuse in Italia che non vengono più percepite come un’eccezione dai medici e dirigenti sanitari, ma un fatto quasi endemico. Non è così in altri Paesi europei. Ho parlato con medici che hanno ricevuto telefonate da ospedali francesi o belgi nelle quali venivano allertati sul fatto che un loro paziente era stato trovato positivo ad un batterio resistente. Questo significa che in Europa l’identificazione di una resistenza genera allarme. In Italia non è percepita come una priorità a qualsiasi livello politico o sanitario. Il secondo fattore nel rapporto ECDC è la regionalizzazione, ovvero lo squilibrio tra Regioni che hanno politiche di prevenzione e monitoraggio avanzate e Regioni che non ne hanno. Questo squilibrio, in parte anche per lo spostamento dei pazienti, riduce o vanifica l’efficacia degli sforzi virtuosi”.

Quindi, quali sono le misure che potrebbero fare la differenza?

Il primo passo è riconoscere che c’è un’emergenza. Il rapporto ECDC parla esplicitamente di «grave minaccia per la salute del Paese», di «iper-endemia» per alcuni batteri resistenti e del rischio concreto che, se il trend attuale non viene invertito, nel prossimo futuro la fattibilità di diversi e importanti interventi medico-chirurgici verrà messa in pericolo [2]”.

“Il secondo passo è riconoscere che, a prescindere dai protocolli, esistono delle debolezze strutturali nella Sanità italiana: gli edifici sono spesso vecchie strutture e il personale sanitario – medici ed infermieri – è scarso, soprattutto quello dedicato al controllo delle infezioni. Questi elementi pesano nella diffusione delle resistenze, pesano nei Pronto Soccorso promiscui e affollati, pesano nel corretto – o meno – utilizzo di antibiotici nelle RSA con pochi infermieri e pochissimi medici”.

“Il terzo passo è l’implementazione del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza avviato nel 2018. Abbiamo bisogno di avere un approccio omogeneo tra Regioni e tra i diversi livelli di assistenza nelle singole Regioni. Abbiamo bisogno di coordinare gli interventi e di far sì che tutti gli attori sanitari, dai dipendenti ospedalieri ai Medici di Medicina Generale, conoscano la situazione delle resistenze nei rispettivi territori e agiscano di conseguenza e consapevolmente, a partire dalla prescrizione degli antibiotici che hanno più probabilità di rivelarsi efficaci in un particolare contesto senza sprecare antibiotici che dovrebbero essere tenuti ‘di riserva’”.

È importante ribadire che la situazione delle resistenze è seria e che bisogna intervenire in maniera decisa e sistematica. Altrimenti anche le conseguenze saranno altrettanto gravi: sia sui costi che sull’efficacia delle cure, andando ad incidere in maniera sempre più dannosa sulla salute e sulla vita dei pazienti più fragili”.

 

 

 

[1] ECDC Mission Report: Country visit to Italy to discuss antimicrobial resistance issues 9-13 January 2017

[2] Ibidem. ‘Conclusion’ pag. 6 “If the current trends of carbapenem resistance and colistin resistance in gram-negative bacteria such as Klebsiella pneumoniae and A. baumannii are not reversed, key medical interventions will be compromised in the near future.

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