INDAGINE SULLA MATERNITÀ: NON TUTTE LE MAMME PIANGONO DI GIOIA

Ansia, preoccupazioni economiche, senso di inadeguatezza, pressioni psicologiche: l’area maternità dell’Azienda Ospedaliera “Ordine Mauriziano di Torino ” diventa lo specchio di una società dove la madre fatica a far combaciare la nuova vita e la precedente. Gli operatori sanitari hanno 3 giorni per aiutarle, registrando qualsiasi segnale che possa indicare una fragilità  o il rischio di depressione.

 

Dopo due mesi dalle dimissioni la madre, già in terapia per depressione, chiamò in reparto: “Sono sola il bambino piange, non so cosa fare. Sento che sto per aprire la finestra e buttarmi con lui”.

Dall’Area Maternità del Mauriziano di Torino risposero con un’intuizione: “Signora ha fatto bene a chiamarci. Prenda un taxi. Gli dica se non ha soldi che lo paghiamo qui in ospedale. Al bambino ci pensiamo noi. L’aspettiamo”.

“L’attesa che seguì – racconta la Coordinatrice Anna Petteruti dal suo ufficio in Neonatologia e Terapia intensiva Neonatale – fu straziante. Alla fine la signora arrivò, ci prendemmo cura per il pomeriggio del neonato, affidammo la mamma a uno psichiatra che prescrisse una nuova terapia, sospendemmo l’allattamento al seno – anche a causa della nuova terapia -, arrivò il marito. L’emergenza era rientrata. E quello fu un caso fortunato. Perché non sempre le mamme in difficoltà chiamano”.

Dall’esperienza della dottoressa, circa un quinto delle donne che partoriscono affronta un periodo di difficoltà psicologica, reagisce alla maternità in maniera sofferta o trova nella sua condizione di mamma un senso, almeno parziale, di inadeguatezza. “È una stima, ma la sensazione è che la percentuale sia cresciuta con il tempo se prendiamo in esame nello specifico la popolazione italiana di nascita”.

La depressione post partum, un’affezione complessa che si sviluppa, usualmente, dopo le dimissioni, è una delle espressioni di questo fenomeno, ma non l’unica. “Più in generale, quella che si è rotta è la narrazione delle maternità. Diverse madri incontrano difficoltà a gestire il neonato, in parte perché non riescono a rimettere a posto tutti i pezzi della loro esistenza davanti alle richieste di una nuova vita che dipende interamente da loro. Carriera, apparenza, vita sociale, difficoltà economica, l’innalzamento dell’età, la fatica dell’allattamento al seno o il senso di fallimento sperimentato se il latte materno tarda o è poco: sono tutte correnti di un gorgo che può diventare molto pericoloso e al quale bisogna prestare estrema cura e attenzione”.

A un vertice dello spettro ci sono i casi di donne che hanno una storia pregressa, sono in cura per depressione o manifestano i primi campanelli di allarme. L’intero reparto è sintonizzato per coglierli.

 

 

“Le infermiere ostetriche ascoltano le madri partorire. Frasi come « quando mi è venuto in mente? Chi me l  ha fatto fare, maledizione » possono essere dettate dal dolore del momento oppure afferire a una fragilità più profonda. Azioni come rifiutare il contatto con il neonato perché « è sporco », invece, più chiaramente indicano un problema all’orizzonte.

Al vertice opposto ci sono madri che risolutamente antepongono sé stesse al neonato. “Professioniste, vicine ai 40 che la settimana successiva al parto avevano già una « riunione irrinunciabile » e che al suggerimento di allattare il bambino per farlo smettere di piangere rispondevano con un incredulo: «Chi, Io? ». Quest’ultimo è un tipo di persone non sciocche – spiega Petteruti – bensì arroganti. Come le coppie che fanno congelare gli ovuli per avere figli dopo i 50 anni, non hanno un’idea realistica di cosa sia una vita che è appena nata o come averne cura”.

Tra questi due poli estremi ci sono tantissime sfumature di disagio e sofferenza che si concentrano attorno a tre moltiplicatori fondamentali: i problemi economici – sia in termini di carriera sacrificata che di povertà di mezzi –, l’innalzamento dell’età media, che in parte è una conseguenza dei primi, e la sensazione di inadeguatezza.

“Quest’ultima, in particolare, è molto insidiosa, perché le donne, non di rado, si sentono inadeguate a riprendere il loro posto nelle occasioni sociali con un bambino piccolo da allattare o, ancora più grave, le donne si sentono inadeguate nei confronti del bambino stesso, perché pensano di non essere all’altezza del compito”.

Così l’Area Maternità del Mauriziano di Torino, e di tutte le maternità d’Italia, si trasforma in un improvviso riflesso della società e delle sue tensioni, materiali ed esistenziali. “Non abbiamo più di tre giorni a disposizione per capire come aiutare le nuove mamme – spiega Petteruti – ma è sorprendente quante ansie e paure emergano in questo frangente: paure economiche per una buona metà e sofferenze psicologiche per l’altra. Quello che abbiamo capito, però, è che uno dei gangli sui quali le tensioni esplodono è l’allattamento al seno. Su questo il nostro messaggio è particolarmente forte: dobbiamo ricostruire una cornice nella quale la maternità trovi spazio, perché di spazi ha bisogno, e la cultura della nostra società spesso dimentica di lasciarglielo. Quello che ripetiamo con determinazione alle donne che hanno partorito è che l’allattamento al seno è faticoso e ti cambia la vita.  Non si può tornare indietro come nulla fosse. Si può creare un nuovo modo di essere mentre si allatta: farlo in pubblico senza vergogna, uscire a cena con la camiciona e sentirsi belle lo stesso. Accettare che è un impegno fisicamente gravoso e che non c’è nulla di strano nel sentirsi stanche, anche a non poterne più, qualche volta, perché è perfettamente normale che sia così. Di pari importanza è quello che si deve dire alle mamme nel caso opposto. Quando il latte tarda ad arrivare o è poco, non è un loro fallimento: è normale che succeda, soprattutto dopo i trent’anni. Ma il bambino cresce bene lo stesso. L’unico problema insorge se la famiglia è in ristrettezze economiche”.

“Tutti questi fattori agiscono nell’animo delle neo mamme e lo fanno in un periodo in cui sono emotivamente molto sensibili e delicate. Nei reparti abbiamo solo una limitata finestra di tempo per capire se ci sono segni di cedimento e farle seguire. Per questo l’ascolto e la parola sono fondamentali. Per il personale sanitario è un turno di guardia che non finisce mai”.

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