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Cardio50 getta una luce improvvisa sulla salute della popolazione: un progetto di screening nazionale dedicato al rischio cardiovascolare nei cinquantenni che scopre i fattori di rischio prima che diventino malattia. L’incidenza del rischio è più alta di quella attesa, ma i risultati della prevenzione sui pazienti fanno la differenza tra vita e morte prematura. L’ASUI di Udine si è distinta per il coinvolgimento attivo dei Medici di Medicina Generale (MMG) e per aver approfondito lo screening e il follow-up rispetto al protocollo nazionale.

 

Le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte in Italia. Una parte considerevole dei fattori di rischio, però, è modificabile e può essere ridotta a patto di conoscere il rischio per tempo. Questo è il senso di Cardio50, un grande progetto di screening nazionale partito nel 2015 e dedicato alla fascia dei cinquantenni per “scoprire non chi è già malato, ma chi lo diventerà tra vent’anni e salvargli la vita con largo anticipo”.

Il dottor Paolo Bordin ha seguito l’intero processo di screening e follow-up presso il Dipartimento di Prevenzione della ASUI Udine (Direttore Giorgio Brianti), ampliando il progetto nazionale fino ad includere il coinvolgimento attivo dei Medici di Medicina Generale e tradurre il risultato degli esami in dati e azioni terapeutiche.

“Il fulcro della nostra attività è trovare la malattia dove non si è ancora manifestata, dove i fattori di rischio rimangono nascosti. È un grandissimo impegno logistico e si è focalizzato a tal fine sulla fascia d’età dove lo screening può fare la differenza: i cinquantenni. Così facendo interveniamo dove c’è più bisogno e, anno dopo anno, estendiamo lo screening alle ‘nuove leve’ fino a che non avrà incluso la maggior parte della popolazione”.

Il primo passo sono le liste delle persone da invitare a colloquio, da cui sono esonerati i soggetti cui è stata già diagnosticata una malattia cardiovascolare. Ad Udine i medici di medicina generale partecipano direttamente, aggiungendo la loro conoscenza particolareggiata della popolazione per emendare l’elenco delle persone invitate.

“Il secondo passaggio è una lettera di invito, seguita da una telefonata. Abbiamo visto, infatti, che l’adesione ad un invito verbale è estremamente più alta rispetto a quella ottenuta con una semplice lettera: passa dal 55 per cento (media italiana) al nostro 75”.

“Il terzo passaggio è il colloquio con il personale sanitario che analizza le abitudini di vita e i parametri antropometrici, la pressione arteriosa, la glicemia e la colesterolemia”.

Qui lo screening entra nel vivo. “I principali fattori di rischio, infatti, sono l’ipertensione, le dislipidemie, il diabete, l’obesità, uno stile di vita sedentario e il fumo. Queste sono le principali cause di malattie cardiovascolari e noi possiamo individuarle in tempo, paziente per paziente”.

A questo punto il percorso dei pazienti si divide in 4 gruppi. Il Gruppo A è formato dalle persone con parametri e stili di vita salutari. Il Gruppo D è formato da persone che già seguono una terapia cardiovascolare e sono state convocate per errore (l’8 per cento del totale). Il Gruppo B racchiude persone con uno stile di vita non sano ma parametri ancora buoni. Il Gruppo C, presenta, invece, parametri alterati, indipendentemente dallo stile di vita.

Ad Udine viene data la possibilità di fare un esame del sangue gratuito e una visita cardiologica con elettrocardiogramma e vengono fornite indicazioni dettagliate sui rischi (alti) di un stile di vita sbagliato. Segue un follow-up dei pazienti a rischio, da rivedere dopo 6 mesi, esteso anche al Gruppo B e che, sempre a Udine, ha coinvolto sia personale infermieristico che medico.

L’esito combinato dello screening e della visita di controllo successiva è stato sorprendente. Delle 2.325 persone che hanno risposto alla chiamata, il 32% rientrava nel gruppo B, il 42% nel gruppo C. Il follow-up a 6 mesi del gruppo B mostra la riduzione del BMI e dei fumatori (più lieve), un incremento nel consumo di pesce e nell’attività fisica. Nella prevenzione riveste grande importanza la scoperta tempestiva delle dislipidemie che riguardano il 30% dei soggetti. Segue, per incidenza, il peso eccessivo o l’obesità (24%), l’ipertensione (13%) e i valori alterati della glicemia (5%). In particolare si è scoperto che l’incidenza delle ipercolesterolemie genetiche è dieci volte più alta di quanto la letteratura suggerisca: il 3 per cento contro lo 0,2.

“L’ipercolesterolemia genetica è un fattore di rischio gravissimo che può portare ad un infarto in giovane età; al tempo stesso può essere tenuta sotto controllo con una semplice terapia. Solo se rimane sconosciuta risulta letale. Ecco, in sintesi, l’impatto dello screening sulla salute delle persone”.

Paolo Bordin è cardiologo, medico internista e diabetologo; il suo campo d’azione ricopre l’intero spettro della malattia cardiovascolare. La sua esperienza diretta non lascia adito a dubbi: “La prevenzione può non essere attraente o ‘notiziabile’ come l’acquisto di una nuova apparecchiatura scientifica, ma il beneficio per la popolazione è enorme. Abbiamo scoperto decine di patologie, curato in anticipo decine di diabeti emergenti, fatto sì che le persone modificassero lo stile di vita una volta compreso quanto quello stile di vita fosse pericoloso a breve termine per la loro vita”.

“Il nostro obiettivo è rendere questo screening una prassi consolidata e lo strumento più efficace per farlo è la cultura della prevenzione: diffondere a tutti i livelli la consapevolezza di quanto gli interventi preventivi siano efficaci”.

“Per questo i dati del follow-up sono importanti: ci dicono come potremo cambiare il quadro sanitario da qui a vent’anni. Abbiamo bisogno di molti più dati, ma già ora possiamo dire che a Udine tra vent’anni saranno già centinaia le malattie che non si sono dovute curare; gli infarti che non si sono prodotti, le costose cure che non si sono dovute prescrivere. E possiamo dire che tutto questo sarà il prodotto di un intervento semplice, a bassa tecnologia, espletato da medici, assistenti sanitari e infermieri senza difficoltà. Lo screening, per via dei grandi numeri di persone coinvolte, costa risorse e richiede perseveranza. Ma il ritorno in termini di salute e di risparmi sul lungo periodo compensa qualsiasi investimento necessario per avviarlo. E abbiamo appena iniziato a calcolare quanto”.