SICUREZZA DELLE CURE: IL PROGETTO DELLA REGIONE LAZIO

Nella Regione Lazio il Centro Regionale Rischio Clinico affronta il difficile rapporto tra la necessità di linee guida e procedure e la complessità clinico-assistenziale attraverso un nuovo modello che ha l’obiettivo di garantire un minimo comune denominatore alla sicurezza delle cure su tutto il territorio regionale.

 

Giuseppe Sabatelli, Risk Manager della ASL Roma 5, è il coordinatore del Centro Regionale Rischio Clinico della Regione Lazio. Il Centro, istituito a seguito dell’approvazione della Legge 24/2017, ha sostituito il Comitato Tecnico di Coordinamento Rischio Clinico che, a partire dal 2014, si è occupato del tema a livello regionale. Il Centro è composto anche da: Anna Santa Guzzo, Risk Manager del Policlinico Umberto I; Maurizio Musolino, rappresentante delle professioni sanitarie e Antonio Silvestri, Risk Manager dell’Azienda Ospedaliera S. Camillo-Forlanini.

“Migliorare la qualità e la sicurezza delle cure è un problema estremamente complesso. Chi pensa che per farlo basti la produzione di linee guida e procedure applica a questa complessità principi riduzionistici che difficilmente ottengono buoni risultati nella realtà. Anche Paesi, come la Gran Bretagna, che hanno una tradizione scientifica di alto livello nella produzione di linee guida, si scontrano con il fatto che solo un terzo circa degli operatori sanitari le applica nella pratica clinica. Questo, ovviamente, non significa che le linee guida, purché elaborate in modo rigoroso da istituzioni di livello nazionale o internazionale, o la loro declinazione in procedure o istruzioni operative, non siano importanti nell’orientare le scelte di medici e infermieri. Significa però che linee-guida e procedure non possono sostituirsi alla competenza dei professionisti sanitari. Citando Atul Gawande “il problema reale non è quello di impedire ai medici incompetenti di danneggiare e talvolta uccidere i loro pazienti, ma di ridurre al minimo gli errori dei medici bravi”.

“È per questo che già da qualche anno, a livello regionale, ci siamo posti l’obiettivo di elaborare documenti di indirizzo che, nel rispetto delle autonomie aziendali e senza entrare nel merito delle competenze professionali, che diamo per scontate, individuassero un minimo comune denominatore per permettere alle strutture sanitarie di garantire degli standard minimi di sicurezza indipendentemente dalla loro complessità organizzativa: una sorta di LEA regionali nella sicurezza delle cure. Per far questo siamo partiti da un modello teorico di riferimento che, a nostro avviso, rappresenta una sintesi efficace tra le procedure e la complessità clinico assistenziale, una complessità al cui interno ne sono declinate molte altre, come quelle legate alla specificità dei singoli casi clinici, al rapporto che si instaura fra paziente e operatori o alla comunicazione fra operatori, per citarne solo alcune. Questo modello lo abbiamo associato a una immagine, quella dell’acquedotto romano che, secondo noi, rappresenta efficacemente questa sintesi. L’acquedotto romano ha un inizio e una fine fra le quali vi è una minima pendenza per garantire lo scorrimento dell’acqua, ed è formato da colonne che, contemporaneamente, sostengono e sono collegate da archi. Anche i processi clinico-assistenziali hanno un inizio e una fine e una direzione obbligata: in questo caso le colonne ne rappresentano le fasi principali, fasi di cui è mandatorio dare evidenza sempre e in qualsiasi tipo di organizzazione. Gli archi, invece, rappresentano quella complessità e specificità di cui si parlava prima. Pertanto, nei documenti già emanati e in quelli in lavorazione, il Centro si è concentrato sulle colonne dei singoli processi di volta in volta esaminati (ad esempio l’implementazione delle raccomandazioni ministeriali sulla morte materna legata al travaglio/parto e sulla morte del neonato di peso superiore a 2500 g non legata a malattie genetiche – documento attualmente in revisione, oppure la gestione delle lesioni da pressione) lasciando la definizione degli archi, cioè degli specifici aspetti clinico-assistenziali, alla competenza degli operatori sanitari. L’obiettivo dei documenti di indirizzo è quello di definire dei test point all’interno dei processi che consentano la rilevazione precoce di quei casi che deviano dalla normalità del percorso atteso e che richiedono l’attivazione di quelle competenze e di quegli strumenti che sono nell’arco. Un effetto non secondario di questo approccio sta nel fatto che gli indicatori di processo minimi che i documenti suggeriscono per ogni colonna, consentono a operatori e strutture di tracciare il proprio operato con risvolti positivi anche in termini medico-legali. L’esperienza di questo ultimo anno sembra dimostrarci che gli operatori apprezzano questo approccio “pragmatico” ai problemi.

 

 

Sempre con l’obiettivo di lavorare al servizio degli operatori e delle strutture, il Centro Regionale ha anche istituito un cloud regionale al cui interno tutti gli operatori registrati possono visionare e scaricare le procedure utilizzate dalle strutture del sistema sanitario regionale. In una prima fase è stata data particolare attenzione alle procedure relative alle raccomandazioni ministeriali, ma lo strumento è estremamente flessibile e consente il confronto in tempo reale fra le strutture anche relativamente ad altri temi, come quelli relativi ai comitati valutazione sinistri e alle infezioni correlate all’assistenza. Anche questo è uno strumento molto utilizzato e apprezzato dagli operatori che sono in grado, in tempo reale, di effettuare un benchmark con le altre realtà organizzative regionali. Un ulteriore vantaggio dal punto di vista regionale sta nel fatto che il cloud rappresenta uno strumento di monitoraggio sull’implementazione delle raccomandazioni ministeriali.

I progetti in cantiere sono tanti. Limitando l’orizzonte temporale al 2018, l’impegno è quello di licenziare un documento di indirizzo che integri le sette raccomandazioni ministeriali relative ai farmaci e un documento di approfondimento sul problema della violenza contro gli operatori sanitari. Cercheremo anche di definire un progetto per la sperimentazione di uno strumento per la misurazione della resilienza delle performance organizzative che sembra essere promettente in termini di monitoraggio dell’impatto delle politiche di gestione del rischio clinico. Ci sono molte altre idee su cui ci stiamo interrogando, ma è prematuro parlarne. Posso però dire che il Centro, con il supporto della Regione e di tutti gli operatori sanitari, continuerà ad elaborare strumenti che consentano di migliorare la qualità e la sicurezza delle cure, di superare la strumentale, e spesso infondata, criminalizzazione della sanità e, soprattutto, di fondare una nuova alleanza tra cittadini, istituzioni e professionisti della sanità”.

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